di
Francesco Zanotti
Al Cantagiro del
1966 è arrivata seconda una canzone che è diventata il simbolo ingenuo di una
passione per il futuro, altrettanto ingenua, di tutta una generazione: Ma
che colpa abbiamo noi dei Rokes.
Al settimo posto si
è classificata una canzone molto più amara, con accenti catastrofici: Noi
non ci saremo dei Nomadi.
A proposito, quel
Cantagiro fu vinto dall’Equipe 84 con Io
ho in mente te …
Cantavano,
auspicavano, i Rokes “Sarà una bella
società fondata sulla libertà” … Poi la speranza di quella bella società
non si è mai concretizzata in una società vera. Anzi, si è spenta nella
violenza del terrorismo …
Non ce l’hanno
(abbiamo) fatta, hanno (abbiamo) tutta la colpa dell’insuccesso, ma avevano
ragione a crederci. La speranza di una bella società futura era giustificata da
quelli che Papa Giovanni definiva nella sua famosa Enciclica Pacem in terris “i segni dei tempi”:
l’ascesa delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica,
una configurazione sociale-politica della famiglia umana che si stava
incamminando verso l’eliminazione della differenza tra popoli dominatori e
dominati. Aggiungo io: grandi avventure collettive come la conquista della
luna; eventi culturali epocali come il Concilio Vaticano II; uomini che oggi
vivono nella Storia: dallo stesso Papa Giovanni ai Kennedy, a Martin Luther
King.
E oggi? Ai tempi di
una crisi che nessuno sembra riuscire a domare?