"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta NYT. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NYT. Mostra tutti i post

lunedì 22 agosto 2016

Le radici profonde dei mali del sistema bancario italiano (e non solo)

di
Luciano Martinoli


Il New York Times del 18 agosto lo titola in maniera molto chiara: Le banche italiane continuano a prestare soldi ad aziende immobili (stagnant) mentre la pila dei debiti si accumula.
La notizia prende spunto dalla linea di credito concessa a Feltrinelli da Unicredit e Intesa per un totale di 50 milioni di euro (alle migliori condizioni di mercato). ricordando che l'azienda ha messo in fila tre anni di seguito di perdite per un totale di quasi 11 milioni di euro. Pare che lo stesso trattamento di favore sia stato riservato a Benetton. 

Da tempo indicavamo ripetutamente che il problema dei crediti deteriorati doveva essere affrontato a monte, altrimenti una volta smaltiti si sarebbe ripresentato. Ora se ne è accorto anche il prestigioso quotidiano americano che cita uno recente studio dal quale si evince che le principali banche italiane, "note per essere le più deboli dell'eurozona in termini di riserve di denaro" cita testualmente l'articolo, hanno incrementato i loro prestiti alle aziende più in difficoltà del paese. 

A rincarare la dose viene citato anche il Fondo Monetario Internazionale che stima la dimensione dell'ammontare dei cattivi prestiti italiani in 360 miliardi di euro, cioè circa un terzo del totale dell'eurozona, affermando che qualsiasi miglioramento della situazione debitoria sarà di breve durata.

La ricerca conclude che "al cuore del problema vi è un legame del credito bancario inerte ad aziende inerti che ha "tenuto il coperchio" sulla ripresa della economia italiana". Il fenomeno richiama alla mente il ciclo di prestiti zombie giapponese iniziato nel 1990, così chiamato perchè teneva in vita aziende che, in assenza del sostegno bancario, sarebbero morte (dunque senza capacità autonome di sopravvivenza; situazione che avevamo già evidenziato in un nostro post precedente).

Che dire di più se non ripetere ciò che da sempre sosteniamo (e che recentemente abbiamo riassunto in uno scenario di sviluppo del sistema bancario)?

Le banche, e non solo quelle italiane, devono imparare a capire se i loro soldi produrranno quei flussi di cassa che consentiranno sia di remunerare il loro servizio sia di sviluppare le aziende. E' lì che si annida il nodo gorghiano da sciogliere per risolvere tutti i loro problemi; npl, redditività, valutazione di borsa, esuberi personale, ecc.
Il loro business, di limitarsi a valutare merito di credito passivamente, è lo stesso del millennio scorso: obsoleto e dunque inadeguato al nuovo contesto economico, come d'altronde le loro prestazioni dimostrano. Esse devono passare a stimolare e giudicare in autonomia, non attraverso relazioni o agenzie di rating,  quella progettualità strategica che è l'unica strada per valutare il possibile sviluppo di chi prende i loro soldi (che poi, alla fine, sono pure i nostri). 

Parlare di altro, come colpevolmente si ostinano a fare la politica, il sistema bancario stesso e i media, è solo un modo per rimandare i veri problemi alla radice della nostra situazione economica e tenere il coperchio su questa vergognosa non volontà, o incapacità, di affrontarli. 


mercoledì 9 marzo 2016

L’innovazione tecnologica non è una strategia

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com  luciano.martinoli@gmail.com




E’ opinione comune che l’innovazione sia un modo per migliorare le prestazioni aziendali, in altri termini che sia una precisa strategia. La convinzione discende probabilmente dai successi di aziende tecnologicamente avanzate che, grazie all’uso di esse, sono riuscite a realizzare prestazioni spettacolari.
Vari osservatori, e recenti tendenze di mercato, contraddicono questa convinzione, almeno la sua generalizzazione. 

giovedì 11 febbraio 2016

Banche al tramonto?

Colonne d'Ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di "fondamentali"
dell'economia e della finanza migliori (o uguali?).

di
Luciano Martinoli



Da tutte le borse mondiali arrivano segnali di sfiducia, seppur altalenanti, verso le banche. E questo nonostante le prestazioni di alcuni campioni del settore, a parte alcune eccezioni, siano ottime; dalla nostrana Unicredit (1,7 miliardi di utili) alla Citigroup americana (17 miliardi di dollari di profitto l'anno scorso).
Perchè?

venerdì 29 agosto 2014

La pericolosa cecità della finanza (e delle imprese)

(il caso dei titoli di debito aziendali)
di
Luciano Martinoli



Economia reale e Finanza devono mettersi in testa alcune cose.
La prima: esiste una metodologia rigorosa e comprensibile per descrivere il business di una impresa e la sua evoluzione. Una modalità rigorosa per costruire progetti di sviluppo di una impresa che, per convenzione, definiamo Business Plan.
La seconda: esiste una metodologia di valutazione dei Business Plan che viene definita “Rating di un Business Plan”.
Queste metodologie non scendono dal pero, ma sono il risultato dell’utilizzo delle più avanzate conoscenze di strategia d’impresa.
Se economia e finanza vogliono costruire un’alleanza di sviluppo, invece di farsi mantenere, le imprese, o costruire bolle, la finanza, allora queste metodologie devono usare.

A sostegno di questa mia tesi, che è il fondamento delle proposte di questo blog, e ad illustrazione dei danni che il non accettare le proposte di questo blog può causare,  vi propongo l'analisi di tre recenti casi.

Qualche settimana fa sul giornale online Linkiesta è apparso un articolo che si interrogava sull'uso dei minibond a partire dal caso Guala Closure, un'azienda pavese che nel 2012 ha lanciato un'offerta di debito e che oggi delocalizza in Polonia mettendo a rischio posti di lavoro locale dopo aver utilizzato, presumibilmente, anche risparmio locale per l'operazione finanziaria. 
La tesi centrale è la seguente:

"L’obiettivo di canalizzare fondi e risparmi italiani su imprese italiane che investono potrebbe scontrarsi - come in questo caso - su decisioni di investimento che portano via il lavoro dall’Italia, perché la multinazionale, tascabile o no, deve ragionare su uno scacchiere geografico dove i vincoli e i costi sono molto diversi. Quindi da un lato si alleggerisce la posizione delle banche italiane (che da Guala volevano uscire…) ma non si creano sempre opportunità in Italia. È il mercato, bellezza."

Eh no, è l'ignoranza, bellezza, altro che mercato!
Se infatti tutti gli stakeholder conoscessero la Strategia d'Impresa, come sanno parlare di calcio, il legislatore avrebbe imposto alle aziende che vogliono usare pubblico risparmio la pubblicazione dei loro Business Plan usando lo stato dell'arte delle tecnologie di merito (come già richiede per altri ambiti). Le amministrazioni locali, ma anche i sindacati, leggendoli avrebbero ben chiari gli intenti aziendali e si mobiliterebbero ben prima, e non dopo a buoi scappati, per manifestare le loro istanze e le loro preoccupazioni. 
Lamentarsi dopo e affidarsi alla fatalità (E' il mercato, bellezza!) è esercizio di pavidi e/o ignavi.

Ancora su Linkiesta un articolo sul pericolo che lo stato si trasformi in Hedge Fund a partire dalla possibilità che un gestore possa chiedere la copertura parziale del suo portafoglio di minibond allo Stato attraverso il fondo di garanzia delle PMI. L'analisi delle tecniche finanziarie, e di cosa può comportare, è ben illustrata e motiva un rischio reale il quale però può essere scongiurato solo attraverso una analisi del sottostante: un giudizio (Rating) sui business plan che giustificano quel portafoglio.
Ancora una volta: vengono redatti i Business Plan secondo le migliori tecnologie di Strategia d'Impresa? Perchè non viene imposto a chi emette minibond di pubblicare i BP invece della ridicola e inutile domanda di ammissione piena di banalità e ripetizione? Il ministero, attraverso il fondo di garanzia delle PMI, è attrezzato per emettere un giudizio (effettuare un rating) sui BP?
In difetto i rischi illustrati dall'articolo sono reali e lo Stato si renderebbe ancora una volta complice, causata dalla sua ignoranza, dello sperpero di risorse pubbliche.

Se questo è quanto accade nel nostro paese, cosa succede in quello che viene considerato il mercato finanziario più avanzato e grande del pianeta?
E' notizia di questi giorni (si legga articolo del NYT) di importanti decisioni della SEC proprio su questo merito.
In ritardo di 6 anni dal cataclisma finanziario, generato da quello stesso mercato che dovevano sorvegliare, hanno imposto la cosa più ovvia sui più probabili veicoli di "tossicità" finanziaria (gli ABS): la descrizione di cosa c'è dentro, come si fa "sulle etichette del cibo e i medicinali che descrivono la lista gli ingredienti".
Un passo avanti importante, anche se tardivo, ma anche loro rimangono al palo come rivela una consulente finanziaria al termine dell'articolo: "Se stai valutando un merito di credito devi capire i crediti sottostanti. Questo è un buon passo importante nella giusta direzione, ma come si applica?"
La risposta è la stessa di prima: con le conoscenze in materia, quelle della Strategia d'Impresa e, in questo caso, con tecniche di Rating di BP:

Spero allora sia evidente, arrivati a questo punto, che la necessità di dotarsi di queste conoscenze (e dei conseguenti strumenti), non sia quella di un miglioramento marginale alle pratiche di business corrente ma, ben più importante, il necessario progresso della nostra economia: in che direzione e come svilupparla perchè da essa dipenderà se vogliamo, come lo è stato finora, la nostra società.