"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta Credito alle imprese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Credito alle imprese. Mostra tutti i post

mercoledì 18 giugno 2014

Il deficit di imprenditorialità...

(...di cui non si parla mai nei convegni)
di
Luciano Martinoli


Al ritorno dall'ennesimo convegno sulla crisi, questa volta declinato intorno al ritorno delle attività manifatturiera nei paesi di origine, devo registrare ancora una volta l'incapacità di toccare il tema centrale: il deficit di imprenditorialità che ha colpito il nostro paese (e non solo). Si tratta di un fenomeno, la vera causa dello stato in cui versiamo, che ha la sua precisissima misura nella percentuale dei disoccupati e nell'ammontare delle sofferenze bancarie causate dai prestiti alle aziende. 
Fare impresa significa progettare continuamente il proprio futuro e la risultanza di quanto tale progettazione sia efficace è nella produzione di abbondanti flussi di cassa. Laddove questi diminuiscono si è in presenza di un inequivocabile segnale di questo "deficit" e dell'urgenza di stimolare tale imprenditorialità al fine di tornare ad una migliore progettazione di futuro (con conseguente ritorno ai notevoli flussi di cassa).
Chiaro, no? 
E invece no!. Infatti di che si parla nei convegni e, più in generale, nel dibattito mediatico?

mercoledì 30 aprile 2014

Il “punto cieco” delle Banche

(e non solo delle Banche…)
di
Luciano Martinoli


Il “punto cieco” è una zona della retina dove le immagini non vengono catturate;  un punto all’interno del campo visivo, facilmente individuabile, nel quale anche se vi è un oggetto non viene visto dall’occhio. Ogni essere umano ha il suo “punto cieco”.

L’analisi del ilSole24ore di oggi è sui tassi minimi dei Btp. Di questa favorevole situazione, però, se ne beneficia solo lo Stato e non le Banche, le imprese e le famiglie per i motivi per descritti nell’articolo. 
Al termine della disamina di questa situazione viene riportato il punto di vista delle Banche attraverso le dichiarazioni del dott. Valli, Chief Eurozone Economist di UniCredit Research.

Il costo del denaro per le imprese italiane e in particolar modo per le Pmi resta elevato- spiega l’economista-perché risente di altri fattori: …di crisi strutturale del modello di business di una parte rilevante delle imprese italiane" .
Il “punto cieco” in questione delle Banche, ma come dicevamo all’inizio anche della politica, degli investitori, e di tutti gli stakeholder, è che questo non viene “visto” come problema della Banca ma come una situazione esterna al suo dominio di competenza di cui sente però gli effetti negativi. Come se il palo ci fosse, ci sbatto contro, mi faccio male perché non l’ho visto e... continuo a non vederlo e sbatterci contro.

sabato 4 gennaio 2014

E se avessero ragione (almeno un po’) le banche?

di
Francesco Zanotti


Nel mese di dicembre è diminuito ancora il credito alle imprese.
E tutti pensano che bisogna fare qualcosa perché aumenti. Ma se avessero una qualche ragione anche le banche a dare meno credito alle imprese?
Provate a mettervi dal punto di vista delle banche. Esse devono prestare i soldi a chi potrà restituirli nel futuro. Visto che non prestano soldi loro, ma quelli dei risparmiatori.
Ora, se le imprese chiedono soldi, è perché oggi non producono abbastanza cassa. Come fa una banca a capire se produrranno nel futuro una cassa sufficiente a restituire i prestiti?
Solo valutando il progetto di futuro delle imprese. Cioè il loro Progetto Strategico. Esso deve spiegare in modo convincente perché l’impresa produrrà cassa nel futuro.
Ma se le imprese non hanno un progetto strategico di questo tipo cosa può fare una banca?
Mi si può obiettare che tanto la banca non sa valutare Progetti Strategici. Ma questo non comporta che le imprese sono dispensati dal farlo.
Ma se le banche sono così pretenziose, allora rivolgiamoci altrove: vi è, ad esempio, lo strumento dei minibond. Ma per chi non vuole fare Progetti Strategici si cade dalla padella nella brace. Il criterio decisionale che seguono coloro che acquistano minibond è proprio il Progetto Strategico dell’impresa!
La conclusione è inevitabile: le imprese devono produrre Progetti Strategici che spieghino come riusciranno a produrre cassa nel futuro. Le banche e tutte le altre istituzioni finanziarie devono imparare a valutarli.

Per vincere questa sfida le banche, le imprese e le altre istituzioni finanziarie devono dotarsi delle più attuali conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.

giovedì 19 dicembre 2013

Minibond: dopo il convegno a Milano della Camera di Commercio

Lettera aperta al Dott. Calugi 
dirigente Area Sviluppo Imprese
Camera di Commercio e Industria Milano
di
Luciano Martinoli


Egr. Dott. Calugi
Mi congratulo per l’iniziativa di ieri che ha avuto il merito di fare una rassegna, approfondita e professionale, sugli aspetti rilevanti legati al tema, coinvolgendo tutte le parti interessate.
Devo sottolineare però, tra i temi trattati, una assenza roboante, quella del protagonista principale: la progettualità strategica, “oggetto” dell’emissione di qualsiasi titolo di debito (ma anche di un sano rapporto bancario, una quotazione in borsa, una operazione di equity qualsiasi).
Si sta perpetuando, mi consenta di dire colpevolmente, la cultura del “debito per il debito”, tradendo lo spirito del quadro normativo, non a caso denominato inizialmente “Decreto sviluppo”, e dimenticando quali disastri, economici e sociali, tale approccio alla lunga genera.
Senza andare troppo in là nel tempo e nello spazio, la catastrofe dei mutui americani sub-prime, è di qualche settimana fa un articolo del sole24ore su dati Banca d’Italia, ricordati anche dal Dott. Longo, moderatore della mattinata: 

dal 2000 a fine 2013… il credito alle aziende è aumentato del 100%. Nello stesso periodo però gli investimenti e il fatturato delle imprese italiane sono cresciuti solo del 10%, mentre la produzione industriale è addirittura calata del 20%. Questo significa che negli anni d’oro, le banche hanno sostenuto con tanto (forse troppo) credito un sistema industriale che ha aumentato più i debiti che la produzione.

E le catastrofiche conseguenze di questo scellerato comportamento, perpetuato da banche e aziende, sono in dolorosa evidenza quotidiana di tutti noi.

Il debito deve servire a costruire sviluppo!
(ovvero a non avere più bisogno di debito)

Il convegno, così come tanta stampa, le associazioni di categoria, le camere di commercio, le pubbliche amministrazioni, ha trasmesso sul tema l’immagine che se un rubinetto si sta chiudendo, quello bancario, vi è l’opportunità di aprirne un altro, quello del mercato, senza però trattare il tema che queste risorse DEVONO servire a risolvere il problema di fondo: la falla nel secchio che si vuole riempire, principale responsabile della continua richiesta di finanza esterna.
Fuor di metafora è necessario che le imprese ricostruiscano la loro capacità di produrre cassa. E possono farlo solo attraverso un Progetto di Sviluppo che rivoluzioni la loro identità strategica. Insomma la sfida non è nella quantità di denaro che si mette a disposizione delle imprese. La sfida è come viene usato questo denaro. Se viene usato per sopravvivere, attendendo una miracolosa fine della crisi, allora è come buttare l’acqua nel secchio di cui dicevo prima. La sfida è, soprattutto, progettuale.

A pagina 7 dell’utile documento distribuito ieri “I minibond: istruzioni per l’uso”, nel capitolo a sua firma, dopo aver rappresentato la discesa della ricchezza prodotta delle aziende italiane, con conseguente diminuzione di mezzi propri, lei dice: 

Se l’apporto dell’autofinanziamento scende, diventa determinante l’accessibilità ai capitali esterni”. 

Credo che sarebbe opportuno aggiungere “...per ritornare ad un autofinanziamento rapido ed abbondante”. E specificando che questo obiettivo è raggiungibile solo, come dicevo prima, grazie ad un Progetto di Sviluppo alto e forte A questo, e a nient’altro, dovrebbe servire il ricorso a risorse finanziarie esterne.

Spero che presto la Camera di Commercio di Milano, così come la stampa di settore, le associazioni di categoria, le pubbliche amministrazioni e, ovviamente, le aziende tutte, decidano a brevissimo, prima che sia troppo tardi, di affrontare il tema centrale della riprogettazione strategica del tessuto economico italiano, unico modo per tornare a generare cassa.

Dal canto nostro, siamo pronti a dare il nostro sostegno a questo percorso, forti di un investimento di ricerca a livello internazionale  che ci ha portato a costruire un Modello di Progetto Strategico (Business Plan) e individuare un Processo attraverso il quale viene utilizzato che sintetizza la più avanzata cultura. Dal modello di business plan abbiamo costruito un rating per i Business Plan che riteniamo sia lo strumento mancante per capire la qualità dei progetti Strategici delle imprese.

domenica 11 agosto 2013

Una domanda impertinente: soldi alle imprese… ma per farne cosa?

di
Francesco Zanotti


Tante voci sul Sole 24 Ore, un unico messaggio: è urgente fare arrivare soldi alle imprese.
Ma nessuno si pone il problema di cosa se ne faranno le imprese. Anche la “vicenda” dei mini bond viene presentata con una ragione curiosissima: poiché è difficile trovare domanda di credito “buono”, allora troviamo forme di finanziamento diverse dal debito bancario. Ma se non è buono il “credito”, come fa ad essere buono il fornire risorse a debito da parte di finanziatori che non siano le banche?
Io credo esista una ragione nascosta, forse non consapevole, ma decisiva in questo ragionare. In realtà si attende che la ripresa metta tutto a posto. Peccato che una ripresa alta e forte dell’attuale economia non ci sarà. Ci sarà solo la nascita di una nuova economia.
Allora merita credito o capitale solo chi riprogetta radicalmente la propria impresa. Ma chi è in grado di capire se un progetto strategico racconta di una rivoluzione o descrive solo come ci si attrezza per sopravvivere fino anche non ci sarà la ripresa? Sarebbe possibile farlo, ma occorrerebbe una rivoluzione nelle conoscenze e negli strumenti di analisi e progettazione strategica che usano banche ed imprese. Purtroppo negli ultimi vent'anni si è proceduto con il passo del gambero. Agli inizi degli anni ’90 avevo costruito una sintesi delle conoscenze e degli strumenti di analisi e progettazione strategica allora disponibili. Riguardando quella sintesi venti anni dopo mi accorgo che una parte rilevante di quelle conoscenze e quegli strumenti è stata addirittura dimenticata. Non solo non si cercano nuove conoscenze e nuovi strumenti di analisi e progettazione strategica, ma si dimenticano anche quelli che sono disponibili da decenni.
La conservazione è in ogni angolo. La conservazione culturale e professionale è interpretata con determinazione. Ogni progresso è visto come un attacco di lesa maestà a ruoli professionali o manageriali.

E’ il momento di abbandonare la pratica della conservazione che si porta dietro la retorica di una crescita che non arriva mai.

martedì 16 aprile 2013

Il problema del credito alle imprese: paura della conoscenza?


di
Francesco Zanotti


Al di là di visioni complottistiche (che certamente non hanno fondamento), al di là di moral suasions del tipo “acquistate debito pubblico” (che, invece, ne hanno un po’di più), al di là dei problemi di capitalizzazione e di regolazione (che contano e disturbano), rimane, però, la volontà di tutti i banchieri di far affluire tutto il credito che serve alle “imprese sane”.
Dove sta allora il problema? Le banche possono superare suggerimenti interessati e regolamenti e fare affluire liquidità alle “imprese sane”.
Ecco, il problema sta proprio in questa espressione: le “imprese sane”. Si scopre in cosa consiste il problema chiedendosi: le banche sono in grado di capire quali sono le imprese sane e quelle no? Ancora prima: ma cosa significa impresa sana?
Andiamo con ordine: cosa significa una impresa sana? Sostanzialmente una impresa che è sempre andata bene. Cioè: una impresa che è sempre riuscita a rispettare i sui impegni con le banche.
Ma il problema non è il passato. Occorrerebbe considerare “sane” le imprese che riusciranno a rispettare i loro impegni nel futuro. Questo vale, soprattutto, per una grande massa di imprese che stanno diventando “malate” (eufemismo) e che si cerca di guarire con operazioni di ristrutturazione del debito.
Ma le banche sanno valutare quale sarà la capacità di produrre cassa (perché è solo producendo cassa che si rispettano gli impegni con le banche) futura delle imprese?
La risposta, purtroppo è: no.
Ed è no perché le banche non utilizzano i modelli e gli strumenti di strategia d’impresa che servirebbero per capire quale è e come evolverà il posizionamento strategico (quello che determina la capacità di produrre cassa) delle imprese.
Se usassero questi modelli e strumenti potrebbero, non solo, individuare molto meglio le imprese “sane” (magari scoprendo che, producendo cassa hanno bisogno di capitali di sviluppo e non credito commerciale), ma anche aiutare le imprese malate non a cercare disperatamente di ridurre costi incomprimibili e tagliare investimenti, ma a disegnare progetti di sviluppo capaci di variare positivamente il loro posizionamento strategico.
Potrebbero costruire un portafoglio strategico delle imprese clienti per capire come varieranno le sofferenze complessive e potrebbero intervenire …
Allora una domanda si impone: visto che esistono le conoscenze (modelli e strumenti di strategia d’impresa) per costruire veramente una alleanza di sviluppo tra banche ed imprese perché non vengono usate dalle banche, soprattutto in una contingenza drammatica come quella in cui stiamo vivendo?


martedì 12 febbraio 2013

La responsabilità delle banche nel costruire sviluppo


di
Francesco Zanotti


Credo che il Governatore Visco abbia profondamente torto. Mi riferisco ad una sua affermazione al Forex, come riportata da Marco Onado sul Sole 24 Ore di domenica 10 febbraio. Secondo Onado, il Governatore avrebbe detto che “se la ripresa tarda non dipenderà né dalle banche centrali né dalle banche”.
Credo che sia una convinzione sbagliata. Una delle mille trappole cognitive che sono alla radice della crisi attuale.
E’ sbagliata in termini generali perché nessuno può chiamarsi fuori. Per esempio, anche le banche (esse sostengono) sono imprese e come tali non possono sostenere che non c’entrano con l’aumento complessivo della capacità di produrre ricchezza.
Ma è sbagliata proprio in termini specifici: tocca alle banche fornire le risorse per costruire sviluppo. Ma non mi riferisco ai soldi. I soldi sono la cosa meno importante. Mi riferisco alle conoscenze ed alle metodologie di strategia d’impresa.
Abbiamo già affrontato questo tema innumerevoli volte questo tema su questo blog, ma ... repetita juvant …