"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 15 dicembre 2017

La tecnologia non è un destino




Troppo spesso le inarrestabili innovazioni tecnologiche ci vengono presentate come una sorta di 'sentenza' di un percorso obbligato di sviluppo. Invece sono solo dei catalizzatori di cambiamenti la cui evoluzione è frutto della interazione con altri attori sociali.

Quante volte abbiamo letto sui giornali, o ascoltato nelle conferenze o in TV, che con l'avvento della digitalizzazione, dell'Intelligenza Artificiale, della pervasività della rete e delle piattaforma su esse disponibili (es. Uber) tutto sarebbe cambiato (sottintendendo "per il meglio")? 

martedì 11 aprile 2017

PIR e progettualità strategica

di
Francesco Zanotti

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Il Sole24Ore spiega che i PIR, pur in diverse forme, dovranno canalizzare flussi finanziari verso le PMI. E se poi queste falliscono? Ecco che entra in ballo la necessità di valutare la progettualità strategica delle imprese.

La parola chiave è “lungo termine”. Caro il mio risparmiatore i tuoi soldi rimarranno bloccati nelle imprese per cinque anni. Ti verranno restituiti con un surplus tanto più quanto più le imprese nelle quali hai investito andranno bene.
Allora la domanda è: come si fa a scegliere le imprese che nei prossimi cinque anni andranno bene e distinguerle da quelle che andranno male?
La risposta tradizionale è semplice, ma sbagliata: si finanziano imprese che fino ad oggi sono andate bene. Esse vengono scelte guardando i risultati passati o affidandosi al giudizio di esperti di settore.
E' sbagliata perché la conservazione non costruisce sviluppo. Se le imprese sono andate bene nel passato, nulla garantisce che andranno bene nel futuro. Soprattutto in periodi di grande cambiamento.
Tra le imprese che sono andate bene nel passato solo una piccola parte andrà bene nel futuro. E sarà costituita da quelle imprese che costruiranno nel futuro (usando i soldi che in esse vengono investiti) una proposta di mercato alta e forte. Per individuarle non serve guardare ai numeri del passato e neanche inventarsi i numeri del futuro. Massimamente rischioso è affidarsi agli esperti di settore che, per definizione, giudicano in base alla loro esperienze passato. Sono conservatori cognitivi all’interno di una strategia complessiva di conservazione.
Serve, invece, valutare se si prefiggono di costruire una proposta di mercato alta e forte. Serve una capacità di valutare la loro progettualità strategica
Per compiere questa valutazione non bastano competenze contabili o finanziarie. Non basta neanche abbandonare l’“analisi tecnica” dei titoli e non basta neppue l’analisi fondamentale, almeno come è intesa oggi. Servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa avanzate. Non bastano, però, approcci dilettanteschi del tipo “Business Model Canvas” o “Oceano blu”. O modelli superati come il modello della strategia competitiva di M. Porter.
Non è questa la sede per descrivere queste conoscenze e metodologie. Il lettore di questo blog sa che nel blog stesso vi è molto materiale che descrive le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, adatte a valutare le proposte di mercato di imprese complesse.
Messaggio conclusivo a tutti i potenziali sottoscrittori di PIR: chiedete a coloro che scelgono le imprese dove investire i vostri soldi quali conoscenze e metodologie usano per valutare le imprese su cui investire. Domanda difficile a farsi? Allora, messaggio a tutti coloro che parlano di educazione finanziaria. Dovreste iniziare a parlare di educazione strategica.


venerdì 3 marzo 2017

Lettera aperta a Carlo Calenda

di
Francesco Zanotti

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Forse si inizia davvero e dire cose nuove  ... Vogliamo contribuire: gli investimenti sono importanti, ma prima serve un’altra cosa .. per non investire sul nulla.

Egregio Sig. Ministro, 
abbiamo letto con piacere il suo distaccarsi dalla politica dei sussidi e degli incentivi e il riconoscere che per creare il lavoro è necessario rilanciare il nostro sistema imprenditoriale.
Condividiamo anche che per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale servono investimenti. Ma pensiamo occorra costruire fondamenta che ci sembrano mancanti e che con questo post vogliamo proporre.

Per investire è necessario sapere dove. Mi dirà che sto scrivendo una ovvietà, ma non è vero. Perché stiamo rischiando di investire solo per migliorare il passato. Anche tutto il paradigma dell’industry 4.0 rischia di essere orientato al far funzionare meglio il passato. Oggi invece è necessario riconoscere che le imprese devono riprogettare i loro sistemi d’offerta: troppe imprese fabbricano e cercano di vendere “cose” che non interessano più. Detto diversamente, è necessario indirizzare una nuova stagione di investimenti attraverso un inedito sforzo di progettualità strategica.

Per avviare progettualità strategica è necessario fare alcune “cose”.
Innanzitutto, è necessario fornire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle imprese.
La stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa andrebbero fornite anche alle istituzioni finanziarie perché riescano a valutare la qualità della progettualità strategica e il suo prodotto: il Business Plan. Banca d’Italia e BCE dovrebbero guidare le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie in questa direzione.
La progettualità strategica dovrebbe diventare il driver fondamentale per la Governance delle imprese. La CONSOB dovrebbe obbligare le imprese quotate ad esporre il Business Plan per permettere agli investitori di valutare la loro progettualità strategica.

Tutte le proposte che abbiamo avanzato costituiscono le fondamenta di cui dicevo. Solo partendo da esse gli investimenti potranno diventare fecondi e aumentare non solo la quantità, ma anche le qualità dell’occupazione.

Che cosa ne pensa?

lunedì 16 gennaio 2017

Il lavoro: un primo passo al di là delle regole

di
Francesco Zanotti
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Il riferimento è ad un articolo apparso oggi su Corriere Economia di Daniele Manca. Egli sostiene che le regole (dal Job Act a qualunque altra regola) sono certamente utili (necessarie), ma non bastano (non sono sufficienti). Nel dire cosa manca, però, non arriva fino in fondo …

Certamente è un bel passo avanti ammettere esplicitamente che le regole da sole non bastano. Ad esempio porta a chiedersi: quali altre azioni può fare un governo per costruire sviluppo economico al di là del fare riforme o, aggiungo io, fornire incentivi fiscali?
La proposta del Dott. Manca è che occorrono “ … grandi aziende in grado di trainare con sé in termini di prodotto, di innovazione e di competitività, la filiera del valore delle piccole e medie imprese.”.
Ma credo non basti. Innanzitutto, se le grandi imprese non ci sono, o non sono sufficienti, siamo nei guai. E, poi, se tutto un sistema di imprese vive solo del successo di poche imprese-guida cosa accade se queste vanno in crisi?
Io credo che il discorso centrale debba essere quello della progettualità strategica. Il problema di fondo è che, mediamente (e quando si fa un discorso complessivo è la media che conta) sono i sistemi d’offerta delle imprese a perdere di senso. La madre di tutte le soluzioni è allora una nuova stagione di progettualità strategica. Per attivarle è necessario fornire sia il top manager delle grandi imprese sia agli imprenditori il patrimonio di conoscenze che servono a questo scopo: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che sono loro del tutto sconosciute. Lo dimostra il continuo ed ossessivo richiamo alla competitività che è stato la metafora centrale della strategia d’impresa negli anni ’80, ma oggi è completamente superata.

Ora la questione è: chi fornisce alle grandi e piccole imprese e, aggiungo, al mondo della finanza che potrebbe e dovrebbe finanziarie i progetti di ristrutturazione strategica, le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa? 

martedì 10 gennaio 2017

L’ignavia delle riforme

di
Francesco Zanotti

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E’ un commento ad un articolo di Federico Fubini sul Corriere di oggi. Propone una equazione che a me sembra carica di ignavia: une seria riforma nel nostro sistema giuridico come strumento chiave per costruire sviluppo.
Ma mettevi nei panni di un piccolo imprenditore o di una grande banca …

Innanzitutto il dott. Fubini applaude al Governo che ha affrontato con decisione e senza piazzate con la Germania o l’Europa, l’urgenza del Monte dei Paschi.
Poi, però, dice che non basta certo buttare soldi in una banca per risolvere tutti i problemi …
Io mi aspettavo concludesse: occorre che il Monte dei Paschi si doti di una Piano di ricostruzione della sua capacità reddituale alto e forte: offrire un nuovo sistema di servizi per immaginare un nuovo ruolo sociale del fare banca. Esattamente come dovrebbero fare i piccoli imprenditori che soffrono della perdita si senso delle cose che producono. Mi aspettavo un invito ad una nuova progettualità strategica alta e forte.
Invece la sua proposta riguarda sostanzialmente le leggi fallimentari. Secondo lui un grande progresso potrebbe venire dal cambiare le norme fallimentari perché le imprese in crisi possano rimanere operative e le banche possano gestire meglio i loro problemi.
Dove sta l’ignavia?
Sta nel fatto che non si vuole affrontare il problema di fondo. Ci si gira intorno.
E’ dannoso creare le condizioni per le quali banche ed imprese possano non affrontare il loro problema di fondo: il riprogettare la loro identità strategica ed il loro ruolo sociale. E’ dannoso affastellare palliativi su palliativi che costeranno sempre di più alla collettività. Certo anche una migliore procedura fallimentare è utili, ma il vero problema da affrontare è che le imprese non devono andare un crisi. Detto diversamente: che senso ha aiutarle quando sono in crisi, ma non far nulla perché non ci vadano?
Mi si può obiettare che non è ignavia: banalmente il problema di fondo non lo si vede perché non si hanno gli strumenti cognitivi per farlo. Ma allora è anche peggio …



domenica 23 ottobre 2016

WhatsApp, Telegram, Banche e Infrastrutture: lo stesso problema

di
Francesco Zanotti

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Il problema è che tutti i top manager sono vittime di una autoreferenzialità non negligente, ma sistemica. Ora, anche se non è voluta (appunto: non è negligente), questa autoreferenzialità è dannosa per gli azionisti, i dipendenti e il sociale …

Il Corriere della Sera di oggi riporta la notizia che una società milanese (Inthecyber) ha scoperto buchi clamorosi nella sicurezza sia di WahtsApp che di Telegram. Del tipo: solo conoscendo il numero di telefono di una persona e con poche conoscenze tecniche è possibile spiare le sue conversazioni.
Paolo Lezzi, il capo di Inthecyber, ha informato sia WhatsApp che Telegram, convinto che i loro manager avrebbero fatto un salto sulla sedia. Ma WhatsApp si è detta non interessata perché, a suo dire, il problema è degli operatori di TLC. Telegram manco ha risposto.
Perché una reazione così poco comprensibile?
Perché i gruppi di top manager si isolano in sistemi di relazione troppo poveri che li assorbono completamente e ne definiscono le priorità … Ripeto questo concetto più esplicitamente, perché sia chiaro: è il sistema di relazione di una persona che ne seleziona priorità, convinzioni etc. Non la realtà. E quando un messaggio arriva da uno sconosciuto (nel senso che non fa parte del sistema di relazioni che si ritiene prioritario), cioè dalla realtà, non sono in grado di ascoltarlo. Anche se si tratta di una informazione vitale.

Il caso non isolato.  Anche le banche sono incomprensibili.
Hanno bisogno di nuove risorse perché il loro modello di Business non funziona più, ma non si curano di cambiarlo.  Non cercano, ad esempio, nuove metodologie di valutazione e di dialogo con le imprese visto che quelle che utilizzano oggi non servono. Non cercano nuove conoscenze da cui ricavare queste metodologie. Non ascoltano quando si dice loro che, usando queste nuove conoscenze e metodologie potrebbero diventare protagonisti di un nuovo rilancio del nostro sistema industriale aumentando anche la qualità e la quantità dell’occupazione.
Cercano, invece, nuovo capitale. Detto diversamente, invece di tappare i buchi del modello di business, cosicché il nuovo capitale sia usato fecondamente, cercano di averne così tanto da saturare la capacità di disperderlo nei buchi. Tanta acqua da “affogare” i buchi.
E non ascoltano non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di metodologie e di modelli di Business (se non retoricamente). Si parla invece di aumento di capitale, di obbligazioni da trasformare in azioni etc.  E i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Anche le infrastrutture sono incomprensibili. Pensate all’autostrada del Sole: era un progetto di tutto il Paese. Emozionava, mobilitava e creava le condizioni per lo sviluppo del Paese.  Era l’infrastruttura di supporto allo sviluppo di un progetto Paese.

Pensate ora alla Brebemi che è costretta a farsi pubblicità perché è stata progettata senza disporre di un progetto di sviluppo del territorio a cui finalizzarsi. E, quindi, sembra che serva a poco. Pensate a tutte le altre infrastrutture (per l’energia elettrica e per il gas, i porti, gli inceneritori etc.) che stanno confrontandosi con una crescente opposizione sociale. Forse sarebbe il caso di rivedere il processo di progettualità strategica del nostro sistema di infrastrutture facendo del sociale il protagonista di questa progettualità strategica. E spingendo il sociale a costruire progetti di sviluppo dei territori ai quali finalizzare i progetti di sviluppo infrastrutturale. Invece il sociale è relegato sulla carta dei bilanci di sostenibilità. Senza pensare che il concetto di “sostenibilità” è un ossimoro per le società di infrastrutture che, per definizione, non sono sostenibili perché occupano i beni comuni. Al massimo si può sostenere che le modalità con le quali realizzano le infrastrutture sono “sostenibili”. Detto tutto questo, a noi sembra che, invece di “misurare” la sostenibilità delle Società di infrastrutture, occorrerebbe misurare quanto i loro Business Plan sono essere finalizzati al progetto di sviluppo del nostro sistema paese e dei suoi territori. Detto diversamente, sempre per maggiore chiarezza, invece di sostenibilità si dovrebbe parlare di una finalizzazione ad uno sviluppo che non dovrebbe essere sostenibile, ma etico ed estetico.

Anche in questo caso i top manager sembrano “in altre faccende affaccendati” non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di sviluppo e di sociale. Si parla invece di “valore per gli azionisti” (che pure è una cosa importante).  E, anche in questo caso, i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Ma sarebbe il momento di cambiare …