"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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sabato 13 gennaio 2018

Il declino delle borse

Il più grande fondo sovrano del mondo ha annunciato di voler diversificare il suo portafoglio con investimenti in aziende non quotate. Perchè aziende e investitori non trovano più di interesse incontrarsi in borsa?


L'ultima notizia sul tema delle borse arriva dalla Norvegia: Norge Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo alimentato dai proventi petroliferi e che ammonta a 1.100 miliardi di dollari, ha fatto richiesta al Ministero delle Finanze Norvegese, da cui dipende, di poter iniziare ad investire anche in aziende non quotate in borsa. Al momento il fondo possiede percentuali di azioni non superiori al 10% di ogni principale azienda quotata al mondo, con una media di possesso del 1,5%. 
Le motivazioni addotte per tale scelta sono: la scarsa partecipazione di aziende tecnologiche ai listini, che li condannano a non rappresentare la maggior parte del mercato, l'assottigliarsi dei listini stessi e ultimo, ma non meno importante, i ritorni delle aziende non quotate che sono leggermente più alti di quelle quotate.

lunedì 18 settembre 2017

Il senso complessivo di una IPO

di 
Luciano Martinoli


La struttura di una recente offerta pubblica di acquisto di azioni, al di là dell'interesse meramente finanziario per l'operazione, sollecita interrogativi sul suo significato sia per l'economia reale che, sopratutto, per la società in generale.

La IPO, ovvero Initial Public Offering è, secondo la definizione disponibile sul sito di Borsaitaliana, "lo strumento attraverso il quale una società ottiene la diffusione dei titoli tra il pubblico, che è requisito necessario per ottenere la quotazione dei propri titoli su un mercato regolamentato".
Dunque il primo passo per quotarsi in borsa.
Una recente IPO di una importante azienda italiana, di cui i giornali parlano da settimane, è l'occasione per alcuni riflessioni su questa tipologia di attività finanziarie.

martedì 13 settembre 2016

E' la Borsa che serve alle aziende o... viceversa?

di
Luciano Martinoli


Non passa giorno che non affiori questo interrogativo. 
Ad esempio ancora oggi sul sole24ore è apparso un articolo sul tema. Si parla di come le oscillazioni di Borsa dipendono moltissimo non da cosa fanno, o non fanno, le aziende i cui titoli sono scambiati, ma da eventi (iniziative BCE e FED, indebitamento aziende cinesi, eccetera) che sono distanti anni luce dalle dinamiche industriali delle singole imprese. 
Vengono allora a cadere le motivazioni riguardanti la visibilità, la fiducia, l'apertura verso il "mondo" così insistentemente sbandierati dalla narrazione mediatica, dai gestori dei mercati, dall'accademia.
Ma se una maggiore visibilità verso "l'ambiente" di business è necessaria per lo sviluppo dell'impresa, e la Borsa non è più funzionale a questo scopo, cosa fare in alternativa?

giovedì 23 giugno 2016

Veneto Banca: prima i soldi. Le idee non servono

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per veneto banca


A me sembra normale che chi chiede di essere finanziato spieghi che se ne farà dei soldi.
E, invece, sembra di no! Veneto Banca, papale papale, dice: ora che abbiamo i soldi, facciamo il Piano industriale. Cioè: prima i soldi e poi dico che me ne faccio.
Sbaglio io? Non so, dipende da cosa socialmente, intendiamo per banca. Se pensiamo si tratti di una istituzione, allora ha senso che essa venga finanziata senza piano industriale perché cosa deve fare è connaturato con il suo essere istituzione. Una istituzione nasce per svolgere una funzione specifica. Il piano industriale potrà venire dopo e sarà sostanzialmente un piano organizzativo. Ma se pensiamo che la banca sia e debba continuare ad essere una istituzione, non ha senso farne una società di diritto privato e quotarla in borsa.
Il problema è che una banca non può essere una istituzione perché è tutto da inventare cosa deve fare una banca. Un piano industriale deve essere un piano dove vi è scritto in che modo Veneto Banca intende fare banca e che ruolo sociale assegna al fare banca. Allora il Piano industriale deve precedere l’aumento di capitale, deve indicarne il significato imprenditoriale. E’ un Piano Industriale alto e forte che attira investitori.
E poi perché continuiamo a definire Piano Industriale un Progetto Strategico? Chiamiamolo Business Plan e intendiamo che dentro ci devono essere sia i numeri che le ragioni dei numeri.
Ah ma forse ho capito perché il Business Plan lo si fa dopo. 
Tanto tutti sanno cosa conterrà: solo tagli, risparmi e aiuti esterni. 
Nessuno si immagina che qualcuno possa avere qualche idea nuova sul fare Banca. E così continuiamo a peggiorare la crisi.


sabato 2 gennaio 2016

Ferrari, Zucchi e gli altri

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per ferrari quotazione borsa oggi

Oggi tutti i giornali sono pieni di notizie sullo scorporo e quotazione di Ferrari. In un angolino, vi è la vivenza Zucchi che passa sostanzialmente di mano con beneplacito delle banche. Ecco gli altri: proprio le banche all’inizio dell’era del “bail-in”.
Di tutto si parla nei giornali tranne che del futuro di tutte queste banche è imprese.
Non è vero, mi si dirà. Gli stessi giornali sono pieni di previsioni. Sì ma sono soprattutto previsioni sull’andamento dei titoli FCA e Ferrari. Risultati di analisi tecniche, quindi virtuali. Non di previsioni che riguardano il mondo reale.
Dobbiamo dire chiaro e forte che il futuro di queste imprese e banche dipenderà dalla loro intensità progettuale. Infatti, il mondo è, ovviamente, in veloce cambiamento. Ma non è cambiamento etero diretto, che ne sono, dai “Little green man” di Marte. E un cambiamento costruito con i comportamenti di tutti i giorni. Detto diversamente, vi sono infiniti futuri possibili. Si realizzeranno quelli che i nostri comportamenti, suggerito dalla nostra progettualità riusciranno a realizzare.
Si realizzeranno i futuri che quelle imprese e banche sapranno progettare e realizzare.
E che futuri stanno progettando e iniziando a realizzare? Nessuno lo sa! Non esistono Business Plan accessibili e valutabili. E io credo non esistano neanche Business Plan degni di questo nome: solo previsioni di andamenti patrimoniali, economici e finanziari.
Questo significa che il futuro di queste imprese e banche è senza nome. Peccato che sia imprese e banche utilizzano quella straordinaria risorsa sociale che è il risparmio. E lo stanno facendo in nome di un futuro a cui non vogliono dare un nome.



mercoledì 18 novembre 2015

Minibond per farci cosa?

di 
Luciano Martinoli


Il Corriere Economia del 9 novembre scorso ha pubblicato i risultati di una nostra ricerca sui primi minibond emessi a quasi un anno dall’utilizzo dei proventi incassati dall’emissione dei titoli.
Perdurando l’assenza del Business Plan, documento “principe” che dovrebbe  descrivere il progetto di sviluppo oggetto del minibond e di cui avevamo già rilevato la mancanza in una nostra prima ricerca, ci siamo concentrati sui documenti pubblicamente disponibili.
Lasciamo la descrizione del dettaglio dei risultati alla lettura dell’articolo. 
Al di là dei numeri, però, quale è la scoperta più significativa che abbiamo fatto?

mercoledì 2 settembre 2015

Stiamo uscendo dalla crisi grazie a uno 0,3%?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Istat

Il Governo afferma che l’aumento evidenziato dall’Istat del PIL sta ad indicare che “L’Italia sta ripartendo”.
E’ vero?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe innanzitutto discutere della precisione dei dati disponibili, della loro coerenza temporale etc. Il poter distinguere tra decimali (cioè affermare che 0,3 è significativamente diverso da zero) richiede strumenti e processi di misurazione molto accurati. Ma lascio questo tema alla discussione degli esperti.

Poi bisogna ricordare cosa contiene il PIL. La formula è PIL = C + G + I +X – M.
Tra le cose che formano il PIL vi è, ad esempio, anche “G” che è la Spesa dello Stato. Proprio quella che vorremmo diminuire. La domanda è: quale di queste voci ha contribuito all’aumento dello 0,3 % del PIL. Fa molta differenza se l’aumento dipende da una voce o dall’altra.

Ancora, bisogna capire se abbiamo qualche merito in questo aumento del PIL. Soprattutto se c’entrano e perché dovrebbero c’entrarci a breve (infatti stiamo parlando di una variazione a breve e discutiamo delle cause di questa variazione a breve) riforme come la riforma istituzionale. Il Presidente di Confindustria Squinzi sostiene esplicitamente che l’aumento del PIL non è merito nostro, ma del calo del prezzo del petrolio, della svalutazione dell’Euro rispetto al Dollaro e dal QE della BCE. Se è vero, cosa accadrà quando questi fattori cambieranno? Mica possiamo giocare il nostro futuro, ad esempio, sul fatto che l’Euro continui a svalutarsi.

Da ultimo, ma secondo me più importante: all’aumento di fatturato delle imprese (se è questa effettivamente la voce del PIL che è aumentata) corrisponde un aumento della capacità di generare cassa delle imprese? Se così non è, ad un aumento del PIL corrisponde un aumento dell’indebitamento. Se guardate alle condizioni di pagamento con le quali vengono vendute, ad esempio, le auto che sembra abbiano dato un grande contributo all’aumento del PIL di cui stiamo discutendo, non si tarda a riconoscere che questo modo di vendere (cioè di generare PIL)  peggiora la generazione di cassa del produttore. Purtroppo non vi sono dati sulla produzione di cassa.
Quindi?
Quindi, proviamo a cercare di capire come sta andando la varabile che, da sempre, ha fatto la differenza: la qualità della progettualità strategica delle nostre imprese. Essa va mediamente malissimo. Una delle più rilevanti conferme di questa affermazione la si ottiene guardando ai rating che abbiamo assegnato alle imprese più importanti del nostro Paese: le Società dell’Indice FTSE Mib di Borsa Italiana. Rating desolanti: invece di progettualità.

Se la progettualità strategica va malissimo, significa che nessuno sta progettando un nuovo futuro, ma si spera di uscire dalla crisi con un ritorno del mondo al passato. Follia, anche non desiderabile. 

venerdì 28 agosto 2015

Anche negli USA si progetta poco: il caso "Shares Buyback"

di
Luciano Martinoli


Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul fenomeno dello Shares Buyback ovvero del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi aziende americane quotate in Borsa. E' un dibattito che si sta sviluppando, sia negli ambienti finanziari che in quelli politici, in quanto tale pratica comporta l'uso di risorse aziendali notevoli (si parla di 7000 miliardi di dollari dal 2003 al 2012), Tutti questi soldi potevano essere utilizzati in maniera diversa?

martedì 21 luglio 2015

Il Rapporto 2015 dei Business Plan come rapporto del Sistema Paese

di
Francesco Zanotti


Anche quest’anno abbiamo assegnato un Rating ai Business Plan delle Società degli Indici FTSE Mib e Italia Star di Borsa Italiana. Ed abbiamo redatto il Rapporto che si può scaricare da questo link.

In estrema sintesi, i Rating non sono lusinghieri. Dimostrano che i Business Plan della Società degli Indici FTSE MIB e Italia STAR di Borsa Italiana non sono certo “alti e forti”.
Tutto sommato sembra che i redattori dei Business Plan considerino le loro imprese come Istituzioni, destinate a perpetuarsi nel tempo. Il guidarle ha a che fare solo col renderle più efficienti o costruire intorno a loro una rete di protezione finanziaria o politica.

Poiché le società inserite negli Indici di cui sopra sono tra le imprese più importanti del nostro Paese, la somma dei loro business Plan è quanto di più simile abbiamo ad un Country Plan, allora anche il nostro Paese sta cercando di superare la crisi con la conservazione. Ovviamente non riuscendovi.

mercoledì 15 luglio 2015

Il primo minibond “saltato”. Riflessioni e proposte

di
Luciano Martinoli                                            Francesco Zanotti


E' recente la notizia della richiesta di concordato in bianco della "Grafiche Mazzucchelli", azienda bergamasca che poco più di un anno fa emise uno dei primi minibond.
La conseguenza prevedibile di questa richiesta è che il minibond non verrà più rimborsato.

Le domande che è necessario ed urgente farsi sono almeno quattro.
La prima: era prevedibile?
La seconda: accadrà ancora? Cioè, qual è la percentuale dei minibond emessi a rischio?
La terza: perché si danno soldi a chi non li merita? Detto diversamente: come si fa a individuare chi li merita?
La quarta: ma non è che forse anche il crescere delle sofferenze bancarie nasce perché non si riesce a capire chi merita il credito?
 Andiamo con ordine.

giovedì 18 giugno 2015

Tra fumo e arrosto, oroscopi e progetti...

...il futuro (che si potrebbe costruire) dell'economia italiana
di
Luciano Martinoli
Il 10 giugno scorso a Milano si è svolta la presentazione del IV Rapporto Rating Business Plan Aziende FTSE MIB e STAR quotate alla borsa di Milano.
Al di là del titolo, non si è trattato di una delle numerose ricerche della pagliuzza nell'occhio del ciclope; esercizio facile, viste le dimensioni dei soggetti, ma sterile. E non è stata nemmeno l'ennesima accusa di mancanza di questo o quell'adempimento, ufficiale o di buon senso (di "responsabilità sociale" direbbero alcuni), alla ricerca di un breve momento di visibilità mediatica o nei confronti delle aziende oggetto dell'indagine.
Nulla di tutto questo.
Lo scopo principale è stato, e continua ad essere senza soluzione di continuità, più profondo: aprire un dibattito, costruttivo e propositivo, sul tema della "progettazione del futuro" delle imprese, dunque del nostro futuro visto che a loro abbiamo dato in gran parte tale delega; a partire da quelle più grandi e visibili. A partire da quelle aziende "pubbliche" non perchè possedute dallo Stato (anche se ci sono alcune di loro) ma perchè, essendo quotate, sono possedute dal "pubblico", attraverso le azioni, e perchè emettendo obbligazioni richiedono ulteriori risorse dal pubblico (che poi di mezzo, in entrambi i casi, ci siano intermediari a vario titolo la sostanza non cambia: alla fine della catena ci sono i nostri risparmi).

venerdì 10 aprile 2015

Qual è il ruolo dell’imprenditore nel costruire sviluppo?

di
Francesco Zanotti


Intendiamo avviare una ricerca per comprendere quale può essere il ruolo economico, sociale e culturale dell’imprenditore nel fare uscire il nostro Paese dalla crisi.
Oggi troppi pensano sia di seconda battuta: viene dopo.
Infatti, innanzitutto, ritengono necessario che cambi il contesto complessivo. Cioè che si avvii la ripresa. Poi, pensano che tocchi allo Stato e alla finanza riformarsi per creare condizioni favorevoli all'azione imprenditoriale. Da ultimo, la palla passa agli imprenditori che, sostanzialmente, devono cercare di fare meglio il loro lavoro di sempre.

La nostra storia recente, però, insegna che le cose funzionano all'opposto. E’ l’azione degli imprenditori che ha generato le risorse tecnologiche, produttive e finanziarie perché si sviluppasse il nostro Paese e le sue istituzioni. Non ultimo il suo sistema di welfare.

Obiettivo della ricerca che proponiamo è quello di raccogliere le opinioni degli imprenditori al riguardo: desiderano, accettano il ruolo di protagonisti dello sviluppo non solo dell’economia, ma anche della società prossima ventura?

Le domande all'imprenditore
Le domande non sono da considerarsi “caselle da riempire”, ma sono finalizzate a stimolare le opinioni degli imprenditori.

giovedì 26 marzo 2015

Risparmio, Economia reale, Borsa

di
Luciano Martinoli


Mi sono messo nei panni di un rappresentante di un investitore, fondo pensione, assicurazione, family officer o, più semplicemente, di un ricco signore, che vuole investire in borsa.
Ieri si è chiusa la STAR Conference in Borsa a Milano, la manifestazione nella quale le aziende delll'indice STAR, appunto, si presentano alla comunità finanziaria. Nella veste di investitore mi sono iscritto e presentato agli incontri di due aziende. Non hanno importanza i loro nomi ma quello che hanno detto sì. 
Si potrebbe obiettare  che il campione è troppo piccolo, che non è significativo per sostenere che ciò che sto per dire sia vero per tutte le altre. Per rispondere all'obiezione rimando alla nostra prossima ricerca sul IV Rating Business Plan aziende FTSE MIB e STAR, che verrà presentata a Milano il prossimo 10 giugno, e, per chi fosse impaziente, invito alla lettura del rapporto dell'anno scorso scaricabile qui.
Ma cosa è stato detto di così importante?

lunedì 23 febbraio 2015

Le banche e il caso Etruria

di
Francesco Zanotti


Curiosamente nella stessa pagina di Affari&Finanza compaiono due articoli che indicano quanto è lontana la soluzione al problema delle banche in crisi.
Il primo articolo sostiene che il problema del salvataggio delle banche è quello di capitalizzarle e cambiare il CDA e il DG.
Il secondo (una intervista a Cofferati) propone una democratizzazione che, però, poi finisce nell'allargare la platea di coloro che devono decidere gli stipendi dei manager.
Io penso che la soluzione stia altrove. Le banche (tutte, non solo quelle in crisi) devono dotarsi di Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. Per farlo devono dotarsi di metodologie e conoscenze di strategia d’impresa di cui oggi non dispongono. Sono le stesse conoscenze e metodologie che avrebbero potuto evitare il crescere abnorme delle sofferenze e, forse, evitato l’emergere della crisi. Infatti attraverso queste conoscenze e metodologie avrebbero potuto non solo scegliere meglio le imprese da finanziare. Ma supportare quelle non finanziabili a costruirsi progetti di Sviluppo per tornare finanziabili.
La democratizzazione va bene, ma è necessario che arrivi a far partecipare stakeholder esterni ed interni alla definizione del Business Plan (progetto di Sviluppo della Banca).
Cosa c’entra la Banca dell’Etruria? C’entra perché un caso che dimostra quanto la soluzione (un Business Plan alto e forte) sia del tutto trascurata. Noi abbiamo sviluppato una Metodologia di Rating dei Business Plan che permette di capire quanto questi siano alti e forti. E la applichiamo alla Società degli indici FTSE MIB e Star di Borsa Italiana. Lo abbiamo applicato anche al Business Plan di Banca dell’Etruria: era ovvio che non era alto e forte. Noi non abbiamo analizzato la situazione dei bilanci, ma abbiamo concluso che, se fosse stata problematica, non sarebbe stata in nessun modo sanata attraverso la realizzazione di quel Business Plan. Abbiamo chiesto di presentare il nostro Rating al Vertice della Banca, ma siamo riusciti a incontrare solo due competenti e motivati Dirigenti che, però, potevano solo riferire.
Lo avranno certamente fatto. Certo il Vertice non ci ha dato alcun riscontro. E, altrettanto certamente, la situazione problematica non è stata riparata.




domenica 18 gennaio 2015

Si perde valore, ma si conserva proprietà e caste …

di
Francesco Zanotti


Il valore è sempre quello delle società dell’Indice FTSE MIB di Borsa Italiana.
Il messaggio dell’ultimo post era sulla necessità di aumentare le risorse cognitive nelle disponibilità dei manager perché possano generare Progetti di Sviluppo alti e forti come strumento per ricostruire il valore delle imprese.
Insisto e specifico, anche con un po’ di colore.
Guardate ai Business Plan delle imprese del FTSE MIB ed il Rating (giudizio) che ne abbiamo dato l’anno scorso. Non troverete Progetti di Sviluppo alti e forti. Troverete solo competenti e sensati budget fatti da strutture altamente professionali che cercano di far funzionare meglio il presente.
Il problema è che non si fa nulla per arrivare a generare Progetti di Sviluppo alti e forti (esplicitati in Business Plan).
Anzi, si ragiona sempre nell’ottica della conservazione di proprietà e caste manageriali.

Conservazione di proprietà.
Lo testimonia l’appello di oggi sul Sole24Ore sul “voto doppio e il quorum qualificato” proposto in prima pagina. Un dibattito sulla proprietà delle imprese che dimentica un piccolo dettaglio: stiamo andando verso la proprietà del nulla, come testimonia la perdita di valore di MPS. Poi … che importanza volete che abbia il cercare di rendere contendibile, di proteggere i diritti delle minoranze, di “decidere chi può decidere” rispetto a qualcosa che  non vale più nulla?

Arriviamo al “colore”, ma che, poi, è racconto di una cultura profonda.
Sul Corriere si riferisce di un telefonata (intercettata) di Scaroni a Ghizzoni. L’oggetto è Bernini (ex CFO di ENI) che ha dato le dimissioni per via delle tangenti SAIPEM. Tangenti che Scaroni ammette in un’altra telefonata a Passera, tra l’altro.
Quale è l’oggetto della telefonata di Scaroni a Ghizzoni? Trovare un posto degno a Bernini. Ora, al di là delle ragioni (ovviamente interessate per non farsi nemico Bernini, ma che non tocca a noi esplorare, ma alla Magistratura) per le quali Scaroni è così sollecito nei confronti di Bernini, la telefonata (vi suggerisco di leggere quanto riporta il Corriere di oggi a pag. 25) nasconde quel sottile piacere dell’onnipotenza, dell’appartenenza ad una casta che si chiama per nome, che tutto può e che passa il tempo a confermarsi casta.
Esercitare onnipotenza e appartenenza ad una casta rendono quasi impossibile pensare  queste persone trovino il  tempo di studiare (sì, di studiare) per acquisire quelle risorse cognitive che non hanno e che sono indispensabili per generare progetti di Sviluppo alti e forti che sono l’unica azione capace di ricostruire il valore delle imprese.

Ci pensino gli azionisti. E se vogliono una ulteriore conferma della distanza degli attuali Business Plan dall'essere progetti di sviluppo alti e forti, leggano il nostro Quarto Rapporto sui Rating del Business Plan degli indici FTSE MIB e Star di Borsa Italiana.

giovedì 15 gennaio 2015

Il dimezzamento del valore delle società dell’indice FTSE MIB: il paradosso di manager bravissimi e imprese nei guai

di
Francesco Zanotti


Un ulteriore dato è emerso in questi giorni sulla stampa a confermare che siamo nei guai: le imprese dell’indice FTSE MIB di Borsa Italiana nell'ultimo decennio hanno perso più del 50% del loro valore, con punte di più del 90% nel caso di Montepaschi.
La prima osservazione, “di pancia” che mi nasce spontanea è: ma vi ricordate la venerazione per molti dei manager che hanno guidato queste imprese da parte della stampa e soprattutto di consulenti bramosi di qualche brandello di lavoro senza mai accorgersi che qualcosa non andava?
Non possiamo che concludere che la capacità di giudizio di stampa e consulenti non era granché.

Ma credo che occorra andare al di là dei giudizi sulle persone.
Il problema non è se i manager sono bravi o no. Il problema è costituito dalle conoscenze e dalle metodologie gestionali che hanno usato. Sono state conoscenze e metodologie gestionali “primitive”. Lo si poteva sapere. Bastava guardare allo stato dell’arte delle conoscenze rilevanti per parlare di ambiente socio-politico, strategie, organizzazioni e uomini per verificare che la maggior parte e la più rilevante di queste conoscenze non venivano usate.
Forse il caso più eclatante è quello delle conoscenze e delle metodologie per definire e valutare strategie. Meglio: delle conoscenze e delle metodologie che servono per elaborare e valutare i Progetti Strategici (i così bistrattati Business Plan che sono oramai ridotti a prodotti burocratici o frutto di ritualità). Solo una percentuale residuale di queste conoscenze e metodologie sono state e vengono usate. Il risultato è che la qualità dei Business Plan (come dimostra la nostra indagine annuale sulla qualità dei Business Plan proprio delle società dell’indice FTSE MIB, oltre che quella dei Business Plan delle Società dell’indice Star) è scarsa. Ed è ovvio che a Progetti Strategici banali non possano corrispondere risultati rilevanti.

Forse è giusto aggiungere che i manager non hanno usato le conoscenze disponibili anche perché i consulenti non gliele hanno proposte. Se guardate alle proposte, ai sistemi di offerta, delle società di consulenza, scoprite in fretta tutte le conoscenze rilevanti che vengono trascurate.
Ma occorre sottolineare l’“anche”. Perché in qualche modo anche i manager dovevano accorgersi che stavano usando conoscenze e metodologie troppo banali per la complessità delle imprese che gestivano.

Ecco, ma così siamo arrivati ancora ad un giudizio sugli uomini, manager o consulenti che siano. No! Perché non sostengo che la colpa sia di manager inetti. Perchè in questo caso, la soluzione sarebbe banalmente quella di sostituirli con manager capaci.
Sostengo, invece, che non possono esistere manager che dispongono naturalmente dei talenti per guidare grandi organizzazioni. Le capacità per governare organizzazioni complesse non sono un dono di natura. La qualità del management dipende dalla qualità delle conoscenze e delle metodologie che usano. Poi, certo, vi sarà chi sarà più bravo ad usare le conoscenze di altri. Ma chi rifiuta la conoscenza o usa conoscenze banali, chiunque sia, non può che generare guai. E i guai sono davanti agli occhi di tutti.
Dovrebbero essere soprattutto davanti agli occhi degli azionisti che non possono accettare supinamente il dimezzamento del valore delle loro azioni credendo alla ideologia di una crisi che nessuno può contrastare. Se fosse così, questo significa che le capacità gestionali sono solo marginalmente rilevanti. E’ l’ambiente che determina il desiderio delle imprese. Se l’ambiente è benigno, allora, le aziende vanno bene, se è maligno le imprese vanno male.
Si dovrebbero ribellare a questa ideologia facendo ai manager che pagano due domande. 
La prima: ma come è che, invece, ci sono le imprese che vanno bene? 
La seconda. Ma se non hai spazio di azione e tutto dipende dal mondo esterno, perché ti pago così tanto?



venerdì 26 settembre 2014

Una "povera" idea di sviluppo (II ricerca sui Minibond)

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com
l.martinoli@cse-crescendo.com



Stiamo continuando a farci la stessa domanda: ma i Minibond sono strumenti di sopravvivenza o di sviluppo? 
Dalla nostra precedente ricerca la risposta che emerse fu chiara: sopravvivenza. Allora abbiamo indagato sui titoli ExtraMOT PRO quotati successivamente, dal 14 febbraio al 30 agosto, definendo in maniera più precisa cosa si dovrebbe intendere per “sviluppo”.
Le risorse finanziarie a debito fornite a una impresa genereranno sviluppo se permetteranno all'impresa stessa di aumentare, grazie alla realizzazione del Progetto Strategico che giustifica la richiesta di risorse finanziarie, e nei tempi previsti, la sua capacità di generare cassa in modo da:

  1. pagare il servizio del debito,
  2. restituire la somma presa in prestito,
  3. generare risorse libere come segnale di una sua acquisita indipendenza strategica.

mercoledì 16 luglio 2014

La "voglia di futuro" del gotha delle aziende italiane

di
Luciano Martinoli


E' disponibile, nella sua versione finale, il III Rapporto sul Rating Business Plan aziende FTSE MIB e STAR. In documento separato (Redigere e valutare Business Plan) è accessibile la descrizione del "modello" rispetto al quale si è fatto il rating, frutto del lavoro di ricerca da noi effettuato sullo stato dell'arte della Strategia d'Impresa e non solo, e il processo stesso di rating.
Quale è il significato profondo di questa attività? Come può essere utilizzato per il dibattito, e la pratica, dello sviluppo delle imprese e, più in generale, del nostro paese?

venerdì 30 maggio 2014

28 maggio 2014: Segni di futuro

di
Francesco Zanotti



Il giorno 28 maggio abbiamo presentato il nostro III Rapporto sul Rating Progettuale dei Business Plan delle Società degli indici FTSE MIB e STAR della Borsa Italiana.
Abbiamo raccontato la nostra attesa, che è poi quella profonda della società: le imprese più grandi ed importanti di questo Paese si facciano carico di costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico. Abbiamo raccontato della nostra delusione nel vedere Business Plan che, mediamente e salvo eccezioni, non raccontano progetti di sviluppo alti e forti. Raccontano di professionalità e diligenza, ma non di speranze alte e forti.
Abbiamo attivato un dibattito con coloro che hanno accettato di discutere del nostro Rapporto:
l’avvocato Gianfranco Negri-Clementi, il dott. Victor Massiah, CEO di UBI Banca, la dott.ssa Jessica Spina, Responsabile Investor Relations di Mediobanca, l’ing Maria Elena Cappello, Amministratore Indipendente di A2A, Prysmian e SACE.
Da loro, abbiamo raccolto spunti interessanti e sorprendenti.
La informazione sconosciuta sulla nuova direttiva UE che cambia significativamente la forma del bilancio d’esercizio.
La sorpresa nel costatare che i Business Plan fossero oggetto di interesse sociale e il pudore nel raccontare le emozioni che motivano e nobilitano una impresa.
Il desiderio di riservatezza nel presentare i team manageriali di Vertice.
L’importanza del Bilancio Sociale per comprendere l’animo profondo dell’impresa.
La necessità di giudicare profondamente le ipotesi su cui si fondano i Business Plan.
Pensiamo che sia stata una giornata di provocazione positiva: una riflessione su cosa sarebbe possibile fare di più e meglio nella progettualità strategica.

Vogliamo continuare ed approfondire il dibattito su questo Blog.