"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta ABI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ABI. Mostra tutti i post

giovedì 20 luglio 2017

Denaro dalle banche: farmaci o droghe?

di
Luciano Martinoli


Il recente annuncio di una ripresa del credito bancario fa sorgere, sopratutto nel caso delle aziende, un interrogativo importante: questi soldi servono per farle stare meglio o semplicemente per farle sopravvivere?

L'ABI, nel suo consueto bollettino mensile, rivela che il credito a famiglie e imprese è aumentato rispetto lo stesso periodo dell'anno scorso. Certamente una buona notizia per le banche, ma quale è il significato per le imprese?

giovedì 13 luglio 2017

Le banche, il dito e la luna

di
Luciano Martinoli


I recenti eventi che riguardano il mondo bancario sono delle chiare indicazioni di una urgenza di profondo cambiamento del modo di fare banca. Purtroppo ci si limita a guardare il dito...

Le vicende toscane (MPS) e venete (Pop Vicenza e Veneto Banca) se da un lato hanno abbassato le preoccupazioni di “sistema”, dall’altro ripropongono il tema di fondo: quale “sistema”?
I termini della questione sono ben sintetizzati dall’intervento del Governatore Visco alla recente assemblea dell’ABI e possono essere riassunti, come ha ben fatto un articolo del sole24ore, in tre punti.

lunedì 24 aprile 2017

Continuando il dibattito: che ne pensa Prof. Minenna?


di
Francesco Zanotti
Francesco.zanotti@expoconoscenza.org f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com


Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito, sui percorsi di innovazione del sistema bancario. Abbiamo autorevolmente coinvolto l’ABI:

La risposta del Dott. Torriero Vice Direttore generale dell’ABI Chiediamo ora un contributo al Prof. Minenna che oggi su ’’Economia” del Corriere della Sera  avanza una proposta innovativa per la contabilizzazione delle sofferenze che ci sembra sia complementare alle nostre tesi.

Egregio Professore,
la tesi che stiamo sostenendo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenze e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo che nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.

Ora, il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembrano proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti. Che ne dice?

venerdì 21 aprile 2017

La risposta del Dott. Torriero Vice Direttore generale dell’ABI




In risposta alla mia Lettera Aperta (Le banche fanno davvero tutto il possibile? Lettera aperta ad Antonio Patuelli Presidente ABI) al Presidente dell’ABI Antonio Pattuelli riceviamo una cortese ed autorevole risposta, dal Dott. Gianfranco Torriero Vice Direttore generale ABI che volentieri pubblichiamo. Al Dott. Torriero i nostri ringraziamenti.
Per una di quelle coincidenze che accadono quando si riescono a cogliere i Segni dei Tempi, abbiamo organizzato un Seminario (si può accedere alla brochure descrittiva da QUI) dove presentiamo una nostra sintesi del tutto inedita a livello internazionale sulle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che sono state oggetto della mia lettera e della risposta del dott. Torriero. Perché organizzato in spirito di servizio verso il sistema bancario, la partecipazione al seminario è gratuita
Francesco Zanotti

Caro dott. Zanotti,
abbiamo letto con interesse la sua lettera aperta. Il problema che lei solleva è trasversale a tutti i settori economici e a tutte le imprese.
In questa fase la rivoluzione indotta dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione rende sempre più necessario che chiunque gestisca una impresa sia sempre più pronto a cogliere i cambiamenti, le opportunità di nuovi business, a fronteggiare i rischi che derivano da mutamenti sempre più rapidi, a confrontarsi con la presenza di nuovi e agguerriti competitori.
I bisogni rappresentati da coloro che domandano beni e servizi si evolvono nel continuo. Nuovi equilibri tra domanda e offerta si vanno creando. 
La capacità di singole imprese e di specifici settori di rimanere nel mercato si fonda proprio nella capacità di adattarsi a questi mutamenti, gestendoli. Per fare tutto ciò, le competenze e il loro continuo aggiornamento sono un fattore critico per il successo dell’intrapresa.
Nel settore bancario, il grado di complessità aumenta per la presenza di normative particolarmente pervasive, per la presenza di molteplici autorità di vigilanza.
Le politiche creditizie sono un fattore che discrimina sulla capacità delle banche di sostenere l’economia, di sostenerla nel tempo, in modo efficace. Sono un fattore altamente competitivo.
Indubbiamente all’interno delle politiche creditizie le conoscenze e le metodologie più adeguate per cogliere le strategie di impresa sono rilevanti. Le singole banche stanno investendo sempre più su questi aspetti. Il suo richiamo è sicuramente uno stimolo positivo. Le banche come le altre imprese si pongono necessariamente obiettivi sfidanti per essere sempre più competitive, in un mercato non più solo nazionale.
Ringraziando della riflessione proposta, cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti.

Gianfranco Torriero
Vice direttore generale ABI



venerdì 14 aprile 2017

Le banche fanno davvero tutto il possibile? Lettera aperta ad Antonio Patuelli Presidente ABI

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per sistema bancario

Caro Presidente, certo non mancano buona volontà e impegno. Ma essi vengono depotenziati dal non uso di risorse di conoscenza indispensabili. Il problema è che sembra impossibile parlare di queste risorse di conoscenza …

Un paio di giorni fa sul Sole24Ore il Presidente dell’ABI Antonio Patuelli orgogliosamente rivendicava il fatto che le banche ci stanno mettendo tutta la loro buona volontà, tutto il loro impegno per superare l’attuale fase problematica in cui versa il sistema bancario.
Caro Presidente, è certamente vero! I problemi di malversazione o di incapacità sono casi isolati che non sono in grado di compromettere la stabilità del sistema bancario.
Purtroppo, però, buona volontà ed impegno non bastano. Servono le risorse di conoscenza per rendere efficaci buona volontà ed impegno. Ed oggi sono necessarie risorse di conoscenza che non sono non sono nella disponibilità delle banche, ma delle quali è anche difficilissimo parlare …
Mi lasci fare un esempio. Quando sono apparsi i transistor è andata in crisi una intera generazione di esperti di elettronica. Soprattutto di tecnici. Non è che avevano perso buona volontà ed impegno, anzi moltiplicavano gli sforzi. Ma usavano le conoscenze del “mondo della valvole termoioniche” per “aggiustare” sistemi elettronici fatti di transistor. E le differenze sono grandi: i transistor funzionano con pochi volt in continua, mentre le valvole termoioniche lavorano a centinaia di volt in alternata. I nuovo tecnici si sono dovuti immergere nel mondo dei “transistor”.
Caro Presidente, la stessa cosa sta accadendo con le banche. Esse si fondano su di una cultura patrimonial-finanziaria che funziona in sistemi economici stabili: il passato è una riproduzione del futuro. Se una impresa è solida, allora la si può finanziare.
Ora non viviamo in un mondo stabile. Una impresa solida oggi non è detto che lo sarà in futuro. Anzi, non lo sarà certamente se non intraprenderà un processo di cambiamento continuo. Il discriminate, allora, sono i progetti di futuro. Ora, per valutare i progetti di futuro servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che non sono nella disponibilità delle banche. E’ la non disponibilità di queste conoscenze e metodologie che ha impedito negli ultimi anni di scegliere le imprese da finanziare. E’ questa non disponibilità che non potrà che generare ulteriori “sofferenze”.
Caro Presidente, le scrivo non solo per evidenziarle questo problema, ma anche per evidenziarle il meta-problema connesso: di questa mancanza di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa è difficilissimo anche discuterne. Infatti anche con tutta l’impegno e la buona volontà del mondo, come si fa a discutere di cose che non si sa neanche che esistano?
Che ne dice del problema: le banche non dispongono di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa?
Che ne dice del meta-problema: è difficilissimo anche discuterne?
Se non affrontiamo problema e meta problema continueremo a ripatrimonializzare un sistema che, nonostante buona volontà ed impegno, è come se navigasse alla cieca verso il futuro.



domenica 12 giugno 2016

Sulle sofferenze ... scritto quasi 6 anni fa …

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per te l'avevo detto

E’ molto triste il pronunciare l’avevo detto …
Ma ancora oggi non ci siamo arrivati a riconoscere quanto già scrivevo 6 quasi sei anni fa sul tema delle sofferenze su un altro nostro blog
Ecco il testo integrale. Chi ha orecchie per intendere, intenda …

Partiamo da un dato reso noto dall’ABI ieri e pubblicato sul Sole 24 Ore di oggi (23 settembre 2010): l’aumento delle sofferenze, cioè il peggioramento della qualità del credito.

Riporta il giornale che le sofferenze bancarie ammontano a 70 miliardi di Euro. Ricordiamo che questa cifra corrisponde a 140.000 miliardi di lire, ad una ventina di finanziarie “normali”. E’ una cifra che sembra a tutti astronomica, ma va valutata facendosi una domanda: le banche se le possono permettere queste sofferenze? Leggiamo un altro dato: il rapporto tra sofferenze lorde e impieghi è arrivato al 4% (mentre era al 2,3% a novembre 2009). Ma quante sono le sofferenze rispetto al patrimonio netto delle banche che stanno manifestando queste sofferenze? Detto più brutalmente: queste sofferenze vanno solo a ridurre il patrimonio netto delle banche oppure sono superiori? Non conosco la risposta precisa a questa domanda (credo la si possa trovare facilmente, lo farò), ma so che il patrimonio delle banche non è che un percentuale molto bassa dei soldi che prestano (gli impieghi). Il 4% di sofferenze è un colpo importante al patrimonio netto del sistema. Se non lo dimezza, ci manca poco.

Questo dato inizia a rendere evidente che la recente e non finita crisi finanziaria non sia nulla al confronto della prossima futura crisi delle sofferenze che sarà frutto della crisi di un sistema economico che, invece di rinnovarsi completamente, pensa solo a cercare di funzionare meglio, alla ricerca di una impossibile duratura competitività. Non dettaglio questa mia tesi perché di essa ho parlato a lungo su questo blog. E su questo blog pubblicherò un documento che riporta i vari post che ho scritto su questo tema.

Credo che questo dato (l’aumento delle sofferenze) chiami noi tutti i cittadini, molto più della vicenda di Profumo e di Unicredit, a parlare del futuro del sistema bancario perché nella sostanza, ne siamo tutti azionisti. E siamo azionisti che stanno perdendo parte del patrimonio.

Parlare … cambiamo verbo: progettare. Credo che noi tutti cittadini dobbiamo partecipare alla progettazione del sistema bancario prossimo venturo.
Allora provo a proporre alcune domande che possano guidare questo percorso progettuale.

In questo post proporrò la prima. Nei prossimi giorni le altre.

Quale ruolo può avere la banca nel promuovere lo sviluppo economico?
La risposta “tradizionale” è: fornire le risorse finanziarie per lo sviluppo. Ecco io credo che non basti più. Credo che le banche debbano fornire alle imprese tutte quelle conoscenze e quei servizi che possano permettere loro di riprogettare da capo la loro identità.
Prima di fornire queste conoscenze e servizi devono, però, possederle, possederli e saperli erogare.
Quali nuove conoscenze e servizi? Le nuove conoscenze di strategia d’impresa che nascono dalle scoperte della nuova sistemica (che io penso debba essere definita “quantistica”). Esse permettono di valutare in modo completamente diverso le imprese e i loro progetti strategici. Esse permettono di scegliere quali imprese finanziarie e quali no. Non solo, ma attraverso di esse è possibile fornire alle imprese servizi che moltiplicano la loro capacità di progettazione imprenditoriale. Perché non basta saper scegliere le imprese, ma occorre anche aiutarle a diventare non competitive, ma completamente nuove.
Forse occorre ridire tutto in modo più diretto: le banche stanno aumentando le sofferenze perché non sanno valutare le imprese e i loro progetti strategici. E quando anche lo sapessero fare, non riuscirebbero ad aiutare le imprese a migliorare progetti strategici zoppicanti.
Banche incompetenti? No! Le banche usano le migliori conoscenze e metodologie tradizionali. Il problema è che queste conoscenze e metodologie non bastano più. Ed occorre che ne acquisiscano di nuove per poterle riversare alle imprese arricchite di servizio.
Che ne pensano le banche di questa domanda e del mio tentativo di risposta?
Che ne pensiamo tutti noi cittadini, azionisti morali e sostanziali di questa domanda e di questo tentativo di risposta?”



giovedì 9 luglio 2015

Crediti deteriorati e scarti produttivi: considerazioni sulla relazione del Presidente ABI

di
Luciano Martinoli


All'inizio del mantra della "qualità totale", circolava una storiella sulla superiorità giapponese nel settore rispetto agli americani. Un'azienda statunitense, primi anni '70, ordinò 10.000 chip di memoria ad un fornitore giapponese, specificando che avrebbero accettato non più dello 0,5% di pezzi malfunzionanti. Alla consegna della fornitura un funzionario giapponese presenziò il controllo della qualità dei prodotti forniti. Con grande soddisfazione, ma anche con grande sorpresa, i manager americani constatarono che tutti i chip erano perfettamente funzionanti. Alla comunicazione dell'accettazione completa e di soddisfazione della fornitura al funzionario giapponese, questi diede ai colleghi americani una scatola. Sorpresi, chiesero del contenuto e il giapponese disse loro che conteneva "i 50 pezzi malfunzionanti richiesti".
Mentre per gli americani, all'epoca, gli scarti erano fisiologici, e per individuarli dispiegavano importanti e costose risorse per identificarli una volta che i prodotti erano già costruiti , i giapponesi avevano risolto il problema alla radice.
Sappiamo poi come è andata a finire: si è scoperto che la "Qualità totale" è un processo che parte dalle attività per costruire un manufatto e la sua diffusione, ormai su scala planetaria, ha consentito, tra i vari benefici, il miglioramento dei prodotti e la diminuzione dei costi attraverso l'eliminazione degli scarti.
Ma cosa centrano i crediti deteriorati?

mercoledì 15 ottobre 2014

Le sofferenze sono un problema di conoscenza … e di coscienza.

di
Francesco Zanotti


Oggi Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore riferisce del Rapporto mensile di ABI.
Ovviamente parla di sofferenze in aumento. Ma anche del fatto che le banche fanno sempre più raccolta attraverso il risparmio che con i prestiti obbligazionari.
Allora, l’aumento delle sofferenze sarà destinato ad aumentare e di molto. La ragione è che i prestiti che le banche concedono oggi verranno rimborsati domani. Ma le banche li danno in base alla capacità di rimborso che le aziende hanno oggi e non hanno le conoscenze per capire quale sarà nel futuro la capacità di generare cassa nel futuro delle imprese. Di più: poiché le imprese da sole non riescono a rinnovarsi, le banche dovrebbero dare loro una mano nell'aumentare la loro capacità di progettazione strategica (chi se non le banche?). Ma per far questo hanno ancora meno competenze.
Ora aggiungete che i soldi che prestano arrivano sempre più direttamente dai depositi dei risparmiatori e vedete voi se non sarebbe il caso di dotare le banche delle conoscenze e delle metodologie che permetterebbero loro non solo di capire, ma anche di aiutare a progettare un nuovo futuro per le imprese. Se non lo facciamo, dobbiamo sapere che ne andrà di mezzo il risparmio. Come suggerisce il titolo: un problema di conoscenza che diventa un problema di coscienza.


martedì 17 giugno 2014

Aumento di capitale Carige … Ma dove è il Progetto di Sviluppo?

di
Francesco Zanotti


Leggo stamattina sul Corriere della Sera la “sollecitazione di pubblico risparmio” da parte di Banca CARIGE dove si dice “Contribuisci al nostro sviluppo”. Sottoscrivendo, ovviamente, l’aumento di Capitale.
Contemporaneamente, leggo sul Sole24Ore l’articolo di Rossella Bocciarelli dove si riferisce dell’intervento di Carmelo Barbagallo, Capo della Vigilanza di Bankitalia ad un convegno organizzato dall’ABI dove sostiene, senza peli sulla lingua, che “E’ necessario che le banche rivedano modelli di business, linee strategiche, struttura organizzative, processi distributivi”.
Un cittadino avveduto non può che chiedersi: ma il progetto di Sviluppo di Banca Carige prevede questi cambiamenti? Di più, e più gravemente, ma dove è il Progetto di Sviluppo di Banca Carige? Con un’escalation finale di gravità: non è che il Progetto di Sviluppo di Banca Carige non esiste e i Vertici della Banca chiedono di sottoscrivere un aumento di capitale senza dire cosa se ne faranno dei soldi?


martedì 15 ottobre 2013

Esuberi bancari

di
Francesco Zanotti



Titolo di prima pagina dell’inserto Impresa e territori del Sole 24 Ore di oggi: 

“Bancari, ventimila esuberi entro il 2020”.

Non vedete in questo titolo le cause profonde della crisi attuale? Si parte dall'ipotesi che la coperta stia diventando troppo corta, a causa della competizione, delle sofferenze etc. Si pensa che continuerà a diventare sempre più corta. Ed allora si innesca, inevitabile, il conflitto tra banche e lavoratori.

Proviamo a partire da un’altra ipotesi: la banca si trova di fronte ad immense nuove opportunità. Stanno sostanzialmente in un nuovo rapporto banca-impresa. Se la banca decide di diventare non solo partner finanziario, ma anche “cognitivo” (o strategico, come dice il prof Gros-Pietro) deve immaginare un sistema completamente nuovo di servizi (che noi abbiamo già progettato e proposto) che non solo non genererebbero esuberi, ma richiederebbero nuove persone.

La lezione generale: consideriamo le imprese come istituzioni che si sa cosa fanno e non possono fare altro. Partendo di qui non si può che finire in una competizione di prezzo che costringe a buttare fuori le persone. La soluzione è che dobbiamo smetterla di considerare le imprese come istituzioni e immaginare per loro nuovi futuri.

Il lettore sarà rimasto sorpreso perché consideriamo equivalente le espressioni “partner strategico” e “partner cognitivo”. Beh basta che legga i nostri post e vedrà come una nuova strategia per una impresa passi solo dall'usare nuove risorse cognitive.


venerdì 30 agosto 2013

I furbi e i fessi (del concordato)

di
Luciano Martinoli


Il numero de “Il Mondo” del 30 Agosto dedica la storia di copertina ad un’analisi del nuovo concordato preventivo. E’ uno strumento pensato dal legislatore per evitare il fallimento delle aziende allo scopo di facilitare la possibilità della continuazione della loro attività, a tutela dei lavoratori e dei creditori.
Purtroppo le cose non sono andate così come si voleva. Infatti, riporta “il Mondo”, il concordato ha, nella maggioranza dei casi, o consentito la continuazione delle attività, ma a danno dei creditori, oppure permesso la chiusura senza onorare i debiti.
Ecco perché l’articolo esordisce citando Giuseppe Prezzolini: “i cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”.  
Ma i “fessi” sono coloro presi in giro dai furbetti del concordato o quelli che continuano a non voler affrontare, per ignoranza degli strumenti esistenti, il nocciolo centrale della questione: cosa vuole davvero fare un’azienda?
Ci troviamo di fronte all’eterno effetto collaterale di ogni regolamentazione, fatta la legge trovato l’inganno, o all’incapacità e non volontà di affrontare il cuore del problema?
Io propendo per la seconda ipotesi.

venerdì 13 luglio 2012

Un nuovo ruolo sociale per le banche


di
Cesare Sacerdoti

All’Assemblea dell’ABI dell'11 Luglio, il Governatore della Banca d’Italia Visco ha sottolineato che “le banche sono chiamate a decisioni difficili: non far mancare finanza alle imprese solide, evitare di prolungare il sostegno a quelle senza prospettive” e il Presidente dell’ABI, ha ricordato che  “Lo scorso 28 febbraio è stata firmata dall’ABI e dalle altre rappresentanze di impresa  una nuova intesa al fine di “assicurare la disponibilità di adeguate risorse finanziarie per le imprese che pur registrando tensioni presentano comunque prospettive economiche positive”.

Ora, al di là delle implicazioni politiche, sociali ed economiche che tali affermazioni comportano, ci chiediamo con quali criteri e con quali metodologie le banche riconoscano le “imprese solide”  e quelle “con prospettive economiche positive”.

Sono “solide” solamente le aziende già sufficientemente sviluppate e con track record positivo? Siamo certi che quelle che hanno fatto bene nel passato saranno in grado di fare bene (banalmente, di generare cassa) nel futuro?

E le nuove iniziative, le nuove idee imprenditoriali, come potranno mai svilupparsi e diventare “solide”?

E, ci chiediamo, “quelle senza prospettive” vanno abbandonate a se stesse e, quindi, fatte morire o, peggio, le si incentiva a ricorrere a forme di finanziamento illecite?

Le banche allora si assumono un ruolo politico e sociale molto delicato: quali strumenti hanno per adempiere a tale ruolo?

Ci si risponderà che le banche analizzano i business plan delle aziende, hanno sistemi di rating conformi a Basilea 2 e hanno accesso a vaste banche dati settoriali con cui confrontare lo stato di salute di ogni singola azienda, ecc. Ma sono tutti strumenti che analizzano il passato delle imprese e che suppongono una continuità nel futuro, una continuità che a sua volta presuppone una stabilità dei contesti mondiali. Una stabilità che viene assicurata dalla capacità di porre rimedi a eventuali malfunzionamenti anche sistemici (il ricorso alle riforme). Ma l’attuale crisi ci ricorda che il mondo, i sistemi umani sono sistemi complessi per i quali non valgono le regole meccanistiche lineari.

Un recente articolo de Il Mondo (6 Luglio 2012) poneva in evidenza come la maggior parte dei piani strategici delle principali aziende italiane quotate in borsa siano scarsamente progettuali e che non prevedono una governance condivisa del business plan.  Ne deriva che i piani strategici attuali non possono fornire serie indicazioni sul futuro delle società.

Se le banche si dotassero di strumenti più adeguati (noi proponiamo un sistema di rating dei business plan), non solo potrebbero riconoscere con maggior affidabilità le aziende che hanno “prospettive economiche positive” (siano esse aziende già consolidate o di nuova costituzione), ma potrebbero aiutare le altre aziende a meglio progettare il loro futuro: assumerebbero cioè un ruolo sociale positivo e propositivo.
Si nota da più parti come l’export italiano sia in crescita anche in questo difficile contesto economico; e questo perché molte aziende italiane sanno progettare futuri positivi, sanno creare sistemi di prodotto-mercato innovativi: allora il problema di base non è “fare le riforme”, ma aumentare il numero di società capaci di creare mondi nuovi, capaci di affrontare i mercati con idee innovative. Ecco il nuovo ruolo sociale per le banche: fornire conoscenze per creare un movimento di nuova imprenditorialità. Un’imprenditorialità più sofisticata di quella del boom economico degli anni 60: “un’imprenditorialità aumentata”.

lunedì 5 marzo 2012

Le banche, il servizio pubblico, il solipsismo cognitivo


di
Cesare Sacerdoti

Io credo che il problema di fondo sia il solipsismo “cognitivo” dei banchieri. 
Un problema immediatamente risolubile …

Sul Corriere di ieri è pubblicata l’intervista a Mussari, Presidente di ABI, che sostiene che “le banche non sono un servizio pubblico” e che sia necessario “un dibattito pubblico che chiarisca cosa sono e cosa debbono fare le banche” (anche se poi sembra che il dibattito debba essere solo interno “ È stato convocato consiglio e comitato esecutivo Abi e collegialmente valuteremo il da farsi. Il mio auspicio è che si apra un dibattito sulla natura delle banche italiane, che venga fuori chiaramente quale è la nostra natura e quale deve essere il nostro ruolo”).
L’intervento di Mussari si inserisce in quel dibattito in corso da alcuni mesi, che vede le banche sul banco degli imputati perché non aiutano a sufficienza le imprese (in particolare le PMI): effettivamente nei  nostri giorni si tende a cercare il capro espiatorio di ogni situazione, così come sono stati i giovani  “bamboccioni”, i dipendenti pubblici “fannulloni”, eccetera.
In un momento storico in cui i valori tradizionali sono quanto meno appannati, e in cui non ci sono più i nemici storici, a fare da collante per l’opinione pubblica sono classi di persone o imprese che si ritiene  non operino a sufficienza per il bene pubblico. Al di là dei moralismi e degli allarmi che queste nostre attitudini possono provocare, ritengo che questa crisi possa essere superata solo se tutti, ma proprio tutti, cerchiamo di andare al di là degli interessi strettamente personali o di categoria. E quindi, ben venga che il sistema bancario si apra ad un pubblico dibattito sul loro ruolo nella società.

Ma dovrebbero uscire dal loro solipsismo cognitivo.