"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

mercoledì 28 giugno 2017

I costruttori di macchine e l’imprenditorialità mancante

di
Luciano Martinoli


Dall'assemblea di un'associazione di industriali, alcune considerazioni sulle strategie perseguite a partire dalle dichiarazioni degli interventi. I mali del tessuto economico nazionale non sono nascosti ma autodichiarati.

C’è stato qualche giorno fa l’assemblea annuale dell’associazione degli industriali costruttori di macchine, non è importante quali in particolare. Ad essa è seguito un convegno sull’argomento del giorno: Industria 4.0. 
E’ stata presentata un’indagine, eseguita presso alcuni associati, sul grado di conoscenza di queste tecnologie e sul loro uso. E’ seguito un dibattito di esperti, professori universitari e un solo imprenditore, coordinato dal giornalista di grido del momento.
Cosa si è detto di tanto importante e indicativo sullo stato generale delle nostre industrie?

A differenza di quanto ci propone la narrazione mediatica, ovvero che questa opzione tecnologica, come altre, è un obbligo e costituisce la panacea per tutti i mali delle aziende, un qualche livello di attenzione è stato sollevato. 
Fatto l’investimento come e quanto ritornerà? Quale sarà l’impatto organizzativo? Quali tecnologie scegliere e, soprattutto (madre di tutte le domande), per farci cosa?

Quest’ultimo interrogativo è il più emblematico. Infatti, come già scritto più volte in passato da questo blog, la tecnologia non è una strategia, ma un fattore abilitante di essa. Purtroppo tra le possibili strategie che Industria 4.0 può aiutare a realizzare, sono stati identificati solo un miglior servizio al cliente, un abbassamento dei costi, una maggiore flessibilità. 
Nessuno, ahinoi, ha citato la strada maestra, la strategia regina che ogni impresa dovrebbe cercare di perseguire sempre: quella “genesi imprenditoriale” che si realizza creando mercati che prima non esistevano. E se l’Industria 4.0 viene percepita solo come un modo per servire meglio il cliente, ne siamo ben lontani. 

Come giustamente ricordava il pluricitato Steve Jobs “non è mestiere del cliente sapere ciò che vuole”. Non è una dichiarazione di arroganza ma, al contrario, di umiltà e responsabilità. Di umiltà perché mantiene lo spirito di servizio dell’impresa in una dimensione più profonda (e feconda per tutti): non chiedo al cliente cosa vorrebbe ma propongo nuovi modi di intendere la realtà, di qualsiasi spicchio di essa stiamo parlando, attraverso la creazione di nuovi significati anche attraverso prodotti, o servizi, esistenti. Di esempio, a tal proposito, l’affermazione di Enzo Ferrari, la cui intervista è disponibile, che umilmente affermava: “mi sono permesso di giudicare l’automobile come una conquista di libertà  per l’uomo”. 
Ferrari non inventò l’auto e nemmeno quella sportiva, ma certamente è stato capace di trovargli un significato nuovo che è stato talmente profondo da sopravvivere al suo inventore. Ci sono molte auto di lusso, Porsche, Aston Martin, Bugatti, ecc., ma volete mettere il senso di libertà che ispira una Ferrari?
Ferrari non è andato in giro a chiedere quale auto sportiva i clienti volevano, ha fatto quella che piaceva a lui. I clienti non hanno idea di cosa è un'auto sportiva, lui si è permesso di proporla.
La dichiarazione di Jobs inoltre è di responsabilità perché, indirettamente, ricorda che il rischio, in questa attività di proposta e costruzione del “nuovo mondo”, è tutto dell’imprenditore.

Dunque le caratteristiche dell'imprenditorialità rigeneratrice sono “servizio e rischio”. Invece si è parlato di supporto agli investimenti, di “cultura dei fatti”, di “concretezza”, di “pratica”, tutte cose che hanno portato il sistema industriale italiano, come ricorda una semplice statistica citata il cui autore è Vincenzo Boccia presidente di Confindustria, ad avere il 20% di aziende che vanno bene, il 60% così e così, il 20% male. Detto in altri termini l’80% delle aziende ha urgente bisogno di ritornare ad una strategia di genesi imprenditoriale.
Forse è ora, per quell’80%, di smettere di “fare” cose inutili o che interessano sempre meno, producendo risultati scadenti e chiedendo il supporto delle comunità (banche, stato, lavoratori, ecc.), e di fermarsi a pensare come tornare a fare gli imprenditori, quelli veri, come certamente sono stati i loro padri e nonni che hanno costruito quelle aziende che, all’epoca, andavano tutte bene.
E che oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, vanno “così e così”!

5 commenti:

  1. Non è solo questo il problema. Ferrari oltre che le idee e la voglia di rischiare, aveva un sistema che poteva investire sulla sua impresa.

    RispondiElimina
  2. Concordo pienamente con Luciano senza idee non si fà impresa e parafrasando Jobs " le piante non parlano , come gli animali e i bambini appena nati e come i clienti , danno segnali da interpretare "
    Ma questo non è un arte esatta è solo sensibilità e capacità di sviluppare da segnali , idee , servizi e prodotti nuovi
    Il mondo ha sempre avuto bisogno di artisti , eroi e martiri

    RispondiElimina
  3. Concordo pienamente e mi permetto di dire che il cliente i mercato è paragonabile alla natura , da segnali che solo chi riesce a sintonizzarsi può ascoltare e vedere e oltre questo deve anche a vere la capacità e la volontà di fare , il mondo ha sempre avuto bisogno di uomini che per la loro sensibilità e capacità di interpretare bisogni non espressi hanno fatto innovazione .
    Questo non è pianificabile non è prevedibile , ma solo auspicabile .
    Restiamo in attesa !!!!

    RispondiElimina
  4. Caro Luciano, ti segnalo che ho preso spunto dal tuo articolo per un post che ho appena pubblicato: https://stefanopollini.com/2017/07/24/passare-dai-fatti-alle-parole/#more-584 . L'idea mi è venuta anche dopo aver letto un post di Osvaldo Danzi in cui scriveva che se eliminassimo dal vocabolario le parole “tradizione”, “innovazione” e “leader di mercato” il 90% delle aziende non saprebbero più cosa dire”. Mi pare proprio che è’ il sintomo che nella maggioranza dei casi le aziende non sanno cosa dire! Hanno pensieri poveri e linguaggi poveri e quindi usano parole vuote, alla moda ma che ormai non significano più niente. Il problema non è più quello di dare sostanza alle dichiarazione d’intenti. Il problema sono proprio le dichiarazioni d’intenti che sono ripetitive, banali, poco stimolanti. E' proprio vero - come scrivi tu - che i mali del tessuto economico nazionale non sono affatto nascosti ma autodichiarati!!!

    RispondiElimina
  5. Centrato e affondato.complimenti

    RispondiElimina