"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 26 febbraio 2017

Innovino gli altri: l’economista e i taxisti

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per taxi

Come sempre non citiamo le persone il cui pensiero critichiamo. Citiamo solo quelle a cui riconosciamo buone idee. Per dare loro il giusto merito. Questa volta parlo di un economista e dei taxisti …

Un noto economista dichiara che il Governo ha ceduto ai taxisti. In questo modo frenando l’innovazione tecnologica che sta cambiando la nostra vita, distrugge lavori e sembra crearne pochi altri … E pensa che una soluzione per i poveri taxisti destinati a perdere il lavoro sia seguire l’idea di Bill Gates: invece dei robot tassiamo Uber così aiutiamo i taxisti a sostenere il debito delle licenze, a campare e riciclarsi.
Non entro nel merito dei taxisti, anche se posso immaginare come possa evolvere la loro professione verso i servizi, magari supportati dalle tecnologie.

Entro nel merito dell’innovazione. Credo che il nostro economista abbia una visione piuttosto limitata della innovazione. L’innovazione più rilevante non saranno le tecnologie digitali. L’innovazione più rilevante sarà quella nella Conoscenza. Un primo esempio, nel piccolo: una più seria comprensione dei limiti delle tecnologie digitali. Un secondo esempio, più nel grande. Saranno le diverse scienze, così come ce le ha portate il Novecento ad essere rivoluzionate. L’economia, in primis che sta accoppiando arroganza politica con inconsistenza scientifica. Morale: saranno gli attuali economisti a perdere il lavoro, con una probabilità di evolvere da qualche parte inferiore a quella dei taxisti.

mercoledì 9 marzo 2016

L’innovazione tecnologica non è una strategia

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com  luciano.martinoli@gmail.com




E’ opinione comune che l’innovazione sia un modo per migliorare le prestazioni aziendali, in altri termini che sia una precisa strategia. La convinzione discende probabilmente dai successi di aziende tecnologicamente avanzate che, grazie all’uso di esse, sono riuscite a realizzare prestazioni spettacolari.
Vari osservatori, e recenti tendenze di mercato, contraddicono questa convinzione, almeno la sua generalizzazione. 

venerdì 14 novembre 2014

Più tecnologia = meno occupazione? Il problema è da un'altra parte

di
Luciano Martinoli


Un articolo apparso su un inserto del sole24ore di qualche giorno fa ripropone un tema che appare frequentemente nel dibattito sociale ed economico: l'aumento della tecnologia riduce l'occupazione e i prezzi dei beni.
E' un'affermazione senz'altro vera i cui effetti sono già stati visti in passato ma, sostenendo questa tesi, si denuncia una visione miope sul fenomeno: la tecnologia crea anche nuove opportunità, di prodotti e di lavoro.

lunedì 20 ottobre 2014

Crisi di significato. Prima puntata

di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com francesco.zanotti@gmail.com




Il sistema delle imprese, nella società industriale, ha avuto come mission (ovviamente individuabile solo oggi, ex post, una mission emergente) quella di soddisfare le esigenze “igieniche” (cioè di sopravvivenza materiale) di grandi masse di popolazione. Impresa compiuta, almeno nelle società occidentali. Ma l’aver avuto successo sta generando l’esigenza di qualcosa di nuovo, sia nelle società occidentali e sia nel resto del mondo.
Come a dire che l’attuale sistema delle imprese sta esaurendo la sua funzione storica.
L’indicatore fondamentale con cui misurare l’intensità di questo fenomeno di degenerazione è la noia …

Nelle società occidentali …
La noia, come preconizzava Moravia, è forse il sentimento più tipico della fase avanzata della società industriale … Specularmente, la perdita della capacità di suscitare stupore è il problema del nostro sistema imprenditoriale perché genera la noia dei … clienti ...

Prodotti che interessano sempre meno
Il soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza ha fatto emergere nelle persone esigenze di autorealizzazione sempre più sofisticate. Detto diversamente, sta emergendo una nuova antropologia (il desiderio di una modalità di vita e di socialità diverse) che sta generando una deriva di significato e di funzionalità dei beni prodotti dalla società industriale: da un’intensa esistenzialità ad una poco interessante funzionalità. Questa deriva di significato e di funzionalità si porta dietro, ovviamente, una deriva di valore: parallelamente al perdere di significato e di funzionalità i prodotti perdono di valore.

Provo a descrivere brevemente questa perdita di significato e funzionalità.
Queste derive di significato e, quindi, di valore sono in atto da tempo. Esse sono state, fino ad oggi, mascherate (sempre più intensamente negli anni scorsi, fino al raggiungimento del loro culmine negli anni ’80) dal continuo arricchimento dei prodotti della società industriale, soprattutto di consumo, attraverso l’innovazione tecnologica, stilistica, comunicazionale e prestazionale. Questo arricchimento è riuscito a fare diventare molti di questi prodotti simboli di stili di vita desiderabili, tanto che acquisirli ed esibirli è diventato strumento di posizionamento e riscatto sociale. Il mascheramento ha funzionato così bene da creare una bolla artificiale di consumi.

Lo scoppio della bolla finanziaria ha generato, quasi per risonanza, anche lo scoppio di questa bolla di consumi della cui esistenza vi erano solo vaghe (e troppo ideologiche per essere diffusamente condivise) percezioni. Ed è stato uno scoppio “completo e irreversibile”. Le persone hanno iniziato seriamente a demitizzare i prodotti fino a farli tornare al loro significato funzionale. Ma non si sono fermate a questo: ne hanno ridimensionato anche la funzione perché molte prestazioni che sembravano indispensabili si sono rivelate esserlo sempre meno.
E’ apparsa di questi prodotti tutta l’artificialità.
Insomma, lo scoppio della bolla finanziaria ha fatto scoppiare anche la bolla di senso della società industriale.

Mille fenomeni stanno a testimoniare della progressiva perdita di significato e di valore del “sistema di prodotti” della società industriale.

Il primo di questi fenomeni è il crescente ruolo e successo dei saldi. Esso sta chiaramente ad indicare che sempre più persone pensano che molti prodotti, soprattutto di vestiario, siano sopravvalutati. E li comprano solo, quando, attraverso i saldi, ridimensionano il loro prezzo.

Altro fenomeno rivelatore è l’esplosione degli outlet che stanno isolando l’acquisto in luoghi artificiali, completamente sganciati dalla socialità comunitaria che caratterizzava i negozi di prossimità. Quasi ad indicare che l’acquisto sta diventando quasi un mestiere, inevitabile, ma non così carico di significati relazionali.


Ma il fenomeno più rivelatore colpisce quello che forse è il settore trainante di tutto l’attuale sistema industriale: il settore dell’auto.

venerdì 22 agosto 2014

Sfide non percepite, per non parlare di auto

di
Francesco Zanotti



Leggo sul Sole24Ore di oggi un articolo di Carlo Bastasin che, almeno, ci prova.
Parla dei problemi delle banche centrali, ma poi ammette: sullo sfondo ci sono problemi che sovrastano la politica monetaria. E, secondo Bastasin sono: l’invecchiamento della popolazione, i dubbi sulla portata delle future innovazioni tecnologiche, la minore capacità di inclusione delle economie aperte.
Ci prova, ma spara basso. Spara conservatore.
L’invecchiamento della popolazione potrebbe essere non un problema, ma una grande ricchezza se solo si capisse che le persone più anziane non hanno solo esperienza (che potrebbe essere un limite), ma anche una capacità cognitiva che ai giovani fisiologicamente manca: la capacità di elaborare immagini e progetti complessivi. E, in un mondo sempre più complesso, si tratta di una capacità decisiva.
Le future innovazioni tecnologiche. Dipende da quali sono le innovazioni tecnologiche a cui si riferisce. Se sono le solite e noiose “tecnologie digitali”, allora il dubbio è legittimissimo. Ma il vero progresso sarà costituito dalle tecnologie che deriveranno da quella nuova scienza che sta emergendo e che è profondamente non digitale. E’ topologica, quantistica.
La capacità di inclusione. Io credo che occorra attivare capacità di inclusione reciproca (di esistenzialità, di culture, di etiche), in modo da creare non solo una nuova economia, ma anche una nuova società.
E’ ovvio che se si rimane nella visione di Bastasin, la soluzione è nella crescita economica (la crescita di questa economia) e le “politiche sociali” per aumentare una capacità di inclusione che sa molto di voglia di clonazione del nostro modello economico e sociale.

Ma il nostro modello economico e sociale ha perso di significato esistenziale e di funzionalità. Non lo possiamo rivitalizzare.
Un solo esempio: i prodotti proposti dalle nostre industrie interessano sempre meno. Un esempio nell’esempio: l’auto. Si dice che il mercato dell’auto cresce negli USA. Certo: si concedono mutui per comprare auto, quasi a tutti. E poi si cartolarizza. L’auto non è un bene appetibile, ma una occasione per fare finanza drogata.


mercoledì 4 giugno 2014

La maledizione del capannone

di
Francesco Zanotti


Questo post ha l’ambizione di essere un micro elzeviro …
Non si contano le imprese che sono fallite o sono in profonda crisi a causa di capannoni che hanno costruito e che non hanno saputo o non sanno pagare.
Colpa della crisi? No: causa della crisi.
Troppi capannoni sono stati costruiti senza alcuna progettazione strategica. Cioè senza rispondere alla domanda: il mio posizionamento strategico mi permette, mi richiede un nuovo capannone?
Si sono costruiti capannoni su speranze ingenue, su sogni di gloria banali, per autorappresentazioni infantili.
Ah …, ma cosa è il posizionamento strategico e che differenza c’è con il posizionamento competitivo? Chiedetelo a tutti gli imprenditori che investono o che hanno investito in capannoni. Se non lo sanno, avrete scoperto la causa della crisi. Sta in un sistema imprenditoriale che cerca disperatamente di conservare il passato. Anche se qualche volta cerca di mascherare la voglia di conservazione dietro foglie di fico come l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione.
Il problema non è di cercare miglioramenti marginali o ipotetici nuovi mercati ai prodotti attuali. La crisi la si supera immaginando nuovi mondi. E la misura se stiamo immaginando nuovi mondi è data dal proprio posizionamento strategico.


sabato 11 gennaio 2014

Credit Crunch: finanziare risorse cognitive

di
Francesco Zanotti


Bankitalia ha annunciato che nel mese di novembre (2013, ovviamente) le banche hanno ridotto i finanziamenti alle imprese del 6%.
Sul Sole 24 Ore non ho trovato accenno alla vera natura del problema. Proviamo a riproporlo con una domanda: ma che se fanno le imprese dei prestiti?
Li usano per sopravvivere fino a quando finirà la crisi? Bene, per loro la crisi non finirà mai. Le imprese che stanno aspettando la fine della crisi non sono imprese, ma burocrazie produttive che vogliono continuare a fare le cose che hanno sempre fatto. Non è possibile mantenere burocrazie produttive: troppo costose. Si dia lo stipendio a tutti perché nessuno deve essere messo nei guai, ma almeno non accolliamoci come collettività anche il costo del continuare a produrre cose inutili. Servono invece a internazionalizzarsi, a migliorare i processi a fare innovazione tecnologica, a costruire imprese reti? Bene, in questo caso gli diamo i soldi? La mia riposta è: boh? Dipende. Queste strategie così osannate (a rischio di retorica) permetteranno alle imprese di aumentare nel futuro la loro capacità di produrre cassa o no? Questa strategie non sono magiche: basta adottarne una e ne seguiranno le “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.
Arriviamo al dunque: per decidere se dare soldi alle imprese occorre valutare il loro Business Plan, fino ad assegnare un rating non alle imprese, ma ai loro Business Plan. Questi Business Plan devono illustrare come si vuole cambiare l’identità strategica delle imprese (definizione del business e posizionamento strategico), se e come questo cambiamento permetterà loro di generare cassa, in un modo che oggi non sono in grado di fare, e quali sono le probabilità che riescano a realizzare i cambiamenti descritti.
Leggo (sempre sul Sole 24 Ore) “le famiglie imprenditoriali hanno esaurito la loro capacità di investire”. Ecco questa è una delle più chiare evidenze che non si è capita la natura del problema. Se si è investito, ma questo investimento non ha generato una nuova capacità di generare cassa, tale da permettere un costante autofinanziamento, allora si è trattato di un investimento sbagliato. Quando si investe, si possono anche fare gli investimenti sbagliati. Vorrei vedere i Business Plan che hanno giustificano questi investimenti … probabilmente non sono stati redatti. E l’investimento è finito in qualche capannone destinato a rimanere sotto utilizzato o in qualche macchina che avrebbe dovuto sostenere un aumento di produzione che non c’è stato e che, probabilmente, non avrebbe potuto esserci.

Ma se le imprese non hanno Business Plan che spiegano a cosa servono i soldi e dimostrano che quello che vogliono fare genererà un aumento significativo della capacità di produrre casa? Allora aiutiamole a farlo.
Forniamo loro le conoscenze e le metodologie per farlo. Le migliori conoscenze e metodologie al mondo per farlo. Chiediamo alle banche di finanziare Business Plan, piuttosto che chiedere di finanziare strategie di moda o, peggio, sopravvivenze impossibili. E con un Business Plan alto e forte chiediamo loro di investire nel realizzarlo. Chiediamo alle banche ed usiamo tutte le altre potenzialità di investimento.


domenica 29 dicembre 2013

La ripresa è: Progetti Strategici che cambiano la vita …

di
Francesco Zanotti


… e generano flussi di cassa.
Allora cominciamo col dire che quello che genererà la ripresa sono i Progetti di Futuro delle imprese. Non potrà accadere che la ripresa si generi da sola. E tutti potranno continuare a fare tranquillamente quello che hanno sempre fatto.
Come dovranno esser fatti questi Progetti di Futuro?
Cominciamo a fare esempi di cosa non dovranno contenere. Non dovranno essere fondati sulla riduzione dei costi, sperando così di ridurre i prezzi e poter vendere di più. Se un imprenditore sa solo ridurre i costi è sconfitto in partenza. Non dovranno cadere alla lusinga di una internazionalizzazione che faccia vendere cose che negli attuali mercati non si vendono: non si venderanno neanche negli altri. Non dovranno cedere alla moda delle reti a tutti i costi. Anzi, fatte apposta nella speranza di ridurre i costi, ma lasciando tutto il resto invariato.
Dovranno essere progetti che cambiano radicalmente le convinzioni e la vita. Di chi li immagina e di coloro che ne dovranno comprare i prodotti o servizi. Se pensare che qualche copiabile innovazione tecnologica o furbizia di marketing possa risollevare la vostra impresa, sbagliate.
Sono progetti che cambiano le convinzioni e la vita potranno generare nel futuro flussi di cassa.
Come fare a sviluppare questo tipo di progetti? E quasi banale a dirsi: usate le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa più avanzate.
Sì, investite in conoscenza e progettualità come moltiplicatori del vostro spirito imprenditoriale che non può più essere imbrigliato da nessuna strategia precostituita e standardizzata: dalla innovazione tecnologica, alla internazionalizzazione, all'impresa rete, alle razionalizzazioni organizzative. Tanto meno da corsi di formazione tenuti da ex manager.
Imprenditori, tornate alla vostra voglia di cambiare il mondo. E’ la cosa di cui abbiamo più bisogno. E vedrete che, così facendo, tornerete a generare cassa.


sabato 22 settembre 2012

Cosa accadrà se le classi dirigenti non cambiano le risorse cognitive di riferimento …


di
Francesco Zanotti

La premessa è che noi siamo le nostre risorse cognitive.
Noi guardiamo quella parte di mondo che le nostre risorse cognitive ci permettono di vedere. Tutto il resto si sfugge.
Quali sono oggi le risorse cognitive di riferimento? Sostanzialmente lo schema della competizione. Sì la competizione è uno schema cognitivo, non una realtà assoluta del mercato. Dietro lo schema della competizione vi sono scelte filosofiche del tutto inconsapevoli che forse sarebbe meglio che chi le usa inconsciamente le consapevolizzasse …  ma è una speranza vana.
Ad ogni modo, se si continua ad usare lo schema della competizione cosa accadrà?
Le previsioni sono facilissime.
Le grandi imprese diverranno istituzioni che si sosterranno solo grazie a qualche forma di aiuto esterno (sovvenzioni statali, protezioni e simili). Fino a quando non diverranno socialmente o ambientalmente insopportabili. Una grande fetta delle PMI chiuderà perché gli aiuti esterni non saranno possibili.
Le medie imprese di successo continueranno a sopravvivere, ma la loro capacità di produrre cassa andrà a calare. Anche le imprese di punta, come quelle della moda andranno, forse più lentamente, ma inesorabilmente, verso la morte competitiva che è scadenzata prima dalla diminuzione della capacità di produrre cassa, poi dalla riduzione dell’utile e da ultimo della riduzione del fatturato.
Le start-up saranno sempre marginali.
Innovazione tecnologica, se rimarrà all’interno dello schema della competizione, accelererà solo il processo di morte competitiva.
Il sistema bancario sarà quello che pagherà complessivamente la situazione vedendo aumentare le sofferenze a livelli insostenibili.
Ma quale altro schema esiste oltre a quello della competizione? Il problema è grave proprio perché si considera naturale porre questa domanda: non si riesce a vedere nulla al di là della competizione. Lo schema della competizione si è andato formando e consolidandosi nel tempo escludendo tutti gli altri in un drammatico circolo vizioso di teoria e prassi. Così oggi la competizione è diventata l’unica realtà vissuta e pensabile. In realtà esistono mille altri schemi possibili …
Lunedì sarà reso disponibile sul blog un documento che descrive lo schema dell’imprenditorialità aumentata.



martedì 28 agosto 2012

Lettera aperta a Paolo Del Debbio … Senza colpa, ma inconcludente


Anche un segnale di profonda impotenza ...

Egregio dottore,
Mi riferisco alla sua trasmissione di ieri sera che, pur animata dalla sua passione e sensibilità sociale, si è conclusa con il nulla. Solo accuse e rivendicazioni …
Come si sarebbe dovuta concludere? Con le indicazioni di un Grande Progetto da tutti condiviso, emozionante, mobilitante. Tanto da iniziare a dividersi i compiti da fare … Illusione? No! Glielo dimostro provando a descriverle un grande progetto immediatamente realizzabile. Salvo la volontà.
Il punto di partenza devono essere le imprese. Converrà che o le imprese guadagnano (diciamo più tecnicamente producono cassa), oppure tutti i problemi rimangono insolubili … Non c’è occupazione, non c’è acquisto non ci sono tasse.
Bene allora l’obiettivo da perseguire è che le imprese ricomincino a guadagnare molto. Poi discuteremo come distribuire questo guadagno. Ma se non c’è, tutto diventa inutile.
Bene, come si fa a far si che le imprese riprendano a guadagnare? Per rispondere a questa domanda andiamo a dare una occhiata alle imprese che oggi continuano a guadagnare: cosa le distingue? Le distingue un differenziale di identità: vendono prodotti migliori di quelli dei concorrenti e sanno produrli meglio. Le imprese che non guadagnano hanno perso questo differenziale di identità. E cerano di ricostruirlo con un'arma esiziale: la riduzione di prezzo. Esiziale perché è l’arma più “copiabile”. E se tutti la usano si scatena un perverso circolo vizioso.

Allora, per far aumentare la produzione di cassa delle imprese (uso questa espressione, invece di quella più generica di “guadagno”) occorre che queste riprogettino la loro identità strategica (quello che vendono) e la loro identità organizzativa (il modo in cui lavorano).

Ma questo è possibile?
Sì, perché nel mondo stanno emergendo mille potenzialità per definire nuove identità. Ma a queste potenzialità si risponde con la conservazione. Facciamo due esempi di questo rifiutare l’innovazione per la conservazione: uno eclatante ed uno più tecnico.

L’esempio eclatante è quello della FIAT. Il suo successo è stato generato dal proporre sul mercato auto che avevano un profondo significato “esistenziale”: erano una proposta a quei tempi praticabile per aumentare le possibilità di trasporto individuale. Oggi è necessaria una nuova modalità di trasporto individuale per due ragioni pesantissime.
La prima è che l’esigenza crescente di mobilità individuale (per tutti i popoli della terra) non può essere soddisfatto dal tipo di auto che si costruisce oggi. Infatti, ad esempio, le nuove generazioni vogliono una mobilità mondiale e non provinciale come le generazioni precedenti. E considerano sempre meno l’auto come strumento di autorealizzazione.
La seconda è che, anche se si volesse provare a proporre questo tipo di auto, ci si scontrerebbe con una crescente problematicità ambientale.
La FIAT però, invece di ricercare una nuova modalità di trasporto individuale, cerca sostanzialmente di fare lo stesso tipo di auto in modo più efficiente con qualche innovazione tecnologica e stilistica. E, per fabbricare queste auto dalla innovazione molto superficiale, non trova di meglio che copiare l’organizzazione del lavoro dei concorrenti. Mentre esiste una nuova cultura organizzativa che, a quanto sembra, le è totalmente sconosciuta, ma che potrebbe permetterle un salto di qualità in efficienza ed efficacia produttiva rispetto ai concorrenti.

L’esempio più tecnico è quello delle piccole e medie imprese fornitrici di semilavorati. Oggi esse, invece di diventare promotrici di innovazione presso i produttori finali, si combattono a colpi di sconti.

Cercando una sintesi: il problema della perdita della capacità di produrre cassa è causato da un rifiuto verso l’innovazione profonda.

L’innovazione tecnologica rischia di essere una pietosa illusione. Se non si vuole modificare l’identità profonda delle imprese, si immagina che l’innovazione tecnologica possa permettere di continuare a “far funzionare” l’identità del passato. Forse in qualche modo l’innovazione tecnologica può fare anche questo. Ma non è risolutivo: può venire immediatamente copiato dai tecnici dei concorrenti.

Come permettere alle imprese di vincere la sfida dell’innovazione profonda? Fornendo sia alle imprese sia alle banche, che ne sono il riferimento e il sostegno fondamentale, nuove risorse cognitive per riuscire a individuare i segni, abbondantissimi, di nuovi e futuri mondi possibili. Nuove risorse cognitive per saper progettare concretamente nuovi mondi possibili.

Con queste nuove risorse cognitive le imprese riusciranno a sviluppare progetti di impresa profondamente innovativi che aumenteranno la loro capacità di produrre cassa.

Queste nuove risorse cognitive dovrebbero essere fornite dalle banche che dovrebbero usarle per valutare i nuovi progetti di impresa.

Ma quali sono queste nuove risorse cognitive?

Facciamo un esempio. Oggi lo schema di riferimento di tutti è la competizione. Esso costringe a guardare ai concorrenti e cercare competitività. Se si usasse lo schema di riferimento della creazione di nuovi mondi, invece che ai concorrenti si guarderebbe ai segni del tempo futuro e si progetterebbe come “sfruttarli”, magari proprio insieme ai propri competitors che non sono solo i concorrenti, ma tutti coloro che operano all’interno della catena di valore nella quale è impegnata l’impresa.

Ma è proprio solo un esempio. Oggi sono disponibili mille nuove risorse cognitive che non vengono in nessuno modo usate e potrebbero essere decisive per scatenare la voglia e la prassi di progettazione di nuovi mondi. In generale, queste nuove risorse sono costituite da nuove conoscenze di strategia d’impresa e di organizzazione che sono del tutto sconosciute alle attuali classi dirigenti economiche. Sono state usate, anche se in forma embrionale ed intuitiva dalla classe imprenditoriale (non solo economica, ma anche sociale, politica e culturale) che ha costruito questo paese dopo la guerra.

Trasmissioni come la sua potrebbero proporre l’esistenza e diffondere queste nuove risorse cognitive e stimolare le classi dirigenti a definire progetti per diffonderle ulteriormente e farle usare diffusamente. Immagini se alla sua trasmissione fossero stati presenti Marchionne e qualche banchiere importante ai quali si sarebbero proposte queste idee … In mezzo ad interlocutori politici e sociali che avrebbero potuto scoprire il problema del rifiuto dell'innovazione, dell'ignoranza di mille conoscenze … Sarebbe certamente un passo importante per sviluppare socialmente un grande progetto per fornire al sistema imprenditoriale e finanziario italiano nuove risorse cognitive per progettare un nuovo mondo.
La ringrazio per l’attenzione. Mi consideri a disposizione per ogni approfondimento.


martedì 31 luglio 2012

Solo ricerca industriale?


di
Francesco Zanotti

Oggi sul Sole 24 Ore Renato Ugo ripropone una tesi oramai condivisa, anche se non praticata: sostenere la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. La ripropone appunto perché non praticata.
Ora, al di là di qualche obiezione che si può fare a questa tesi (ad esempio: generica. A quale tipo di ricerca scientifica fa riferimento?), mi sembra che sarebbe importantissimo sostenere che sarebbe importante almeno un altro tipo di ricerca: la ricerca organizzativa.
Tutti riconoscono che una impresa non è una macchina di Turing che “calcola” in maniera univoca l’output in funzione dell’input. Ma è (almeno) un sistema socio-tecnico. Oppure, usando un’altra espressione è fatta da una parte formale (Turing Like,) e da una parte informale.
Ora questa dimensione informale ha un impatto rilevante sull’efficienza dei processi e la qualità dei prodotti. Quindi, usando il linguaggio corrente, ha un importante ruolo competitivo. Ma di questa dimensione sappiamo pochissimo: non esiste una “teoria” condivisa né da cosa sia fatta, né da come si sviluppo, né da come si governa.
Ci culliamo tutti dietro la tesi, ovviamente scioccherella, che tutto è stranoto. E quello che è stranoto è costituito dal così detto “sistema Toyota”. Ma è uno stranoto ... strabanale. Che sta facendo danni rilevanti soprattutto alla nostra FIAT: le sta creando conflitti e distruggendo competitività.
Aggiungiamo allora alla ricerca scientifica la ricerca organizzativa che serve, dopo tutto, a dare senso alla ricerca scientifica e tecnologica.