di
Luciano Martinoli
All'inizio del mantra della "qualità totale", circolava una storiella sulla superiorità giapponese nel settore rispetto agli americani. Un'azienda statunitense, primi anni '70, ordinò 10.000 chip di memoria ad un fornitore giapponese, specificando che avrebbero accettato non più dello 0,5% di pezzi malfunzionanti. Alla consegna della fornitura un funzionario giapponese presenziò il controllo della qualità dei prodotti forniti. Con grande soddisfazione, ma anche con grande sorpresa, i manager americani constatarono che tutti i chip erano perfettamente funzionanti. Alla comunicazione dell'accettazione completa e di soddisfazione della fornitura al funzionario giapponese, questi diede ai colleghi americani una scatola. Sorpresi, chiesero del contenuto e il giapponese disse loro che conteneva "i 50 pezzi malfunzionanti richiesti".
Mentre per gli americani, all'epoca, gli scarti erano fisiologici, e per individuarli dispiegavano importanti e costose risorse per identificarli una volta che i prodotti erano già costruiti , i giapponesi avevano risolto il problema alla radice.
Sappiamo poi come è andata a finire: si è scoperto che la "Qualità totale" è un processo che parte dalle attività per costruire un manufatto e la sua diffusione, ormai su scala planetaria, ha consentito, tra i vari benefici, il miglioramento dei prodotti e la diminuzione dei costi attraverso l'eliminazione degli scarti.
Ma cosa centrano i crediti deteriorati?
