"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 28 aprile 2017

Il contributo del prof. Minenna e un mio commento

Come i nostri lettori sanno, abbiamo avviato un dibattito sui percorsi di innovazione del sistema bancario, abbiamo invitato il Prof. Minenna a parteciparvi e lui ha accettato. Ringrazio quindi il professore per aver accolto il nostro invito e, soprattutto, per la profondità e la ricchezza del materiale inviatoci. Da ultimo lo ringrazio anche perché mi ha dato un “assist” molto autorevole per proporre alcune idee che ritengo decisive.

Il Prof Minenna ci ha inviato:
1.       versione estesa dell’articolo del Corriere che ha pubblicato su “Gli Stati Generali”


2.       link ad un suo intervento durante un convegno alla sala biblioteca del Senato

3.       link al suo intervento al convegno NPL Summit di Milano


Abbiamo provato a proporre alcuni passi rilevanti del suo documento scritto. In particolare l’ultimo passo che proponiamo è quello che mi fornisce l’assist di cui dicevo.

"In Italia comunque la situazione rimane oltremodo complessa. Il dato complessivo più preoccupante è relativo alle sofferenze, cioè a quei crediti deteriorati la cui probabilità di recupero è molto bassa o quasi nulla per via dell’acclarata difficoltà del debitore a far fronte ai propri impegni (i.e. se un’impresa è in stato di decozione evidenziato dal fallimento o da altra procedura concorsuale). Il dato di gennaio 2017 indica uno stock complessivo di circa 200 miliardi di € di sofferenze lorde "

"ci sono, infatti, delle ricadute negative sul tessuto economico-produttivo derivanti dal cambio della proprietà del credito. Si passa dalla banca, interessata al recupero del credito attraverso un’interazione costruttiva con l’impresa salvaguardando l’attività produttiva, alla “società avvoltoio” motivata a “spremere” valore dal credito in un tempo più breve (che può scendere anche a soli 7 anni), anche attraverso il ricorso accelerato a procedure esecutive di varia natura. Per un’impresa già in difficoltà per via della crisi e della stretta creditizia ma che ha ancora del potenziale produttivo, l’interazione con la nuova controparte (il vulture fund) può solo nuocere alla residua capacità di resistere sul mercato. Questo fenomeno assume ancora più valenza se consideriamo che le imprese che si trovano in questa situazione sono rimaste assai poche, visto che la maggioranza delle sofferenze riguarda soggetti da tempo non più economicamente vitali. 
Se il fondo avvoltoio che generalmente ha sede all’estero riesce a recuperare con successo delle risorse, queste andrebbero, tra l’altro, a remunerare investitori che sono al di fuori del circuito economico nazionale; in sostanza si realizza un trasferimento all’estero di ricchezza nazionale.
A questo si aggiunge che questa strategia implica dei costi per l’erario in termini di mancati introiti fiscali, che si aggiungono al mancato gettito derivante dall’inadempienza originaria del debitore. In definitiva, a causa delle maggiori perdite che le banche sono costrette a contabilizzare, i contribuenti, come vedremo meglio più avanti, pagano un “conto salato” sia per la crisi dell’impresa che per la dismissione del credito deteriorato al vulture fund.
Questo circolo vizioso si sta da anni pericolosamente affacciando sulla scena nazionale con evidenti effetti sulla tenuta del nostro sistema produttivo; i dati sul fallimento delle imprese non sono affatto incoraggianti, per quanto ci sia stata una crescita delle procedure di amministrazione straordinaria su base volontaria."

....il decreto salva imprese.. "dal presupposto di superare la contabilizzazione a valore nominale del rapporto creditizio banca-impresa nel momento in cui si proceda ad una sua svalutazione.
In questa prospettiva appare ragionevole prevedere una nuova contabilità che “sincronizzi” i bilanci della banca e dell’impresa al valore del credito svalutato. In altri termini, il valore nominale del rapporto creditizio nel bilancio tanto della banca quanto dell’impresa va aggiornato per riflettere il processo di svalutazione del NPL definito dalla banca.
Quanti potrebbero essere i costi finanziari effettivi?
Presumibilmente, usando parametri meno rigidi e che tengano conto del prevedibile superamento del credit crunch si può stimare che il costo si assesterebbe però su valori intorno ai 5 miliardi €. Va da sé che tali costi verrebbero medio termine compensati dal ritrovato gettito fiscale delle imprese per le quali il provvedimento dispiegherà la sua efficacia.
In definitiva, il “Salva-Imprese” rappresenta una soluzione dirompente anche se atipica dal punto di vista delle policy economiche convenzionali. Se applicato con successo, si potrebbe prendere in considerazione l’estensione a livello europeo, dove il bacino complessivo delle sofferenze supera ampiamente i 1.000 miliardi di €.

L’assist
Sono sempre più convinto che dalla crisi si esca pensando a soluzioni che siano realmente “out of the box”.

Professore, la tesi che stiamo sostenendo è proprio “out of the box”. E’ la tesi che  pensiamo è che al sistema bancario mancano conoscenze e metodologie capaci di traguardare (prevedere, aiutare a progettare) il futuro delle imprese. Si tratta delle metodologie e conoscenze di strategia d’impresa. L’espressione stessa “conoscenza e metodologie di strategia d’impresa” non viene ben capita. Credo nessuno all’interno del sistema bancario conosca i “contenuti” di quell’area di conoscenza che si chiama strategia d’impresa. Si confonde la scienza della strategia con le strategie specifiche delle imprese che andrebbero giudicate e sviluppate proprio usando questa scienza.
Ora il prevedere e l’aiutare a progettare futuri alti e forti per le imprese mi sembra proprio l’attività che permette di non vanificare la innovazione contabile che propone. Infatti essa serve a sistemare il presente, ma poi occorre che non formano nuove sofferenze. E nuove sofferenze non si formano se e solo se le banche riescono a valutare il futuro delle imprese e supportarle nello sviluppare progetti di futuro alti e forti.

giovedì 8 settembre 2016

La noia è il vero problema …

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per la noia

Ieri il Sole 24 Ore parlava di “stanchezza da sbadiglio” a proposito del nuovo iPhone.
Se ne è accorto anche il Sole che il vero problema è la noia …
Noi ne scrivevamo tre anni  e mezzofa  su questo stesso blog, parlando del credit crunch
“Oggi (19 gennaio 2013) il Sole 24 Ore parla delle “Le nuove linee guida di Bruxelles per superare il credit crunch”. E siamo alle solite. Mi spiego
Va certamente bene aumentare le vie attraverso le quali far affluire risorse finanziarie alle imprese, ma occorre stabilire anche a quali imprese aprire queste vie. L’unico criterio significativo è quello di valutare i Progetti di futuro delle imprese che devono essere scritti in un business plan.
Il problema non è il credit crunch. Il problema è lo spegnersi dell’imprenditorialità nella noia. Il rischio è che si finisca per finanziare la noia con i soldi dei risparmiatori (se finanziano le banche) o dei cittadini (se finanzia lo Stato). O come si dice popolarmente: finisce che finanzia Pantalone. Che sembra essere il nuovo nome dei cittadini/risparmiatori che dovranno mantenere chi si annoia a produrre noia.”

Se fossimo stati ascoltati ter anni fa, ad esempio, saremmo riusciti ad evitare la débâcle dei minibond ed avremmo affrontato in modo radicalmente diverso il problema degli NPL.

mercoledì 19 febbraio 2014

Anche gli imprenditori, però …

di
Francesco Zanotti


Riporto da una intervista ad un piccolo imprenditore sul Corriere di oggi.
Il guadagno diventa un sogno perché pago il 22% di IVA e oltre il 50% di tasse. In pratica a conti fatti, lo Stato ci toglie il 75% del fatturato.”.
Anche gli imprenditori, però, ci mettono del loro.
Ma come si fa sostenere che l’IVA fa parte del valore prodotto dall'impresa? E’ solo una partita di giro: l’impresa raccoglie soldi per conto dello Stato. Come si fa sostenere che si paga il 50% di tasse sul fatturato?

E chi commenta queste interviste non dice una parola di chiarezza:  usa strumentalmente una protesta, che parte da ragionamenti economicamente insensati, per coltivare il mito delle PMI che vorrebbero salvare il Paese, ma ci sono i cattivoni, banche in testa, che gli impediscono di guadagnare.

lunedì 17 febbraio 2014

Credito sì, credito no …

di
Francesco Zanotti


Non rischiamo di farne una battaglia ideologica e sociale.
La prospettiva di fondo è semplicissima: va dato Credito a chi lo merita.
Ma il problema è che oggi le banche non hanno strumenti per capire chi merita credito.
Infatti, il parametro fondamentale per decidere se una impresa merita credito o no è la sua capacità di produrre cassa nel futuro. Nel futuro, non nel passato.
Gli attuali sistemi di rating valutano molte cose (anche la capacità di generare cassa), ma guardano al presente. E se guardano al futuro, lo fanno proiettando il presente nel futuro. E’ vero che fanno “analisi di sensibilità” per capire fino a che punto il presente proiettato è solido. Ma non basta! Il presente proiettato può essere diverso dal futuro non per qualche percentuale ma radicalmente diverso.

Il problema è che gli strumenti per capire come sarà il futuro di una impresa ci sono. E sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Soprattutto quelle più avanzate. Allora il nostro appello è ai ceti professionali e alle banche perché si accostino a queste conoscenze e metodologie. Oggi, in un mondo in profondo cambiamento, nessuno dispone di tutte le conoscenze necessarie a svolgere il suo compito ma, allo stesso tempo, non si rischia di legare il giudizio della propria professionalità al non avere nulla da imparare. Risultato: nessuno vuole imparare cose nuove.

Ma chi deve insegnare? Dire che si vuole insegnare non comporta, automaticamente, l’affermare di essere più bravo di chi deve apprendere? Ecco il punto cruciale: no! Insegnare non vuole dire mettere in discussione la professionalità altrui.
Vuol solo dire (e può dare un contributo di innovazione solo chi è in grado di fare questa affermazione) andare da qualcuno e, nel caso specifico, dirgli: guarda io ho investito molte risorse nel cercare di mettere insieme una sintesi delle migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa a livello internazionale. Tu hai il compito di agire e non di ricercare. Allora ti faccio un servizio: ti metto a disposizione quello che ho scoperto. Perché rifiutare questo servizio che permette di fare un salto di qualità nelle capacità valutative?

Ma se si usano queste conoscenze, si scopre che le imprese che meritano credito sono quelle che hanno un progetto strategico alto e forte. Perché è solo questo tipo di progetti che possono far in modo che le imprese tornino a produrre cassa. Si scopre, però, che sono sempre meno le imprese che hanno un progetto strategico davvero alto e forte.
Allora quelle stesse conoscenze e metodologie di strategia d’impresa diventano lo strumento per valutare la qualità dei Business Plan. Diventano lo strumento per costruire un Rating dei Business Plan (del Progetto Strategico). Poiché questo Rating è “trasparente” (cioè gli imprenditori ne comprendono la ratio) esso, allora, è anche uno strumento di stimolo alla progettualità strategica. Non si limita ad assegnare un giudizio, ma, se il giudizio è negativo, indica anche dove il progetto strategico va migliorato.
E qui il nostro appello va ad altri tre ceti professionali: i Commercialisti, gli Avvocati d’affari e gli Advisor finanziari. Signori oggi sono  indispensabili anche per voi le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Le ristrutturazioni del debito, i passaggi generazionali, le operazioni di capitale o l’emissione di titoli di debito devono essere supportare da un Piano Strategico alto e forte che si doti di un Rating che dimostra quanto sia alto e forte.  


domenica 19 gennaio 2014

Finanziare la noia?

di
Francesco Zanotti


Oggi il Sole 24 Ore parla delle “Le nuove linee guida di Bruxelles per superare il credit crunch”. E siamo alle solite. Mi spiego
Va certamente bene aumentare le vie attraverso le quali far affluire risorse finanziarie alle imprese, ma occorre stabile anche a quali imprese aprire queste vie. L’unico criterio significativo è quello di valutare i Progetti di futuro delle imprese che devono essere scritti in un business plan.

Il problema non è il credit crunch. Il problema è lo spegnersi dell’imprenditorialità nella noia. Il rischio è che si finisca per finanziare la noia con i soldi dei risparmiatori (se finanziano le banche) o dei cittadini (se finanzia lo Stato). O come si dice popolarmente: finisce che finanzia Pantalone. Che sembra essere il nuovo nome dei cittadini/risparmiatori che dovranno mantenere chi si annoia a produrre noia.

martedì 14 gennaio 2014

Credit Crunch e l’imprenditorialità del copiare

di
Francesco Zanotti


La notizia è sui giornali di oggi: arriva il sesto gestore di car sharing.
Certo, si tratta di una nuova impresa, ma che copia il business di altri. Si pone un obiettivo di 50.000 abbonati. Ma le ragioni per cui tanta gente dovrebbe preferire questo nuovo gestore sono deboli.

Purtroppo ci stiamo abituando alla imprenditorialità del copiare. Se poi le banche non finanziano imprenditori che copiano, continuiamo a chiamarlo “Credit Crunch” (sottintendendo che è immotivato) oppure doverosa rispetto verso i depositanti?

sabato 11 gennaio 2014

Credit Crunch: finanziare risorse cognitive

di
Francesco Zanotti


Bankitalia ha annunciato che nel mese di novembre (2013, ovviamente) le banche hanno ridotto i finanziamenti alle imprese del 6%.
Sul Sole 24 Ore non ho trovato accenno alla vera natura del problema. Proviamo a riproporlo con una domanda: ma che se fanno le imprese dei prestiti?
Li usano per sopravvivere fino a quando finirà la crisi? Bene, per loro la crisi non finirà mai. Le imprese che stanno aspettando la fine della crisi non sono imprese, ma burocrazie produttive che vogliono continuare a fare le cose che hanno sempre fatto. Non è possibile mantenere burocrazie produttive: troppo costose. Si dia lo stipendio a tutti perché nessuno deve essere messo nei guai, ma almeno non accolliamoci come collettività anche il costo del continuare a produrre cose inutili. Servono invece a internazionalizzarsi, a migliorare i processi a fare innovazione tecnologica, a costruire imprese reti? Bene, in questo caso gli diamo i soldi? La mia riposta è: boh? Dipende. Queste strategie così osannate (a rischio di retorica) permetteranno alle imprese di aumentare nel futuro la loro capacità di produrre cassa o no? Questa strategie non sono magiche: basta adottarne una e ne seguiranno le “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.
Arriviamo al dunque: per decidere se dare soldi alle imprese occorre valutare il loro Business Plan, fino ad assegnare un rating non alle imprese, ma ai loro Business Plan. Questi Business Plan devono illustrare come si vuole cambiare l’identità strategica delle imprese (definizione del business e posizionamento strategico), se e come questo cambiamento permetterà loro di generare cassa, in un modo che oggi non sono in grado di fare, e quali sono le probabilità che riescano a realizzare i cambiamenti descritti.
Leggo (sempre sul Sole 24 Ore) “le famiglie imprenditoriali hanno esaurito la loro capacità di investire”. Ecco questa è una delle più chiare evidenze che non si è capita la natura del problema. Se si è investito, ma questo investimento non ha generato una nuova capacità di generare cassa, tale da permettere un costante autofinanziamento, allora si è trattato di un investimento sbagliato. Quando si investe, si possono anche fare gli investimenti sbagliati. Vorrei vedere i Business Plan che hanno giustificano questi investimenti … probabilmente non sono stati redatti. E l’investimento è finito in qualche capannone destinato a rimanere sotto utilizzato o in qualche macchina che avrebbe dovuto sostenere un aumento di produzione che non c’è stato e che, probabilmente, non avrebbe potuto esserci.

Ma se le imprese non hanno Business Plan che spiegano a cosa servono i soldi e dimostrano che quello che vogliono fare genererà un aumento significativo della capacità di produrre casa? Allora aiutiamole a farlo.
Forniamo loro le conoscenze e le metodologie per farlo. Le migliori conoscenze e metodologie al mondo per farlo. Chiediamo alle banche di finanziare Business Plan, piuttosto che chiedere di finanziare strategie di moda o, peggio, sopravvivenze impossibili. E con un Business Plan alto e forte chiediamo loro di investire nel realizzarlo. Chiediamo alle banche ed usiamo tutte le altre potenzialità di investimento.


martedì 3 dicembre 2013

Credit crunch e risorse cognitive 1

di
Francesco Zanotti


Ancora una volta il Sole 24 Ore denuncia il fenomeno del Credit Crunch. Ma le soluzioni latitano. Ci si limita a chiedere, superficialmente, più credito. E ci si dimentica di chiedersi: ma le imprese lo meritano questo credito? Si parla dello strumento dei mini bond, ma le aziende hanno progetti da farsi finanziare?
Da molto tempo proponiamo una soluzione “cognitiva” a questo problema. Riporto da un post passato: “La sfida è sulla qualità del progetto di sviluppo strategico che le imprese chiedono di finanziare. Un progetto che occorre aiutare le imprese a sviluppare e che i fornitori di risorse finanziarie devono imparare a valutare. Per far questo occorre buttare sul tavolo un insieme di nuove “risorse cognitive” che sono costituite dalle conoscenze e metodologie di valutazione strategica”.
Ora vogliamo inaugurare una serie di post che illustreranno quali risorse cognitive bloccano lo sviluppo e con cosa è necessario sostituirle.
La prima risorsa cognitiva da cambiare è l’ideologia della competitività.
Ricercare “competitività” è come essere allo stadio e guardare una partita. Gli spettatori sono seduti ed hanno una decente visione del campo. Ad un certo istante qualcuno inventa una mossa competitiva brillante: si alza in piedi. A seguito della sua mossa competitiva vede meglio, ma per tre secondi. Dopo quei tre secondi si alzano tutti e tutti vedono esattamente come prima. Tranne che sono più scomodi.
Se ci abbandoniamo alla illusione della competitività finiamo in una posizione scomodissima. Una sempre più feroce battaglia di prezzo che distrugge la capacità di produrre cassa di tutti coloro che competono.

L’alternativa? Il primo passo è quello di cercare di vedere i Segni dei tempi Futuri che stanno emergendo intorno a noi e che offrono mille suggerimenti per nuovi prodotti, servizi, modalità di produzione e di erogazione, un nuovo patto con la Natura. Questi Segni sono la materia prima per costruire nuovi progetti d’impresa. Perché la Associazioni Imprenditoriali non costruiscono e distribuiscono ai loro associati un “Libro Bianco dei Segni dei tempi Futuri”? Perché non lo fanno le Banche o le Camere di Commercio?

domenica 17 novembre 2013

Minibond: una sfida progettuale, valutativa e, quindi, cognitiva.

di
Francesco Zanotti


Stamattina sul Sole24Ore, a firma Morya Longo, ho trovato un pregevole articolo sulla futura sfida dei minibond. Ma devo dire che in quel ragionamento manca un “pezzo”. Decisivo.
Il problema oggi è, forse, anche il credit crunch, ma alla origine ve ne è un altro ancora più profondo. E se non si risolve quello, potremo fornire tutto il credito che vogliamo, in tutte le forme che vogliamo, ma lo bruceremo sull'altare della conservazione.
Il problema è quello che abbiamo descritto nel post di qualche giorno fa nella lettera Aperta al Direttore generale della Banca d’Italia
In quel post si propone un nuovo scenario di rapporto tra le imprese e coloro che, a qualunque titolo forniscono loro risorse finanziarie: una sfida progettuale. La sfida è sulla qualità del progetto di sviluppo strategico che le imprese chiedono di finanziare. Un progetto che occorre aiutare le imprese a sviluppare e che i fornitori di risorse finanziarie devono imparare a valutare. Per far questo occorre buttare sul tavolo un insieme di nuove “risorse cognitive” che sono costituite dalle conoscenze e metodologie di valutazione strategica.

La nuova normativa sui minibond diverrà strumento di sviluppo reale solo se le imprese e le banche, insieme, riusciranno a vincere questa sfida progettuale, valutativa e cognitiva.

lunedì 23 aprile 2012

Inconsapevolezza ... ?


di
Francesco Zanotti

Leggo stamattina sul Corriere affermazioni del Ministro Grilli e del Governatore Visco che non possono che lasciare perplessi … forse qualcosa in più.
Ripeto il titolo di un post di qualche giorno fa: ci fanno o ci sono? Credo proprio che ci siano. Che questi nostri governanti siano affetti da … inconsapevolezza grave.
Il Ministro Grilli sostiene che la fase acuta della crisi è finita e che nel terzo trimestre ci sarà la ripresa. Ma la ripresa di cosa? Se guardiamo al settore industriale, certamente vi saranno tante aziende che avranno successo, ma vi saranno moltissime che non arriveranno a questo fantomatico e salvifico terzo trimestre.  Complessivamente non ci potrà essere uno sviluppo del sistema industriale. Ha Grilli in mente lo sviluppo di altre attività economiche? Quali?

mercoledì 15 febbraio 2012

Un Rating Progettuale per i Business Plan

di
Francesco Zanotti e Riccardo Profumo

Il Sole 24 Ore lancia l’allarme “credit crunch”. Quest’anno, secondo il Centro Europa Ricerche, ci saranno 200 miliardi di impieghi in meno. E, nella stima di Prometeia, 25 mila imprese falliranno finendo tecnicamente in default e bruciando 625 mila posti di lavoro. Una prospettiva drammatica, che è il risultato di una tensione crescente nel rapporto tra banca e impresa, sintetizzata dal peggioramento riscontrato negli ultimi due anni dall’Istat che ha fissato nel 12% la quota di imprese che non ha ottenuto credito dalle banche, mentre il 33% ha visto diventare più onerose le condizioni.

Contemporaneamente si sottolinea la necessità di cambiamenti strategici profondi che le banche cercano di assecondare, accettando progetti di ristrutturazione del debito. Ma, da un lato, i cambiamenti sembrano lenti e parziali. E, dall’altro, non sembrano produrre i risultati promessi.
Tipico è il caso dei processi di ristrutturazione del debito. I risultati previsti dai business plan che giustificano questo tipo di operazioni si stanno realizzando sempre meno, costringendo a continue ristrutturazioni che ottengono l’unico risultato di protrarre artificialmente la vita di troppe imprese, mentre la loro capacità di produrre cassa continua a peggiorare.

Per uscire da questa situazione forse è anche necessario attuare riforme profonde al nostro sistema Paese. Ma questo tipo di intervento produce risultati solo in tempi lunghi. E risultati di incerta durata: anche gli altri Paesi cercheranno di riformarsi per diventare più competitivi in una corsa senza fine.

Una soluzione stabile sta solo nella ripresa della capacità di produrre valore (fatturato, margine e
cassa) delle nostre imprese. Per raggiungere questo obiettivo è necessario aumentare la capacità di valutazione e progettualità strategica di banche ed imprese.

Per aiutare banche e imprese ad aumentare la loro capacità di valutazione e progettualità strategica, abbiamo ideato uno strumento: un Rating progettuale dei business plan.

Esso permette di valutare la probabilità che i risultati promessi in un business plan possono essere conseguiti.

L’abbiamo definito rating progettuale ed è fondato su di un modello ideale di business plan che, nel caso in cui il giudizio di rating sia problematico, fornisce una guida su come cambiarlo.

lunedì 30 gennaio 2012

Banche, sviluppo e conoscenze di strategia d’impresa


di
Francesco Zanotti

L’occasione di questo post è un articolo apparso sul Corriere della Sera di domenica 29 gennaio 2012 a firma di Dario Di Vico. Il dott. Di Vico sostiene la tesi del Credit Crunch. A lui rispondono oggi, sullo stesso Corriere, un gruppo di Banchieri (Alessandro Azzi, Carlo Fratta Pasini, Giuseppe Mussari, Antonio Pattuelli, Camillo Venesio) contestando questa tesi e ribardendo il loro impegno a non far mancare credito per sostenere la “crescita”.
Chi ha ragione? Purtroppo tutte e due le parti. Dico purtroppo perché il problema è che la coperta è troppo stretta e si restringerà ancora di più.
Un solo esempio: le operazioni di ristrutturazione del debito. Esse sono state e sono ancora lo strumento fondamentale per aiutare le imprese che stanno perdendo la loro capacità di produrre cassa. Ah … alle banche interessa la capacità delle imprese di produrre cassa, ovviamente. L’ipotesi che sta al fondo di ogni operazione di ristrutturazione del debito è che nel futuro le imprese recupereranno questa loro capacità di produrre cassa. E ne produrranno molto più che nel passato perché ogni “sana” operazione di ristrutturazione del debito aumenta l’ammontare complessivo del debito stesso, anche se ne sposta il rimborso nel tempo. Per dimostrare che aumenterà nel futuro la loro capacità di produrre cassa le imprese presentano Piani Industriali, Business Plan. Ora sta accadendo, sempre più spesso, che questi piani (che si usi l’italiano o l’inglese per definirli) non vengono rispettati. E ad una ristrutturazione ne segue a breve un’altra. Questo rincorrersi di ristrutturazioni che non funzionano avrà un unico risultato: la chiusura di molte imprese e l’aumento delle sofferenze. Cioè un restringimento ulteriore della coperta che ne generà altri a catena a causa dell’impatto sul reddito delle famiglie
Cosa fare? La mia risposta è non convenzionale. Ma, come asseriscono i banchieri nella loro lettera al Direttore del Corriere, essi sono disposti ad ascoltare e mettere in atto azioni non convenzionali. Ecco la mia risposta non convenzionale.