"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 11 marzo 2016

Basta dare alle imprese soldi in abbondanza?

di
Francesco Zanotti

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Mario Draghi ha superato se stesso, riuscendo a vincere anche le resistenze tedesche. Ora le banche saranno pure pagate per dare soldi a famiglie e imprese. E chi se frega se i mercati finanziari mugugnano.
Allora vedremo uno sviluppo straordinario dell’economia? Risposta lapidaria, anche per un post: dipenderà dalla qualità dei progetti delle imprese. Se saranno alti e forti (piantiamola con la metafora miracolistica della innovazione) il flusso di denaro finanzierà la loro realizzazione. Se saranno di conservazione il flusso di denaro andrà a mantenere imprese obsolete.

Chi volesse approfondire questo tema non deve andare lontano: basta che lega il post dell’8 marzo.

venerdì 2 ottobre 2015

Business Plan: le assumption e la forma dell’acqua

di
Francesco Zanotti

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Un Business Plan è fondato su Assumption. Quelle che fa chi lo redige. Quelle che discute chi lo valuta.
Bene, ragionare sulla Assumption è una delle vie migliori per andare nei guai. E’ come delegare il proprio futuro ad altri. Ve lo dimostro ragionando della forma dell’acqua.

L’acqua non ha una forma. Ha solo infinite potenzialità di forme che si attualizzano quando la si mette in un recipiente. E il recipiente è costruito da qualcuno. Conclusione: la forma dell’acqua è costruita da qualcuno. Che senso ha fare assumption sulla forma che qualcun altro vorrà dare all’acqua? Meglio mettersi noi costruire i recipienti che hanno la forma che vogliamo dare all’acqua.

Anche i mercati sono come l’acqua: sono fatti di potenzialità di divenire. Sono gli imprenditori che danno forma ai mercati. Che concretizzano alcune potenzialità e non altre con la loro azione.
Se questo è vero, fare assumption significa cercare di prevedere che forme gli altri daranno ai mercati. Come dicevo all’inizio: lasciare che altri costruiscano il futuro. Forse gli altri daranno all’acqua (cioè ai mercati) la forma che gli daremmo noi, che farà guadagnare noi … Ecco .. forse anche no …


venerdì 18 settembre 2015

E se fosse colpa dell’economia reale e non della finanza?

di
Francesco Zanotti
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La conferma di questa convinzione mi è venuta leggendo un trafiletto sul Sole24Ore di oggi.
Cito dal trafiletto “Un segnale (il fatto che la FED non ha aumentato il costo del denaro) che potrebbe spingere gli investitori che hanno puntato sull’azionariato USA sulla spinta della ripresa a preferire altre asset class meno legate alle fluttuazioni del ciclo economico.”.
Ragioniamoci sopra. Ma se le imprese generassero utili abbondanti non pensate che i finanziari investirebbero nei capitali delle imprese? E perché oggi le imprese non producono utili? Perché la loro identità strategica è invecchiata e non hanno progetti di sviluppo strategico (Business Plan) alti e forti.
Vogliamo rivoluzionare la logica dei mercati finanziari? Inondiamoli di Progetti di Sviluppo alti e forti.
Sì, lo so! I finanzieri non capiscono nulla di strategia d’impresa. Ma, dopo tutto non per colpa: nessuno ha mai detto loro neanche che esiste una disciplina che si chiama strategia d’impresa.
Non capiscono nulla di strategia d’impresa, ma possiamo insegnare loro questa disciplina e renderli capaci di apprezzare Business Plan alti e forti.
Non capiscono nulla di strategia d’impresa, ma tonti non sono. Quando si accorgeranno che esistono imprese che generano rilevanti utili perché hanno realizzato Progetti di sviluppo alti e forti, allora in quelle investiranno.
Se così è, allora, al fatto che i finanzieri si siano abituati a inventarsi titoli su cui investire non sono estranee le imprese. Invece di disegnare progetti di Sviluppo alti e forti si sono ridotte a piagnucolare sulla crisi e a chiedere aiuti di Stato per sopravvivere.


mercoledì 24 dicembre 2014

USA: sviluppo o “bolla delle cose”?

di
Francesco Zanotti

Da un lato l’”osanna” dei commentatori nostrani su tutti i giornali all'aumento del Pil statunitense. Dall'altro, su di una rivista apparentemente oscura, ma di notevole interesse (L'internazionale), ripropone un articolo di Chico Harlan su The Washington Post dal titolo Il paese delle rate. Ringrazio l’amico Luciano che i lettori di questo blog conoscono bene per avermelo segnalato.
Per inciso: ma quando la piantiamo di dibattere intorno a giornali digitali e cartacei e non riprendiamo a discutere della qualità dei contenuti? Quando riavremo contenuti eccellenti avrà senso discutere di che tecnologia usare!
Ma torno all'articolo. Si sostiene che vi è stato un boom di acquisti (consumi diciamo impropriamente) molto particolari: a rate incoscienti e costosissime. Acquisti a rate (la formula è quella del leasing, finanziato dalle imprese stesse e non dalle banche) concessi a tutti (anche chi non ha contanti, né carta di credito, né conto in banca) dove alla fine i prodotti arrivano a costare anche molto più del doppio. Il segreto dovrebbe stare nel fatto che se non paghi le rate non ti accade nulla: basta che restituisci il bene. Esempio: la famiglia Abbot dell’Alabama ha acquistato un salotto a rate che costava 1500 dollari senza tirar fuori un soldo, ma con la promessa di pagarlo in due anni 4.500 dollari.
Questo tipo di acquisti si sta diffondendo rapidamente ed intensamente, permettendo acquisti a chi non se lo poteva permettere e certamente fa salire il Pil. Ma è una crescita sana? La famiglia Abbot e molte altre dovranno restituire quello che hanno comprato. Le imprese riempiranno i magazzini degli oggetti restituiti. Dovranno affrontare crisi di liquidità perché alla fine, proprio a causa della restituzione, incasseranno molto meno di quanto hanno speso per costruirli. Dovranno dotarsi di nuove strutture di stoccaggio…

Avremo, insomma una nuova drammatica bolla della cose, multidimensionale perché toccherà spazi, materie prime, energia e soldi, che si sta formando fuori dai mercati finanziari. A dimostrazione che il fenomeno bolla non è tipico solo di questo tipo di mercati finanziari, ma di tutti quei mercati (e, più in generale, sistemi) che cercano di costruire un valore “artificiale”.

giovedì 11 dicembre 2014

La cultura dei “finanzieri”

di
Francesco Zanotti


Non sto parlando ovviamente degli uomini della Guardia di Finanza …
Ogni titolo che viene scambiato nei mercati finanziari ha un sottostante che il titolo stesso rappresenta. Nei casi di coloro che emettono e scambiano titoli relativi alle imprese il sottostante è costituito dalle imprese stesse.
Come ragiona un finanziare? Cerca di accertarsi che il sottostante sia “buono”: cerca di prendere in considerazione imprese “buone”. E relativamente a queste imprese costruisce titoli. Il suo interesse principale è la costruzione e la commercializzazione successiva del titolo. Implicitamente ipotizza che una impresa buona non possa diventare cattiva. Cioè ipotizza che il sottostante non possa degenerare. Dopo tutto: costruendo “futures”, mica si ipotizza, che ne so, che l’alluminio possa deteriorarsi. Dimostra questa tesi anche il prevalere della analisi tecnica (che riguarda la storia di scambio del titolo) sull'analisi fondamentale che si dovrebbe occupare del sottostante.
Ora, dopo tutto al finanziere interessa che le imprese siano buone nel futuro. Ma le imprese che saranno buone nel futuro non sono quelle che sono buone oggi, ma coloro che attueranno una rivoluzione strategica. Allora il finanziare dovrebbe essere interessato alla strategia futura dell’impresa. Purtroppo non ha le risorse cognitive per farlo … Purtroppo per l’economia e tutti noi.


martedì 21 ottobre 2014

Talenti, merito e... deriva sistemica

di
Luciano Martinoli


La rivista Harvard Business Review ha pubblicato, come ogni anno, la lista dei migliori CEO al mondo
Come sono stati valutati questi signori per entrare nella classifica? Attraverso tre parametri che hanno a che fare con le azioni: il ritorno per gli azionisti sul valore di borsa, sul valore rispetto al settore industriale e l'incremento della capitalizzazione globale. Dunque, in sintesi, come hanno arricchito i "soci" delle aziende che gestiscono.
Ma chi sono questi maghi del management?

venerdì 7 marzo 2014

Da dove vengono le bolle …

di
Francesco Zanotti


Lo stimolo che ha fatto precipitare le mie riflessioni sul tema delle bolle è un articolo di Morya Longo sul Sole 24 Ore di oggi dove descrive il rally dei mercati finanziari concludendo con un commento scettico su una convinzione della Yellen “Non vedo  bolle nei principali asset finanziari”.
La paura che ogni vivacità dei mercati finanziari nasconda una bolla è il tema dell’articolo.
Per capire se la paura è fondata è, però, necessaria una teoria delle bolle.
Allora mi ci provo a proporla. Sono ovviamente, solo primi passi …
Utilizzo una teoria sistemica nota, ma mai usata (a quanto ne so) per spiegare le dinamiche dei mercati finanziari: la teoria dei sistemi auto-poietici.
Essa ci rivela che ogni sistema, che abbia confini definiti, si sviluppa seguendo una propria logica interna che non traspare all'esterno. A mano a mano che la crescita prosegue il sistema diventa sempre più incomprensibile all'esterno. Fino a che nessuno chiede conto al sistema del senso della sua identità, il sistema continua a crescere. Quando qualcuno chiede conto ... il senso del sistema esplode. La crescita del sistema si rivela una bolla vuota di senso.

Come usare questa teoria nel caso delle bolle?
Guardiamo al mondo delle obbligazioni aziendali. Oggi è un mercato chiuso, come tutti i mercati finanziari. Nel senso che il valore delle obbligazioni (come degli altri titoli) è determinato da logiche interne al mercato finanziario. Prevale la logica dell’analisi tecnica. Nessuno si preoccupa del “sottostante” del titolo, che è quello che gli dà senso: la capacità di generare cassa della società che ha emesso obbligazioni. Fino a che questa capacità non si perde, il valore delle obbligazioni può continuare a dipendere dalle logiche interne (domanda ed offerta) al mercato azionario. Quando la società perde la sua capacità di produrre cassa la gente comincia a farsi domande non più sul valore di mercato del titolo, ma sul valore reale del sottostante. Scoprendo che, mentre nel mercato obbligazionario si scambiavano titoli il cui valore era determinato dalla domanda e dall'offerta in quel mercato, il valore del sottostante stava sparendo. E si scopre che il re è nudo, che un bulbo di tulipano non può valere un palazzo, che le obbligazioni di quella grande azienda sono carta straccia.
Come prevenire le bolle?
Tornando ad una nuova analisi fondamentale. Investiamo nel vero valore del sottostante. Nel mercato obbligazionario: investiamo cercando di capire la capacità futura di generare cassa delle imprese che emettono obbligazioni. Questa futura capacità di generare cassa la si legge solo nei Business Plan delle imprese che emettono obbligazioni.
Quello che vale per il mercato dei bond aziendali, vale anche per gli altri tipi di mercato? Io penso di sì, ma sarà oggetto delle mie prossime ricerche.


giovedì 25 luglio 2013

Manifesto degli economisti sgomenti. Ovvero: la conoscenza non conta nulla

di
Francesco Zanotti

E’ uscito in Francia nel 2010. E’ stato firmato da più di settecento economisti.
Sostengono che:
non è vero che i mercati finanziari sono efficienti
 non è vero che i mercati finanziari favoriscono la crescita economica
non è vero che valutano correttamente la solvibilità degli Stati
non è vero che l’aumento del debito pubblico è frutto di una spesa eccessiva
non è vero che è necessario tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito
non è vero che il debito pubblico scarica il peso dei nostri eccessi sui nostri nipoti
non è vero che bisogna rassicurare i mercati finanziari per finanziare il debito pubblico
non è vero che l’Unione Europea difende il modello sociale europeo  
non è vero che l’euro è uno scudo contro la crisi
non è vero che la crisi greca ha portato a un più forte governo dell’economia europea

Naturalmente, oltre alle critiche, il manifesto contiene anche proposte.
Ora non è detto che occorra prendere per oro colato quello che dicono. Ma certamente è scandaloso che di queste tesi neanche se ne parli. Da Draghi a Letta, a Saccomanni, a tutti coloro che appoggiano l’attuale Governo fondano, tranquillamente, anzi con enfasi ed afflati etici, la loro azione sul considerare vere le cose che questi settecento “sgomenti” sostengono essere false.

Come si fa a non chiedersi: cui prodest?

lunedì 4 marzo 2013

I contenuti di un Progetto Strategico


di
Francesco Zanotti



Un post tranquillo: professionale.
Parliamo spesso di Progetto Strategico. Ma quali dovrebbero essere i contenuti di un Progetto Strategico.

Il primo contenuto è quello della “Visione” che l’impresa ha dell’ambiente in cui si trova a vivere. Come vede l’ambiente economico, i suoi trend, le sue potenzialità?
Quale impatto hanno le evoluzioni dei mercati finanziari e del sistema bancario?
Quali impatti ed evoluzioni nelle dimensioni sociale, politica, istituzionale culturale della società?
Il farsi queste domande costringe l’impresa ad uscire dai suoi schemi di riferimento usuali.

Il secondo contenuto è quello della Missione. Ma quale è l’impegno che l’impresa si sente di prendere all'interno della visione che si è data della società?

Il binomio Visione/Missione è la esplicitazione del significato sociale dell’impresa.

Poi occorre diventare concreti. Cioè concretizzare questo significato sociale nelle “cose” che l’impresa propone.

Ed allora occorre definire esattamente i business nei quali l’impresa decide di impegnarsi. La definizione dei business (e dei loro rapporti) è affare delicato. Il cambiamento di uno solo dei parametri che servono a definire un business comporta il cambiamento della “prospettiva” strategica. Infatti cambia anche l’industry di riferimento.
Una volta definiti (scelti) esattamente i business nei quali l’impresa ha deciso di operare, è necessario esaminare la “qualità” strategica di questi business, individuare il posizionamento strategico di ogni unità di business. Esso è riferito a due variabili: il potenziale di redditività dell’industry e il posizionamento competitivo all'interno dell’industry. Insomma ci si chiede se quella unità di business opera in una industry che permette di ricavare fatturato, margine e cassa, oppure no! Poi ci si chiede se questa potenzialità di produrre economics sarà sfruttata dalla nostra impresa o dai suoi concorrenti.
Il posizionamento strategico è, insomma, la variabile che ci dice quali e quanti economics può produrre una impresa.
Come si vede, non basta parlare di posizionamento competitivo e di competitività. Infatti che senso ha cercare di essere più competitivi in un’industry dove le possibilità di guadagno sono  quasi nulle? L’aver ossessivamente concentrato l’attenzione sulla competitività è frutto del considerare stabile le attuali industry. E’ frutto della cultura della conservazione di cui dicevamo prima.

Occorre considerare anche una cosa: il posizionamento strategico ha una sua evoluzione autonoma. Intendo dire che, se l’impresa non decide di gestire (cambiare o conservare se interessante) il posizionamento strategico attuale, questo evolve autonomamente in una direzione “obbligata”: verso posizionamenti sempre più critici. Intendo dire: verso aumento della competizione e perdita di senso.

Il lavoro di definizione del business, dell’industry e del posizionamento strategico può essere ricorsivo. La sua ricorsività è il segno di una imprenditorialità in atto. Intendo dire che, se un posizionamento strategico non ci garantisce quella capacità di produrre economics che ci interessa, allora possiamo decidere di cambiarlo. E le strade che si presentano sono due. La prima è quella di migliorare il posizionamento competitivo. Ma si tratta di una strada che ha tentato meno senso quanto più il potenziale di redditività è basso. Che senso ha “leticare” per un mercato che, tanto, non rende?
La seconda via è “imprenditoriale”: ridisegno le unità di business e, conseguentemente le industry.
Dopo le intenzioni, l’individuazione dei desiderata, è necessario esplicitare i fatti. Quali cambiamenti organizzativi e quali piani d’azione sono necessari per gestire consapevolmente l’evoluzione del posizionamento strategico?
Da ultimo, occorre sintetizzare in numeri. Partendo dall'evoluzione prevista, cercata del posizionamento strategico, e tenendo conto degli investimenti necessari a gestire questa evoluzione, si costruisce una previsione dell’andamento degli economics nel futuro.