"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 18 dicembre 2015

Bond: il reato di emettere bufale

di
Francesco Zanotti

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Tutti stanno a condannare chi ha venduto titoli “bufala”. Giusto: schiaffeggiamo quei poveri bancari che hanno preso in giro molto spesso loro amici. Schiaffeggiare, però, senza esagerare.
Quelli che hanno venduto titoli “bufala” lo hanno fatto perché qualcuno, prima, li ha emessi e qualcun altro non ha fatto obiezioni sul fatto che venissero emessi.
Voglio dire che prima del reato di vendere bufale c’è quello di emetterle.
Prima di non venderle, non dovevano proprio emetterle. Le obbligazioni erano rischiose perché era problematico il “sottostante”. Erano rischiose perché la banca era nei guai. La banca le ha emesse per non soccombere ai guai. Ma questa è una strategia della disperazione. Simile alla strategia di quei giocatori che si giocano l’ultimo centesimo nella speranza di recuperare le perdite.

Cosa avrebbe dovuto fare una banca nei guai? Innanzitutto, disegnare un Progetto di Sviluppo alto e forte per uscire dai suoi guai. Poi formalizzarlo in un Business Plan e renderlo pubblico. Solo dopo, avrebbe potuto emettere titoli spiegando che servivano a finanziare quel Progetto di Sviluppo. E aggiungendo che il rischio era esattamente che la banca non riuscisse a realizzarlo.

Le Autorità di Controllo avrebbero dovuto imporre che la Banca emittente esponesse un Business Plan dove descrive è il cammino di sviluppo che ha escogitato e come vuole percorrerlo. Ci sarebbe dovuto essere qualcuno he certificasse la qualità del Business Plan.

Oggi stiamo cercando di chiudere una stalla aperta. Ma i buoi sono davvero fuggiti.
Dobbiamo andare a cercare e perseguire chi ha aperto la stalla. La sua responsabilità (lo ripeto: da perseguire) è stata che non ha detto che era nei guai, che non ha detto che i soldi non erano finalizzati a nessun sviluppo e che, quindi, le probabilità di restituirli era assolutamente ridicola.
Dobbiamo chiedere a coloro che aveva il ruolo istituzionale di vigilare sulle stalle cosa pensavano mentre vedevano cha la stalla veniva aperta. Pensavano che i bui non sarebbero scappati?

Tornando ad essere seri, occorre che ogni emissione di titoli Corporate venga giustificata da un Business Plan e che a questo Business Plan venga assegnato un Rating.
Il fare un Business Plan è l’unica azione possibile di trasparenza su futuro che si intende realizzare.
Il fare un Rating al Business Plan è l’unica azione di controllo possibile sulle volontà di futuro. Quel tempo nel quale i soldi verranno o meno restituiti.

venerdì 22 maggio 2015

La sfida della Banda Larga

di
Francesco Zanotti


La prima domanda da farsi è: qual è il ruolo della banda larga all'interno del Progetto di Sviluppo del nostro Paese?
E’ una domanda alla quale non vi è risposta perché il nostro Paese ha mille leggi di stabilità, ma non un Progetto di Sviluppo.
Allora costruire un progetto per la banda larga (o larghissima) è come fare un progetto di sviluppo di una certa tecnologia in una impresa senza sapere, poi, cosa se ne farà.
L’ipotesi da cui tutti partono è che è evidente a cosa serva la banda larga. E, poiché è evidente a cosa serve, occorre solo decidere chi la fa.
E qui si scatena la bagarre che abbiamo visto nei giorni scorsi.
Che fare di fronte alla bagarre?
La mia proposta è che tutti che vogliono in qualche modo impicciarsi di questo tema presentino un Business Plan della loro società con dentro il progetto Banda Larga.
Purtroppo su cosa sia un Business Plan e cosa debba contenere grande è la confusione sotto il sole. E la qualità dei Business Plan attualmente sviluppati dalle più importanti società italiane (salvo qualche eccezione) non è che sia così eclatante: non sono progetti di Sviluppo, ma Budget professionali di continuità.
Allora è necessario che questi Business Plan utilizzino il modello più avanzato possibile che nasce solo dall'utilizzo delle più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.


domenica 18 gennaio 2015

Si perde valore, ma si conserva proprietà e caste …

di
Francesco Zanotti


Il valore è sempre quello delle società dell’Indice FTSE MIB di Borsa Italiana.
Il messaggio dell’ultimo post era sulla necessità di aumentare le risorse cognitive nelle disponibilità dei manager perché possano generare Progetti di Sviluppo alti e forti come strumento per ricostruire il valore delle imprese.
Insisto e specifico, anche con un po’ di colore.
Guardate ai Business Plan delle imprese del FTSE MIB ed il Rating (giudizio) che ne abbiamo dato l’anno scorso. Non troverete Progetti di Sviluppo alti e forti. Troverete solo competenti e sensati budget fatti da strutture altamente professionali che cercano di far funzionare meglio il presente.
Il problema è che non si fa nulla per arrivare a generare Progetti di Sviluppo alti e forti (esplicitati in Business Plan).
Anzi, si ragiona sempre nell’ottica della conservazione di proprietà e caste manageriali.

Conservazione di proprietà.
Lo testimonia l’appello di oggi sul Sole24Ore sul “voto doppio e il quorum qualificato” proposto in prima pagina. Un dibattito sulla proprietà delle imprese che dimentica un piccolo dettaglio: stiamo andando verso la proprietà del nulla, come testimonia la perdita di valore di MPS. Poi … che importanza volete che abbia il cercare di rendere contendibile, di proteggere i diritti delle minoranze, di “decidere chi può decidere” rispetto a qualcosa che  non vale più nulla?

Arriviamo al “colore”, ma che, poi, è racconto di una cultura profonda.
Sul Corriere si riferisce di un telefonata (intercettata) di Scaroni a Ghizzoni. L’oggetto è Bernini (ex CFO di ENI) che ha dato le dimissioni per via delle tangenti SAIPEM. Tangenti che Scaroni ammette in un’altra telefonata a Passera, tra l’altro.
Quale è l’oggetto della telefonata di Scaroni a Ghizzoni? Trovare un posto degno a Bernini. Ora, al di là delle ragioni (ovviamente interessate per non farsi nemico Bernini, ma che non tocca a noi esplorare, ma alla Magistratura) per le quali Scaroni è così sollecito nei confronti di Bernini, la telefonata (vi suggerisco di leggere quanto riporta il Corriere di oggi a pag. 25) nasconde quel sottile piacere dell’onnipotenza, dell’appartenenza ad una casta che si chiama per nome, che tutto può e che passa il tempo a confermarsi casta.
Esercitare onnipotenza e appartenenza ad una casta rendono quasi impossibile pensare  queste persone trovino il  tempo di studiare (sì, di studiare) per acquisire quelle risorse cognitive che non hanno e che sono indispensabili per generare progetti di Sviluppo alti e forti che sono l’unica azione capace di ricostruire il valore delle imprese.

Ci pensino gli azionisti. E se vogliono una ulteriore conferma della distanza degli attuali Business Plan dall'essere progetti di sviluppo alti e forti, leggano il nostro Quarto Rapporto sui Rating del Business Plan degli indici FTSE MIB e Star di Borsa Italiana.

mercoledì 27 agosto 2014

Nascita e sviluppo dei modelli (semplici) di business: il caso di Internet

di
Luciano Martinoli


Non c'è nulla di male a percorrere la strada più semplice per metter su un business. E' invece dannoso e pericoloso pensare, successivamente, che quello sia l'unico modo per svilupparlo, portando alle estreme conseguenze gli effetti negativi pur di beneficiare di quelli positivi.
Un paradigmatico esempio di questo perverso meccanismo ci viene da un acuto articolo apparso sulla rivista americana Atlantic che illustra la genesi, e le sue conseguenze, dello sviluppo del modello economico attuale di Internet, basato esclusivamente sulla pubblicità.

venerdì 1 agosto 2014

Una ripresa meno favorevole del previsto. Ma dove vai se un Progetto di Sviluppo non ce l’hai?

di
Francesco Zanotti


Piano piano si sta scoprendo quello che a tutti coloro che viaggiano per imprese è sempre stato evidente e che noi denunciano da sempre. Non vi sarà una ripresa che salverà l’economia. Sarà l’economia che genererà la ripresa se le imprese saranno in grado di progettare proprie rivoluzioni strategiche.
Troppe imprese producono cose che non interessano più con processi produttivi e distributivi insostenibili.
Tutti insieme: ma dove crediamo di andare se un progetto di Sviluppo non ce l’abbiamo?

Per riuscire a fare un Progetto di Sviluppo dobbiamo disporre di conoscenze che oggi non abbiamo: sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. In questo mese di Agosto cercheremo di diffondere attraverso questo blog le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che servono a costruire Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti.

mercoledì 30 luglio 2014

Ma dove vai se un Progetto di Sviluppo non ce l’hai?

di
Francesco Zanotti


Prendete un imprenditore tipico e chiedetegli: mi fai vedere il tuo Progetto di Sviluppo? Usiamo pure una espressione tecnica: il tuo Business Plan?
La maggioranza, al massimo, vi fa vedere un prospetto patrimoniale, economico e finanziario. Altrimenti vi dirà con la più grande tranquillità che non ce l’ha.
Quando un imprenditore si decide a redigere un Business Plan? Quando qualcuno glielo chiede: Banche o Investitori non bancari che siano. E il fare il Business Plan è come compilare la dichiarazione dei redditi: si telefona al Commercialista per farselo fare.
Forse qualcuno dice: ma io ce l’ho ben chiaro in testa. Ma è una stupidaggine. Quando a questo qualcuno chiedete di scrivere quello che ha in testa vengono fuori tre paginette striminzite che non prefigurano nessun progetto di sviluppo. Troppo spesso sono solo un elenco delle cose che servono all'imprenditore per continuare a campare.
Ma se una impresa non ha un proprio Progetto di Sviluppo chiaro nell'indicare il Posizionamento Strategico attuale, come si vuole cambiarlo (ogni conservazione è una follia) e quali sono le cose per riuscirci e quali sono i risultati attesi che possa essere consultato da tutti coloro che devono contribuire  a realizzarlo, dove pensa di andare? Gli rimane il cercare disperatamente qualche titolo per farsi mantenere dalla Stato.
Stiamo costruendo una società dove sono gli imprenditori che cercano in tutti i modi di collettivizzare una economia che non si sa mantenere da sola??
Allora io faccio una proposta a tutti coloro (banche comprese) che vogliono investire nel mondo delle PMI, a qualunque titolo: usate una prima discriminante: se quando andate da una impresa questa non ha già un business Plan ed una voglia matta di mostrarvelo, lasciate perdere subito: waste of time (ora), money (in futuro).
Per le grandi imprese certamente è diverso, penserete. E, invece, no! Abbiamo assegnato un Rating al Business Plan delle imprese degli indici FTSE MIB e Star della Borsa Italiana. E il risultato è che un buon quattro di quelle dell’indice FTSE non espongono un Business Plan. Quelle che lo espongono, mediamente, scrivono Progetti di Conservazione.
Per le Star la situazione è anche peggiore.


martedì 17 giugno 2014

Aumento di capitale Carige … Ma dove è il Progetto di Sviluppo?

di
Francesco Zanotti


Leggo stamattina sul Corriere della Sera la “sollecitazione di pubblico risparmio” da parte di Banca CARIGE dove si dice “Contribuisci al nostro sviluppo”. Sottoscrivendo, ovviamente, l’aumento di Capitale.
Contemporaneamente, leggo sul Sole24Ore l’articolo di Rossella Bocciarelli dove si riferisce dell’intervento di Carmelo Barbagallo, Capo della Vigilanza di Bankitalia ad un convegno organizzato dall’ABI dove sostiene, senza peli sulla lingua, che “E’ necessario che le banche rivedano modelli di business, linee strategiche, struttura organizzative, processi distributivi”.
Un cittadino avveduto non può che chiedersi: ma il progetto di Sviluppo di Banca Carige prevede questi cambiamenti? Di più, e più gravemente, ma dove è il Progetto di Sviluppo di Banca Carige? Con un’escalation finale di gravità: non è che il Progetto di Sviluppo di Banca Carige non esiste e i Vertici della Banca chiedono di sottoscrivere un aumento di capitale senza dire cosa se ne faranno dei soldi?


martedì 10 giugno 2014

Speranze disperate

di
Francesco Zanotti


Caro Giovanni,
smettila di sperare che la banca all'ultimo momento ti dia i soldi per campare ancora tre o quattro mesi.
Smettila di sperare che, nel frattempo, la crisi passi improvvisamente e tutto torni come prima.
Smettila di pensare che lo Stato ti possa mantenere.
Smettila di pensare a magici mercati che l’internazionalizzazione ti possa aprire.
La tua impresa è stata importate, ma ora ha perso di senso.
L’unica vera speranza è che tu riesca a immaginare un progetto di sviluppo alto e forte.
Se non ci riesci cerca di chiudere con il minor danno possibile per te e per la società tutta.
E Giovanni mi voltò le spalle e se ne andò conservando le sue speranze disperate …

Oggi Giovanni è stato costretto a chiudere, convinto che il mondo è crudele ed è popolato di cattivi che si sono coalizzati contro di lui.

mercoledì 23 aprile 2014

Minibond: non mancano i soldi. Mancano i progetti!

di
Francesco Zanotti


Uno dei dialoghi che ci è capitato di sostenere.
“Imprenditore” (poi vedrete perché ci sono le virgolette): “Si, io mi imbarco nella redazione di un Business Plan e tutto il resto, ma voi, poi, avete una Banca Sponsor?”.
Noi: “Innanzitutto non possediamo una Banca. Neanche abbiamo un qualche intrallazzino in qualche banca. E, poi, ci sono anche i fondi specializzati …
Caro “imprenditore”, il tema è da ribaltare. La sfida non sono i soldi, ma i progetti. “Imprenditore” hai un tuo progetto di sviluppo alto e forte? Ce l’hai indipendentemente da tutto? Ce l’hai perché hai voluto scrivere, per comunicare, la grande idea per il futuro della tua impresa che hai e che non ti lascia dormire la notte dall'emozione?
“Imprenditore”, nessuno investirà mai nella tua azienda di oggi. Troverai solo chi investirà nella tua azienda futura. Quella che deve essere descritta, insieme la modo di realizzarla, in un Business Plan emozionante. Ce l’hai questo Business Plan? Se non ce l’hai, allora, sviluppalo. E non perché hai bisogno di soldi. Lo svilupparlo non deve essere un atto che è previsto dalla procedura di emissione di un minibond. Lo devi sviluppare per il futuro della tua impresa. Non c’è futuro per la tua impresa senza un progetto di sviluppo alto e forte che sia descritto completamente ed esaurientemente in un Business Plan.
Noi ti possiamo dare una mano a scrivere questo Business Plan, ma possiamo darti solo il format di questo Business Plan, non i contenuti. I contenuti ce li devi avere tu! Quelli che non ti lasciano dormire la notte.

Caro “imprenditore” il tema è da ribaltare. Il problema non è se noi sappiamo trovare una Banca Sponsor o qualche fondo specializzato. Di investitori interessati a finanziare progetti di sviluppo alti e forti, descritti in Business Plan dettagliati, ce ne sono a caterve. La sfida è se tu sei un “imprenditore senza virgolette”. Un imprenditore che ha davvero un proprio progetto di sviluppo alto e forte. Altrimenti sei un imprenditore con mille virgolette che si dibatte in mille problemi. Che nessun investitore finanzierà mai. 

domenica 9 marzo 2014

Minibond: sempre e solo sopravvivenza

di
Francesco Zanotti


La nostra ricerca sui “Minibond” ha evidenziato la voglia di pura e semplice sopravvivenza delle imprese. Non abbiamo trovato progetti di Sviluppo “alti e forti”. Piuttosto richieste non esplicite, ma sostanziali, di aiuti.
A dare “man forte” alla rinuncia al futuro arriva anche la grande accademia. Leggo oggi sul Sole un articolo a firma di Silvio Bencini e Guido Tabellini sui minibond che è oggettivamente, anche se inconsapevolmente, un supporto alla cultura e alla prassi della pura sopravvivenza. Che non hanno nulla di alto e forte.
I nostri due Autori descrivono i minibond solo dal punto di vista “tecnico”: come strumento per fare arrivare soldi alle imprese.
Non vi è alcuna osservazione sul problema di fondo: ma che se ne fanno le imprese dei soldi? Vogliono finanziare un progetto di sviluppo o vogliono sopravvivere?
Perché questa ricercata, costruita, praticata cecità verso il futuro?
Per mancanza di conoscenza! La capacità di progettare il futuro dipende dal patrimonio di conoscenze di cui si dispone. In particolare delle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.
Se non buttiamo queste conoscenze nelle mani di imprenditori e finanzieri (e accademici, a quanto pare), non si accorgeranno neanche che stanno cercando disperatamente di far sopravvivere il passato.
Vi è una frase rivelatrice nell'articolo di Bencini e Tabellini “L’accesso al credito non bancario è un problema soprattutto per le piccole e medie imprese, di cui è difficile valutare il merito di credito.”
Signori, è difficile se non si dispongono delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa. Se si usassero queste conoscenze e metodologie, si saprebbe fare molto di più che valutare: banche e imprese potrebbero costruire insieme e, sempre insieme, continuamente aggiornare, il progetto di sviluppo dell’impresa (il suo Business Plan). Certo se di queste conoscenze non si dispone, allora diventa tutto complicato: il futuro è solo un allungamento del passato, merita il credito chi è andato bene nel passato, il problema è solo come far sopravvivere le imprese fino a che non sarà passata la crisi.
Purtroppo la crisi è frutto del cercare di bloccare il futuro, di non volerlo vedere. Lo sviluppo può essere solo figlio di progetti alti e forti che possono nascere solo se chi li deve immaginare dispone delle conoscenze e delle metodologie per farlo.


giovedì 19 dicembre 2013

Minibond: dopo il convegno a Milano della Camera di Commercio

Lettera aperta al Dott. Calugi 
dirigente Area Sviluppo Imprese
Camera di Commercio e Industria Milano
di
Luciano Martinoli


Egr. Dott. Calugi
Mi congratulo per l’iniziativa di ieri che ha avuto il merito di fare una rassegna, approfondita e professionale, sugli aspetti rilevanti legati al tema, coinvolgendo tutte le parti interessate.
Devo sottolineare però, tra i temi trattati, una assenza roboante, quella del protagonista principale: la progettualità strategica, “oggetto” dell’emissione di qualsiasi titolo di debito (ma anche di un sano rapporto bancario, una quotazione in borsa, una operazione di equity qualsiasi).
Si sta perpetuando, mi consenta di dire colpevolmente, la cultura del “debito per il debito”, tradendo lo spirito del quadro normativo, non a caso denominato inizialmente “Decreto sviluppo”, e dimenticando quali disastri, economici e sociali, tale approccio alla lunga genera.
Senza andare troppo in là nel tempo e nello spazio, la catastrofe dei mutui americani sub-prime, è di qualche settimana fa un articolo del sole24ore su dati Banca d’Italia, ricordati anche dal Dott. Longo, moderatore della mattinata: 

dal 2000 a fine 2013… il credito alle aziende è aumentato del 100%. Nello stesso periodo però gli investimenti e il fatturato delle imprese italiane sono cresciuti solo del 10%, mentre la produzione industriale è addirittura calata del 20%. Questo significa che negli anni d’oro, le banche hanno sostenuto con tanto (forse troppo) credito un sistema industriale che ha aumentato più i debiti che la produzione.

E le catastrofiche conseguenze di questo scellerato comportamento, perpetuato da banche e aziende, sono in dolorosa evidenza quotidiana di tutti noi.

Il debito deve servire a costruire sviluppo!
(ovvero a non avere più bisogno di debito)

Il convegno, così come tanta stampa, le associazioni di categoria, le camere di commercio, le pubbliche amministrazioni, ha trasmesso sul tema l’immagine che se un rubinetto si sta chiudendo, quello bancario, vi è l’opportunità di aprirne un altro, quello del mercato, senza però trattare il tema che queste risorse DEVONO servire a risolvere il problema di fondo: la falla nel secchio che si vuole riempire, principale responsabile della continua richiesta di finanza esterna.
Fuor di metafora è necessario che le imprese ricostruiscano la loro capacità di produrre cassa. E possono farlo solo attraverso un Progetto di Sviluppo che rivoluzioni la loro identità strategica. Insomma la sfida non è nella quantità di denaro che si mette a disposizione delle imprese. La sfida è come viene usato questo denaro. Se viene usato per sopravvivere, attendendo una miracolosa fine della crisi, allora è come buttare l’acqua nel secchio di cui dicevo prima. La sfida è, soprattutto, progettuale.

A pagina 7 dell’utile documento distribuito ieri “I minibond: istruzioni per l’uso”, nel capitolo a sua firma, dopo aver rappresentato la discesa della ricchezza prodotta delle aziende italiane, con conseguente diminuzione di mezzi propri, lei dice: 

Se l’apporto dell’autofinanziamento scende, diventa determinante l’accessibilità ai capitali esterni”. 

Credo che sarebbe opportuno aggiungere “...per ritornare ad un autofinanziamento rapido ed abbondante”. E specificando che questo obiettivo è raggiungibile solo, come dicevo prima, grazie ad un Progetto di Sviluppo alto e forte A questo, e a nient’altro, dovrebbe servire il ricorso a risorse finanziarie esterne.

Spero che presto la Camera di Commercio di Milano, così come la stampa di settore, le associazioni di categoria, le pubbliche amministrazioni e, ovviamente, le aziende tutte, decidano a brevissimo, prima che sia troppo tardi, di affrontare il tema centrale della riprogettazione strategica del tessuto economico italiano, unico modo per tornare a generare cassa.

Dal canto nostro, siamo pronti a dare il nostro sostegno a questo percorso, forti di un investimento di ricerca a livello internazionale  che ci ha portato a costruire un Modello di Progetto Strategico (Business Plan) e individuare un Processo attraverso il quale viene utilizzato che sintetizza la più avanzata cultura. Dal modello di business plan abbiamo costruito un rating per i Business Plan che riteniamo sia lo strumento mancante per capire la qualità dei progetti Strategici delle imprese.

domenica 17 novembre 2013

Minibond: una sfida progettuale, valutativa e, quindi, cognitiva.

di
Francesco Zanotti


Stamattina sul Sole24Ore, a firma Morya Longo, ho trovato un pregevole articolo sulla futura sfida dei minibond. Ma devo dire che in quel ragionamento manca un “pezzo”. Decisivo.
Il problema oggi è, forse, anche il credit crunch, ma alla origine ve ne è un altro ancora più profondo. E se non si risolve quello, potremo fornire tutto il credito che vogliamo, in tutte le forme che vogliamo, ma lo bruceremo sull'altare della conservazione.
Il problema è quello che abbiamo descritto nel post di qualche giorno fa nella lettera Aperta al Direttore generale della Banca d’Italia
In quel post si propone un nuovo scenario di rapporto tra le imprese e coloro che, a qualunque titolo forniscono loro risorse finanziarie: una sfida progettuale. La sfida è sulla qualità del progetto di sviluppo strategico che le imprese chiedono di finanziare. Un progetto che occorre aiutare le imprese a sviluppare e che i fornitori di risorse finanziarie devono imparare a valutare. Per far questo occorre buttare sul tavolo un insieme di nuove “risorse cognitive” che sono costituite dalle conoscenze e metodologie di valutazione strategica.

La nuova normativa sui minibond diverrà strumento di sviluppo reale solo se le imprese e le banche, insieme, riusciranno a vincere questa sfida progettuale, valutativa e cognitiva.

lunedì 28 ottobre 2013

Minibond alla rovescia

di
Francesco Zanotti


Nel presentare i Minibond, Isidoro Trovato su Corriere Economia di oggi indica l’esigenza che essi dovrebbero soddisfare. E la sua indicazione è paradossale: “La crisi … (omissis) … oltre che costringere molte aziende a rafforzare i propri bilanci per rimanere sul mercato.”.
Perché è paradossale? Perché inverte tutto il senso del fare impresa. L'impresa è un attore economico che produce ricchezza. Quindi il rafforzare il bilancio (io, poi, non capisco bene come si può rafforzare un bilancio aumentando i debiti) è il risultato dello stare sul mercato. Pensare che si possa rimanere sul mercato grazie ad un “rafforzamento” del bilancio significa che si pensa di far rimanere sul mercato anche imprese che non producono ricchezza. Imprese mantenute da una nuova fonte di debito che sembra più facile da ottenere come i Minibond. Mi viene in mente uno slogan “Minibond: farti mantenere (da chi li sottoscrive) aumenta la vita”. Paradossale, appunto.
Io credo che i Minibond abbiano senso solo se finanziano progetti di sviluppo alti e forti. Il problema è quello di riuscire a fare generare alle imprese questi progetti. La soluzione è quella di fornire loro risorse cognitive che stimolino progettualità: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa, che oggi sono pressoché sconosciute. Queste stesse risorse cognitive rendono disponibile un Rating (una capacità valutativa) dei progetti d’Impresa (Business Plan) a disposizione di investitori ed intermediari.




mercoledì 5 settembre 2012

Sardegna: un Progetto di Sviluppo a industria pesante zero


di
Francesco Zanotti
Credo che la mia proposta in questo momento susciterà più critiche che consensi, ma la faccio lo stesso perché mi sembra eticamente doveroso provarci.
Un Progetto di Sviluppo a industria pesante zero. Sì, perché l’attuale industria pesante sarda non è sostenibile. Credo che non sia sostenibile una filiera dell’alluminio in Sardegna. E credo anche che nel giro di qualche tempo si paleserà la crisi ineludibile dell’altra grande filiera sarda: quella del petrolio.

Le ragioni credo siano note a tutti. Sostanzialmente: diminuirà la domanda mondiale di prodotti derivati dal petrolio e di alluminio primario perché l’attuale tipo di apparato industriale non è sostenibile e perché il tipo di manufatti attualmente prodotti interesserà, complessivamente, sempre meno (auto docet). Si svilupperanno nuovi sistemi produttivi che produrranno diversi manufatti radicalmente diversi in modi altrettanto diversi. La rimanente (ma calante) domanda di prodotti derivati dal petrolio e di alluminio primario sarà soddisfatta da concorrenti che operano in “luoghi” produttivi a più basso costo.

Sono possibili tentativi di difesa temporanei delle produzioni sarde di derivati del petrolio ed alluminio primario, soprattutto se i costi sono a carico dello Stato. Ma sono tentativi destinati a costare sempre di più e, sul breve-medio termine, dovranno essere sospesi. Non solo, ma illuderanno tutti che non è necessario immaginare una economia radicalmente nuova per la Sardegna.

Detto diversamente: prima o poi un Progetto di Sviluppo a industria pesante zero per la Sardegna sarà inevitabile. Più tardi lo si fa più alti saranno i costi economici e sociali che comporterà il farlo.

Che significa definire un Progetto di Sviluppo a industria pesante zero?