"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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martedì 11 aprile 2017

PIR e progettualità strategica

di
Francesco Zanotti

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Il Sole24Ore spiega che i PIR, pur in diverse forme, dovranno canalizzare flussi finanziari verso le PMI. E se poi queste falliscono? Ecco che entra in ballo la necessità di valutare la progettualità strategica delle imprese.

La parola chiave è “lungo termine”. Caro il mio risparmiatore i tuoi soldi rimarranno bloccati nelle imprese per cinque anni. Ti verranno restituiti con un surplus tanto più quanto più le imprese nelle quali hai investito andranno bene.
Allora la domanda è: come si fa a scegliere le imprese che nei prossimi cinque anni andranno bene e distinguerle da quelle che andranno male?
La risposta tradizionale è semplice, ma sbagliata: si finanziano imprese che fino ad oggi sono andate bene. Esse vengono scelte guardando i risultati passati o affidandosi al giudizio di esperti di settore.
E' sbagliata perché la conservazione non costruisce sviluppo. Se le imprese sono andate bene nel passato, nulla garantisce che andranno bene nel futuro. Soprattutto in periodi di grande cambiamento.
Tra le imprese che sono andate bene nel passato solo una piccola parte andrà bene nel futuro. E sarà costituita da quelle imprese che costruiranno nel futuro (usando i soldi che in esse vengono investiti) una proposta di mercato alta e forte. Per individuarle non serve guardare ai numeri del passato e neanche inventarsi i numeri del futuro. Massimamente rischioso è affidarsi agli esperti di settore che, per definizione, giudicano in base alla loro esperienze passato. Sono conservatori cognitivi all’interno di una strategia complessiva di conservazione.
Serve, invece, valutare se si prefiggono di costruire una proposta di mercato alta e forte. Serve una capacità di valutare la loro progettualità strategica
Per compiere questa valutazione non bastano competenze contabili o finanziarie. Non basta neanche abbandonare l’“analisi tecnica” dei titoli e non basta neppue l’analisi fondamentale, almeno come è intesa oggi. Servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa avanzate. Non bastano, però, approcci dilettanteschi del tipo “Business Model Canvas” o “Oceano blu”. O modelli superati come il modello della strategia competitiva di M. Porter.
Non è questa la sede per descrivere queste conoscenze e metodologie. Il lettore di questo blog sa che nel blog stesso vi è molto materiale che descrive le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, adatte a valutare le proposte di mercato di imprese complesse.
Messaggio conclusivo a tutti i potenziali sottoscrittori di PIR: chiedete a coloro che scelgono le imprese dove investire i vostri soldi quali conoscenze e metodologie usano per valutare le imprese su cui investire. Domanda difficile a farsi? Allora, messaggio a tutti coloro che parlano di educazione finanziaria. Dovreste iniziare a parlare di educazione strategica.


martedì 15 novembre 2016

Rapporto Cerved PMI 2016: uno sguardo sugli effetti (dimenticando le cause)

di 
Luciano Martinoli


E' stato presentato il rapporto sullo stato delle PMI. Appaiono segnali di miglioramento, ma quali sono le loro cause? Lo si può capire dai risultati prescindendo dai comportamenti che li hanno generati (e che se non modificati li rigenereranno) ?

Anche quest'anno Cerved ha presentato, per il terzo anno consecutivo, il suo rapporto sullo stato delle PMI italiane con un approfondimento, questa volta, sugli agenti dell'innovazione: le start-up e le PMI innovative.
Le analisi effettuate grazie all'accesso dell'immenso patrimonio dati di cui dispone l'azienda, in questo caso i bilanci di più di 130.000 PMI, se da un lato offrono strumenti di lettura interessanti, dall'altro sono minati da una "vista" radicata sui luoghi comuni di gestione d'impresa e avulsa da considerazioni strategiche.
Qualche esempio a tal proposito.

domenica 24 luglio 2016

L’equivoco PMI

di
Francesco Zanotti

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E’ l’equivoco che stanno costruendo consulenti e professionisti vari.
Si considerano senza dirlo le PMI come “arretrate” rispetto ala grade impresa. E si immagina sia più facile vendere loro servizi. Soprattutto sembrano un mercato appetibile per quei manager che venendo dalla grande impresa si sentono “profeti” nel fornire la loro esperienza alle PMI.
Io penso che le cose stiano diversamente.
Innanzitutto le PMI evidenziano il problema dell’imprenditorialità. In termini sintetici: in cosa consiste, cognitivamente e socialmente, il processo di innovazione imprenditoriale. Come si può rilanciarlo? La attuali proposte di servizio alle PMI non riguardano in nessun modo la sfida della imprenditorialità.
Per affrontare il problema della imprenditorialità servono conoscenze molto più sofisticate di quelle in uso nelle grandi imprese. La scoperta del mistero dell’imprenditorialità potrà poi essere opportunamente generalizzato e trasferito alla grade impresa.


domenica 3 luglio 2016

Il Diavolo è nei dettagli

di
Francesco Zanotti

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Sembra che sia sconosciuto l’inventore di questo modo di dire. Molti propongono che sia una degenerazione del detto: Dio è nei dettagli.
Ma filologia a parte, credo sia molto utile tenerne conto ..
Se leggete il Corriere della Sera a pag. 29 scoprire che la moratoria sulle rate alle PMI è a quota 19,1 mld. E si pensa di espandere il meccanismo (più moratorie) …
Domanda su questo dettaglio: ma come facciamo ad essere certi che queste moratorie non sono solo un modo per non passare dei redditi a sofferenza? Le banche risponderanno: perché queste PMI ci hanno presentato Progetti Strategici (Business Plan) alti e forti dove ci dimostrano che questa moratorie sono solo strumentali al ricostruire la capacità di generare cassa delle imprese. Oppure no? In questo caso agli attuali circa 90 mld di sofferenze che si cerca di sbolognare via occorre aggiungere almeno altri 19 mdl … E molti altri che, pero ora verranno nascosti sotta la voce: moratorie


mercoledì 11 maggio 2016

Chi avrà ragione? Voci discordanti sul Sole24Ore

di
Francesco Zanotti

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Se sfogliate il Sole24Ore di oggi non potete non sentire un certo disagio.
A pag. 7 vi è un articolo di Luca Orlando dal titolo  “Produzione industriale al palo”.
Gli fa eco nella stessa pagina Paolo Bricco con “La gabbia che racchiude l’economia italiana”.
Vi fate prendere dallo sconforto, ma poche pagine più avanti si accende l’ottimismo. Barbara Ganz titola “PMI centro Nord oltre la crisi”.
Ottimismo subito spento la pagina dopo a cuasa di un articolo di Ilaria Vesentini dal titolo “Ripresa in arrivo al rallentatore”. Peggio è il sottotitolo: “Livelli pre-crisi raggiunti nel 2017”. In due anni chiuderà il 17% delle imprese”.
A chi dare ragione?

Che ne pensano le banche? Che ne pensano BCE e Banca d’Italia? Che ne pensano i Sindacati e il nuovo Ministro dello Sviluppo?

martedì 8 marzo 2016

Dare soldi alle imprese solo in cambio di …

di
Francesco Zanotti

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… Progetti Strategici alti e forti.
Oggi tutti pensano che basti dare soldi alle imprese e il problema della crisi sarà risolto.
E’ una illusione!
Per convincersene basta chiedere: ma cosa se ne fanno dei soldi le imprese?
A questa domanda vi sono risposte rinunciatarie: vanno a pagare le tasse e gli stipendi. Me se è così, allora occorrerà continuamente dare soldi alle imprese perché tasse e stipendi vanno pagati regolarmente. Questa risposta riconosce, sia pure implicitamente, che le imprese non sanno fare da sole e vanno mantenute.
Vi sono anche risposte apparentemente “virili”: servono ad investire. Ma la virilità si squaglia come neve al sole quando ci si chiede: investire in cosa? Perché le risposte più comuni sono: investire in macchinari o in delocalizzazioni o nell’apertura di nuovi mercati.
E cosa vi è di poco virile? Che si parte dell’ipotesi che le imprese devono continuare a proporre le “cose” che hanno proposto nel passato. Producendole a meno, cercando di andare a produre dove i fattori di costo sono inferiori, cercare nuovi mercati che ritengono ancora interessanti i prodotti e servizi che da noi non lo sono più. Si tratta di investimenti che badano a far sopravvivere il passato. Niente di imprenditorialmente virile.
Ed allora? L’ho scritto all’inizio e ora specifico. E’ necessario che le imprese si dotino di progetti di sviluppo alti e forti che riguardino radicalmente nuovi prodotti e servizi capaci di essere ologrammi di una nuova società che non vada più in rotta di collisione con l’Uomo e con la Natura.
Non si dia un soldo agli imprenditori o ai manager che non sono in grado di generare Progetti Strategici alti e forti.
Attenzione, che non si pensi che questo discorso vale solo per le PMI. Tutto il contrario: esso vale prima e soprattutto per le grandi imprese. E tra queste prioritariamente per le imprese sistemiche (banche ed utilities) che in questi anni sono stati campioni di conservazione. E questo è economicamente e socialmente distruttivo.



venerdì 29 maggio 2015

Intervista a Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI

di
Luciano Martinoli


Pubblichiamo la seconda intervista a commento della lettera aperta al Dott. Valeri, da noi scritta e pubblicata sul nostro blog il 18 aprile scorso. Ovviamente, la nostra lettera non ha ricevuto risposta.
Il nostro obiettivo è quello di avviare un dibattito sul futuro del sistema bancario italiano e  sul suo ruolo sociale che sembra incerto e fumoso. Diciamo a ragion venduta perché stiamo assegnando, come ogni anno, un Rating ai Business Plan delle società FTSE Mib di borsa Italiana. Come tutti sanno in questo Indice sono inserite le banche più importanti. Il risultato che stiamo ottenendo è la “scoperta” che i Business Plan di queste banche stanno diventando sempre più conservativi. Sembra che la recente norma che costringe le Banche Popolari a diventare SpA abbia vieppiù distolto le stesse Banche dalla ricerca di innovazione profonda.
Speriamo che questo nostro dibattito stimoli una nuova riflessione strategica che produce Business Plan alti e forti invece che budget, sia pur professionalmente corretti.
L’intervista di oggi è quella al Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI.

Altieri
Concordo perfettamente con la vostra analisi e rimango sorpreso che quelle dichiarazioni che avete commentato vengano da un esponente di una banca tedesca che, per quanto a mia conoscenza, è abituata a valutare, oltre alle garanzie reali, la credibilità dei progetti d’impresa.
Inoltre, dalle suddette dichiarazioni, si evidenzia una visione sufficientemente discutibile, che punta a supportare chi ha meno esigenze di liquidità e non invece le opportunità di crescita che derivano dalle giuste strategie imprenditoriali.
Un’impresa, ancorché capitalizzata, è destinata ad esaurire le sue riserve se non produce utili.
E sono anche molto d’accordo sul fatto che l’andamento imprenditoriale che genera utili ha prospettive di futuro, non banali preoccupazioni di sopravvivenza.

Martinoli
Come si pone allora l’AGCI in questo contesto? Cosa auspica?

Altieri
La nostra Associazione riunisce imprese, ma anche banche (di credito cooperativo), legate strutturalmente al territorio. La peculiarità cooperativa di coniugare capitale e lavoro ci “costringe” a collegarci all’attività imprenditoriale più che al patrimonio. Abbiamo provato in prima persona ad affrontare il nocciolo dell’attività bancaria avendo anche noi una nostra banca, la Banca AGCI S.p.A. Siamo riusciti in questa sfida tenendo conto delle esigenze delle imprese e, contemporaneamente, adottando cautela sull’uso delle risorse, contenendo i rischi ed i costi di struttura.

Martinoli
Allora avete trovato la “formula” per risolvere il paradosso della patrimonializzazione?

Altieri
Non abbiamo questa presunzione, ma siamo convinti di esserci sforzati a fare bene, coscienti che operando con cautela si può certamente fare meglio.
Tuttavia, il problema centrale è un altro, quello del rapporto banca-impresa. Vi è la necessità di un linguaggio comune, come ho recentemente sottolineato in occasione di una tavola rotonda al Salone del Risparmio, che si è tenuto qualche mese fa a Milano. Tale linguaggio, espressione di una nuova cultura, dovrebbe consentire di spostare il dibattito e l’attenzione dalle esigenze patrimoniali a quelle imprenditoriali.

Martinoli
A suo giudizio come dovrebbe avvenire questo cambiamento culturale che faccia scaturire questo nuovo linguaggio?

Altieri
Le banche fanno poco uso di esperti d’impresa e, d’altro canto, le imprese sono ancora legate ad un concetto di imprenditorialità non adeguato ai nostri tempi. Ci troviamo davanti ad un sistema imprenditoriale arretrato, che non tiene conto delle innovazioni, legato al ricambio generazionale indipendentemente dalle capacità delle nuove leve, non aperto a competenze e capacità che possano venire dall’esterno attraverso il management.

Martinoli
Mi consenta di approfondire la sua risposta nelle due componenti che ha identificato, la banca e l’impresa. Che tipo di esperti secondo lei mancano in banca?

Altieri
Sono d’accordo che lo strumento principe per valutare le esigenze imprenditoriali siano i Business Plan. Ma spesso gli uffici che abbiano queste competenze non sono sufficientemente strutturati, forse per gli ingenti costi da essi richiesti per cui anche le grandi banche risultano poco attente a questi aspetti, concentrando le loro strutture solo sulle grandissime operazioni. Si sono votate all’ottimizzazione del processo di raccolta-impieghi attraverso la ricerca di garanzie in solido e reali. Viceversa, le banche più piccole che risulterebbero, poi, più sensibili alle esigenze delle piccole e medie imprese, che tra l'altro rappresentano la quasi totalità del sistema imprenditoriale italiano, hanno oggettive difficoltà a dotarsi di uffici. Il risultato che ne deriva è la presenza di ostacoli sempre meno sormontabili da parte delle piccole imprese ad accedere al mercato del credito.

Martinoli
E le deficienze delle imprese?

Altieri
Oltre alla già accennata arretratezza, abbiamo un sistema troppo polverizzato del quale ho parlato nel rispondere alla domanda precedente: tutto ciò non aiuta a costruire successo e a prevenire le difficoltà prodotte  dall'evoluzione dei tempi. La competizione la vince chi previene il cambiamento, non chi lo segue quando è avvenuto ed è ormai visibile a tutti. Inoltre, vi è anche un terzo attore che non ha aiutato: la politica. È dagli anni ’70 che non esiste più in Italia una politica industriale che crei le condizioni per favorire delle scelte. L’andamento dell’economia italiana deve essere opportunamente guidato e monitorato per consentirle performance apprezzabili; essa non è soggetta ad un destino al quale non ci si può sottrarre.

Martinoli
Cosa pensa del nuovo attore che si affaccia al mercato del credito alle aziende: gli operatori non bancari del mercato dei capitali?

Altieri
Sono preoccupato, non vedo una classe imprenditoriale preparata alle nuove interlocuzioni ed ai nuovi strumenti che questi attori propongono. Si rischia di appesantire le aziende ed affossare un sistema che pure potrebbe essere positivo per il mondo delle PMI. È un’economia florida e solida che produce e distribuisce ricchezza in maniera equa. La mancanza di attenzione verso l’imprenditorialità ed i piani industriali fa correre il rischio di arricchire pochi, i finanzieri, e impoverire tanti, le imprese prima di altri, perché mentre prima vi era un peso equivalente tra lavoro e capitale, oggi non è più così a scapito del primo.

Martinoli
In questo scenario quali sono state le performance e le proposte del sistema cooperativistico?

Altieri
Dai dati Istat in nostro possesso fino al 2012, dunque nel periodo più acuto della crisi, il sistema cooperativo ha contribuito in misura significativa al PIL, passando dall’8% al 12%, che è in parte giustificato dal calo delle altre tipologie d’imprese oltre che dall'aumento dei valori assoluti dei fatturati. Si consideri altresì che l’incremento del valore della produzione e dell’occupazione è stato del 2%. C’è anche da dire che, per le sue caratteristiche strutturali (ovvero l’assenza della conflittualità capitale/lavoro), la Cooperazione è anticiclica. Dunque, a tal proposito, il modello cooperativo suggerisce una modalità di sviluppo più solida: la socializzazione dei vantaggi, e non solo delle perdite, come avvenuto finora con i salvataggi delle banche.

Martinoli
Dunque maggiore “responsabilità sociale”?

Altieri
Mi fa sorridere questo termine perché troppo spesso è riferito a banalità, come se non fare falsi in bilancio o non ingannare fosse da considerare una virtù e non soltanto un dovere compiuto. Queste sono caratteristiche che dovrebbero appartenere a qualsiasi impresa, non eccellenze da documentare o ricercare. L’azienda, per definizione, ha una “responsabilità sociale”, in difetto della quale non produce quegli utili, abbondanti e stabili, di cui si parlava nel post e che sono alla base di una economia florida.

Martinoli
Allora questa responsabilità è equivalente a quelle di business e dovrebbe far parte della progettazione dell’attività d’impresa, descritta nei Business Plan, al pari delle altre attività?

Altieri
Esattamente, il “progetto d’impresa” deve contenere tutte le dimensioni. Solo così le previsioni economiche e finanziarie potranno essere credibili e sostenibili.

Martinoli
Vi sono degli ambiti dove il modello cooperativo può generare delle profonde innovazioni sociali, e non essere semplicemente un “altro modo” di fare impresa?

Altieri
Sì. Sono profondamente convinto che, nel campo dei servizi pubblici di qualsiasi tipo, oggi deficitari sotto tutti i punti di vista, vi sia la possibilità, grazie alla cooperazione di “comunità”, addirittura di sostituire intere municipalizzate che si occupano di trasporti, rifiuti, servizi sociali, servizi finanziari, ecc. con grande beneficio di efficienza ed efficacia per tutti.

Ci si permetta di proporre anche un nostro commento conclusivo. Crediamo che oggi alle banche ed alle imprese manchino le risorse cognitive necessarie per affrontare il tema dei loro rapporti reciproci in un ottica di sviluppo.
I 350 miliardi a cui sono giunte le sofferenze non sono il portato inevitabile della crisi. Sono il frutto di incapacità valutativa (della banche) e progettuale (delle imprese). Si supera questo problema non mandando a casa i vecchi banchieri e imprenditori da parte di ambiziosi ignoranti. Ma fornendo alle vecchie e nuove generazioni di banchieri ed imprenditori nuove risorse cognitive che permettano alla imprese di disegnare Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. Ed alle banche di saper valutare se e quanto questi Business Plan siano alti e forti. Le nuove risorse cognitive che servono sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che oggi sono pressoché sconosciute.

martedì 12 maggio 2015

Il Presidente Consob e la quarta bolgia dantesca

di
Luciano Martinoli

...ché da le reni era tornato ’l volto, 
e in dietro venir li convenia, 
perché ’l veder dinanzi era lor tolto...

Nel XX canto della Divina Commedia, Dante incontra maghi ed indovini costretti a muoversi, in un pianto ininterrotto, lentamente in cerchio con il corpo deformato: la testa girata all'indietro perchè era loro vietato guardare avanti.
Leggendo l'articolo di oggi su ilsole24ore sull'intervento del Dott. Vegas a proposito della finanza delle PMI si ha una identica impressione: tutti costretti, per chissà quale colpa, a guardare all'indietro in quanto impossibilitati a guardare avanti. E lagnarsi in cerchio.

giovedì 23 aprile 2015

La competizione e le battaglie di prezzo

di
Francesco Zanotti

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La competitività è il valore supremo? Diventare più competitivi è la strategia regina?
Stupidaggini.

Nessuna battaglia competitiva può essere vinta.
Infatti, sia la teoria che l’esperienza dimostrano che ogni (eventuale) acquisizione di vantaggio competitivo è sempre meno intenso e durevole e finisce sempre di più in una competizione di prezzo. E le battaglie di prezzo sono le più cruente: garantiscono che proprio nessuno, tra coloro che vi partecipano, riusciranno a sopravvivervi.
La ricerca di un vantaggio competitivo stabile è come la ricerca della presunta bacchetta magica che ci si illude possa risolvere ogni guaio, il Santo Graal che tutti cercano, ma nessuno trova, di qualche Deus ex machina misericordioso.

La competizione, quindi, non va combattuta, ma eliminata ritornando ad immaginare e proclamare nuovi prodotti e servizi, ologrammi di una nuova società che sia progresso e futuro della società industriale.

Possiamo e dobbiamo aggiungere anche altre osservazioni.

La prima è che la ricerca della competitività finisce per diventare un discorso di alibi referenziale.
Intendo dire che si finisce per cercare di diminuire i costi (in vista di un vantaggio di prezzo) solo rispetto al proprio passato. E questo è il massimo del “non sense” perché si tratta di una azione che rende l’impresa più competitiva solo rispetto a se stessa, ma non rispetto ai concorrenti.
A dimostrazione di quanto un discorso autoreferenziale sia diffuso vi sono i processi di ristrutturazione del debito. Essi (palesemente) non funzionano proprio perché sono fondati su progetti di riduzione dei costi che cercano di far diventare l’impresa competitiva solo rispetto al suo passato.

Per concludere, le strategie di competitività sono anche cognitivamente bloccanti perché sono orientate a far funzionare meglio il presente.
Mortificano l’innovazione perché finalizzano anch'essa alla conservazione. Uccidono anche la speranza perché l’immergersi nella conservazione obnubila la vista: impedisce di “vedere” le potenzialità e le richieste di futuro.
Sono, allora, strategie di conservazione in un mondo che chiede alle imprese rivoluzioni strategiche.

Per noi la competizione sarebbe una trappola mortale
Supponiamo per un attimo che la crescita della competizione sia inevitabile perché non vi sono spazi per nuovi prodotti e servizi ad alta intensità esistenziale ed innovatività funzionale. Se così fosse, la crisi delle nostre imprese sarebbe irresolubile.

Infatti è vero che la crescente competizione “colpisce” tutti i paesi industriali allo stesso modo. Ma dal punto di vista del competere sugli attuali prodotti e servizi (giocare soltanto sulla innovazione tecnologica e sull'efficienza e l’efficacia organizzativa), un’importante parte delle nostre PMI (la struttura portante del nostro sistema economico e, quindi, sociale) non ha alcuna possibilità di superare la sua attuale debolezza competitiva in tempi ragionevoli.
In sintesi, il cercare di aumentare la competitività delle nostre imprese per affrontare la competizione significa cercare di combattere una battaglia nella quale, strutturalmente, non vi possono essere vincitori. E noi si parte svantaggiatissimi.

Detto a mo’ di slogan, se cerchiamo di risolvere la crisi diventando più competitivi, riusciremo solo a vincere una competizione al contrario: saremo i primi a perdere. Cioè saremo i primi a buttarci, da soli, nella brace più calda che c’è.