"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta Banca d'Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Banca d'Italia. Mostra tutti i post

lunedì 15 maggio 2017

Banche: proposte invece di baruffe chiozzotte

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per idea

Accanto agli scenari complessivi proposti dal Prof. Vitale e dal Prof. Minenna aggiungiamo la nostra proposta: le cose che una banca può fare subito per costruire una nuova redditività … E’ un vero peccato che non se ne parli mai. Ma si preferiscono stucchevoli baruffe chiozzotte come quelle su Banca Etruria. E sapete perché? Non perché siano temi decisivi, ma perché solo di quelli si sa parlare …

Riceviamo dal Prof. Vitale un incoraggiamento che ci fa piacere per l’autorevolezza professionale ed etica della persona.

Grazie per il commento al mio paper sulle banche. Sono totalmente d’accordo sulle Vostre tre proposte, tutte essenziali. Cordiali saluti Marco Vitale.

Ed allora ecco le nostre tre proposte che ogni banca potrebbe e dovrebbe mettere in atto da subito.

La prima: occorre che le banche sviluppino nuove competenze di valutazione del merito del credito, fondate su “ragionamenti” strategici, che sono gli unici che riguardano il futuro.
La seconda è che devono offrire servizi di progettualità strategica per rilanciare la nostra imprenditorialità. Così facendo aggiungono alla intermediazione finanziaria una “intermediazione cognitiva” riducendo così i rischi del “prestare” e, contemporaneamente, aggiungendo ricavi da nuovi servizi.
Come scrivevamo questi obiettivi sono raggiungibili se le banche si dotano di conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa di cui sono totalmente prive.
Vi è una terza cosa da fare: evitare di innescare drammatici processi di cambiamento che generano solo resistenze e frustrazioni. Li innescano ancora una volta per mancanza di conoscenza. Sono legate a miti manageriali (leadership, motivazione, talenti et similia) che le scienze umane e naturali hanno abbondantemente sbugiardato.

Purtroppo le banche non ci sentono. Se date una occhiata ai loro Piani strategici non si dice nulla di nuove competenze valutative, di nuovi sistemi di servizi di progettazione strategica, di diversi processi di cambiamento.
E non ci sentono perché non sanno sentire: non riescono a rendersi conto che il loro futuro sarà costruito più con risorse di conoscenza che di capitale finanziario.
Ovviamente questo discorso vale anche per la Banca d’Italia che non può esimersi anch’essa dall’acquisire le nuove conoscenze che servino per fare emergere il sistema bancario del futuro.


giovedì 4 maggio 2017

Non siamo i soli a essere preoccupati per il sistema bancario



di
Cesare Sacerdoti
e Francesco Zanotti

Risultati immagini per banca

In un articolo scritto per Micromega (“tentativo di fare il punto sulla situazione del sistema bancario italiano”), Marco Vitale ripercorre quelle che identifica come le principali cause delle attuali criticità, sottolineando la necessità di alzare gli occhi dalle singole crisi bancarie e tentare di ricostruire una visione d’insieme. Aggiungiamo un nostro contributo.

La sintesi delle opinioni del Prof. Vitale
Le prime due cause che Vitale identifica, la trasformazione da banca intermediaria a soggetto investitore in proprio e il gigantismo bancario, non sono originate in Italia, ma il sistema bancario italiano ha la responsabilità di essersi adeguato in maniera passiva in una sorta di resa incondizionata e servile. In particolare per la corsa alla crescita in dimensioni, Vitale ricorda come fossero già forti i segnali e i richiami alla pericolosità di un sistema too big to fail ma anche too big per essere governato e alla illusorietà degli effetti dell’economia di scala sulle banche. E qui Vitale non esita a sottolineare le responsabilità di una permissività eccessiva e acritica di Banca d’Italia, che, peraltro, ha continuato la deleteria prassi di stimolare e, in qualche caso, imporre delle fusioni come risposta impropria alle crisi bancarie, nel tentativo di manipolare e nascondere la crisi invece di affrontarla a viso aperto e con gli strumenti propri e tradizionali che hanno sempre portato a buoni risultati.
Ma la crisi attuale, secondo Vitale, deriva anche dal pensiero dominante che vede nella patrimonializzazione la priorità delle banche (Vitale punta il dito contro l’affermazione di Salvatore Rossi: La stella polare è la forza patrimoniale delle banche che si oppone in maniera drammatica alle convinzioni dei grandi banchieri del secondo dopoguerra per i quali la stella polare del fare buona banca non sta nel livello del capitale ma nella fiducia di cui gode la banca, nella onestà degli amministratori, e in rapporti equilibrati tra le varie forme di attività e passività. Vitale, sconsolato, rileva che non esiste capitale sufficientemente alto per evitare gli effetti della “mala gestio”). E anche qui Banca d’Italia, non solo non si è opposta a tale visione, ma ci si è adeguata, anzi, se ne è fatta semplice portavoce, con la pretesa di cercare di applicare acriticamente da noi impostazioni, approcci e livelli patrimoniali, dettati da paesi da noi molto diversi, in funzione dei loro interessi specifici.
 E questo in forte contrasto con le caratteristiche tipiche del nostro Paese, con la nostra economia di piccole e medie imprese, con un ordinamento che stimola le medie imprese a non crescere, con un mercato dei capitali asfittico, con una classe imprenditoriale brava a fare ma non a governare, con un familismo impressionante, con una dipendenza dall’intermediazione bancaria esagerata, con delle condizioni del credito bancario che presentano livelli di diversità inaccettabili a seconda delle dimensioni delle imprese, con un livello di occupazione molto basso, con differenze territoriali drammatiche.
Vitale infatti sottolinea che Se ci mettiamo sulla strada delle grandi dimensioni e del grande capitale siamo, per definizione, perdenti. Noi dobbiamo concentrarci sulle cose che sappiamo fare e sulle dimensioni che riusciamo a dominare e non scimmiottare gli altri, o farci imporre da altri soluzioni a noi dannose.
L’ultimo aspetto che Vitale prende in considerazione è quello che definisce La guerra contro le banche territoriali e il tentativo di cancellare le Banche Popolari. E’ questa una conseguenza diretta delle cause (Vitale le definisce malattie) sopra descritte, ma è una malattia tutta italiana. Per Vitale, e condivido il suo pensiero, le banche territoriali e il credito cooperativo sono una fortuna per i paesi che li hanno. Sono gli unici strumenti che possono contrastare ulteriori concentrazioni del potere finanziario.
Ora, sia a causa della crisi economica che ha colpito il sistema produttivo italiano, sia per le scelte compiute dal sistema bancario nel suo complesso e dalla politica, ci troviamo di fronte al problema della grave crescita dei crediti deteriorati la cui soluzione richiederà tempo e attenzione costruttiva A questo si aggiunge poi il collasso di alcune banche che si sono trasformati in casi sociali di interi territori. E questi, per Vitale, sono casi plateali di “mala gestio” e, conseguentemente di “mala vigilanza” causata da una debolezza politica e culturale dei vertici di Banca d’Italia.
A tutto ciò si aggiunge l’effetto del “bail in” che in sostanza è una forma di procedura concorsuale, ma che è stata dai nostri rappresentanti subita e recepita con totale e silente passività, ignorando gli effetti sulle operazioni in corso, dando al pubblico una informativa prossima allo zero, non predisponendo strumenti per attenuarne gli effetti in sede di prima applicazione, senza valutare gli effetti a cascata sul sistema, creando una grave perdita nel rapporto di fiducia tra banche e risparmiatori.
L’ultimo aspetto che Vitale prende in considerazione per i suoi effetti sul nostro sistema bancario è l’entrata in vigore della Vigilanza europea che, alla lunga, sarà un passaggio positivo, ma che per ora è portatrice di complicazioni burocratiche enormi, di ritardi dannosissimi nelle operazioni di risanamenti bancari, di manifestazioni di arroganza inaccettabili da parte dei responsabili della Vigilanza europea, di imposizioni spesso estremamente arbitrarie e dannose per il singolo istituto in ristrutturazione.
Vitale quindi punta il dito sulla guida di Banca d’Italia nei 10 anni di crisi, sottolineandone le mancanza sia nel ruolo di guida economica, per non aver saputo leggere correttamente la situazione economico finanziaria, sia come ente vigilante, incapace di anticipare e prevenire le maggiori crisi bancarie per cui, conclude Vitale, il vertice di Banca d’Italia dovrebbe presentarsi alla propria assemblea dimissionario per favorire quell’indispensabile ricambio culturale e operativo, che non può non ripartire dal vertice della Banca d’Italia.

La nostra proposta

venerdì 3 marzo 2017

Lettera aperta a Carlo Calenda

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per lettera aperta

Forse si inizia davvero e dire cose nuove  ... Vogliamo contribuire: gli investimenti sono importanti, ma prima serve un’altra cosa .. per non investire sul nulla.

Egregio Sig. Ministro, 
abbiamo letto con piacere il suo distaccarsi dalla politica dei sussidi e degli incentivi e il riconoscere che per creare il lavoro è necessario rilanciare il nostro sistema imprenditoriale.
Condividiamo anche che per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale servono investimenti. Ma pensiamo occorra costruire fondamenta che ci sembrano mancanti e che con questo post vogliamo proporre.

Per investire è necessario sapere dove. Mi dirà che sto scrivendo una ovvietà, ma non è vero. Perché stiamo rischiando di investire solo per migliorare il passato. Anche tutto il paradigma dell’industry 4.0 rischia di essere orientato al far funzionare meglio il passato. Oggi invece è necessario riconoscere che le imprese devono riprogettare i loro sistemi d’offerta: troppe imprese fabbricano e cercano di vendere “cose” che non interessano più. Detto diversamente, è necessario indirizzare una nuova stagione di investimenti attraverso un inedito sforzo di progettualità strategica.

Per avviare progettualità strategica è necessario fare alcune “cose”.
Innanzitutto, è necessario fornire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle imprese.
La stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa andrebbero fornite anche alle istituzioni finanziarie perché riescano a valutare la qualità della progettualità strategica e il suo prodotto: il Business Plan. Banca d’Italia e BCE dovrebbero guidare le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie in questa direzione.
La progettualità strategica dovrebbe diventare il driver fondamentale per la Governance delle imprese. La CONSOB dovrebbe obbligare le imprese quotate ad esporre il Business Plan per permettere agli investitori di valutare la loro progettualità strategica.

Tutte le proposte che abbiamo avanzato costituiscono le fondamenta di cui dicevo. Solo partendo da esse gli investimenti potranno diventare fecondi e aumentare non solo la quantità, ma anche le qualità dell’occupazione.

Che cosa ne pensa?

martedì 9 febbraio 2016

Lettera aperta a Ignazio Visco Giovedì 11 a Modena: e se fosse possibile un futuro radicalmente diverso per il sistema bancario?

di
Francesco Zanotti


Signor Governatore, 
accetterebbe di discutere intorno ad una visione radicalmente nuova del sistema bancario e del suo futuro?
Giovedì 11 febbraio all’Università di Modena presenteremo un libro (Per Comprendere Luhmann, edito da IPOC) che è fatto di due “pezzi”. Il primo è costituito dalla traduzione (fatta da Luciano e Lorenzo Martinoli) di un libro “divulgativo” del pensiero del grande sociologo tedesco Niklas Luhmann. Si tratta di “Radical Luhmann” del prof. Hans-George Moeller. La seconda parte è una mia appendice che racconta come il pensiero di Luhmann permetta di vedere in modo molto diverso la situazione attuale. E, poi, cosa è possibile aggiungere per trovare una nuova via di sviluppo.
Cosa c’entra il futuro del sistema bancario?
C’entra perché il pensiero di Luhmann e le nostre riflessioni ci portano ad individuare problemi e soluzioni radicalmente diversi da quelli che oggi vengono individuati e da quelle che vengono oggi proposte.
Il problema: le strategie delle banche sono sostanzialmente manageriali e non imprenditoriali. Sono orientate a far funzionare meglio il presente e non a progettare il futuro. Lo dimostra il modo in cui viene affrontato il problema delle sofferenze. Si sostiene che siano nate per colpa della crisi. Che il loro peso potrà essere eliminato potremo solo con aiuti esterni. Non si formeranno nel futuro solo se la crisi sarà risolta.
Noi proponiamo una tesi alternativa, proprio usando il pensiero di Luhmann e le nostre ulteriori riflessioni. Le sofferenze nascono dalla perdita di significato dei prodotti e servizi delle imprese. Interessano sempre meno. Si uscirà dalla crisi solo se le imprese attiveranno una nuova stagione di progettualità imprenditoriale. Per riuscirci devono usare conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Le banche devono, prima di tutto acquisire loro per prime queste conoscenze e metodologie e poi fornirle alle imprese. Le potranno usare anche per valorizzare il sottostante dei crediti deteriorati: le risorse materiali e immateriali delle imprese in crisi.
Che ne direbbe di discutere di questa tesi?



martedì 5 maggio 2015

L’Opinione del Dott. Maurizio Barnabè Direttore Generale BCC Valdostana

A seguito della lettera aperta che ho inviato al Dott. Flavio Valeri Chief Country Officer Italy Deutsche Bank, pubblichiamo l’opinione del Dott. Maurizio Barnabè. (FZ)

Il mondo delle Banche di Credito Cooperativo, di prossima riforma da parte del Governo sostenuto da Banca d'Italia e come diretta conseguenza della riforma delle Banche Popolari, non ha mai contratto il credito, né per le famiglie né per le Imprese.

In questi anni di crisi è stato, come movimento nel suo complesso, l'unico "rubinetto" aperto così anche come riconosciuto da tutto il sistema e dalle principali istituzioni.

Di fatto però, almeno nella maggior parte dei casi, e la Valle d'Aosta non fa eccezione, anzi acuisce il fenomeno, la clientela tipica "imprenditoriale" è di piccola media dimensione, passando dall'azienda a conduzione famigliare, all'artigiano evoluto e all'azienda (PMI) più strutturata. Sicuro vantaggio, rispetto alla grandi banche, è stato per le BCC operare senza vincolo di rating sui crediti : la conoscenza territoriale del cliente, l'estrema vicinanza con lo stesso, il rapporto socio-mutualistico-cooperativo, hanno contribuito ad affrontare le erogazioni con maggiore elasticità rispetto al mercato legato invece all'analisi degli indici di bilancio di ogni azienda.

Oggi se guardiamo alle evidenze del mondo delle BCC in termini di % sulle sofferenze ( comunque ben al di sotto rispetto alla media di mercato, elemento che conferma un processo di qualità di erogazione del credito anche in assenza di rating rigidi), nonché al fatto che per la stragrande maggioranza i bilanci degli ultimi tre anni delle aziende tipiche clienti, non importa di che dimensioni, sono in negativo o in stretto pareggio, la valorizzazione delle idee, delle capacità degli imprenditori, del capitale dell'azienda stessa, risiede proprio nella redazione di piani industriali, business case o plan che dir si voglia, convincenti e credibili perché sostenibili e con un alto indice di probabilità di accadimento.
Finanziare il passato (bilanci) rispetto al futuro (BP) è affrontare in modo completamente diverso il concetto di ripresa nonché il ruolo che anche gli istituti di credito devono avere nei confronti dei propri clienti o, come nel nostro caso, dei nostri soci.

Sir Wiston Churchil , e personalmente lo associo proprio all'analisi di bilancio, diceva che "se il presente cerca di giudicare il passato perderà il futuro".

I dati di cosa è successo non sono dei dogmi, le garanzie, comprese quelle ipotecarie, hanno sempre minor valore nell'analisi del credito (il lavoro delle banche non è escutere garanzie... ma dar bene e con qualità il credito a chi se lo merita…non puntare a diventare immobiliaristi) rispetto alla capacità di generare flussi finanziari ed economici che sostengano progetti e che, per quanto possibile, ripaghino ed autofinanzino l'investimento stesso richiesto alla banca anche con una base di mezzi propri che per quanto possibile rafforzerà anche il patrimonio.

Tracciare una rotta in un BP che preveda anche più ipotesi (best, worst, normal) deve diventare l'ABC di chiunque abbia un'attività imprenditoriale, sia essa commerciale, turistica, di servizio, di produzione, non importa di che dimensione: essere imprenditori vuol dire sapere cosa fare, come farlo, in che contesto e in che tempi. Per far questo, se l'azienda non è pronta o non ha le capacità e le risorse, deve necessariamente farsi sostenere da chi questo lo fa per mestiere (consulenti strategici, commercialisti, fiscalisti, avvocati, …), con costi ragionevoli, ma soprattutto deve avere fin da subito una visione di sviluppo e di diversificazione, quindi una idea, sia per prodotto che per mercato cercando di sviluppare la giusta strategia in uno scenario competitivo sempre più complesso in cui i margini, sia economici che di errore, si sono ridotti e in cui la tattica diventa la necessaria messa a terra di una strategia che non deve essere pindarica o semplicemente autocelebrativa.

La Banca deve ricevere e seguire con il proprio cliente, i suoi consulenti, il rispetto del piano ed aiutare ed intervenire, anche suggerendo, azioni correttive sia ex post ma anche ex ante proprio per mantenere la natura organica del BP che come strumento deve essere costantemente non una "palla di cristallo" ma una vera e propria bussola sul proprio business in cui la "mappa non è il territorio". Il BP è uno strumento che non è scritto nella pietra ma deve trovare continuo confronto nei risultati attesi, ecco eprchè tanto maggiore sarà il grado di dettaglio tanto migliore sarà l’analisi dei fenomeni e degli scostamenti di rotta. Il BP deve diventare per quanto possibile uno standard, forse anche giuridicamente vincolante in alcuni casi, perché, di fatto, concretizza il valore delle idee imprenditoriali di chi chiede credito senza azioni di brand marketing piuttosto che di mera “politica imprenditoriale” ma con l'unico fine di far capire, anche alla banca di supporto, come si genera valore stabile nel tempo, valore che ritroveremo tanto dei flussi che nel patrimonio che nel capitale.

Già gli Antichi dicevano che per ogni opera, il BP del passato, sono necessari tre elementi: saggezza nelle idee, forza nel sostenerle, bellezza nel realizzarle (intesa come equilibrio). Dal buon senso quindi passiamo a strumenti concreti che analizzino per ogni azienda il valore attuale e prospettico della stessa rendendoli "necessari" e standardizzati per tutti così come lo sono i Bilanci.

Maurizio Barnabè
Direttore Generale BCC Valdostana

Per consultare una scheda sui dati fondamentali del Bilancio 2014, clicca qui.


giovedì 19 dicembre 2013

Minibond: dopo il convegno a Milano della Camera di Commercio

Lettera aperta al Dott. Calugi 
dirigente Area Sviluppo Imprese
Camera di Commercio e Industria Milano
di
Luciano Martinoli


Egr. Dott. Calugi
Mi congratulo per l’iniziativa di ieri che ha avuto il merito di fare una rassegna, approfondita e professionale, sugli aspetti rilevanti legati al tema, coinvolgendo tutte le parti interessate.
Devo sottolineare però, tra i temi trattati, una assenza roboante, quella del protagonista principale: la progettualità strategica, “oggetto” dell’emissione di qualsiasi titolo di debito (ma anche di un sano rapporto bancario, una quotazione in borsa, una operazione di equity qualsiasi).
Si sta perpetuando, mi consenta di dire colpevolmente, la cultura del “debito per il debito”, tradendo lo spirito del quadro normativo, non a caso denominato inizialmente “Decreto sviluppo”, e dimenticando quali disastri, economici e sociali, tale approccio alla lunga genera.
Senza andare troppo in là nel tempo e nello spazio, la catastrofe dei mutui americani sub-prime, è di qualche settimana fa un articolo del sole24ore su dati Banca d’Italia, ricordati anche dal Dott. Longo, moderatore della mattinata: 

dal 2000 a fine 2013… il credito alle aziende è aumentato del 100%. Nello stesso periodo però gli investimenti e il fatturato delle imprese italiane sono cresciuti solo del 10%, mentre la produzione industriale è addirittura calata del 20%. Questo significa che negli anni d’oro, le banche hanno sostenuto con tanto (forse troppo) credito un sistema industriale che ha aumentato più i debiti che la produzione.

E le catastrofiche conseguenze di questo scellerato comportamento, perpetuato da banche e aziende, sono in dolorosa evidenza quotidiana di tutti noi.

Il debito deve servire a costruire sviluppo!
(ovvero a non avere più bisogno di debito)

Il convegno, così come tanta stampa, le associazioni di categoria, le camere di commercio, le pubbliche amministrazioni, ha trasmesso sul tema l’immagine che se un rubinetto si sta chiudendo, quello bancario, vi è l’opportunità di aprirne un altro, quello del mercato, senza però trattare il tema che queste risorse DEVONO servire a risolvere il problema di fondo: la falla nel secchio che si vuole riempire, principale responsabile della continua richiesta di finanza esterna.
Fuor di metafora è necessario che le imprese ricostruiscano la loro capacità di produrre cassa. E possono farlo solo attraverso un Progetto di Sviluppo che rivoluzioni la loro identità strategica. Insomma la sfida non è nella quantità di denaro che si mette a disposizione delle imprese. La sfida è come viene usato questo denaro. Se viene usato per sopravvivere, attendendo una miracolosa fine della crisi, allora è come buttare l’acqua nel secchio di cui dicevo prima. La sfida è, soprattutto, progettuale.

A pagina 7 dell’utile documento distribuito ieri “I minibond: istruzioni per l’uso”, nel capitolo a sua firma, dopo aver rappresentato la discesa della ricchezza prodotta delle aziende italiane, con conseguente diminuzione di mezzi propri, lei dice: 

Se l’apporto dell’autofinanziamento scende, diventa determinante l’accessibilità ai capitali esterni”. 

Credo che sarebbe opportuno aggiungere “...per ritornare ad un autofinanziamento rapido ed abbondante”. E specificando che questo obiettivo è raggiungibile solo, come dicevo prima, grazie ad un Progetto di Sviluppo alto e forte A questo, e a nient’altro, dovrebbe servire il ricorso a risorse finanziarie esterne.

Spero che presto la Camera di Commercio di Milano, così come la stampa di settore, le associazioni di categoria, le pubbliche amministrazioni e, ovviamente, le aziende tutte, decidano a brevissimo, prima che sia troppo tardi, di affrontare il tema centrale della riprogettazione strategica del tessuto economico italiano, unico modo per tornare a generare cassa.

Dal canto nostro, siamo pronti a dare il nostro sostegno a questo percorso, forti di un investimento di ricerca a livello internazionale  che ci ha portato a costruire un Modello di Progetto Strategico (Business Plan) e individuare un Processo attraverso il quale viene utilizzato che sintetizza la più avanzata cultura. Dal modello di business plan abbiamo costruito un rating per i Business Plan che riteniamo sia lo strumento mancante per capire la qualità dei progetti Strategici delle imprese.

martedì 5 novembre 2013

Lettera aperta al Direttore Generale Banca d'Italia

(Dott. Salvatore Rossi dopo l'intervento a Genova al convegno 
"Chi ha rubato il futuro ai giovani"?)
di
Luciano Martinoli
e
Francesco Zanotti


                                                                                           

Egregio Direttore

Abbiamo letto con grande interesse le sue affermazioni circa l’esigenza di una più efficace valutazione del merito del credito come fondamento di un nuovo rapporto tra banca ed impresa. Ci permettiamo di farle pervenire, a questo proposito, una prospettiva inedita ed una proposta.

La prospettiva inedita: il ruolo delle risorse cognitive.
Si potrebbe immaginare che l’esigenza da Lei espressa possa essere soddisfatta usando le attuali metodologie di valutazione in modo più attento, con più competenza. Forse anche con più passione sociale e civile.
Ma noi crediamo che questa via, se pur necessaria, rischia di non essere in alcun modo soddisfacente. Per una ragione ed una meta ragione.

martedì 12 febbraio 2013

La responsabilità delle banche nel costruire sviluppo


di
Francesco Zanotti


Credo che il Governatore Visco abbia profondamente torto. Mi riferisco ad una sua affermazione al Forex, come riportata da Marco Onado sul Sole 24 Ore di domenica 10 febbraio. Secondo Onado, il Governatore avrebbe detto che “se la ripresa tarda non dipenderà né dalle banche centrali né dalle banche”.
Credo che sia una convinzione sbagliata. Una delle mille trappole cognitive che sono alla radice della crisi attuale.
E’ sbagliata in termini generali perché nessuno può chiamarsi fuori. Per esempio, anche le banche (esse sostengono) sono imprese e come tali non possono sostenere che non c’entrano con l’aumento complessivo della capacità di produrre ricchezza.
Ma è sbagliata proprio in termini specifici: tocca alle banche fornire le risorse per costruire sviluppo. Ma non mi riferisco ai soldi. I soldi sono la cosa meno importante. Mi riferisco alle conoscenze ed alle metodologie di strategia d’impresa.
Abbiamo già affrontato questo tema innumerevoli volte questo tema su questo blog, ma ... repetita juvant …

venerdì 1 giugno 2012

Quello che avrei voluto sentire dire dal Governatore della Banca d’Italia


di
Francesco Zanotti


Avrei voluto sentire dire parole nuove da un nuovo Governatore.

Ad esempio …
La società industriale ha aperto un “Vaso di Pandora al contrario”. Un Vaso che sta spargendo intorno a noi immense risorse di futuro. Soprattutto potenzialità di futuro e nuove risorse cognitive.
Sono così tante, splendide e promettenti che lasciano attoniti.
Mi sarebbe, allora, piaciuto ascoltare il linguaggio della speranza.

Come si possono sfruttare le risorse di futuro? Se guardiamo al passato recente abbiamo un esempio: attraverso una intensa imprenditorialità di popolo.
Con il termine “imprenditore” non intendiamo parlare di un capitalista che cerca il profitto. Neanche di un manager che gestisce un’azienda o del proprietario che la possiede o di la eredita.
L’imprenditore è un creatore di mondi.
L’imprenditore si pone di fronte alla realtà, alla natura e alla società, in un modo tutt’affatto particolare: con la sindrome di Dio. Intendo dire: con la voglia di costruire un mondo a sua immagine e somiglianza.
Mi sarebbe piaciuto, allora, ascoltare il linguaggio della imprenditorialità.

Allora è necessario attivare una nuova e più intensa imprenditorialità di popolo. Ma come?
Gli imprenditori per immaginare nuovi mondi usano le risorse cognitive, i modelli mentali, le risorse emozionali  di cui dispongono. Le risorse e i modelli del passato non bastano più. Anche perché si sono andati affievolendo. Le nuove generazioni hanno ereditato le imprese, non lo spirito imprenditoriale. Tanto che oggi “imprenditore” è colui che possiede una impresa e non crea nuovi mondi.
Allora è necessario fornire nuove risorse cognitive, nuovi modelli mentali, nuove risorse emozionali.
Mi sarebbe piaciuto, allora, ascoltare il linguaggio della conoscenza.

Avrei voluto sentire parole nuove, ma ho sentito parole oramai note, anche se diligentemente messe in bell’ordine, come fa un diligente scolaro …