"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 3 marzo 2017

Lettera aperta a Carlo Calenda

di
Francesco Zanotti

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Forse si inizia davvero e dire cose nuove  ... Vogliamo contribuire: gli investimenti sono importanti, ma prima serve un’altra cosa .. per non investire sul nulla.

Egregio Sig. Ministro, 
abbiamo letto con piacere il suo distaccarsi dalla politica dei sussidi e degli incentivi e il riconoscere che per creare il lavoro è necessario rilanciare il nostro sistema imprenditoriale.
Condividiamo anche che per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale servono investimenti. Ma pensiamo occorra costruire fondamenta che ci sembrano mancanti e che con questo post vogliamo proporre.

Per investire è necessario sapere dove. Mi dirà che sto scrivendo una ovvietà, ma non è vero. Perché stiamo rischiando di investire solo per migliorare il passato. Anche tutto il paradigma dell’industry 4.0 rischia di essere orientato al far funzionare meglio il passato. Oggi invece è necessario riconoscere che le imprese devono riprogettare i loro sistemi d’offerta: troppe imprese fabbricano e cercano di vendere “cose” che non interessano più. Detto diversamente, è necessario indirizzare una nuova stagione di investimenti attraverso un inedito sforzo di progettualità strategica.

Per avviare progettualità strategica è necessario fare alcune “cose”.
Innanzitutto, è necessario fornire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle imprese.
La stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa andrebbero fornite anche alle istituzioni finanziarie perché riescano a valutare la qualità della progettualità strategica e il suo prodotto: il Business Plan. Banca d’Italia e BCE dovrebbero guidare le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie in questa direzione.
La progettualità strategica dovrebbe diventare il driver fondamentale per la Governance delle imprese. La CONSOB dovrebbe obbligare le imprese quotate ad esporre il Business Plan per permettere agli investitori di valutare la loro progettualità strategica.

Tutte le proposte che abbiamo avanzato costituiscono le fondamenta di cui dicevo. Solo partendo da esse gli investimenti potranno diventare fecondi e aumentare non solo la quantità, ma anche le qualità dell’occupazione.

Che cosa ne pensa?

venerdì 1 maggio 2015

Le cause della crisi: discorso serio e semiserio sulla noia

di
Francesco Zanotti


Il sistema delle imprese, nella società industriale, ha avuto come mission (ovviamente individuabile solo oggi, ex post, una mission emergente) quella di soddisfare le esigenze “igieniche” (cioè di sopravvivenza materiale) di grandi masse di popolazione. Impresa compiuta, almeno nelle società occidentali. Ma l’aver avuto successo sta generando l’esigenza di qualcosa di nuovo, sia nelle società occidentali e sia nel resto del mondo.
Come a dire che l’attuale sistema delle imprese sta esaurendo la sua funzione storica.
L’indicatore fondamentale con cui misurare l’intensità di questo fenomeno di degenerazione è la noia.
La noia, come preconizzava Moravia, è forse il sentimento più tipico della fase avanzata della società industriale … Specularmente, la perdita della capacità di suscitare stupore è il problema del nostro sistema imprenditoriale perché genera la noia dei … clienti ...
Fino a qui il discorso “serio”. Ma aggiungo anche un discorso “semiserio”, ma brillante.
Un post che dà un sapore specifico della noia che si sta opprimendo e che purtroppo sta generando la tragedia della crisi. Un post semiserio (perché tratta di un mondo frivolo per definizione: la moda), ma che diventa sempre più serio a mano a mano che lo si legge, perchè è una bella conferma della gravità del problema della noia.
Ecco il link

Conclusione, dobbiamo riuscire a fare emergere una nuova generazione di imprenditori che è capace di rigenerare stupore per una nuova società.

lunedì 20 ottobre 2014

Crisi di significato. Prima puntata

di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com




Il sistema delle imprese, nella società industriale, ha avuto come mission (ovviamente individuabile solo oggi, ex post, una mission emergente) quella di soddisfare le esigenze “igieniche” (cioè di sopravvivenza materiale) di grandi masse di popolazione. Impresa compiuta, almeno nelle società occidentali. Ma l’aver avuto successo sta generando l’esigenza di qualcosa di nuovo, sia nelle società occidentali e sia nel resto del mondo.
Come a dire che l’attuale sistema delle imprese sta esaurendo la sua funzione storica.
L’indicatore fondamentale con cui misurare l’intensità di questo fenomeno di degenerazione è la noia …

Nelle società occidentali …
La noia, come preconizzava Moravia, è forse il sentimento più tipico della fase avanzata della società industriale … Specularmente, la perdita della capacità di suscitare stupore è il problema del nostro sistema imprenditoriale perché genera la noia dei … clienti ...

Prodotti che interessano sempre meno
Il soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza ha fatto emergere nelle persone esigenze di autorealizzazione sempre più sofisticate. Detto diversamente, sta emergendo una nuova antropologia (il desiderio di una modalità di vita e di socialità diverse) che sta generando una deriva di significato e di funzionalità dei beni prodotti dalla società industriale: da un’intensa esistenzialità ad una poco interessante funzionalità. Questa deriva di significato e di funzionalità si porta dietro, ovviamente, una deriva di valore: parallelamente al perdere di significato e di funzionalità i prodotti perdono di valore.

Provo a descrivere brevemente questa perdita di significato e funzionalità.
Queste derive di significato e, quindi, di valore sono in atto da tempo. Esse sono state, fino ad oggi, mascherate (sempre più intensamente negli anni scorsi, fino al raggiungimento del loro culmine negli anni ’80) dal continuo arricchimento dei prodotti della società industriale, soprattutto di consumo, attraverso l’innovazione tecnologica, stilistica, comunicazionale e prestazionale. Questo arricchimento è riuscito a fare diventare molti di questi prodotti simboli di stili di vita desiderabili, tanto che acquisirli ed esibirli è diventato strumento di posizionamento e riscatto sociale. Il mascheramento ha funzionato così bene da creare una bolla artificiale di consumi.

Lo scoppio della bolla finanziaria ha generato, quasi per risonanza, anche lo scoppio di questa bolla di consumi della cui esistenza vi erano solo vaghe (e troppo ideologiche per essere diffusamente condivise) percezioni. Ed è stato uno scoppio “completo e irreversibile”. Le persone hanno iniziato seriamente a demitizzare i prodotti fino a farli tornare al loro significato funzionale. Ma non si sono fermate a questo: ne hanno ridimensionato anche la funzione perché molte prestazioni che sembravano indispensabili si sono rivelate esserlo sempre meno.
E’ apparsa di questi prodotti tutta l’artificialità.
Insomma, lo scoppio della bolla finanziaria ha fatto scoppiare anche la bolla di senso della società industriale.

Mille fenomeni stanno a testimoniare della progressiva perdita di significato e di valore del “sistema di prodotti” della società industriale.

Il primo di questi fenomeni è il crescente ruolo e successo dei saldi. Esso sta chiaramente ad indicare che sempre più persone pensano che molti prodotti, soprattutto di vestiario, siano sopravvalutati. E li comprano solo, quando, attraverso i saldi, ridimensionano il loro prezzo.

Altro fenomeno rivelatore è l’esplosione degli outlet che stanno isolando l’acquisto in luoghi artificiali, completamente sganciati dalla socialità comunitaria che caratterizzava i negozi di prossimità. Quasi ad indicare che l’acquisto sta diventando quasi un mestiere, inevitabile, ma non così carico di significati relazionali.


Ma il fenomeno più rivelatore colpisce quello che forse è il settore trainante di tutto l’attuale sistema industriale: il settore dell’auto.

mercoledì 4 giugno 2014

La maledizione del capannone

di
Francesco Zanotti


Questo post ha l’ambizione di essere un micro elzeviro …
Non si contano le imprese che sono fallite o sono in profonda crisi a causa di capannoni che hanno costruito e che non hanno saputo o non sanno pagare.
Colpa della crisi? No: causa della crisi.
Troppi capannoni sono stati costruiti senza alcuna progettazione strategica. Cioè senza rispondere alla domanda: il mio posizionamento strategico mi permette, mi richiede un nuovo capannone?
Si sono costruiti capannoni su speranze ingenue, su sogni di gloria banali, per autorappresentazioni infantili.
Ah …, ma cosa è il posizionamento strategico e che differenza c’è con il posizionamento competitivo? Chiedetelo a tutti gli imprenditori che investono o che hanno investito in capannoni. Se non lo sanno, avrete scoperto la causa della crisi. Sta in un sistema imprenditoriale che cerca disperatamente di conservare il passato. Anche se qualche volta cerca di mascherare la voglia di conservazione dietro foglie di fico come l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione.
Il problema non è di cercare miglioramenti marginali o ipotetici nuovi mercati ai prodotti attuali. La crisi la si supera immaginando nuovi mondi. E la misura se stiamo immaginando nuovi mondi è data dal proprio posizionamento strategico.


venerdì 2 maggio 2014

Ricordando Emilio Riva

di
Francesco Zanotti


Sul Sole 24 Ore in edicola il 1° maggio Antonio Gozzi (Presidente di Federacciai) commemora Emilio Riva da poco scomparso. Ne racconta i successi e l’amarezza profonda per come questi successi si sono trasformati in quella che Riva riteneva essere una vera e propria persecuzione.
Ovviamente il massimo rispetto sia per l’uomo che per l’imprenditore. Ma la sua storia (la gloria e la caduta) mi sembra un ologramma della storia del nostro sistema imprenditoriale.
E’ importante capire le ragioni che hanno causato la caduta per eliminarle e tornare a costruire sviluppo. Le ragioni attengono all'insufficienza delle risorse cognitive (degli imprenditori e, generalizzando, di tutta una classe dirigente), la soluzione consiste nel fornire nuove risorse cognitive agli imprenditori e a tutta la classe dirigente.

Mi spiego. Quando una impresa ha successo, significa che l’imprenditore è riuscito a sviluppare un Progetto di Futuro nel quale si sono riconosciuti (e, quindi, hanno accettato di partecipare a realizzarlo) un vasta coalizione di persone ed attori, interni ed esterni all'impresa. Per sviluppare questo progetto l’imprenditore ha usato tutte le risorse cognitive di cui disponeva “spontaneamente”. Un insieme di modelli per leggere e comprendere le persone, i mercati e la società.
Ora, il mondo non si ferma. Le persone, i mercati, la società cambiano. Meglio: evolvono. Purtroppo le risorse cognitive dell’imprenditore, no! E non è colpa sua. Non esistono sforzi né del Pubblico né del privato, per consentirgli di, continuamente, aumentare le armi cognitive di cui dispone per fare evolvere il suo progetto insieme alla società. Di più: per diventare il motore di sviluppo della società. Per far sì che il suo progetto sia costantemente un ologramma “etico ed estetico) della società futura.
Ed allora l’imprenditore non riesce neanche a vedere i cambiamenti delle persone, dei mercati delle società come occasione preziosissima di evoluzione del proprio Progetto di Futuro. Se ne accorge solo quando questi si manifestano come minacce al suo progetto originario di impresa. E la sua reazione è difensiva (qualche volta aggressiva), fino alla disperazione.
E’ un grave delitto perpetrato da tutti coloro che dovrebbero garantire all'imprenditore un continua possibilità di aggiornamento di “modelli di pensiero”. Soprattutto di quei “modelli di pensiero strategico” che sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.
Il delitto è perpetrato con una aggravante: si spinge l’imprenditore ad una visione “minimalista” della conoscenza. Non gli si dice che la conoscenza è una miniera di modelli di pensiero che sono la sua arma progettuale fondamentale per costruire il futuro. Gli si dice che la conoscenza nobile proprio perché è esterna all'impresa. Che deve sponsorizzare per farsi perdonare il fatto che guadagna.
Il Cavalier Riva non si è dotato (soprattutto per colpa di coloro che avrebbero dovuto aiutarlo a farlo) delle risorse cognitive adatte a fare evolvere il suo progetto industriale. E così, piano piano, esso è diventato estraneo sia alla natura che alla Società.


Amici, la via dello sviluppo è solo è soltanto la via della conoscenza. La via dello sviluppo delle imprese è nell'utilizzo, a fini progettuali, delle più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.

martedì 7 gennaio 2014

Una tesi sulle banche: una sfida di sviluppo "locale"

di
Francesco Zanotti


Morya Longo, in un articolo sul Sole 24 Ore di oggi, propone un’analisi chiara ed incisiva sullo stato di salute del sistema bancario.
Partendo da questa analisi, svilupperò la mia tesi.

Cito i temi/frasi più rilevanti.
A causa dei massicci acquisti di titoli di stato (180 miliardi dal novembre 2011), i bilanci delle banche dipendono dalle fluttuazioni del mercato finanziario. Cosicché: “ … utili, perdite e performances borsistiche sono oramai qualcosa di indipendente dall'attività delle banche o dalla capacità dei loro manager”.

Vi sono però altri problemi per le banche: “I crediti deteriorati hanno raggiunto i 300 miliardi di Euro”. “Alcune banche non hanno ancora svalutato completamente i crediti deteriorati”.

Aggiungo una ulteriore osservazione, prima delle tesi.

Non si manifesterà un toccasana come la ripresa che permetterà a tutto il sistema imprenditoriale di crescere. Lo sviluppo delle imprese sarà affare individuale. Se sapranno sviluppare progetti di cambiamento strategico alti e forti si svilupperanno. Soprattutto, produrranno più cassa. Altrimenti no!
Poiché una grande parte delle imprese italiane non è in grado, da sola, di sviluppare progetti di cambiamento strategico e il loro posizionamento strategico (Il posizionamento strategico è quello che determina la capacità di produrre cassa) è molto debole e sta peggiorando, la previsione non può che essere un ulteriore aumento di crediti deteriorati. Ben al di là dei crediti deteriorati dichiarati e di quelli conosciuti, ma non ancora non dichiarati.

Quale proposta in questa condizione? Le banche devono accettare la sfida dello sviluppo “locale”.
Ogni dipendenza deve diventare il luogo dove le imprese trovano, prima di tutto, risorse cognitive (conoscenze e metodologie di strategia d’impresa) che permettano loro di sviluppare progetti di cambiamento strategico alto e forte. Il luogo dove trovano la capacità di valutare Progetti Strategici.
Oggi le banche non dispongono delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa necessarie. Allora è necessario e propedeutico allo sviluppo delle imprese che le banche si dotino di queste conoscenze e metodologie.

Alla fine, insomma, la sfida dello sviluppo è, sostanzialmente, una sfida cognitiva. Questa sfida la devono vincere, prima di tutto, le banche. Poi, potranno vincerla le imprese. E così, riuscire a costruire sviluppo. I manager delle banche dimostreranno la loro “competenza” guidando le banche a vincere la loro sfida cognitiva.

martedì 12 giugno 2012

Prima si aspettava Monti, ora si aspetta la Merkel … Stiamo aspettando Godot!


di
Francesco Zanotti

Riporto da Wikipedia …

L'opera (Aspettando Godot di Samuel Beckett) è divisa in due atti; in essi non c'è sviluppo nel tempo, poiché non sembra esistere possibilità di cambiamento. La trama è ridotta all'essenziale, è solo un'evoluzione di micro-eventi. Apparentemente sembra tutto fermo, ma a guardare bene "tutto è in movimento". Non c'è l'ambiente circostante, se non una strada desolata con un salice piangente spoglio, che nel secondo atto mostrerà alcune foglie. Il tempo sembra "immobile". Eppure scorre. I gesti che fanno i protagonisti sono essenziali, ripetitivi. Vi sono molte pause e silenzi. A volte si ride, a volte si riflette in Aspettando Godot, come se si fosse a "teatro o al circo" (dicono i personaggi).

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, non usciremo dai guai aspettando interventi dall’alto. Anche perché è un alto che si allontana sempre di più: prima Monti in Italia, poi la Merckel in Europa. E non aspettiamo davvero un Godot che, contrariamente a quanto accade nell’opera di Beckett sembra apparire, ma poi non è lui …

Scrive il Direttore del Sole 24 Ore che sono necessarie tre cose: garanzia unica per i debiti pubblici, accesso diretto al fondo salva stati dal parte delle banche, unificazione dei debiti pubblici europei, cosa che comporta (egli sostiene) cambiare la Costituzione di ogni Paese per realizzare una unione politica. Vi sembra che queste cose possano accadere in tempi utili per non fare fallire imprese e famiglie? E se falliscono imprese e famiglie rischiamo di fare una unione di falliti. A meno che non crediamo ancora un bel “Too big to fail” a livello di aggregati istituzionali.

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, tocca a noi.
Il percorso è anche semplice, perché dipende solo dalla conoscenza.
Dobbiamo avviare una riprogettazione del nostro sistema imprenditoriale perché le nostre imprese tornino a produrre cassa. E tanta. Solo così non falliranno famiglie ed imprese, solo così si annullerà la disoccupazione. Per riprogettarlo non basta la buona volontà: occorre fornire agli imprenditori le conoscenze per farlo. Queste conoscenze esistono e sono le conoscenze di strategia d’impresa. Esse permettono di individuare fino a  che punto occorre rivoluzionare e forniscono una guida per farlo.
Punto.
Complicato? Purtroppo sì! Perché dobbiamo ammettere che non arriverà nessun Godot a salvarci. E’ inutile che ci illudiamo che esiste un uomo (o donna della Provvidenza) che ci salverà. Se vediamo qualcuno all’orizzonte che non siamo noi stessi, non illudiamoci, non è Godot. L’unico Godot che possiamo attendere siamo noi stessi
Vogliamo cominciare da noi?