"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 13 luglio 2017

Le banche, il dito e la luna

di
Luciano Martinoli


I recenti eventi che riguardano il mondo bancario sono delle chiare indicazioni di una urgenza di profondo cambiamento del modo di fare banca. Purtroppo ci si limita a guardare il dito...

Le vicende toscane (MPS) e venete (Pop Vicenza e Veneto Banca) se da un lato hanno abbassato le preoccupazioni di “sistema”, dall’altro ripropongono il tema di fondo: quale “sistema”?
I termini della questione sono ben sintetizzati dall’intervento del Governatore Visco alla recente assemblea dell’ABI e possono essere riassunti, come ha ben fatto un articolo del sole24ore, in tre punti.

domenica 4 dicembre 2016

Che fine hanno fatto le "persone"?

di
Luciano Martinoli


Il recente "vulnus" della riforma delle Banche Popolari, insieme ad altri avvenimenti poco noti della vita sociale ed economica, fa emergere prepotentemente un interrogativo: ma chi si occupa più delle persone, noi tutti, come soci di aziende, clienti, esseri umani?

E' notizia di ieri che il Consiglio di Stato ha sospeso in parte le disposizioni attuative della Banca d’Italia riguardo la riforma delle Banche Popolari. In particolare si tratta, tra altri aspetti, della possibilità di consentire alle popolari di inserire una clausola nello statuto con la quale il rimborso per chi esercita il recesso «può essere limitato o rinviato in tutto o in parte senza limiti di tempo». Uno svarione che ha generato il rischio di incostituzionalità di alcuni aspetti della riforma e alla quale la circolare della vigilanza ha dato semplicemente attuazione.
Come è possibile che il legislatore prima, il governo e il parlamento, e l'attuatore poi, la Banca d'Italia, non abbiano tenuto in considerazione il diritto dei singoli soci?

mercoledì 19 agosto 2015

Sono contro il risiko bancario prossimo venturo

di
Francesco Zanotti
L’occasione di questo post è la lettura di un articolo di Luca Davi e di una intervista di Carlo Festa a Alessandro Daffina, apparsi oggi sul Sole 24 Ore.
Sono contro il risiko prossimo futuro perché, da un lato, non si otterranno i benefici immaginati e, dall’altro, si bloccherà lo sviluppo strategico del settore. Perpetuando, anzi aggravando, la sua situazione di crisi.
Mi spiego.
Quali sono le ragioni per cui si dovrebbe concentrare il settore?
Ne parla esplicitamente solo Daffina. Osservo che il testo che riporterò non è “virgolettato”, quindi, tecnicamente, è una interpretazione dell’Autore dell’intervista.
Il ragionamento di Daffina è il seguente. Ci metto io le virgolette perché riporto fedelmente dall’articolo di Carlo Festa.
Le banche italiane, a causa dei tassi di interesse bassi e della crisi economica sono state costrette ad operare in condizioni particolarmente difficili.”. E, poi cita queste condizioni “margini di interesse inesistenti, necessità di accantonamenti sempre più elevati sui crediti non performanti, costi fissi eccessivi e infine un livello di tassazione tra i più altri d’Europa.”. Infine, la conclusione. “Non sorprende quindi che le banche abbiano avuto una redditività scarsa e un livello di patrimonializzazione inadeguato. Di qui la necessità di concentrazione del settore”.

Questo ragionamento mi sembra il mondo alla rovescia.
E’ come a dire: poiché le condizioni che generano scarsa redditività e, quindi, scarso patrimonio non si possono rimuove, allora occorre rendere le banche più forti facendole diventare più grandi. Io credo che, appunto, occorra ragionare in direzione opposta. Occorre pensare ad eliminare le cause, non cercare di riuscire a farle sopportarle meglio.
E, potrà sembrare strano, ma prima di tutto, occorre rimuovere proprio la causa che sembra meno rimovibile, mentre è la più facilmente rimovibile: la crisi economica.
Ma lo si può fare?

martedì 17 giugno 2014

Aumento di capitale Carige … Ma dove è il Progetto di Sviluppo?

di
Francesco Zanotti


Leggo stamattina sul Corriere della Sera la “sollecitazione di pubblico risparmio” da parte di Banca CARIGE dove si dice “Contribuisci al nostro sviluppo”. Sottoscrivendo, ovviamente, l’aumento di Capitale.
Contemporaneamente, leggo sul Sole24Ore l’articolo di Rossella Bocciarelli dove si riferisce dell’intervento di Carmelo Barbagallo, Capo della Vigilanza di Bankitalia ad un convegno organizzato dall’ABI dove sostiene, senza peli sulla lingua, che “E’ necessario che le banche rivedano modelli di business, linee strategiche, struttura organizzative, processi distributivi”.
Un cittadino avveduto non può che chiedersi: ma il progetto di Sviluppo di Banca Carige prevede questi cambiamenti? Di più, e più gravemente, ma dove è il Progetto di Sviluppo di Banca Carige? Con un’escalation finale di gravità: non è che il Progetto di Sviluppo di Banca Carige non esiste e i Vertici della Banca chiedono di sottoscrivere un aumento di capitale senza dire cosa se ne faranno dei soldi?


sabato 11 gennaio 2014

Credit Crunch: finanziare risorse cognitive

di
Francesco Zanotti


Bankitalia ha annunciato che nel mese di novembre (2013, ovviamente) le banche hanno ridotto i finanziamenti alle imprese del 6%.
Sul Sole 24 Ore non ho trovato accenno alla vera natura del problema. Proviamo a riproporlo con una domanda: ma che se fanno le imprese dei prestiti?
Li usano per sopravvivere fino a quando finirà la crisi? Bene, per loro la crisi non finirà mai. Le imprese che stanno aspettando la fine della crisi non sono imprese, ma burocrazie produttive che vogliono continuare a fare le cose che hanno sempre fatto. Non è possibile mantenere burocrazie produttive: troppo costose. Si dia lo stipendio a tutti perché nessuno deve essere messo nei guai, ma almeno non accolliamoci come collettività anche il costo del continuare a produrre cose inutili. Servono invece a internazionalizzarsi, a migliorare i processi a fare innovazione tecnologica, a costruire imprese reti? Bene, in questo caso gli diamo i soldi? La mia riposta è: boh? Dipende. Queste strategie così osannate (a rischio di retorica) permetteranno alle imprese di aumentare nel futuro la loro capacità di produrre cassa o no? Questa strategie non sono magiche: basta adottarne una e ne seguiranno le “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.
Arriviamo al dunque: per decidere se dare soldi alle imprese occorre valutare il loro Business Plan, fino ad assegnare un rating non alle imprese, ma ai loro Business Plan. Questi Business Plan devono illustrare come si vuole cambiare l’identità strategica delle imprese (definizione del business e posizionamento strategico), se e come questo cambiamento permetterà loro di generare cassa, in un modo che oggi non sono in grado di fare, e quali sono le probabilità che riescano a realizzare i cambiamenti descritti.
Leggo (sempre sul Sole 24 Ore) “le famiglie imprenditoriali hanno esaurito la loro capacità di investire”. Ecco questa è una delle più chiare evidenze che non si è capita la natura del problema. Se si è investito, ma questo investimento non ha generato una nuova capacità di generare cassa, tale da permettere un costante autofinanziamento, allora si è trattato di un investimento sbagliato. Quando si investe, si possono anche fare gli investimenti sbagliati. Vorrei vedere i Business Plan che hanno giustificano questi investimenti … probabilmente non sono stati redatti. E l’investimento è finito in qualche capannone destinato a rimanere sotto utilizzato o in qualche macchina che avrebbe dovuto sostenere un aumento di produzione che non c’è stato e che, probabilmente, non avrebbe potuto esserci.

Ma se le imprese non hanno Business Plan che spiegano a cosa servono i soldi e dimostrano che quello che vogliono fare genererà un aumento significativo della capacità di produrre casa? Allora aiutiamole a farlo.
Forniamo loro le conoscenze e le metodologie per farlo. Le migliori conoscenze e metodologie al mondo per farlo. Chiediamo alle banche di finanziare Business Plan, piuttosto che chiedere di finanziare strategie di moda o, peggio, sopravvivenze impossibili. E con un Business Plan alto e forte chiediamo loro di investire nel realizzarlo. Chiediamo alle banche ed usiamo tutte le altre potenzialità di investimento.


venerdì 11 ottobre 2013

Il tabù dei finanziamenti: ma cosa fanno realmente le aziende...

(...per meritare credito?)
di 
Luciano Martinoli


Sole24Ore di mercoledì 9 Ottobre, pagina 7 interamente dedicata ai finanziamenti alle imprese che non vengono erogati e che “bloccano” la ripresa. Si parte dai dati Bankitalia e si passa alle iniziative sul territorio, Padova e Modena, per concludere con un’analisi. La tesi però è sempre la stessa: guai a toccare le aziende, hanno sempre ragione. Ovvero tutte le aziende fanno bene a fare quello che hanno sempre fatto e che continuano a voler fare. Se non riescono a produrre quella ricchezza che tutti ci aspettiamo è perché le banche non le sostengono.
Al di là dell’evidente paradosso, l'attuale sistema economico vede l’azienda come unico motore per produrre ricchezza per tutti gli altri (Stato, Finanza, tutti gli altri stakeholder in generale) e non viceversa, ma perché non si “osa” affrontare la questione della sostanza aziendale, ovvero cosa fanno le imprese, e da qui far discendere un giudizio su se è meritoria di credito o meno?