"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 3 luglio 2016

Il Diavolo è nei dettagli

di
Francesco Zanotti

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Sembra che sia sconosciuto l’inventore di questo modo di dire. Molti propongono che sia una degenerazione del detto: Dio è nei dettagli.
Ma filologia a parte, credo sia molto utile tenerne conto ..
Se leggete il Corriere della Sera a pag. 29 scoprire che la moratoria sulle rate alle PMI è a quota 19,1 mld. E si pensa di espandere il meccanismo (più moratorie) …
Domanda su questo dettaglio: ma come facciamo ad essere certi che queste moratorie non sono solo un modo per non passare dei redditi a sofferenza? Le banche risponderanno: perché queste PMI ci hanno presentato Progetti Strategici (Business Plan) alti e forti dove ci dimostrano che questa moratorie sono solo strumentali al ricostruire la capacità di generare cassa delle imprese. Oppure no? In questo caso agli attuali circa 90 mld di sofferenze che si cerca di sbolognare via occorre aggiungere almeno altri 19 mdl … E molti altri che, pero ora verranno nascosti sotta la voce: moratorie


martedì 8 marzo 2016

Dare soldi alle imprese solo in cambio di …

di
Francesco Zanotti

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… Progetti Strategici alti e forti.
Oggi tutti pensano che basti dare soldi alle imprese e il problema della crisi sarà risolto.
E’ una illusione!
Per convincersene basta chiedere: ma cosa se ne fanno dei soldi le imprese?
A questa domanda vi sono risposte rinunciatarie: vanno a pagare le tasse e gli stipendi. Me se è così, allora occorrerà continuamente dare soldi alle imprese perché tasse e stipendi vanno pagati regolarmente. Questa risposta riconosce, sia pure implicitamente, che le imprese non sanno fare da sole e vanno mantenute.
Vi sono anche risposte apparentemente “virili”: servono ad investire. Ma la virilità si squaglia come neve al sole quando ci si chiede: investire in cosa? Perché le risposte più comuni sono: investire in macchinari o in delocalizzazioni o nell’apertura di nuovi mercati.
E cosa vi è di poco virile? Che si parte dell’ipotesi che le imprese devono continuare a proporre le “cose” che hanno proposto nel passato. Producendole a meno, cercando di andare a produre dove i fattori di costo sono inferiori, cercare nuovi mercati che ritengono ancora interessanti i prodotti e servizi che da noi non lo sono più. Si tratta di investimenti che badano a far sopravvivere il passato. Niente di imprenditorialmente virile.
Ed allora? L’ho scritto all’inizio e ora specifico. E’ necessario che le imprese si dotino di progetti di sviluppo alti e forti che riguardino radicalmente nuovi prodotti e servizi capaci di essere ologrammi di una nuova società che non vada più in rotta di collisione con l’Uomo e con la Natura.
Non si dia un soldo agli imprenditori o ai manager che non sono in grado di generare Progetti Strategici alti e forti.
Attenzione, che non si pensi che questo discorso vale solo per le PMI. Tutto il contrario: esso vale prima e soprattutto per le grandi imprese. E tra queste prioritariamente per le imprese sistemiche (banche ed utilities) che in questi anni sono stati campioni di conservazione. E questo è economicamente e socialmente distruttivo.



giovedì 4 febbraio 2016

Sciocchezze “ufficiali” da sfatare

di
Francesco Zanotti

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Si dice che …

Le imprese stanno perdendo in competitività e produttività.
Invece, sono i loro prodotti e servizi che stanno perdendo di significato.

Non c’è nulla da inventare.
Invece, emergono in ogni dove potenzialità infinite. Il problema è che le imprese non le sanno vedere.

Serve una politica industriale.
Invece, occorre riconoscere che sono le nuove idee a far nascere nuovi settori industriali.

Il sistema finanziario non dà più finanza alle imprese.
Invece, occorre dire che mancano progetti strategici alti e forti da finanziare.

Le scelte di governo non aiutano le imprese.
Invece, parafrasando quello che diceva JFK, sono le imprese che devono produrre ricchezza per il Paese. Non chiedere di essere mantenute.



lunedì 27 aprile 2015

Perché non facciamo sì che la Bad Bank sia meno “bad”?

di
Francesco Zanotti


Leggo su Affari & Finanza di Repubblica un fondo di Federico Fubini sulla “Bad Bank” prossima (e necessaria) ventura.
Innanzitutto dichiaro il mio sconcerto nel verificare che molti Stati (Germania di gran lunga un testa) hanno salvato le banche con i soldi dei contribuenti e senza fare pagare pegno ad azionisti e obbligazionisti quando era possibile farlo. Oggi la legislatura europea è più stringente e noi stiamo facendo una fatica a fare una Bad Bank che non chieda sacrifici ad azionisti e obbligazionisti.

Che pensare, poi? Io penso due cose. La seconda più importante della prima

La prima è che azionisti e obbligazionisti hanno la colpa di non aver chiesto alle Banche di definire Progetti Strategici alti e forti. Noi assegniamo da tre anni (questo sarà il quarto) un Rating ai Business Plan delle banche quotate al FTSE MIB e possiamo dire che si tratta di progetti di continuità che lasciano le banche in balia degli eventi esterni. Quindi il fatto che soprattutto gli azionisti non paghino nulla non è proprio così corretto. Certo dovrebbe pagare anche la CONSOB per omessa vigilanza. Che senso ha vigilare solo sui comportamenti del passato e disinteressarsi dei comportamenti del futuro?

La seconda cosa che penso (quella più importante perché è un proposta) è che occorrerebbe un progetto per far diventare meno “bad” la futura Bad Bank. Il progetto dovrebbe aiutare le imprese debitrici a dotarsi di Progetti di Sviluppo (Business Plan. I Business Plan devono diventare progetti di sviluppo e non solo budget) in modo da aumentare (ricostruire) la loro capacità di generare cassa per poter onorare i debiti. Se le imprese recuperano capacità di generare cassa, possono pagare stipendi e anche individui e famiglie riusciranno maggiormente ad onorare i loro debiti.
Se la Bad Bank non diventa meno bad lasceremo che i debitori finiscano nella mani di società di recupero crediti che hanno l’unico interesse di spremere i debitori con risultati a breve, ma danni sociali rilevanti subito dopo.
E’ possibile formulare un progetto che permetterebbe di aiutare le imprese a recuperare la loro capacità di generare cassa? Si! E non certo chiamando qualche presunto guru delle ristrutturazioni. Ma usando conoscenze e metodologie indispensabili, ma oggi sconosciute alle banche: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.



giovedì 15 gennaio 2015

Il dimezzamento del valore delle società dell’indice FTSE MIB: il paradosso di manager bravissimi e imprese nei guai

di
Francesco Zanotti


Un ulteriore dato è emerso in questi giorni sulla stampa a confermare che siamo nei guai: le imprese dell’indice FTSE MIB di Borsa Italiana nell'ultimo decennio hanno perso più del 50% del loro valore, con punte di più del 90% nel caso di Montepaschi.
La prima osservazione, “di pancia” che mi nasce spontanea è: ma vi ricordate la venerazione per molti dei manager che hanno guidato queste imprese da parte della stampa e soprattutto di consulenti bramosi di qualche brandello di lavoro senza mai accorgersi che qualcosa non andava?
Non possiamo che concludere che la capacità di giudizio di stampa e consulenti non era granché.

Ma credo che occorra andare al di là dei giudizi sulle persone.
Il problema non è se i manager sono bravi o no. Il problema è costituito dalle conoscenze e dalle metodologie gestionali che hanno usato. Sono state conoscenze e metodologie gestionali “primitive”. Lo si poteva sapere. Bastava guardare allo stato dell’arte delle conoscenze rilevanti per parlare di ambiente socio-politico, strategie, organizzazioni e uomini per verificare che la maggior parte e la più rilevante di queste conoscenze non venivano usate.
Forse il caso più eclatante è quello delle conoscenze e delle metodologie per definire e valutare strategie. Meglio: delle conoscenze e delle metodologie che servono per elaborare e valutare i Progetti Strategici (i così bistrattati Business Plan che sono oramai ridotti a prodotti burocratici o frutto di ritualità). Solo una percentuale residuale di queste conoscenze e metodologie sono state e vengono usate. Il risultato è che la qualità dei Business Plan (come dimostra la nostra indagine annuale sulla qualità dei Business Plan proprio delle società dell’indice FTSE MIB, oltre che quella dei Business Plan delle Società dell’indice Star) è scarsa. Ed è ovvio che a Progetti Strategici banali non possano corrispondere risultati rilevanti.

Forse è giusto aggiungere che i manager non hanno usato le conoscenze disponibili anche perché i consulenti non gliele hanno proposte. Se guardate alle proposte, ai sistemi di offerta, delle società di consulenza, scoprite in fretta tutte le conoscenze rilevanti che vengono trascurate.
Ma occorre sottolineare l’“anche”. Perché in qualche modo anche i manager dovevano accorgersi che stavano usando conoscenze e metodologie troppo banali per la complessità delle imprese che gestivano.

Ecco, ma così siamo arrivati ancora ad un giudizio sugli uomini, manager o consulenti che siano. No! Perché non sostengo che la colpa sia di manager inetti. Perchè in questo caso, la soluzione sarebbe banalmente quella di sostituirli con manager capaci.
Sostengo, invece, che non possono esistere manager che dispongono naturalmente dei talenti per guidare grandi organizzazioni. Le capacità per governare organizzazioni complesse non sono un dono di natura. La qualità del management dipende dalla qualità delle conoscenze e delle metodologie che usano. Poi, certo, vi sarà chi sarà più bravo ad usare le conoscenze di altri. Ma chi rifiuta la conoscenza o usa conoscenze banali, chiunque sia, non può che generare guai. E i guai sono davanti agli occhi di tutti.
Dovrebbero essere soprattutto davanti agli occhi degli azionisti che non possono accettare supinamente il dimezzamento del valore delle loro azioni credendo alla ideologia di una crisi che nessuno può contrastare. Se fosse così, questo significa che le capacità gestionali sono solo marginalmente rilevanti. E’ l’ambiente che determina il desiderio delle imprese. Se l’ambiente è benigno, allora, le aziende vanno bene, se è maligno le imprese vanno male.
Si dovrebbero ribellare a questa ideologia facendo ai manager che pagano due domande. 
La prima: ma come è che, invece, ci sono le imprese che vanno bene? 
La seconda. Ma se non hai spazio di azione e tutto dipende dal mondo esterno, perché ti pago così tanto?



mercoledì 5 febbraio 2014

Il Sole 24 Ore, le crisi d’impresa, le guerre tra i poveri e la conoscenza

di
Francesco Zanotti


Di fronte ad una crisi di impresa le alternative sono due. La prima è quella di considerare la crisi come una occasione per riprogettare l’identità strategica dell’impresa. Se una impresa è in crisi è perché non produce cassa. Se non produce cassa significa che la sua identità strategica è debole. La soluzione è, appunto, la riprogettazione dell’identità strategica dell’impresa.
L’altra alternativa è quella di accettare l’ineluttabilità della crisi e di disciplinare la guerra tra i poveri che questa crisi inevitabilmente scatena.
Il Sole 24 Ore ha scelto la seconda via. Se leggete l’inserto oggi del Sole 24 0re La crisi di impresa vedete che parla di come disciplinare la lotta tra tutti coloro che vantano crediti verso l’impresa.
Non vi è mai citata la parola strategia. Non vi è mai citata l’espressione “progettualità strategica”. Non vengono mai citate le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che servono a sviluppare progettualità strategica e a valutare i prodotti della progettualità strategica: i Progetti strategici, i business plan, i piani industriali … chiamateli come volete.
Si parla, è vero, di Piani che devo dare credibilità ad un eventuale ipotesi di continuità aziendale. Ma si tratta solo di budget di costi che, avendo come riferimento la “continuità aziendale” sono all'opposto della rivoluzione strategica aziendale.

Questo episodio editoriale è una ulteriore dimostrazione che stiamo vivendo una crisi cognitiva. La nostra classe dirigente, nel suo complesso, manca delle conoscenze e delle metodologie necessarie a costruire sviluppo. Ci rimane la retorica dello sviluppo: diamoci da fare con nuova lena … Ma senza dire come. 

martedì 7 gennaio 2014

Una tesi sulle banche: una sfida di sviluppo "locale"

di
Francesco Zanotti


Morya Longo, in un articolo sul Sole 24 Ore di oggi, propone un’analisi chiara ed incisiva sullo stato di salute del sistema bancario.
Partendo da questa analisi, svilupperò la mia tesi.

Cito i temi/frasi più rilevanti.
A causa dei massicci acquisti di titoli di stato (180 miliardi dal novembre 2011), i bilanci delle banche dipendono dalle fluttuazioni del mercato finanziario. Cosicché: “ … utili, perdite e performances borsistiche sono oramai qualcosa di indipendente dall'attività delle banche o dalla capacità dei loro manager”.

Vi sono però altri problemi per le banche: “I crediti deteriorati hanno raggiunto i 300 miliardi di Euro”. “Alcune banche non hanno ancora svalutato completamente i crediti deteriorati”.

Aggiungo una ulteriore osservazione, prima delle tesi.

Non si manifesterà un toccasana come la ripresa che permetterà a tutto il sistema imprenditoriale di crescere. Lo sviluppo delle imprese sarà affare individuale. Se sapranno sviluppare progetti di cambiamento strategico alti e forti si svilupperanno. Soprattutto, produrranno più cassa. Altrimenti no!
Poiché una grande parte delle imprese italiane non è in grado, da sola, di sviluppare progetti di cambiamento strategico e il loro posizionamento strategico (Il posizionamento strategico è quello che determina la capacità di produrre cassa) è molto debole e sta peggiorando, la previsione non può che essere un ulteriore aumento di crediti deteriorati. Ben al di là dei crediti deteriorati dichiarati e di quelli conosciuti, ma non ancora non dichiarati.

Quale proposta in questa condizione? Le banche devono accettare la sfida dello sviluppo “locale”.
Ogni dipendenza deve diventare il luogo dove le imprese trovano, prima di tutto, risorse cognitive (conoscenze e metodologie di strategia d’impresa) che permettano loro di sviluppare progetti di cambiamento strategico alto e forte. Il luogo dove trovano la capacità di valutare Progetti Strategici.
Oggi le banche non dispongono delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa necessarie. Allora è necessario e propedeutico allo sviluppo delle imprese che le banche si dotino di queste conoscenze e metodologie.

Alla fine, insomma, la sfida dello sviluppo è, sostanzialmente, una sfida cognitiva. Questa sfida la devono vincere, prima di tutto, le banche. Poi, potranno vincerla le imprese. E così, riuscire a costruire sviluppo. I manager delle banche dimostreranno la loro “competenza” guidando le banche a vincere la loro sfida cognitiva.

giovedì 31 ottobre 2013

I minibond: non farsi mantenere, ma rilanciare il Paese

di
Francesco Zanotti


Nell'affrontare l’opportunità dei minibond, il confronto è tra chi pensa che occorra far sopravvivere le imprese attuali (almeno la loro) mantenendole lo stesso, nonostante la loro perdita di capacità di generare cassa. E, conseguentemente, pensa che i minibond siano una ulteriore via, sperabilmente meno ardua, di finanziamento della sopravvivenza.

E tra, chi invece, pensa che i minibond siano una occasione perché le imprese di dotino di un nuovi Progetti Strategici, alti e forti che le trasformino radicalmente. E, conseguentemente, pensa che attraverso i minibond si può cominciare a finanziare la costruzione del futuro, non la sopravvivenza del presente …

Noi stiamo dalla parte dei secondi. Crediamo che stiano dalla stessa parte anche le banche.
In sintesi, imprenditori, non cercate qualcuno che vi raccomandi presso le banche o imponga loro di farvi sopravvivere. Datevi da fare a progettare un futuro che, per realizzarsi, dovrà essere radicalmente diverso dal presente.