"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 4 dicembre 2016

Che fine hanno fatto le "persone"?

di
Luciano Martinoli


Il recente "vulnus" della riforma delle Banche Popolari, insieme ad altri avvenimenti poco noti della vita sociale ed economica, fa emergere prepotentemente un interrogativo: ma chi si occupa più delle persone, noi tutti, come soci di aziende, clienti, esseri umani?

E' notizia di ieri che il Consiglio di Stato ha sospeso in parte le disposizioni attuative della Banca d’Italia riguardo la riforma delle Banche Popolari. In particolare si tratta, tra altri aspetti, della possibilità di consentire alle popolari di inserire una clausola nello statuto con la quale il rimborso per chi esercita il recesso «può essere limitato o rinviato in tutto o in parte senza limiti di tempo». Uno svarione che ha generato il rischio di incostituzionalità di alcuni aspetti della riforma e alla quale la circolare della vigilanza ha dato semplicemente attuazione.
Come è possibile che il legislatore prima, il governo e il parlamento, e l'attuatore poi, la Banca d'Italia, non abbiano tenuto in considerazione il diritto dei singoli soci?

venerdì 23 settembre 2016

Dove mette i nostri soldi il piano del Governo per l'Industry 4.0?

di
Luciano Martinoli


Considerazioni sul recente piano del Governo per l'incentivazione degli investimenti per realizzare il paradigma Industry 4.0: incentiva le cose davvero "giuste"?

Su ilsole24ore di oggi vi è un commento del prof. Barba Navaretti sul piano appena annunciato dal Governo. Plaude, e io con lui, la scelta di una incentivazione "orizzontale", atipica nella tradizione di politica industriale del nostro paese, che certamente supererà il problema di come evitare di puntare sui "cavalli sbagliati". Non condivido invece l'approvazione per il criterio di incentivazione adottato, quel "cosa", rispetto a "chi", che è riassumibile in: ricerca e sviluppo, investimenti in macchinari e supporto alle pmi e start-up innovative. L'autore individua in queste misure la possibile modalità con la quale uscire dallo "schiacciamento" del nostro settore produttivo effettuato "dal basso, dai produttori low cost dei paesi emergenti, e dall'alto dalle produzioni high tech dei nostri concorrenti avanzati".

Questa ultima affermazione fa emergere il sospetto che l'autore si riferisca solo a come ottenere una migliore efficienza della produzione, dubbio subito risolto quando parla immediatamente dopo di "fabbriche competitive", cioè: come fare le stesse cose che fanno gli altri a meno!
Ritengo che il problema, come spesso ricordiamo da queste pagine virtuali, non sia la scelta tra low cost, che non ci possiamo permettere, e high tech, che potrebbe risultare sterile e fine a se stesso. La soluzione è creare il top meaning, il massimo dei significati, l'Alto di Gamma (come amano definirlo in Bocconi), o quel rinnovamento imprenditoriale, come piace chiamarlo a noi, che è innanzitutto di significato e solo dopo riguarda il come produrlo. Abbiamo bisogno di aziende che creino significati in tutti i settori, come la Ferrari nelle auto, ma anche la Brugola nei sistemi di fissaggio, la Nutella di Ferrero, Grom nei gelati, e tanti altri che, purtroppo, sono ancora troppo pochi.
E' da stimolare questa imprenditorialità, dargli una forma compiuta e comprensibile, fargli fare un salto di qualità allo scopo di concentrare su essa, e stimolare gli altri a fare lo stesso, gli investimenti "implementativi" (R&D, macchinari e supporti finanziari).

In assenza di questa capacità di visione del sottostante, il rischio è fornire supporti a chi fallirà non perchè non fa ricerca o non realizza l'Industry 4.0, ma perchè fa ricerca e usa Industry 4.0 per cose che non interessano più a nessuno.

Come si fa a scongiurare questo pericolo? 
Come sempre ripetiamo, attraverso la predisposizione e l'opportuna valutazione di progetti d'impresa, che tecnicamente sono i Business Plan, che devono illustrare in modo compiuto la capacità di genesi imprenditoriale e dimostrare come questa consentirà all'azienda di produrre flussi di cassa elevati.

In assenza prepariamoci a constatare, qualora il Governo predisponga un sistema di valutazione ex-post che l'autore auspica, un ulteriore fallimento con spreco di risorse pubbliche.




martedì 12 gennaio 2016

Trasparenza per le Banche ma... non per quella di "sviluppo" nazionale (CDP)


Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com





"Quando il governo ha cambiato i vertici della Cassa Depositi e Prestiti molti se ne sono chiesti la vera ragione. Un chiarimento poteva arrivare dalla presentazione del piano industriale. Il piano però... è un semplice comuncato stampa: così i dubbi rimangono."

Così esordiva un editoriale di Alessandro Penati su "la Repubblica" di qualche giorno fa. Aggiungiamo che oltre ai dubbi sul cambio vertici si aggiungono quelli sulla loro reale volontà e capacità di realizzare un progetto di sviluppo (oltre alla mancanza di risorse che è stata evidenziata dall'articolo).

Eppure il contesto attuale sarebbe stato estremamente propizio per la pubblicazione integrale del Business Plan per almeno tre motivi.

martedì 21 luglio 2015

Il Rapporto 2015 dei Business Plan come rapporto del Sistema Paese

di
Francesco Zanotti


Anche quest’anno abbiamo assegnato un Rating ai Business Plan delle Società degli Indici FTSE Mib e Italia Star di Borsa Italiana. Ed abbiamo redatto il Rapporto che si può scaricare da questo link.

In estrema sintesi, i Rating non sono lusinghieri. Dimostrano che i Business Plan della Società degli Indici FTSE MIB e Italia STAR di Borsa Italiana non sono certo “alti e forti”.
Tutto sommato sembra che i redattori dei Business Plan considerino le loro imprese come Istituzioni, destinate a perpetuarsi nel tempo. Il guidarle ha a che fare solo col renderle più efficienti o costruire intorno a loro una rete di protezione finanziaria o politica.

Poiché le società inserite negli Indici di cui sopra sono tra le imprese più importanti del nostro Paese, la somma dei loro business Plan è quanto di più simile abbiamo ad un Country Plan, allora anche il nostro Paese sta cercando di superare la crisi con la conservazione. Ovviamente non riuscendovi.

sabato 21 marzo 2015

I Fattori di oggettiva ripresa economica (secondo Renzi)

lettera aperta al Presidente Renzi
di
Luciano Martinoli

Renzi parla di Europa e fa il fenomeno. Ma quel semestre italiano fu un flop

Invito al Panel della presentazione del 
IV Rapporto su Rating Progettuale dei Business Plan delle aziende dell’indice 
FTSE MIB di Borsa Italiana.
Milano 10 giugno 2015

Egregio Presidente,
Desideriamo invitarla all’evento in oggetto perché riteniamo sia di vitale importanza per un’azione efficace del governo che lei presiede in quanto fornisce una prospettiva troppo spesso dimenticata: quella delle singole attività delle aziende.

Recentemente Lei ha dichiarato che i cinque fattori di oggettiva ripresa economica sono per la quasi totalità sotto il controllo del governo. Mi consenta di aggiungerne un altro che costituisce le fondamenta, la base della piramide della società come è oggi, il primum grazie al quale gli altri fattori prendono senso: le attività correnti delle imprese e le loro intenzioni future.

Oggi le attuali attività delle aziende, non in tutte ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono “povere”. La dimostrazione è la continua richiesta di supporti da parte loro: dal Jobs Act per le assunzioni agli interventi di finanza, ordinaria e straordinaria, reclamati a gran voce. 
Da questo punto di vista le do ragione quando, dopo il recente provvedimento sul lavoro, ha affermato che “le aziende adesso non hanno più scuse”. 

Infatti sono proprio “scuse” quelle che accampano perché la vera ragione del mancato sviluppo (che preferiamo rispetto a “ripresa”) è l’incapacità da parte di tante (troppe!) aziende di creare quella ricchezza di cui erano state capaci in passato. E questo non per motivazioni esterne ad esse ma perché i prodotti e servizi che offrono stanno perdendo sempre più di significato e interesse.

Le imprese hanno bisogno di una rivoluzione strategica della loro identità e dei loro sistemi d’offerta. Solo così si ristabilirà quell’equilibrio della società liberista, se vogliamo ancora questa, per la quale sono le aziende che creano la ricchezza sociale e mantengono lo Stato, non viceversa.

Da dove partire allora?

venerdì 29 agosto 2014

La pericolosa cecità della finanza (e delle imprese)

(il caso dei titoli di debito aziendali)
di
Luciano Martinoli



Economia reale e Finanza devono mettersi in testa alcune cose.
La prima: esiste una metodologia rigorosa e comprensibile per descrivere il business di una impresa e la sua evoluzione. Una modalità rigorosa per costruire progetti di sviluppo di una impresa che, per convenzione, definiamo Business Plan.
La seconda: esiste una metodologia di valutazione dei Business Plan che viene definita “Rating di un Business Plan”.
Queste metodologie non scendono dal pero, ma sono il risultato dell’utilizzo delle più avanzate conoscenze di strategia d’impresa.
Se economia e finanza vogliono costruire un’alleanza di sviluppo, invece di farsi mantenere, le imprese, o costruire bolle, la finanza, allora queste metodologie devono usare.

A sostegno di questa mia tesi, che è il fondamento delle proposte di questo blog, e ad illustrazione dei danni che il non accettare le proposte di questo blog può causare,  vi propongo l'analisi di tre recenti casi.

Qualche settimana fa sul giornale online Linkiesta è apparso un articolo che si interrogava sull'uso dei minibond a partire dal caso Guala Closure, un'azienda pavese che nel 2012 ha lanciato un'offerta di debito e che oggi delocalizza in Polonia mettendo a rischio posti di lavoro locale dopo aver utilizzato, presumibilmente, anche risparmio locale per l'operazione finanziaria. 
La tesi centrale è la seguente:

"L’obiettivo di canalizzare fondi e risparmi italiani su imprese italiane che investono potrebbe scontrarsi - come in questo caso - su decisioni di investimento che portano via il lavoro dall’Italia, perché la multinazionale, tascabile o no, deve ragionare su uno scacchiere geografico dove i vincoli e i costi sono molto diversi. Quindi da un lato si alleggerisce la posizione delle banche italiane (che da Guala volevano uscire…) ma non si creano sempre opportunità in Italia. È il mercato, bellezza."

Eh no, è l'ignoranza, bellezza, altro che mercato!
Se infatti tutti gli stakeholder conoscessero la Strategia d'Impresa, come sanno parlare di calcio, il legislatore avrebbe imposto alle aziende che vogliono usare pubblico risparmio la pubblicazione dei loro Business Plan usando lo stato dell'arte delle tecnologie di merito (come già richiede per altri ambiti). Le amministrazioni locali, ma anche i sindacati, leggendoli avrebbero ben chiari gli intenti aziendali e si mobiliterebbero ben prima, e non dopo a buoi scappati, per manifestare le loro istanze e le loro preoccupazioni. 
Lamentarsi dopo e affidarsi alla fatalità (E' il mercato, bellezza!) è esercizio di pavidi e/o ignavi.

Ancora su Linkiesta un articolo sul pericolo che lo stato si trasformi in Hedge Fund a partire dalla possibilità che un gestore possa chiedere la copertura parziale del suo portafoglio di minibond allo Stato attraverso il fondo di garanzia delle PMI. L'analisi delle tecniche finanziarie, e di cosa può comportare, è ben illustrata e motiva un rischio reale il quale però può essere scongiurato solo attraverso una analisi del sottostante: un giudizio (Rating) sui business plan che giustificano quel portafoglio.
Ancora una volta: vengono redatti i Business Plan secondo le migliori tecnologie di Strategia d'Impresa? Perchè non viene imposto a chi emette minibond di pubblicare i BP invece della ridicola e inutile domanda di ammissione piena di banalità e ripetizione? Il ministero, attraverso il fondo di garanzia delle PMI, è attrezzato per emettere un giudizio (effettuare un rating) sui BP?
In difetto i rischi illustrati dall'articolo sono reali e lo Stato si renderebbe ancora una volta complice, causata dalla sua ignoranza, dello sperpero di risorse pubbliche.

Se questo è quanto accade nel nostro paese, cosa succede in quello che viene considerato il mercato finanziario più avanzato e grande del pianeta?
E' notizia di questi giorni (si legga articolo del NYT) di importanti decisioni della SEC proprio su questo merito.
In ritardo di 6 anni dal cataclisma finanziario, generato da quello stesso mercato che dovevano sorvegliare, hanno imposto la cosa più ovvia sui più probabili veicoli di "tossicità" finanziaria (gli ABS): la descrizione di cosa c'è dentro, come si fa "sulle etichette del cibo e i medicinali che descrivono la lista gli ingredienti".
Un passo avanti importante, anche se tardivo, ma anche loro rimangono al palo come rivela una consulente finanziaria al termine dell'articolo: "Se stai valutando un merito di credito devi capire i crediti sottostanti. Questo è un buon passo importante nella giusta direzione, ma come si applica?"
La risposta è la stessa di prima: con le conoscenze in materia, quelle della Strategia d'Impresa e, in questo caso, con tecniche di Rating di BP:

Spero allora sia evidente, arrivati a questo punto, che la necessità di dotarsi di queste conoscenze (e dei conseguenti strumenti), non sia quella di un miglioramento marginale alle pratiche di business corrente ma, ben più importante, il necessario progresso della nostra economia: in che direzione e come svilupparla perchè da essa dipenderà se vogliamo, come lo è stato finora, la nostra società.