"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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sabato 24 febbraio 2018

Il paradigma 20/80


Recenti dati confermano ciò che si sapeva da tempo: il 20% delle aziende produce l'80% dell'export e del valore industriale. E' una oggettività strutturale o è il caso che l'altro 80% delle aziende si decida a dare il suo contributo?

E' il sole24ore che fornisce un'analisi su questo dato di fatto, confermando e dando corpo a quanto il Presidente di Confindustria aveva già affermato qualche tempo fa ("c'è un 20% di aziende che va molto bene, un 20% molto male e un 60% nella terra di  mezzo" ) .
La sfida è senz'altro attenuare tale "bipolarizzazione", come afferma l'autore, aiutando le rimanenti 80% delle aziende a dare il loro contributo.
Il problema è: come farlo?

venerdì 16 settembre 2016

Il Rapporto del Centro Studi Confindustria. E se si dovesse guardare da un’altra parte?

di
Francesco Zanotti
Stamattina il Sole 24 Ore parla diffusamente dell’ultimo Rapporto del Centro Studi Confindustria.
Contiene molte osservazioni ragionevoli, ma nell’attuale contingenza rischiano di essere frenanti. Nascondono il problema di fondo.
I cardini della loro proposta sono investimenti, produttività e finanza.
Sembrano ragionevoli, ma …
Se si vuole aumentare la produttività del lavoro diminuendo i costi si scatena solo una gigantesca battaglia di prezzi che non costruisce spesso sviluppo. Se, invece, si vuole giocare sul numeratore (il valore prodotto) allora servono progetti di sviluppo alti e forti che non si vedono. L’industry 4.0 non è un progetto. E solo una proposta di efficienza ed efficacia produttiva che rimane isolata nella dimensione tecnica perché nessuno di quelli che se ne occupano sembrano rilevarne le dimensioni sociologiche e antropologiche. Insomma: immettiamo tecnologie (ovviamente digitali) a iosa. Poi se avremo problemi ad implementarle e continueremo a produrre qualcosa che nessuno vuole più … beh, pazienza. Chiederemo altri sussidi statali. Abbiamo invece bisogno di progetti altri e forti che contengano in nuce (che siano ologrammi) di una nuova società.
La finanza deve aiutare di più le imprese. Il CSC denuncia ad esempio che le banche hanno ridotto i prestiti. Ma torniamo al discorso di prima. Il problema non è trovare soldi. Il problema è rispondere alla domanda: che te ne fai. I guai che nascono dal non chiedere cosa te ne fai o accettare come risposta un Business Plan che non sia solo fogli excel sono dimostrati, in generale, dal crescere delle sofferenze. Più in particolare dal caso Minibond che viene raccontato da Luciano Martinoli.
Se poi parliamo di sgravi fiscali, riduzione del costo del lavoro etc., allora siamo proprio morti. Compito delle imprese è quello di generare risorse per gli azionisti e per la collettività. Prima di ridurre le aliquote che le imprese esibiscano tanti utili da poterlo permettere. Ricordo l’orgoglio di un amico imprenditore: “il Commercialista mi dice che posso tranquillamente usare l’auto intestata all’impresa senza problemi. Ma io ho voluto che quel benefit fosse esibito nella mia dichiarazione dei redditi perché ci voglio pagare le tasse sopra.”. Io credo che molti imprenditori abbiano questo spirito. Ma non sono più in grado di sostenerlo. Non li aiuteremo nascondendo il problema fondamentale: non dobbiamo costruire sopravvivenze sempre più stentate che chiedono sempre più sussidi. Dobbiamo rivitalizzare le imprese con una progettazione strategica alta e forte. 
Cari imprenditori, immaginate un nuovo mondo. Solo così farete soldi per voi e per la collettività.


giovedì 8 settembre 2016

La noia è il vero problema …

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per la noia

Ieri il Sole 24 Ore parlava di “stanchezza da sbadiglio” a proposito del nuovo iPhone.
Se ne è accorto anche il Sole che il vero problema è la noia …
Noi ne scrivevamo tre anni  e mezzofa  su questo stesso blog, parlando del credit crunch
“Oggi (19 gennaio 2013) il Sole 24 Ore parla delle “Le nuove linee guida di Bruxelles per superare il credit crunch”. E siamo alle solite. Mi spiego
Va certamente bene aumentare le vie attraverso le quali far affluire risorse finanziarie alle imprese, ma occorre stabilire anche a quali imprese aprire queste vie. L’unico criterio significativo è quello di valutare i Progetti di futuro delle imprese che devono essere scritti in un business plan.
Il problema non è il credit crunch. Il problema è lo spegnersi dell’imprenditorialità nella noia. Il rischio è che si finisca per finanziare la noia con i soldi dei risparmiatori (se finanziano le banche) o dei cittadini (se finanzia lo Stato). O come si dice popolarmente: finisce che finanzia Pantalone. Che sembra essere il nuovo nome dei cittadini/risparmiatori che dovranno mantenere chi si annoia a produrre noia.”

Se fossimo stati ascoltati ter anni fa, ad esempio, saremmo riusciti ad evitare la débâcle dei minibond ed avremmo affrontato in modo radicalmente diverso il problema degli NPL.

lunedì 29 agosto 2016

Terremoti anche nella finanza: il caso minibond

di
Luciano Martinoli


E' recente la notizia che in Germania su 164 emissioni minibond 34 non verranno mai onorati per il fallimento dell'azienda emittente. A questi vanno aggiunti otto casi di ristrutturazione del debito extragiudiziale e altri 13 casi di situazioni classificate come inadempienze probabili. In totale 55 default, o probabili tali, ovvero il 33% circa del totale. 

In Italia le cose vanno meglio visto che finora vi è stato solo un fallimento (Grafiche Mazzucchelli di cui commentammo la notizia in un precedente post) ma... per quanto tempo?
Infatti all'orizzonte si profila un nuovo default.

mercoledì 18 maggio 2016

Per rilanciare i minibond investiamo in imprese con strategie banali?

di
Francesco Zanotti

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Oggi sul Sole24Ore si parla di come rilanciare i minibond che sembrano languire. E nasce l’idea straordinaria. Diamo ovviamente incentivi fiscali, ma stiamo attenti a finanziare solo imprese che usano i soldi raccolti con i minibond per favorire la crescita dimensionale, la ricapitalizzazione e progetti di internazionalizzazione.
Allora, immaginiamo una impresa che costruisce un prodotto obsoleto. Che non interessa più a nessuno. Scarpe sfigate, per fare un esempio sempliciotto, ma utile.
Bene, anche una impresa di questo tipo può sviluppare un progetto per crescere dimensionalmente (magari comprando un concorrente che fa scarpe sfigate come le sue) e per cercare di commercializzare le sue scarpe all’estero. Ma così facendo non risolve il problema che costruisce cose che non compra più nessuno. E la probabilità che non restituisca il prestito, anche se è cresciuta dimensionalmente e ha speso soldi per andare all’estero, sono bassissime. Tanto basse quanto sono basse le probabilità che, improvvisamente, tutti vogliano comprare quelle scarpe sfigate.
Poi mi si deve spiegare come si fa rafforzarsi patrimonialmente aumentando i debiti.

Ma sarà mai possibile iniziare a fare discussioni che evitino decisamente banalità assurde?

domenica 6 marzo 2016

Popolare di Vicenza

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Popolare di Vicenza

Uno dei pochissimi vantaggi del fare il consulente di strategia d’impresa è che si entra in contatto con i vertici delle imprese.
Noi nei tre anni scorsi siamo entrati in contatto con i passati Vertici della Popolare di Vicenza. Contatti non di servizio, ma sufficienti per proporre alcune considerazioni che mi sembra possano avere carattere generale.
Ovviamente non farò nomi e cognomi e anche cercherò di descrivere solo molto generalmente i fatti.
Il primo fatto: il totale disinteresse verso la conoscenza. Più specificatamente: perché non usate le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che sono indispensabili per progettare il vostro futuro, per valutare quello delle imprese e aiutarle a migliorarlo? Risposta sostanziale: non so cosa siano le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Soprattutto non posso ammettere che esistano conoscenze di cui non dispongo.
Il secondo fatto: il desiderio di autorappresentazione personale, se non di peggio. Tavola rotonda sui minibond. Un alto dirigente che partecipa giusto solo per apparire sul resoconto stampa di quella tavola rotonda. Interesse alle opinioni degli altri: zero. Gigionesco piacere a vedersi riverito: immenso. Poi tutti possono vedere come è finita la storia dei minibond.
Considerazioni generali? Cari azionisti, soprattutto delle banche, verificate le conoscenze di cui dispongono i manager a cui affidate le vostre Società. Se non dispongono delle più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, assumeteli, se siete in vena di generosità, solo come usceri.


mercoledì 18 novembre 2015

Minibond per farci cosa?

di 
Luciano Martinoli


Il Corriere Economia del 9 novembre scorso ha pubblicato i risultati di una nostra ricerca sui primi minibond emessi a quasi un anno dall’utilizzo dei proventi incassati dall’emissione dei titoli.
Perdurando l’assenza del Business Plan, documento “principe” che dovrebbe  descrivere il progetto di sviluppo oggetto del minibond e di cui avevamo già rilevato la mancanza in una nostra prima ricerca, ci siamo concentrati sui documenti pubblicamente disponibili.
Lasciamo la descrizione del dettaglio dei risultati alla lettura dell’articolo. 
Al di là dei numeri, però, quale è la scoperta più significativa che abbiamo fatto?

giovedì 22 ottobre 2015

Ferrari: finalmente si comincia a capire

di
Francesco Zanotti

Oggi Alessandro Plateroti in prima pagina sul Sole 24 Ore titola: ”La sfida Italiana? Avere tante Ferrari”. Ma ci sono voluti gli americani che dopo il successo della quotazione della Ferrari, hanno chiesto “What’s next”? Cioè: che altre meraviglie avete per noi?
Mi piace sottolineare che in questo blog l’avevamo detto tre anni fa. Dicevamo che servivano tante Apple perché Apple è più grossa della Ferrari, ma intendevano la stessa cosa: noi supereremo la crisi solo generando meraviglie: imprese opere d’arte.
Siamo contenti che si cominci a capire, ma ci dispiace che non si vada fino in fondo. La sfida infatti è: ma come si fa a far nascere mille imprese opere d’arte?
Le riposte che dà Plateroti sono troppo “esortative”. Operativamente non dice come fare a cominciare da stamattina.
Noi abbiamo una proposta. L’Italia è piena di imprenditori eccellenti. Ma sono come macchine potentissime alle quali manca la “benzina”. E questa benzina non è costituita dalle risorse finanziarie, ma dalle risorse di conoscenza. In particolare le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Esse servono a cogliere le potenzialità di sviluppo attuali che non sono più “puntali” come un tempo, ma sempre più sistemiche. E a progettare risposte a queste potenzialità con progetti complessi e articolati. Senza le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa gli imprenditori girano a vuoto. Sono come un poeta a cui manca la vista e la lingua. La sua potenzialità poetica si esaurisce nella frustrazione di non saper leggere il mondo e nel non poter costruire progetti strategici (Business Plan) alti e forti.
Anche ai finanzieri mancano le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Dovrebbero, invece, disporne per poter valutare sei i Business Plan sono alti e forti. Dovrebbero distribuirle agli imprenditori e stimolarli ad usarle. Questo vale soprattutto per tutte le nostre banche commerciali che vantano legami forti con i territori. Se vogliono salvaguardare il loro impegno e significato sociale devono distribuire risorse cognitive insieme a risorse finanziarie.
Il mancato utilizzo di conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa è quello che sta “inaridendo” l’idea anche buona dei minibond come racconteremo nei prossimi giorni.


martedì 20 ottobre 2015

Finanziarie Regionali e minibond: consapevoli dei rischi?

di
Luciano Martinoli


E’ notizia recente il sostegno, a vario titolo, di alcuni operatori pubblici locali all’emissione di minibond da parte di PMI del loro territorio. Andiamo dalla Sardegna, dove la SFIRS, finanziaria regionale, ha annunciato la costituzione di un fondo di garanzia, al Veneto, dove la locale finanziaria regionale insieme alle BCC hanno costituito un fondo apposta. E non è da dimenticare l’ennesimo annuncio della Regione Lombardia di strumenti a supporto in tale direzione dei quali, però, non sono ancora note le indicazioni operative tramite la Finlombarda, la finanziaria regionale.
Sono annunci certamente positivi ma i promotori di tali iniziative sono consapevoli dei rischi, così come delle opportunità di tali strumenti?
Come scongiurare i primi per perseguire i secondi?
E gli scopi sono per dispiegare strumenti per finanziare lo sviluppo o la sopravvivenza dei tessuti economici locali?

martedì 22 settembre 2015

Minibond. Per non buttare i soldi: cassa e posizionamento strategico

di
Francesco Zanotti

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Come già scritto, in questi giorni stiamo studiando come “stanno andando” i primi minibond emessi.
La logica di valutazione è quella che dovrebbero avere tutti gli investitori che usano soldi altrui. Cioè, quasi tutti. La seguente.
La capacità di generare cassa nel fare il suo mestiere è la prestazione chiave di una impresa.
Allora, essi dovrebbero, innanzitutto, misurare questa capacità.

La capacità di generare cassa di una impresa avviene a livello di Unità di Business.
Quindi servirebbe una descrizione precisa delle Unità di Business, disponendo di un metodo avanzato di descrizione che non si riduca ad esempio, alle combinazioni prodotto/mercato la cui significatività è già stata contestata da Abel nei primi anni ’80.
E, poi, servirebbe un conto economico a livello di Unità di Business.

Purtroppo, nella documentazione pubblica disponibile, non c’è mai né l’una (una definizione avanzata delle Unità di Business), né l’altro (un conto economico strutturato per Unità di Business).

Poi sarebbe necessario capire se le azioni che l’impresa chiede di finanziare serviranno ad aumentare e di quanto la sua capacità di generare cassa.

giovedì 10 settembre 2015

Come vanno i primi minibond?

di
Francesco Zanotti

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Ci siamo chiesti: ma come stanno andando le imprese che hanno emesso i primi minibond?
La domanda è legittima e la risposta significativa perché dalle prime emissioni sono oramai passati due anni che corrispondono a circa al 30/40 % della durata del prestito obbligazionario per queste stesse prime emissioni.
Poniamo la domanda in modo più concreto: le imprese che hanno emesso i minibond stanno aumentando la loro capacità di generare cassa in modo da riuscire a rimborsare i minibond nei tempi necessari?
Diciamo “stanno aumentando” perché l’obiettivo dell’emissione non era il mantenimento in vita di quelle imprese, ma il loro sviluppo.
I soldi sarebbero dovuti servire per fare delle “cose” che le avrebbero portate a produrre tanti soldi abbastanza (almeno) da riuscire a rimborsare il prestito.
Allora la domanda diventa: oggi, che le imprese devono aver fatto buona parte delle cose che hanno detto sarebbero servite al loro sviluppo, si stanno vedendo i frutti della fatica (delle imprese) e dell’investimento (dei sottoscrittori)?

Per cercare di rispondere a questa domanda, stiamo usando solo dati pubblici. Essi sono costituiti dai bilanci pubblicati. Non sono disponibili i Business Plan che hanno convinto i sottoscrittori di minibond a mettere mano al portafoglio. Certamente i sottoscrittori saranno in grado, disponendo dei Business Plan di fare meglio il punto di quanto accaduto e capire se il futuro permetterà alle imprese di rimborsare loro il prestito obbligazionario…
I primi risultati sono molto preoccupanti. Nei primi due anni le azioni svolte dalle imprese che hanno emesso minibond non sono state in grado di aumentare significativamente la loro capacità di generare cassa.
Saranno decisivi i prossimi anni. Ma quello che faranno le imprese nei prossimi anni dovrà essere realmente molto eclatante. Dovranno essere in grado di generare un improvviso e rilevantissimo aumento della loro capacità di generare cassa. Ci piacerebbe vedere i Business Plan in mano ai sottoscrittori … Ma detto questo ci viene in mente una domanda ancora più drammatica: questi Business Plan esistono? E se non esistono, i sottoscrittori su cosa si sono basati per decidere l’investimento? E come fanno oggi a decidere come sta andando il loro investimento?

Ci piacerebbe generalizzare il discorso alle ristrutturazioni del debito. E vedere non tanto quante promesse sono state disattese, ma la qualità di questa promesse. La qualità dei Business Plan su cui si è basata la decisione di ristrutturare il debito.


mercoledì 15 luglio 2015

Il primo minibond “saltato”. Riflessioni e proposte

di
Luciano Martinoli                                            Francesco Zanotti


E' recente la notizia della richiesta di concordato in bianco della "Grafiche Mazzucchelli", azienda bergamasca che poco più di un anno fa emise uno dei primi minibond.
La conseguenza prevedibile di questa richiesta è che il minibond non verrà più rimborsato.

Le domande che è necessario ed urgente farsi sono almeno quattro.
La prima: era prevedibile?
La seconda: accadrà ancora? Cioè, qual è la percentuale dei minibond emessi a rischio?
La terza: perché si danno soldi a chi non li merita? Detto diversamente: come si fa a individuare chi li merita?
La quarta: ma non è che forse anche il crescere delle sofferenze bancarie nasce perché non si riesce a capire chi merita il credito?
 Andiamo con ordine.

sabato 18 aprile 2015

Ragionamenti di conservazione: capitalizzazioni e debiti

di
Francesco Zanotti


Lettera aperta al Dott. Flavio Valeri Chief Country Officer Italy Deutsche Bank
commento all'intervista de ilSole24ore pubblicata 17 Aprile 2015

In apparenza il ragionamento non fa una piega: le imprese hanno troppo poco capitale per poter aumentare l’indebitamento. La soluzione, allora è quella di aumentare la loro dotazione di capitale.
Questo discorso non farà neanche una piega, ma all’interno di una visione assolutamente conservativa dell’economia.

Infatti, proviamo a tornare ai “basics”: che obiettivo ha una impresa?
E’ l’attore che deve produrre risorse per aumentare la qualità della vita delle persone e costruire strutture collettive efficaci ed efficienti.
Detto, meno sociologicamente: dicesi impresa quell’attore economico che produce utili. Ora, se produce utili diventa capace di auto generare anche capitale: basta che gli azionisti non se li portino via. Allora il problema del capitale per una impresa che produce utili, non si pone.

E se una impresa non produce utili? La soluzione di capitalizzarla perché possa sostenere un maggiore indebitamento è una sciocchezza. Invece di capitalizzarla, va rivoltata come un calzino perché li produca. Più professionalmente: occorre che l’impresa si doti di un Progetto Strategico, formalizzato in un Business Plan, alto e forte che preveda cambiamenti nella sua identità strategica tanto più profondi, quanto più la sua capacità di produrre utili è in crisi.
Allora l’area prioritaria d’intervento è quella di aiutare le imprese a immaginare progetti di sviluppo alti e forti.

Ma proviamo a guardare le cose dal punto di vista di una istituzione finanziaria che operi con strumenti di debito (una classica banca commerciale o investitore in titoli di debito) e che non voglia “impicciarsi” di “Progetti strategici, Business Plan e rivoluzioni strategiche”. Il ragionamento di una tale Istituzione Finanziaria che non voglia impicciarsi potrebbe essere: vado a cercare imprese ben capitalizzate e ad esse faccio debito. Ma non funziona: anche se le imprese sono ben capitalizzate, se non producono utili, la loro capitalizzazione è destinata ad esaurirsi. Allora il ragionamento potrebbe diventare: vado a finanziare imprese che sono capitalizzate e producono utili. Ma qui si cade in contraddizione. Infatti, se producono utili è probabile che non abbiano bisogno di indebitarsi. Detto con il linguaggio degli investitori: l’asset class costituita da imprese che sono capitalizzate, producono utili e cercano risorse a debito rischia che sia vuota.

La conclusione è che oggi una istituzione finanziaria, non può oggi non impicciarsi di “Progetti strategici, Business Plan e rivoluzioni strategiche”.
Fino ad ora abbiamo lasciato il discorso a livello tecnico, ma proviamo ad allargare la prospettiva. Le istituzioni finanziarie sembrano impegnate a far di tutto, anche i ragionamenti più arzigogolati, per non impicciarsi di “Progetti strategici, Business Plan e rivoluzioni strategiche”.
Ma, al la di ogni ragionamento tecnico (pur rilevante), queste istituzioni finanziarie pensano davvero che possa sostenersi una economia che non si orienti al futuro? Che rimanga sempre uguale a se stessa? Che la quantità di capitale disponibile oggi abbia una qualche influenza sulla capacità di restituzione nel futuro delle risorse finanziare prese a prestito? 
Pensano davvero che il problema del futuro non le tocchi?
La riposta a tutte queste domande è inevitabilmente. No!

Allora la conclusione è inevitabile: le istituzioni finanziarie debbono impicciarsi prioritariamente di “Progetti strategici, Business Plan e rivoluzioni strategiche”.
Perché dovranno fornire risorse a debito solo ad imprese che si doteranno di Business Plan alti e forti che descriveranno come le stesse imprese si trasformeranno per aumentare la loro capacità di generare utili.
Questo significa che le Istituzioni finanziarie dovranno, necessariamente, dotarsi di nuove risorse cognitive e metodologiche per essere capaci di valutare la qualità dei Business Plan. Le nuove risorse cognitive sono le conoscenze di strategia d’impresa che oggi non sono nella disponibilità delle Istituzioni finanziarie. Le nuove risorse metodologiche sono costituite da metodologie di Rating dei Business Plan che pure non sono nella loro disponibilità.
Necessariamente, ma non sufficientemente, però. Le stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa sono necessari agli imprenditori per poter progettare Business Plan alti e forti. Chi può fornire loro queste risorse cognitive? 
Lo possono fare, conviene loro sommamente farlo, le istituzioni finanziarie che forniscono risorse e servizi finanziari alle imprese. Limitandosi a valutare Business Plan rischierebbe di non trovarne alti e forti.

Ci si obietterà che per le istituzioni finanziarie quella che proponiamo e consideriamo necessaria è una rivoluzione. … Certo! E che pensano le Istituzioni finanziarie che il loro settore sia l’unico che non deve attivare rivoluzioni strategiche?