"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 20 febbraio 2019

Miti e ingenuità: Imprenditorialità e territorio

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@intellegit.it


Spesso nelle interviste agli imprenditori, ma ancor più spesso si tratta di manager, viene evidenziato il legame che l'azienda ha col territorio e come contribuisca al suo sviluppo. Immediatamente il pensiero corre ad Olivetti, l'intervistato di turno si dichiara, o lo fa l'intervistatore, un seguace del pensiero di Adriano e ci si lascia con la bocca aperta dalla meraviglia per aver trovato un imprenditore "illuminato".

Memoria corta, e scarsa frequentazione della bibliografia sull'argomento, sono le cause di questa ingenuità che se è innocua per chi ne è oggetto crea, in modo più pericoloso, la falsa convinzione che il legame azienda-territorio sia un'eccezione e non la regola per far impresa. Forse allora più che andare a caccia di imprenditori "illuminati" sarebbe opportuno cercare e recensire quelli "spenti" che ritengono il fare azienda un fatto privato mirato unicamente al loro tornaconto.

Nel 1778, 123  anni prima della nascita di Olivetti, Ferdinando IV di Borbone decise di erigere un ospizio per i poveri della provincia di Caserta presso il quale assegnò un opificio per non tenerli in ozio. A tal scopo fece giungere sul posto delle imprese dal nord Italia. La colonia crebbe rapidamente così che si decise di costruire ulteriori edifizi per migliorarne le funzionalità tra i quali una parrocchia, degli alloggi per gli educatori e dei padiglioni per i macchinari. L'istruzione tecnica degli operai era affidata al Direttore dei Mestieri ciascuno per ogni genere. Ancora oggi alcune aziende seriche continuano la tradizione di eccellenza iniziata allora. 

Nel 1799, 101 anni prima della nascita di Olivetti, Robert Owen, avviò a New Lanark (Scozia), uno stabilimento per la filatura della lana in cui i bambini lavoravano meno e andavano a scuola e tutti i dipendenti vivevano in alloggi con acqua pulita, potevano comprare prodotti a prezzi ridotti, disponevano di una biblioteca e di uno spazio ricreativo e usufruivano di una sorta di assicurazione sociale.

Nel 1878, 23 anni prima della nascita di Olivetti, sulla riva dell'Adda, in provincia di Bergamo, nacquero la fabbrica e il villaggio di Crespi d'Adda per volontà della famiglia di industriali Crespi. L'idea era di dare a tutti i dipendenti una villetta, con orto e giardino, e di fornire tutti i servizi necessari alla vita della comunità: chiesa, scuola, ospedale, dopolavoro, teatro, bagni pubblici. (La foto è del villaggio di Crespi d'Adda).

Luisa Spagnoli, fondatrice della Perugina, nel primo dopoguerra si spese per migliorare le condizioni dei propri dipendenti, in particolare le donne. Asili nido, e spacci per consentire alle stesse, all’interno dell’azienda, di fare la spesa per la propria famiglia.

Mi fermo qui ma la lista potrebbe continuare e citare centinaia di storie simili in ogni parte del mondo. Dunque senza nulla togliere, anzi, alle capacità e la visione di Olivetti, è "normale" che un imprenditore si prenda cura delle persone e del territorio circostante in quanto costituiscono l'ambiente dal quale trae la linfa vitale che consentirà all'azienda di prosperare.
Laddove l'azienda impoverisce il contesto circostante, ci troviamo di fronte ad una anomalia che va riconosciuta ed evidenziata per tempo prima che generi i tristi disastri ai quali siamo abituati.

Prima ancora delle interviste, dovrebbero essere i "progetti di futuro" dell'azienda a svelare la loro normalità o meno. Quei progetti di "senso" che chiedono gli investitori, pochi: come Larry Fink, e che ignorano le amministrazioni, la politica e i sindacati tranne poi ricordarsene a disastro avvenuto. 

A quando dei periodici reportage su aziende con imprenditori e manager "spenti"?

giovedì 28 settembre 2017

La devastante crisi di Imprenditorialità


La recente, e da lungo annunciata, riduzione delle tasse in US è finalmente arrivata. Ma contrariamente a quanto si aspetta l'amministrazione Trump, con l'occhio sempre puntato alle classi lavoratrici che l'hanno votata, i benefici per questi ultimi potrebbero essere nulli. E non per fenomeni tecnico-fiscali ma per una causa più profonda: la "crisi di Imprenditorialità". Un campanello d'allarme anche per il nostro paese.

Era l'estate del 2004, ricorda il New York Times, quando il Congresso approvò una legge per favorire il rimpatrio di miliardi di dollari, messi da parte all'estero dalle multinazionali, abbassando l'aliquota fiscale dal 35% al al 5,25%. Lo scopo era quello di consentire alle stesse multinazionali di mantenere le loro promesse se la legge fosse passata: incrementare di 500.000 unità i posti di lavoro, fare investimenti, aumentare le attività di R&D.
Cosa accadde realmente?

mercoledì 5 luglio 2017

Robocalypse now: deficit di idee e coraggio

di
Luciano Martinoli


Anche i banchieri centrali sono preoccupati del fenomeno robot e il suo impatto sul mondo del lavoro. Le risposte però si trovano in una direzione in cui non guardano nè loro nè le aziende stesse, come una recente ricerca sorprendentemente evidenzia. 

Qualche settimana fa i banchieri centrali di tutto il mondo si sono riuniti a Sintra, Portogallo. Uno degli argomenti di discussione, come riporta il New York Times, è stata la possibile “apocalisse” che i robot, intesi come software, apparati intelligenti e altro che possa sostituire il lavoro umano, potrebbero scatenare nel mondo del lavoro rendendo obsolete decine di categorie di lavoratori.
In passato, viene ricordato, progressi tecnici hanno creato sconvolgimenti temporanei migliorando però alla fine lo standard di vita di tutti e creando nuove categorie di lavoro. I macchinari agricoli hanno senz’altro tolto molto lavoro alla manovalanza contadina ma chi è rimasto a fare quel lavoro è stato pagato meglio e i loro pronipoti oggi possono permettersi di progettare videogiochi. 
Oggi cosa non sta funzionando?

mercoledì 26 ottobre 2016

L’autostrada del sole: una grande storia imprenditoriale.

di
Cesare Sacerdoti

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“Grandi opere, 21 arresti per corruzione sulla TAV” titola oggi Repubblica.
Eppure c’era un tempo in cui le grandi opere erano un motivo di orgoglio per il nostro Paese.
L’autostrada del Sole ne è l’esempio più eclatante: 750 km di autostrada in 8 anni; dal nulla.
La rilettura, oggi,  di quell’impresa, propone vari spunti di riflessione. Ne propongo alcuni
L’opera pubblica e il sogno
L’idea di una moderna rete di autostrade nasce da un’iniziativa del Governo, con la legge 463 del 21 maggio 1955, detta legge Romita, dal nome del Ministro dei Trasporti che l’aveva fortemente voluta. Anche allora non fu un’impresa facile: Pinto, nel suo libro La strada dritta, ricorda che furono “sei mesi di scontri e battaglie parlamentari con i partiti di sinistra furibondi per aver portato via risorse a ferrovie e strade nazionali, accusando il governo di essere lacchè della Fiat: quelle auto, diceva la stampa, erano la vera ragione del piano”. Anche all’interno della maggioranza ci furono contrasti: “una delegazione democristiana li rimprovera di non aver dato la precedenza alla ricostruzione delle chiese”.
Non c’erano riferimenti validi: in Europa solo la Germania aveva realizzato delle autostrade, ma con lo scopo di trasportare rapidamente le proprie truppe. “Il progetto italiano nasceva da tutt’altre necessità. L’autostrada era pensata per le famiglie, che si muovevano con piccole utilitarie e per gli autotreni con rimorchio”. L’unico riferimento erano gli Stati Uniti, da cui Autostrade prese spunti (p.e. il concetto degli svincoli come sistema di rallentamento del traffico in uscita, oppure l’idea che “Non è l’autostrada che si avvicina il più possibile alle città, ma è la città che deve trovare il modo migliore per agganciarla senza provocare rallentamenti “).
Eppure si decise di fare da soli: “Debbono essere gli italiani a costruire la loro autostrada: serve a unire il loro Paese”.  La società Autostrade fu creata dal nulla con un esiguo capitale sociale. Il progetto dell’Autostrada che unisse l’Italia da Milano a Napoli era appena abbozzato e partiva da uno studio di fattibilità (solo del tratto padano) realizzato da “Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi, regalato allo Stato perché spaventati dall’enormità dell’impresa”.
C’erano regole strette per fare le strade: Pinto narra che ANAS non riuscisse ad accettare una strada senza paracarri e senza marciapiedi.
Non c’erano soldi: il management dovette cercarli. Anche all’estero, da Lehman.
Non c’era neanche la certezza di una redditività immediata dell’opera: sempre ANAS sottolineava che al momento in Italia circolavano solo 1,8 milioni di auto (un italiano su 27 aveva l’auto).
Ma c’era una visione, un sogno. Un sogno che man mano che l’opera avanzava, coinvolgeva tutti. Sempre Pinto ricorda che la gente (gli ingegneri, le imprese, i lavoratori e i politici)  avesse acquistato fiducia nell’opera,  da quando ha cominciato a viaggiare sui tratti aperti e a risparmiare tempo. E perchè, come dice un personaggio del romanzo di Pinto, con essa “arriva la modernità”. Anche in un bel documentario di Raistoria, viene mostrata la contadina contenta della costruzione dell’autostrada perché ne vede vantaggi per la sua attività. E le città? “tutti i centri italiani sembravano presi dalla smania di essere toccati dall’autostrada” e “Siena e Perugia si erano date battaglia, schierando ciascuna convegni, esperti, piazze piene di gente, pareri, pressioni e nomi importanti”.
Il contrario di quanto accade oggi per ogni opera pubblica

domenica 24 luglio 2016

L’equivoco PMI

di
Francesco Zanotti

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E’ l’equivoco che stanno costruendo consulenti e professionisti vari.
Si considerano senza dirlo le PMI come “arretrate” rispetto ala grade impresa. E si immagina sia più facile vendere loro servizi. Soprattutto sembrano un mercato appetibile per quei manager che venendo dalla grande impresa si sentono “profeti” nel fornire la loro esperienza alle PMI.
Io penso che le cose stiano diversamente.
Innanzitutto le PMI evidenziano il problema dell’imprenditorialità. In termini sintetici: in cosa consiste, cognitivamente e socialmente, il processo di innovazione imprenditoriale. Come si può rilanciarlo? La attuali proposte di servizio alle PMI non riguardano in nessun modo la sfida della imprenditorialità.
Per affrontare il problema della imprenditorialità servono conoscenze molto più sofisticate di quelle in uso nelle grandi imprese. La scoperta del mistero dell’imprenditorialità potrà poi essere opportunamente generalizzato e trasferito alla grade impresa.


domenica 24 aprile 2016

Polveri di stelle imprenditoriali

di
Francesco Zanotti

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Il satellite ACE della NASA sta rilevando una pioggia di polvere di stelle (in realtà sono nuclei di un isotopo radioattivo del ferro) che proviene dalla esplosione in supernova di una grande stella distante circa 400 anni luce.
Giovanni Caprara (l’autore dell’articolo su “La lettura” di questa settimana) ci racconta che “Tutti gli elementi lanciati nello spazio da una supernova sono preziosi perché agiscono da veri fertilizzanti nel cosmo favorendo la nascita di pianeti ed altre stelle”.

Immaginate: l’esplosione di una grande impresa distribuisce nella società “polveri di imprenditorialità”. Ma noi non possiamo attendere che queste polveri di imprenditorialità agiscano troppo lentamente. Dobbiamo moltiplicarne la capacità “fertilizzante”. Come? Fornendo a queste polveri di imprenditorialità conoscenze e modelli di progettualità strategica.

domenica 27 marzo 2016

Confindustria prossima ventura

di
Francesco Zanotti

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Il Corriere di oggi riporta due interviste ai due candidati alla Presidenza di Confindustria.
Le parole chiave sono molto simili: produttività e competitività. Alberto Vacchi ci aggiunge il concetto di “filiera capace di farsi sistema”.
Invece, l’inserto “Domenica” del Sole 24 Ore contiene un pezzo di Paolo Bricco dove l’Autore presenta due lavori che sembrano venire da un altro mondo.
Il primo di Giacomo Beccattini “La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale”, propone una visione dei sistemi di impresa che va molto al di là dei sistemi di filiera. Se ne intuisce la profondità anche solo dal titolo.
Il secondo di Sandro Trento e Flavia Faggioni “Imprenditori cercansi. Innovare per riprendere a crescere” cerca di scoprire i segreti della imprenditorialità che non sono certo produttività e competitività.

Che dire? Lascio al lettore un dilemma: accademia (i libri) contro pragmatismo (i canddati), oppure … Forse non sarebbe male se i due contendenti leggessero questi due libri. E qualcun altro che parli di quel completamente ignorato patrimonio di conoscenze e metodologie che vengono raccolte sotto l’etichetta “strategia d’impresa”.

lunedì 9 novembre 2015

La "forza" (mancante) che spinge l'economia

Il caso Pesenti

di
Luciano Martinoli


Sul Corriere di oggi vi è un articolo a firma Giavazzi che parla degli "Steccati da demolire (subito)" per "consolidare la ripresa della nostra economia". Leggendolo si ha l'impressione che secondo l'autore, come è tipico di tutti gli economisti che si occupano di economia da 10.000 metri d'altezza e poco dal "basso" (vedere articolo Harvard Business review a tal proposito), le prestazioni economiche sono sì frutto delle prestazioni dei singoli attori, le aziende appunto, ma che non hanno "vita propria". Come se fossero tante palline, piccole o grandi, su un piano inclinato: scendono più o meno velocemente secondo gli ostacoli che trovano (da qui il titolo dell'articolo Corsera).
Purtroppo le cose non stanno proprio così!  

sabato 31 ottobre 2015

La risorsa più scarsa

Colonne d'Ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di "fondamentali"
dell'economia e della finanza migliori (o uguali?).

di
Luciano Martinoli


Anthony Doyle, investment director del team retail fixed interest di M&G Investments, all'avvicinarsi di Halloween si è divertito (ma non c'è proprio nulla di divertente) a realizzare i 5 grafici più spaventosi sull'economia globale.
Per lo scopo del titolo di questo post consideriamo solo il primo.

venerdì 26 giugno 2015

In memoria di un imprenditore

di
Francesco Zanotti

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Mi riferisco a Egidio Maschio suicidatosi due giorni fa.
Non lo conoscevo, ma ho letto l’elogio che ne fa Mario Carraro in un articolo di Mariano Maugeri.
Credo che occorra fare, finalmente, una riflessione “cognitiva” su queste tragedie che, soprattutto nel nord est, non sono isolate. Perché non si ripetano, ma si ripetano, invece, gli straordinari successi del passato di molti di coloro che hanno gettato drammaticamente la spugna della vita.

Vi sono persone con una straordinaria passione e competenza imprenditoriale. Dotate della capacità di progettare nuovi mondi e realizzarli. Come tutti dicono sia stato Egidio Maschio.
Queste persone hanno oggi bisogno di una risorsa fondamentale della quale non dispongono: le risorse cognitive grazie alle quali attivare la loro straordinaria imprenditorialità. Altrimenti il loro progettare e realizzare rischia di percorrere strade impercorribili.

Quali risorse cognitive? Mi riferisco alle conoscenze ed alle metodologie di strategia d’impresa. Esse servono a individuare le complesse potenzialità di sviluppo che emergono in ogni anfratto dell’attuale società. E servono a costruire Business Plan alti e forti (e, per forza di cose complessi) che permettano di realizzarli.
Fino ad oggi nessuno si è preso la briga di fornire agli imprenditori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa avanzate. Se le sono dovute costruire, inconsapevolmente, gli imprenditori da soli. Ma, ovviamente, non possono che essere conoscenze e metodologie troppo semplici per permettere loro di usare la loro straordinaria competenza di creatori di mondi nella complessità sociale attuale.
Allora rischiano di “girare a vuoto”. Rischiano di immaginare mondi che hanno sempre meno possibilità di realizzarsi, di investire in progetti che cercano l’impossibile continuazione del passato nel futuro.
Vogliamo non solo evitare che si consumino tragedie come queste, ma vogliamo anche che, davvero, si sviluppi una nuova stagione di sviluppo? Allora forniamo a tutti coloro che hanno quella particolare visione del mondo che li fa imprenditori le migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che esistano al mondo.
I “noi” che devono fornire queste risorse cognitive sono le banche e i professionisti che offrono servizi alle imprese.
Le banche e i professionisti devono dotarsene per primi. Per primi devono iniziare a diventare imprenditori della conoscenza.


lunedì 16 febbraio 2015

Cercare competitività significa cercare di diventare istituzione

di
Francesco Zanotti


Le risorse cognitive di cui disponiamo sono il nostro patrimonio e il nostro limite.
Oggi la risorsa cognitiva che viene utilizzata universalmente è lo schema dell’analisi competitiva di M. Porter. Anche chi non lo conosce lo usa. Infatti, chi non pone la competitività come obiettivo? Ecco, il porsi la competitività come obiettivo significa usare lo schema di analisi di M. Porter. Non significa usare le leggi del mercato, ma le leggi ipotizzate da uno specifico modello teorico, quello di Porter appunto.
Ora vorrei fare vedere cosa significa usare come riferimento questo modello: si genera la crisi che stiamo vivendo.
Infatti, qual è il posizionamento competitivo che si è spinti a cercare dallo schema di M. Porter?
Quello in cui la forza dei concorrenti è la minore possibile. Quello in cui i concorrenti potenziali sono inesistenti, così come le tecnologie alternative a quelle che l’impresa sa usare. Quello in cui il potere negoziale dei clienti e dei fornitori è il più basso possibile.
Ma un posizionamento di questo tipo è molto simile a quello di una istituzione. Cercare un posizionamento competitivo ottimo significa, allora, ambire a diventare una istituzione.
Ma il cercare di diventare un’istituzione significa rinunciare completamente alla imprenditorialità. Cioè a quel fare impresa che è costruire nuovi mondi: nuove antropologie prima di nuove funzionalità dei prodotti.
Cercare di diventare una istituzione significa cercare di conservare il mondo attuale, proprio oggi quando il mondo attuale (i sistemi economici, in particolare) sta perdendo di senso e di funzionalità. E conservare un mondo che sta perdendo di senso è la causa profonda della crisi che stiamo vivendo.
Certo la crisi non è solo colpa esclusiva dello schema di Porter, ma una bella parte di colpa ce l’ha!
Altre risorse cognitive stanno impedendo la strada alla costruzione di una nuova stagione di imprenditorialità. Ne parleremo.



lunedì 10 novembre 2014

Da dove veniamo? Piccola storia del nostro sistema industriale

di
Francesco Zanotti


La guerra aveva “semplificato” le esigenze di auto realizzazione delle persone. Prevalevano i fabbisogni igienci fondamentali: cibo, casa, vestiti, trasporto. Essi erano intensi, semplici e di tipo funzionale.

Per soddisfare queste esigenze ben definite vi erano risorse disponibili e di semplice, quindi potenzialmente diffuso, utilizzo.
Le risorse erano le seguenti:   finanziarie,  energetiche, tecnologiche e cognitive.
Le risorse finanziarie erano resi disponibili dal Piano Marshall.
Le risorse energetiche dall’Agip prima e dall’ENI dopo.
Le risorse tecnologiche erano semplici e facilmente apprendibili attraverso il lavoro.

Le risorse cognitive sono state le più importanti.
Innanzitutto vi era una visione condivisa della società ideale: la società americana. Forse non dal punto di vista politico, ma da quello di soddisfare le esigenze igieniche certamente. Si trattava della società americana.
Poi vi era una visione semplificata dell’impresa e del fare impresa.
Da ultimo, una comune visione del mondo di tipo “ingegneristico”: la visione del mondo della fisica classica.

In quel contesto “ecologico” si è sviluppata la generazione di imprenditori che ha costruito il nostro sistema industriale. Fatto di imprese che costruivano prodotti adatti a soddisfare le esigenze igieniche alle persone e che permettevano a chi lavorava in quelle imprese di comprare i loro prodotti.

Sui risultati raggiunti dal nostro sistema industriale si è costruito un sistema Paese in modo funzionale al miglior funzionamento di quel sistema industriale. Poi cosa è accaduto? Che a quel sistema industriale siamo sostanzialmente rimasti.


lunedì 6 ottobre 2014

Il Business Plan solo come adempimento

di
Francesco Zanotti


La crisi sarà superata quando si riavvierà una progettualità imprenditoriale alta e forte.
Oggi, al massimo, si arriva a parlare di investimenti. Ma il problema è in cosa si investe. Ha senso soltanto investire per realizzare una rivoluzione strategica delle imprese, frutto dell imprenditorialità alta e forte di cui sopra.
L’imprenditore ha certamente la cultura della progettualità.
Ma questa cultura rischia di diventare sterile. Un po’ per colpa sua, ma, soprattutto, per colpa di coloro che gli stanno intorno.

Mi spiego.
Ai tempi del miracolo economico italiano la cultura della progettualità si è dispiegata alta e forte perché l’imprenditore disponeva delle risorse cognitive necessarie per metterla in pratica.
Le esigenze a cui rispondere erano evidenti: una migliore qualità della vita materiale.
Esisteva un modello di società di riferimento: la società americana. Le tecnologie da utilizzare erano, dopo tutto, semplici e le competenze necessarie per usarle potevano essere apprese anche senza seguire corsi formali di studi. Esisteva il ricordo mai perso della abilità artigianale rinascimentale.
Con queste risorse cognitive sviluppava progetti d’impresa impliciti (nessuno gli chiedeva di renderli espliciti) e li realizzava.

Oggi le risorse cognitive di cui dispone (che sono il nutrimento della progettualità) sono rimaste quelle di allora, salvo poche eccezioni. E non sono più sufficienti. La progettualità allora si aggrappa solo a stereotipi: dalla internazionalizzazione alla competitività.

Da un po’ di tempo si è cominciato a chiedergli un Business Plan. Ma questa richiesta ha ancora di più depresso la sua capacità progettuale.
Infatti, un modello di Business Plan è la risorsa cognitiva chiave per riattivare la progettualità dell’imprenditore. Più è ricco il modello di Business Plan, più questo riesce a nutrire la sua cultura della progettualità.
Purtroppo chi gli propone di fare un Business Plan gli propone modelli di Business Plan molto poveri. E anche non espliciti: la somma di tante cose (tante caselle) conosciute per sentito dire. Lo dimostra il fatto che mai accade che chi propone di fare un Business Plan disponga di un documento  dove descrive il modello di Business Plan che intende utilizzare.
Poi, genera confusione semantica perché usa un accezione limitatissima del termine Business Plan: è costituito solo dai conti. Un business plan con le minuscole. E definisce piano industriale le cose che occorre fare (cambiamenti, idee etc.). Così si hanno due oggetti (Il piano industriale e il business plan) che non si parlano. Si giustappongono e finisce che la loro “somma”, il Business Plan con le lettere maiuscole, invece che essere una grande progetto di sviluppo dell’impresa, è una sorta di presentazione dell’impresa, con qualche orpello stucchevole ed inutile come la SWOT Analysis, che finisce con conti il cui legame con SWOT Analysis se tutto il resto non esiste.

Ma c’è di più. Il modello di Business Plan dovrebbe essere usato dall'imprenditore in prima persona: dovrebbe permettergli di ragionare sulla inadeguatezza dell’oggi, di vedere le potenzialità di domani e concretizzarle in nel suo progetto d’impresa. Ma chi gli propone di fare il Business Plan pretende di farlo in prima persona, come esperto di Business Plan.
Il risultato non è solo la banalità dei Business Plan di cui abbiamo detto, ma il fatto che il Business Plan viene considerato dall'imprenditore non lo strumento fondamentale per immaginare il proprio futuro, ma come un adempimento burocratico come tanti.
Lo strumento burocratico da usare con chi gli fornisce i soldi.

La scena è, ancora, purtroppo, un po’questa ... Un imprenditore presenta alla banche, ad un fondo di Private Equity, a chi acquista minibond il suo Business Plan. Ma lo presenta come si presenta un documento burocratico che è finalizzato alle richieste del burocrate di turno. Deve essere compilato come il burocrate chiede. Così gli daranno i soldi (come i burocrati danno i permessi) per fare quello che tiene nascosto nella testa, che oggi, per tutte le ragioni dette prima non è più sufficiente e che nel Business Plan trova solo burocratici echi.