"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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martedì 9 maggio 2017

Report di ieri sera sulle banche …

di
Francesco Zanotti

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Interessante. Certo prevale sempre la denuncia alla proposta. Ma non solo … se si individuasse davvero il problema chiave anche la denuncia sarebbe diversa, costruttiva. Ma purtroppo i media difficilmente sanno parlare di idee e proposte. Più facile lo scandalo …

Report ha soprattutto denunciato la logica relazionale della concessione del credito. Nel passato la logica relazionale si chiamava sinergia con le comunità locali ed era motore di sviluppo. Oggi essa è degenerata nell’attuale relazionalità collusiva che non ha nulla a che fare con lo sviluppo.
Che fare?
Innanzitutto accettare il fatto che oggi le banche non dispongono delle conoscenze per fare diversamente. Non hanno metodologie e strumenti per valutare il merito di credito con un sguardo al futuro. Gli uffici tecnici certamente predispongono i dossier sui quali Consiglieri, Presidenti, Sindaci etc. devono decidere, ma sono dossier troppo poveri. Anche se li studiate nottate intere, poi vi accorgete che gli elementi che vengono descritti non sono significativi. E vi rimane il vostro fiuto personale. Ovviamente il fiuto personale è un’ottima scusa per favorire gli amici. Ma è una scusa che le banche offrono su di un piatto d’argento.
Questa incapacità valutativa poi diventa esiziale quando non intervengono logiche relazionali, ma la valutazione del merito di credito diventa solo tecnica. E il problema è che si tratta di una tecnicità senza fondamenti ed efficacia …
La proposta, sia per non dare scuse al formarsi di relazionalità collusive, ma anche per proteggere le banche da affidamenti irragionevoli, è semplice, ma quasi irricevibile. Occorre fornire alle banche nuove conoscenze che permettano loro di valutare le potenzialità di generare economics nel futuro. Sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

Perché irricevibile? Perché propone una ricetta mediaticamente non comunicabile: cari banchieri mettetevi innanzitutto a studiare.

lunedì 8 maggio 2017

La valutazione del merito di credito: fare la media tra pere e mele! E altre “cose bancarie” Lettera aperta a Ferruccio De Bortoli

di
Francesco Zanotti

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Su l’Economia del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli affronta il problema delle banche. Egregio Dottore, lei ha ragione. Ma occorre guardare più nel profondo. Il problema riguarda le mele e le pere. Cioè la conoscenza. Vogliamo affrontarlo o attendiamo che agli 83 miliardi già spesi per salvare il sistema bancario (fonte “L’economia”) se ne aggiungano molti altri?

Iniziamo dalle perdite sui crediti.
Il Dott. De Bortoli scrive a chiare lettere che la causa delle perdite su crediti non può essere dovuta solo alla contingenza della crisi economica. Ma una qualche colpa devono pure averla anche le banche che hanno subito queste perdite.
Allora proviamo a fare chiarezza sulle modalità di valutazione del merito di credito. Oggi il merito di credito è “calcolato” facendo la media tra mele e pere su dati passati. Come si può pensare che funzioni?
Si prendono i bilanci, si sceglie una massa impressionante di indici, si valutano e poi si sommano le valutazioni.  Ma se due indici sono diversi, le loro valutazioni non sono sommabili. E tanto meno si possono fare medie. E’ come se si dicesse: sommo quattro pere e sei mele ed ottengo … Alle elementari mi hanno detto che si ottiene un risultato senza senso. Ora capisco che quel senza senso voleva dire: ecco come aumentare le sofferenze bancarie. Ah, aggiunga poi che gli indici di bilancio che si usano riguardano ovviamente solo il passato. Ed un passato anche non recente, visto le modalità e le periodicità di pubblicazione dei bilanci.
Sarebbe possibile fare diversamente? Ovviamente sì ma usando conoscenze e metodologie che sono completamente oscure alle banche. Mi riferisco alle conoscenze e alle metodologie di strategia d’impresa.

E arriviamo alla qualità del management e della Governance.
Anche qui è come se si cercasse di aggiustare a martellate un televisore convinto che sia il teatrino delle marionette.
Voglio dire che il management delle banche non dispone delle conoscenze necessarie per capire cosa sia una organizzazione fatta di uomini.
La dimostrazione è scientifica e sperimentale.
Scientifica: non si può pensare di capire organizzazioni fatte di uomini se non si usano i risultati resi disponibili da neuroscienze, psicologie, sociologia, antropologia. Cose delle quali nelle banche non si sa nulla.
Sperimentale: è uscita una ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review dove si dimostra che il modo migliore di fallire è licenziare le persone.
Guardi ai Piani delle banche in crisi: sostanzialmente la salvezza si chiama: buttiamo fuori le persone.

Egregio dottore, davvero il tema chiave è quello della conoscenza. Purtroppo affrontarlo è difficile. Il primo passo che stiamo provando a fare è almeno ammettere che esista.

giovedì 4 maggio 2017

Non siamo i soli a essere preoccupati per il sistema bancario



di
Cesare Sacerdoti
e Francesco Zanotti

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In un articolo scritto per Micromega (“tentativo di fare il punto sulla situazione del sistema bancario italiano”), Marco Vitale ripercorre quelle che identifica come le principali cause delle attuali criticità, sottolineando la necessità di alzare gli occhi dalle singole crisi bancarie e tentare di ricostruire una visione d’insieme. Aggiungiamo un nostro contributo.

La sintesi delle opinioni del Prof. Vitale
Le prime due cause che Vitale identifica, la trasformazione da banca intermediaria a soggetto investitore in proprio e il gigantismo bancario, non sono originate in Italia, ma il sistema bancario italiano ha la responsabilità di essersi adeguato in maniera passiva in una sorta di resa incondizionata e servile. In particolare per la corsa alla crescita in dimensioni, Vitale ricorda come fossero già forti i segnali e i richiami alla pericolosità di un sistema too big to fail ma anche too big per essere governato e alla illusorietà degli effetti dell’economia di scala sulle banche. E qui Vitale non esita a sottolineare le responsabilità di una permissività eccessiva e acritica di Banca d’Italia, che, peraltro, ha continuato la deleteria prassi di stimolare e, in qualche caso, imporre delle fusioni come risposta impropria alle crisi bancarie, nel tentativo di manipolare e nascondere la crisi invece di affrontarla a viso aperto e con gli strumenti propri e tradizionali che hanno sempre portato a buoni risultati.
Ma la crisi attuale, secondo Vitale, deriva anche dal pensiero dominante che vede nella patrimonializzazione la priorità delle banche (Vitale punta il dito contro l’affermazione di Salvatore Rossi: La stella polare è la forza patrimoniale delle banche che si oppone in maniera drammatica alle convinzioni dei grandi banchieri del secondo dopoguerra per i quali la stella polare del fare buona banca non sta nel livello del capitale ma nella fiducia di cui gode la banca, nella onestà degli amministratori, e in rapporti equilibrati tra le varie forme di attività e passività. Vitale, sconsolato, rileva che non esiste capitale sufficientemente alto per evitare gli effetti della “mala gestio”). E anche qui Banca d’Italia, non solo non si è opposta a tale visione, ma ci si è adeguata, anzi, se ne è fatta semplice portavoce, con la pretesa di cercare di applicare acriticamente da noi impostazioni, approcci e livelli patrimoniali, dettati da paesi da noi molto diversi, in funzione dei loro interessi specifici.
 E questo in forte contrasto con le caratteristiche tipiche del nostro Paese, con la nostra economia di piccole e medie imprese, con un ordinamento che stimola le medie imprese a non crescere, con un mercato dei capitali asfittico, con una classe imprenditoriale brava a fare ma non a governare, con un familismo impressionante, con una dipendenza dall’intermediazione bancaria esagerata, con delle condizioni del credito bancario che presentano livelli di diversità inaccettabili a seconda delle dimensioni delle imprese, con un livello di occupazione molto basso, con differenze territoriali drammatiche.
Vitale infatti sottolinea che Se ci mettiamo sulla strada delle grandi dimensioni e del grande capitale siamo, per definizione, perdenti. Noi dobbiamo concentrarci sulle cose che sappiamo fare e sulle dimensioni che riusciamo a dominare e non scimmiottare gli altri, o farci imporre da altri soluzioni a noi dannose.
L’ultimo aspetto che Vitale prende in considerazione è quello che definisce La guerra contro le banche territoriali e il tentativo di cancellare le Banche Popolari. E’ questa una conseguenza diretta delle cause (Vitale le definisce malattie) sopra descritte, ma è una malattia tutta italiana. Per Vitale, e condivido il suo pensiero, le banche territoriali e il credito cooperativo sono una fortuna per i paesi che li hanno. Sono gli unici strumenti che possono contrastare ulteriori concentrazioni del potere finanziario.
Ora, sia a causa della crisi economica che ha colpito il sistema produttivo italiano, sia per le scelte compiute dal sistema bancario nel suo complesso e dalla politica, ci troviamo di fronte al problema della grave crescita dei crediti deteriorati la cui soluzione richiederà tempo e attenzione costruttiva A questo si aggiunge poi il collasso di alcune banche che si sono trasformati in casi sociali di interi territori. E questi, per Vitale, sono casi plateali di “mala gestio” e, conseguentemente di “mala vigilanza” causata da una debolezza politica e culturale dei vertici di Banca d’Italia.
A tutto ciò si aggiunge l’effetto del “bail in” che in sostanza è una forma di procedura concorsuale, ma che è stata dai nostri rappresentanti subita e recepita con totale e silente passività, ignorando gli effetti sulle operazioni in corso, dando al pubblico una informativa prossima allo zero, non predisponendo strumenti per attenuarne gli effetti in sede di prima applicazione, senza valutare gli effetti a cascata sul sistema, creando una grave perdita nel rapporto di fiducia tra banche e risparmiatori.
L’ultimo aspetto che Vitale prende in considerazione per i suoi effetti sul nostro sistema bancario è l’entrata in vigore della Vigilanza europea che, alla lunga, sarà un passaggio positivo, ma che per ora è portatrice di complicazioni burocratiche enormi, di ritardi dannosissimi nelle operazioni di risanamenti bancari, di manifestazioni di arroganza inaccettabili da parte dei responsabili della Vigilanza europea, di imposizioni spesso estremamente arbitrarie e dannose per il singolo istituto in ristrutturazione.
Vitale quindi punta il dito sulla guida di Banca d’Italia nei 10 anni di crisi, sottolineandone le mancanza sia nel ruolo di guida economica, per non aver saputo leggere correttamente la situazione economico finanziaria, sia come ente vigilante, incapace di anticipare e prevenire le maggiori crisi bancarie per cui, conclude Vitale, il vertice di Banca d’Italia dovrebbe presentarsi alla propria assemblea dimissionario per favorire quell’indispensabile ricambio culturale e operativo, che non può non ripartire dal vertice della Banca d’Italia.

La nostra proposta

domenica 23 ottobre 2016

WhatsApp, Telegram, Banche e Infrastrutture: lo stesso problema

di
Francesco Zanotti

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Il problema è che tutti i top manager sono vittime di una autoreferenzialità non negligente, ma sistemica. Ora, anche se non è voluta (appunto: non è negligente), questa autoreferenzialità è dannosa per gli azionisti, i dipendenti e il sociale …

Il Corriere della Sera di oggi riporta la notizia che una società milanese (Inthecyber) ha scoperto buchi clamorosi nella sicurezza sia di WahtsApp che di Telegram. Del tipo: solo conoscendo il numero di telefono di una persona e con poche conoscenze tecniche è possibile spiare le sue conversazioni.
Paolo Lezzi, il capo di Inthecyber, ha informato sia WhatsApp che Telegram, convinto che i loro manager avrebbero fatto un salto sulla sedia. Ma WhatsApp si è detta non interessata perché, a suo dire, il problema è degli operatori di TLC. Telegram manco ha risposto.
Perché una reazione così poco comprensibile?
Perché i gruppi di top manager si isolano in sistemi di relazione troppo poveri che li assorbono completamente e ne definiscono le priorità … Ripeto questo concetto più esplicitamente, perché sia chiaro: è il sistema di relazione di una persona che ne seleziona priorità, convinzioni etc. Non la realtà. E quando un messaggio arriva da uno sconosciuto (nel senso che non fa parte del sistema di relazioni che si ritiene prioritario), cioè dalla realtà, non sono in grado di ascoltarlo. Anche se si tratta di una informazione vitale.

Il caso non isolato.  Anche le banche sono incomprensibili.
Hanno bisogno di nuove risorse perché il loro modello di Business non funziona più, ma non si curano di cambiarlo.  Non cercano, ad esempio, nuove metodologie di valutazione e di dialogo con le imprese visto che quelle che utilizzano oggi non servono. Non cercano nuove conoscenze da cui ricavare queste metodologie. Non ascoltano quando si dice loro che, usando queste nuove conoscenze e metodologie potrebbero diventare protagonisti di un nuovo rilancio del nostro sistema industriale aumentando anche la qualità e la quantità dell’occupazione.
Cercano, invece, nuovo capitale. Detto diversamente, invece di tappare i buchi del modello di business, cosicché il nuovo capitale sia usato fecondamente, cercano di averne così tanto da saturare la capacità di disperderlo nei buchi. Tanta acqua da “affogare” i buchi.
E non ascoltano non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di metodologie e di modelli di Business (se non retoricamente). Si parla invece di aumento di capitale, di obbligazioni da trasformare in azioni etc.  E i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Anche le infrastrutture sono incomprensibili. Pensate all’autostrada del Sole: era un progetto di tutto il Paese. Emozionava, mobilitava e creava le condizioni per lo sviluppo del Paese.  Era l’infrastruttura di supporto allo sviluppo di un progetto Paese.

Pensate ora alla Brebemi che è costretta a farsi pubblicità perché è stata progettata senza disporre di un progetto di sviluppo del territorio a cui finalizzarsi. E, quindi, sembra che serva a poco. Pensate a tutte le altre infrastrutture (per l’energia elettrica e per il gas, i porti, gli inceneritori etc.) che stanno confrontandosi con una crescente opposizione sociale. Forse sarebbe il caso di rivedere il processo di progettualità strategica del nostro sistema di infrastrutture facendo del sociale il protagonista di questa progettualità strategica. E spingendo il sociale a costruire progetti di sviluppo dei territori ai quali finalizzare i progetti di sviluppo infrastrutturale. Invece il sociale è relegato sulla carta dei bilanci di sostenibilità. Senza pensare che il concetto di “sostenibilità” è un ossimoro per le società di infrastrutture che, per definizione, non sono sostenibili perché occupano i beni comuni. Al massimo si può sostenere che le modalità con le quali realizzano le infrastrutture sono “sostenibili”. Detto tutto questo, a noi sembra che, invece di “misurare” la sostenibilità delle Società di infrastrutture, occorrerebbe misurare quanto i loro Business Plan sono essere finalizzati al progetto di sviluppo del nostro sistema paese e dei suoi territori. Detto diversamente, sempre per maggiore chiarezza, invece di sostenibilità si dovrebbe parlare di una finalizzazione ad uno sviluppo che non dovrebbe essere sostenibile, ma etico ed estetico.

Anche in questo caso i top manager sembrano “in altre faccende affaccendati” non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di sviluppo e di sociale. Si parla invece di “valore per gli azionisti” (che pure è una cosa importante).  E, anche in questo caso, i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Ma sarebbe il momento di cambiare …