"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 27 maggio 2015

Considerazioni finali 2015: almeno su due cose non siamo d’accordo

di
Francesco Zanotti

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E sono due cose non banali.
La prima riguarda la ripresa. Il Governatore (insieme a quasi tutti, in realtà) sostiene che la nostra economia è come una tigre in gabbia. Se la liberiamo, tornerà a fare balzi felini.
Dove non siamo d’accordo? Sul fatto che la nostra economia sia una tigre in gabbia che freme per tornare a dominare la giungla. E’ solo un vecchio gattone che si aspetta di essere mantenuto.
La crisi non è generata dal Fato, ma da scarsa capacità progettuale. Dalla crisi si esce fornendo a imprenditori e manager conoscenze e strumenti metodologici che ne aumentino la capacità progettuale in modo da avviare una rivoluzione strategica nelle imprese che la porti a costruire ed offrire prodotti e servizi radicalmente nuovi. Poi facciamo pure le riforme. Ma quali? Se siamo così sicuri che le riforme ci salveranno dovremmo essere d’accordo su quali riforme. Ma non lo siamo. Ed allora come facciamo a dire che le riforme si salveranno?
La secondo riguarda le banche. Alle banche occorre fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per le imprese. Se per le imprese è necessario riconoscere che la crisi non nasce da qualche malvagia divinità che si diverte a seminare il cammino del capitalismo di periodiche trappole, ma nasce dal basso: da strategia e pensieri conservativi, allora anche le sofferenze accumulate dalle banche nascono dalle stesse cause.
Più precisamente: da strumenti di valutazione del merito del credito che privilegiano il passato e non sanno guardare la futuro. sanno analizzare bilanci, ma non Business Plan.
Anche alle banche occorre fornire nuove conoscenze e strumenti metodologici per guardare al futuro.
Le conoscenze e le metodologie che occorre fornire a banche ed imprese sono costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.
In sintesi, forse anche riforme e bad bank. Ma soprattutto conoscenza. E prime di tutto alle classe dirigenti che sembrano anche loro grassi gattoni che vogliono essere mantenuti a spese di coloro che governano.


sabato 21 marzo 2015

I Fattori di oggettiva ripresa economica (secondo Renzi)

lettera aperta al Presidente Renzi
di
Luciano Martinoli

Renzi parla di Europa e fa il fenomeno. Ma quel semestre italiano fu un flop

Invito al Panel della presentazione del 
IV Rapporto su Rating Progettuale dei Business Plan delle aziende dell’indice 
FTSE MIB di Borsa Italiana.
Milano 10 giugno 2015

Egregio Presidente,
Desideriamo invitarla all’evento in oggetto perché riteniamo sia di vitale importanza per un’azione efficace del governo che lei presiede in quanto fornisce una prospettiva troppo spesso dimenticata: quella delle singole attività delle aziende.

Recentemente Lei ha dichiarato che i cinque fattori di oggettiva ripresa economica sono per la quasi totalità sotto il controllo del governo. Mi consenta di aggiungerne un altro che costituisce le fondamenta, la base della piramide della società come è oggi, il primum grazie al quale gli altri fattori prendono senso: le attività correnti delle imprese e le loro intenzioni future.

Oggi le attuali attività delle aziende, non in tutte ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono “povere”. La dimostrazione è la continua richiesta di supporti da parte loro: dal Jobs Act per le assunzioni agli interventi di finanza, ordinaria e straordinaria, reclamati a gran voce. 
Da questo punto di vista le do ragione quando, dopo il recente provvedimento sul lavoro, ha affermato che “le aziende adesso non hanno più scuse”. 

Infatti sono proprio “scuse” quelle che accampano perché la vera ragione del mancato sviluppo (che preferiamo rispetto a “ripresa”) è l’incapacità da parte di tante (troppe!) aziende di creare quella ricchezza di cui erano state capaci in passato. E questo non per motivazioni esterne ad esse ma perché i prodotti e servizi che offrono stanno perdendo sempre più di significato e interesse.

Le imprese hanno bisogno di una rivoluzione strategica della loro identità e dei loro sistemi d’offerta. Solo così si ristabilirà quell’equilibrio della società liberista, se vogliamo ancora questa, per la quale sono le aziende che creano la ricchezza sociale e mantengono lo Stato, non viceversa.

Da dove partire allora?

martedì 16 dicembre 2014

Consumi o investimenti? Oppure risorse cognitive?

di
Francesco Zanotti


Oggi sul Sole 24 Ore Daniel Gross sostiene che sia necessario rilanciare i consumi prima degli investimenti. E cita i casi di Gran Bretagna e USA.
Forse ha ragione, ma …
Come si fa a rilanciare i consumi? Prima di tutto occorre cambiargli nome! L’ho già scritto altre volte, ma qui una ripetizione non sta male. La parola consumo è adatta a beni come la mortadella. Ma non va già per nulla bene per oggetti come, che so, una lavatrice. Proviamo a parlare di acquisti, più in generale.
Cambiando nome, si aprono mille spiragli. Se parlo di consumi, sono portato a pensare che sia evidente cosa la gente desidera consumare. E si pensa ai prodotti che soddisfano esigenze igieniche: quelle cose che garantiscono al sopravvivenza. E si sa quali sono.
Se comincio a parlare di acquisti, è più facile porsi la domanda: ma quali acquisti? E ponendosi questa domanda si arriva al cuore del problema. Consiste banalmente nel fatto che la gente compra meno perché considera sempre meno interessanti i prodotti e i servizi offerti. Insomma: stiamo vivendo soprattutto una crisi di noia! Lo dimostra il fatto che i prodotti altamente desiderati (vedi gli smartphone) non hanno una “crisi di acquisto”.
Allora la soluzione della crisi sta solo nella progettazione di nuovi prodotti e servizi. Ed appare una seconda ragione per la quale ho voluto proporre un cambiamento di nomi: acquisti invece di consumi. E’ cambiando linguaggio (più in generale: le risorse cognitive di riferimento) che si possono vedere e progettare nuovi mondi, nuovi prodotti e nuovi servizi.

Allora, prima di pensare a consumi (pardon: acquisti) e investimenti forniamo ai nostri imprenditori e fornitori di risorse finanziarie (che ne hanno più bisogno degli imprenditori) nuove risorse cognitive che permetteranno loro di vedere e progettare la rivoluzione strategica delle loro imprese. 
Mi riferisco, come i nostri lettori sanno, alle conoscenze ed alle metodologie di strategia d’impresa. 

giovedì 11 dicembre 2014

La cultura dei “finanzieri”

di
Francesco Zanotti


Non sto parlando ovviamente degli uomini della Guardia di Finanza …
Ogni titolo che viene scambiato nei mercati finanziari ha un sottostante che il titolo stesso rappresenta. Nei casi di coloro che emettono e scambiano titoli relativi alle imprese il sottostante è costituito dalle imprese stesse.
Come ragiona un finanziare? Cerca di accertarsi che il sottostante sia “buono”: cerca di prendere in considerazione imprese “buone”. E relativamente a queste imprese costruisce titoli. Il suo interesse principale è la costruzione e la commercializzazione successiva del titolo. Implicitamente ipotizza che una impresa buona non possa diventare cattiva. Cioè ipotizza che il sottostante non possa degenerare. Dopo tutto: costruendo “futures”, mica si ipotizza, che ne so, che l’alluminio possa deteriorarsi. Dimostra questa tesi anche il prevalere della analisi tecnica (che riguarda la storia di scambio del titolo) sull'analisi fondamentale che si dovrebbe occupare del sottostante.
Ora, dopo tutto al finanziere interessa che le imprese siano buone nel futuro. Ma le imprese che saranno buone nel futuro non sono quelle che sono buone oggi, ma coloro che attueranno una rivoluzione strategica. Allora il finanziare dovrebbe essere interessato alla strategia futura dell’impresa. Purtroppo non ha le risorse cognitive per farlo … Purtroppo per l’economia e tutti noi.


lunedì 27 ottobre 2014

Stress test: reazione istituzionale o imprenditoriale?

di
Francesco Zanotti


Come possono reagire le due banche bocciate agli stress test?
Mi immagino due reazioni possibili.
La prima è quella che accadrà più probabilmente: la reazione istituzionale. E’ rappresentata dalle dichiarazione del Presidente di MPS: siamo disponibili a qualunque operazione. Intende ovviamente: operazioni sul capitale.
Ma ne esiste una seconda? Certamente sì! La definisco “imprenditoriale”. L’attuare questa reazione trasformerebbe veramente la banca in una impresa. In cosa consiste? Bene, ci sono nove mesi di tempo, allora le banche in oggetto progettino velocemente e propongano velocemente sul mercato nuovi sistemi di servizio che generino utili. Contemporaneamente mobilitino la loro organizzazione saltando tutte le burocrazie della formazione e del change management che impiegano anni per non sviluppare nulla e costano un botto.
Ovviamente mi si dirà che non è possibile. Certo se i Vertici delle Banche non rinnovano il sistema di risorse cognitive di cui dispongono non riusciranno certo a vedere i nuovi spazi di servizio, un nuovo ruolo sociale  e le nuove modalità di sviluppo delle organizzazioni. O arriveranno al massimo, alla stratosferica proposta di vendere anche frigoriferi.
Mi si obietterà ancora: ma ci sono solo nove mesi. Contro obietto: usando le nuove risorse cognitive disponibili, ma sconosciute nelle banche è possibile. E, poi, non è più dignitoso chiedere soldi agli azionisti per realizzare un grande piano di rivoluzione strategica, piuttosto che piagnucolando: mi hanno detto che mi manca il capitale, datemelo voi, ovviamente per continuare a fare banca come prima.
Concludo: ma come fanno le banche a capire gli imprenditori se non si decidono a provare a sperimentare la logica, la prassi e la cultura imprenditoriale? Continueranno a cercare di finanziare imprese che oramai si considerano istituzioni come loro.  E al prossimo stress test i bocciati saranno molti di più.



giovedì 23 ottobre 2014

Il futuro delle banche: macché tecnologia

di
Francesco Zanotti


L’occasione per questo post è un articolo di Ana Patricia Botin sul Sole di Oggi.
Figlia di cotanto padre, si ritrova, però, a balbettare. Sbagliando sfide.
Come tutti, dice che la sfida è il cliente retail che si porta con sé la sfida delle tecnologie.
Poi dichiara che anche una grande banca deve considerarsi una start-up. E subito dopo finisce con dichiarare che tutto dipende dal Regolatore: cosa permette o non permette alle banche di fare.
Se ci fosse ancora Bartali, direbbe: “L’è proprio tutto sbagliato, l’è tutto da rifare.”.
Innanzitutto la sfida principale della banche non è il cliente retail, ma il cliente corporate, sia grande che piccolo. Ed è una sfida non perché il cliente corporate desidera nuovi prodotti finanziari (magari tecnologicamente supportati), ma perché sta sparendo. E sta sparendo per consunzione competitiva e per la noia mortale che oramai generano i prodotti che offre.
Questo significa che imprese (grandi e piccole) riusciranno a sopravvivere e crescere solo se compiranno rivoluzioni strategiche, soprattutto nei loro sistemi d’offerta. Ne devono inventare di radicalmente nuovi.
Forse è banale ricordarlo, perché nessuna banca sembra capire questa banalità: se le imprese muoiono, scompare anche ogni mercato retail.
La banca che può fare? Aiutare le imprese a generare rivoluzioni strategiche. Come? Acquisendo e rendendo disponibili alle imprese conoscenze e metodologie per stimolare la progettazione imprenditoriale perché queste sappiano generare Progetti di futuro alti e forti. E, poi, utilizzando queste conoscenze e metodologie per saper valutare la reale novità ed efficacia dei Progetti di futuro delle imprese.
Il problema non sono le tecnologie ICT (che sono, ricordiamolo, sia hardware che software). Esse sono solo necessarie come tutte le commodities. La sfida è cognitiva, non tecnologica. La sfida consiste nell'acquisire nuove conoscenze che sono sostanzialmente le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.
In questo modo la banca diventa davvero una start-up.
Allora, però, scoprire che le servono anche nuove conoscenze e metodologie organizzative per trasformare le burocrazie bancarie in corpi vivi che hanno come obiettivo, invece che la sopravvivenza, la costruzione di una rivoluzione strategica nel fare banca. Una rivoluzione strategica che porta la banca non solo a vendere finanza e nuovi servizi finanziari, ma a vendere, prima della finanza e come garanzia che il vendere finanza non diventi generare sofferenze, conoscenze, metodologie e servizi di progettazione strategica.
Questo significa, per inciso, che è inutile andare a cercare manager nuovi o giovani. Il problema sono le conoscenze e le metodologie strategico-organizzative di cui nessun manager bancario (giovane, anziano o mezzano che sia) oggi dispone e che sono assolutamente indispensabili per rivoluzionare il fare banca.
E i Regolatori? Se la banca inizia a vendere ed usare conoscenze e metodologie di strategia (come deve fare per sopravvivere) il Regolatore manco se ne accorge.
Il Regolatore deve servire come cartina di tornasole: se la banca pensa di progettare una innovazione e si accorge che il Regolatore ha un ruolo, allora capisce subito che non si tratta di una innovazione che costruirà un nuovo futuro per le imprese cliente, quindi per il cliente retai e, alla fine, per la banca stessa. Ma si tratta solo di un rimescolamento del presente, anche se, magari, tecnologicamente scintillante.


mercoledì 17 settembre 2014

Una comunità professionale di sviluppo: partiamo martedì 23 da Padova

di
Francesco Zanotti



Vogliamo radunare una comunità professionale che riesca a supportare il mondo imprenditoriale italiano nel costruire oggi, subito, dal basso sviluppo, attraverso nuove risorse cognitive e nuove risorse finanziarie. Poi, forse, verranno le istituzioni. E se verranno aiuteranno.

La via regia per costruire sviluppo non è attraverso aiuti di Stato (anche perché non saranno disponibili, oggi subito), in qualunque forma. Non è neanche attraverso un credito bancario forzato. E neppure attraverso strategie imitative. Cioè quelle che predicano tutti: internazionalizzazione, aumento di efficienza et similia.

La via regia per costruire sviluppo è supportare le imprese in una rivoluzione strategica. Nel riprogettare i loro sistemi d’offerta che, nella grande maggioranza dei casi, stanno perdendo di significato e funzionalità. Costringendo, così, le imprese ad intraprendere battaglie di prezzo che, per definizione, nessuno vince, ma chiude i settori industriali, dove viene combatta, in una autoreferenzialità che accelera i processi di perdita di significato e funzionalità.

La via regia allo sviluppo è nel disegnare Business Plan alti e forti.
Perché i nostri imprenditori riescano a disegnare Business Plan alti e forti è necessario fornire loro nuove risorse cognitive costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.

Perché questi Business Plan possano realizzarsi è necessario fornire alle imprese nuove risorse finanziarie di origine non bancaria (provenienti, ovviamente, da istituzioni finanziarie internazionali non bancarie, non da fonti “strane”). Per esempio, attraverso lo strumento di minibond, strutturato in modo che ad esso possano accedere anche le imprese più piccole.

Il nostro ruolo è quello di fornire alla comunità professionale che vogliamo far nascere sia le risorse cognitive necessarie da usare in proprio e da fornire agli imprenditori, che l’accesso a risorse finanziarie non bancarie, interessate a finanziare non imprese, ma progetti di sviluppo alti e forti.

Molte comunità professionali sono nate, ma a risorse cognitive costanti. Intendo dire che ognuno dei partecipanti coltivava la speranza di piazzare le proprie risorse cognitive sul mercato attraverso qualche nuove amico. Che, però, coltivava la stessa speranza. Erano comunità dove tutti chiedevano.
Noi siamo convinti che, perché una comunità professionale riesca veramente a costruire sviluppo per altri, deve, prima di tutto, sviluppare se stessa intorno a nuove risorse cognitive. Del tipo: caro professionista, dimostrami che sai cambiare te stesso, prima di voler cambiare me imprenditore.

Presenteremo questa proposta di comunità di sviluppo il giorno 23 settembre in mattinata (ore 10.00) presso la Camera di Commercio.
Per informazioni l.cerrone@cse-crescendo.com 02 45479800


venerdì 8 agosto 2014

Investimenti … per cosa?

di
Francesco Zanotti


Con tutto il rispetto, credo che il Prof. Quadrio Curzio rappresenti la summa delle idee che presumiamo siano giuste, ma che sono distruttive.
Oggi sul Sole ripropone la tesi che è necessario far arrivare la liquidità esistente alle imprese per investimenti.
Cosa c’è di sbagliato? Che, prima, occorre che le imprese progettino quali investimenti e come aumenterà la capacità di generare cassa grazie ad essi. E’ questo che manca, non i soldi. Di soldi se ne trovano in abbondanza anche senza gli interventi della BCE, della BEI e della “famigerata” Cassa Depositi e Prestiti che viene tirata in ballo ad ogni piè sospinto.
Sono i progetti che mancano. Meglio: ci sono solo progetti “di sopravvivenza”. Del tipo: datemi i soldi che, prima o poi, la crisi passerà. Come continuiamo a ripetere (ma il messaggio è sempre nuovo perché nessuno lo ascolta), quello che manca sono progetti di rivoluzione strategica delle imprese. Che descrivano come rivoluzionare sistemi d’offerta ed organizzazione in modo da aumentare in tempi brevi la capacità di generare cassa delle imprese.
Ma forse sbaglio a personalizzare il discorso. Non è il prof. Quadrio Curzio il problema. Ma il sistema delle risorse cognitive che utilizza: le conoscenze macro economiche che non permettono di comprendere che lo sviluppo è nemico dell’equilibrio (quello che cercano le teorie macro economiche) e nasce da processi emergenti. Cioè: non permettono di capire che lo sviluppo è generato dalla progettualità dal basso e non dalle riforme dall'alto. E, che per stimolare progettualità dal basso occorre fornire risorse di conoscenza capaci di aumentare la capacità progettuale delle nostre imprese. I soldi verranno dopo. E quelli che si possono trovare sono (ed è giusto che sia così) strettamente proporzionali alla qualità dei Business Plan dell’impresa.


venerdì 1 agosto 2014

Una ripresa meno favorevole del previsto. Ma dove vai se un Progetto di Sviluppo non ce l’hai?

di
Francesco Zanotti


Piano piano si sta scoprendo quello che a tutti coloro che viaggiano per imprese è sempre stato evidente e che noi denunciano da sempre. Non vi sarà una ripresa che salverà l’economia. Sarà l’economia che genererà la ripresa se le imprese saranno in grado di progettare proprie rivoluzioni strategiche.
Troppe imprese producono cose che non interessano più con processi produttivi e distributivi insostenibili.
Tutti insieme: ma dove crediamo di andare se un progetto di Sviluppo non ce l’abbiamo?

Per riuscire a fare un Progetto di Sviluppo dobbiamo disporre di conoscenze che oggi non abbiamo: sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. In questo mese di Agosto cercheremo di diffondere attraverso questo blog le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che servono a costruire Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti.