"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta progetto strategico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta progetto strategico. Mostra tutti i post

domenica 19 marzo 2017

Le banche venete: dalla ricerca e sviluppo (non tecnologica) al sistema dei media

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per banche venete

Siamo passati da fantomatici aumenti di capitale di mercato agli aiuti di Stato. E la storia non è finita qui.
Per descrivere una proposta per affrontare questa emergenza sociale ho preparato un post in due puntate.
La prima è di riassunto delle nostre proposte alle singole banche, previsioni e denunce fatte in questi anni. Così da evidenziare dove siano i reali problemi.
Il secondo post sarà una proposta sistemica per rilanciare non solo le banche venete ma tutto il sistema bancario. E riguarderà una ricerca e sviluppo non tecnologica e il sistema di media…

Denunce e proposte.
Nel maggio 2015 scrivevo …
“Intendo parlare della vicenda della Popolare di Vicenza.
Come si può pretendere di costruire un nuovo sviluppo della banca senza un progetto strategico alto e forte?
E' sbagliato dire: prima mi date i soldi e poi io vi dico cosa ne farò. E’ giusto che nessuno abbia sottoscritto una aumento di capitale a scatola (del futuro) chiusa.
Noi abbiamo cercato più volte di dare una mano alla Popolare di Vicenza perché si costruisse un Progetto strategico alto e forte. Ma siamo stai snobbati da presunzione manageriale: ci è stato risposto dai manager che oggi si trovano indagati che loro non avevano bisogno di nuove conoscenze: bastava la loro abilità personale che era eccelsa. Mentre le loro conoscenze di quella scienza chiave che era la strategia d’impresa erano praticamente zero. E siamo stati snobbati dalla connivenza del sistema dei media: guardate su RAI 2 come ancora ad aprile dell’anno scorso Aldo Cazzullo incensava Zonin. Il sistema dei media sa denunciare i potenti solo quando sono caduti.”.

Proposte.
Nel dicembre 2015 abbiamo illustrato ai Vertici di Veneto Banca una proposta (si veda il post di Luciano Martinoli http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/2017/03/e-se-si-provasse-riciclare-gli-npl.html ) che avrebbe potuto risolvere in tempi brevi (certamente dal 2015 ad oggi si sarebbe fatta molto strada), abbassando la drammaticità degli aumenti di capitale, il problema degli NPL.
Ma la risposta è stata “interessantissimo: ma aspettiamo tre mesi così facciamo la ricapitalizzazione e partiamo tranquilli”. Una riposta ossimoro: tu mi dici che è possibile rivalutare gli NPL per ridure le esigenze di capitalizzazione. Mi piace: lo faremo dopo la ricapitalizzazione.”.

Previsioni
Nel maggio del 2016, riferendomi al sistema bancario, scrivevo “ […] è difficile escludere il timore che altre crisi appaiano all’orizzonte. L’esperienza insegna che, all’inizio, i guai di un settore economico appaiono come problemi “locali” (apparentemente solo frutto di malversazioni o incompetenza), ma poi rivelano la loro natura strutturale.”.
Purtroppo la storia delle banche venete mi ha dato ragione.

Ultima previsione
Abbiamo appena concluso la valutazione dei Piani di redditività delle banche commerciali vigilate dalla BCE.
La nostra previsione è che stiamo avviandoci verso nuove ed intense esigenze di ricapitalizzazioni che sarebbero evitabilissime se le banche si occupassero dello loro redditività. Ma non lo fanno.

Ricerca e sviluppo e media
Racconteremo come la funzione chiave delle banche sarà di avviare una ricerca e sviluppo non tecnologica. E come solo un sistema dei media meno attento alle battaglie di potere che ritengono i soli fatti rilevanti potrà spingere le banche ad avviare questa nuova ricerca e sviluppo.




mercoledì 22 febbraio 2017

Alitalia: i piani bocciati

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per bocciato

Lo racconta il Sole 24Ore di oggi … si stanno facendo e scartando Piani uno dopo l’altro … Ma chi li valuta e li scarta?

Il primo è stato fatto dal CEO di Alitalia ed è stato giudicato insoddisfacente … Interludio: ma il CEO a cui è stato bocciato il Piano perché non si è dimesso? E’ disposto ad impegnarsi a realizzare qualunque piano basta che mantenga il suo posto?
Il secondo è la prima versione presentata dai consulenti (Roland Berger e KPMG). Se ne aspetta un altro.
Ma chi ha bocciato questi Piani?  Proprio le banche (i personaggi delle banche) che hanno redatto il Progetto Strategico della allora nuova Alitalia che si era fusa con Airone … Non servono commenti.


giovedì 29 dicembre 2016

Il capannone, il grattacielo e il progetto

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per torre unicredit

Tempo fa scrivevo… http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/2014/06/la-maledizione-del-capannone.html “Non si contano le imprese che sono fallite o sono in profonda crisi a causa di capannoni che hanno costruito e che non hanno saputo o non sanno pagare.
Colpa della crisi? No: causa della crisi.
Troppi capannoni sono stati costruiti senza alcuna progettazione strategica. Cioè senza rispondere alla domanda: il mio posizionamento strategico mi permette, mi richiede un nuovo capannone?
Si sono costruiti capannoni su speranze ingenue, su sogni di gloria banali, per autorappresentazioni infantili.”. Oggi tutti hanno davanti agli occhi un grattacielo …

Nessuno ha il coraggio di dirlo. L’ammetterlo vorrebbe dire ammettere il fallimento di una intera classe dirigente manageriale e di una  folta schiera di esperti e di giornalisti.
Nessuno lo vuole neanche sussurrare, ma la prossima puntata della crisi del sistema bancario sarà Unicredit. E guarda caso, anche Unicredit ha appena finito di costruire il suo “capannone”: un grattacielo delle meraviglie che sembra sempre più … come il capannone dei tanti imprenditori di cui scrivevo.
Avendo il coraggio di dire che il prossimo problema sarà Unicredit, faccio solo disfattismo? No! Continuo a proporre l’unica vera soluzione che nessuno vuole neanche discutere perché non lo sa fare. Certo sono indispensabili gli aggiustamenti patrimoniali per le banche. Ma, perché abbiano senso, occorre che le banche ridiventino redditive. Per riuscirci debbono sviluppare progetti alti e forti che non possono essere solo “ristrutturazioni” (leggi: eliminare persone e sedi). Ma devono contenere proposte di servizi radicalmente nuovi per un nuovo ruolo sociale del “fare banca” che vengono erogati da organizzazioni altrettanto nuove. Il problema è che per arrivare a poter discutere di progettualità strategico-organizzativa occorrono conoscenze che non sono nella disponibilità né di manager bancari né di economisti e giornalisti.
Ed allora si continua a buttar risorse in colabrodi che non sanno come chiudere i loro buchi di redditività. Lo ripeto: e lo si fa solo non perché la situazione sia particolarmente critica, ma solo perché non si vogliono usare le conoscenze necessarie esistenti… E’ etico tutto questo o irresponsabile?
Almeno consola che Unicredit possa ancora immaginare di venderlo il suo capannone (ops: grattacielo). Che ne dite: a qualche fondo sovrano medio orientale? Beh forse no … sembra molto simile alle illusioni dei piccoli imprenditori di provincia la cui unica speranza rimane qualche cavaliere bianco dalla generosità incomprensibile.

mercoledì 26 ottobre 2016

L’autostrada del sole: una grande storia imprenditoriale.

di
Cesare Sacerdoti

Risultati immagini per autostrada del sole ieri e oggi

“Grandi opere, 21 arresti per corruzione sulla TAV” titola oggi Repubblica.
Eppure c’era un tempo in cui le grandi opere erano un motivo di orgoglio per il nostro Paese.
L’autostrada del Sole ne è l’esempio più eclatante: 750 km di autostrada in 8 anni; dal nulla.
La rilettura, oggi,  di quell’impresa, propone vari spunti di riflessione. Ne propongo alcuni
L’opera pubblica e il sogno
L’idea di una moderna rete di autostrade nasce da un’iniziativa del Governo, con la legge 463 del 21 maggio 1955, detta legge Romita, dal nome del Ministro dei Trasporti che l’aveva fortemente voluta. Anche allora non fu un’impresa facile: Pinto, nel suo libro La strada dritta, ricorda che furono “sei mesi di scontri e battaglie parlamentari con i partiti di sinistra furibondi per aver portato via risorse a ferrovie e strade nazionali, accusando il governo di essere lacchè della Fiat: quelle auto, diceva la stampa, erano la vera ragione del piano”. Anche all’interno della maggioranza ci furono contrasti: “una delegazione democristiana li rimprovera di non aver dato la precedenza alla ricostruzione delle chiese”.
Non c’erano riferimenti validi: in Europa solo la Germania aveva realizzato delle autostrade, ma con lo scopo di trasportare rapidamente le proprie truppe. “Il progetto italiano nasceva da tutt’altre necessità. L’autostrada era pensata per le famiglie, che si muovevano con piccole utilitarie e per gli autotreni con rimorchio”. L’unico riferimento erano gli Stati Uniti, da cui Autostrade prese spunti (p.e. il concetto degli svincoli come sistema di rallentamento del traffico in uscita, oppure l’idea che “Non è l’autostrada che si avvicina il più possibile alle città, ma è la città che deve trovare il modo migliore per agganciarla senza provocare rallentamenti “).
Eppure si decise di fare da soli: “Debbono essere gli italiani a costruire la loro autostrada: serve a unire il loro Paese”.  La società Autostrade fu creata dal nulla con un esiguo capitale sociale. Il progetto dell’Autostrada che unisse l’Italia da Milano a Napoli era appena abbozzato e partiva da uno studio di fattibilità (solo del tratto padano) realizzato da “Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi, regalato allo Stato perché spaventati dall’enormità dell’impresa”.
C’erano regole strette per fare le strade: Pinto narra che ANAS non riuscisse ad accettare una strada senza paracarri e senza marciapiedi.
Non c’erano soldi: il management dovette cercarli. Anche all’estero, da Lehman.
Non c’era neanche la certezza di una redditività immediata dell’opera: sempre ANAS sottolineava che al momento in Italia circolavano solo 1,8 milioni di auto (un italiano su 27 aveva l’auto).
Ma c’era una visione, un sogno. Un sogno che man mano che l’opera avanzava, coinvolgeva tutti. Sempre Pinto ricorda che la gente (gli ingegneri, le imprese, i lavoratori e i politici)  avesse acquistato fiducia nell’opera,  da quando ha cominciato a viaggiare sui tratti aperti e a risparmiare tempo. E perchè, come dice un personaggio del romanzo di Pinto, con essa “arriva la modernità”. Anche in un bel documentario di Raistoria, viene mostrata la contadina contenta della costruzione dell’autostrada perché ne vede vantaggi per la sua attività. E le città? “tutti i centri italiani sembravano presi dalla smania di essere toccati dall’autostrada” e “Siena e Perugia si erano date battaglia, schierando ciascuna convegni, esperti, piazze piene di gente, pareri, pressioni e nomi importanti”.
Il contrario di quanto accade oggi per ogni opera pubblica

giovedì 23 giugno 2016

Veneto Banca: prima i soldi. Le idee non servono

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per veneto banca


A me sembra normale che chi chiede di essere finanziato spieghi che se ne farà dei soldi.
E, invece, sembra di no! Veneto Banca, papale papale, dice: ora che abbiamo i soldi, facciamo il Piano industriale. Cioè: prima i soldi e poi dico che me ne faccio.
Sbaglio io? Non so, dipende da cosa socialmente, intendiamo per banca. Se pensiamo si tratti di una istituzione, allora ha senso che essa venga finanziata senza piano industriale perché cosa deve fare è connaturato con il suo essere istituzione. Una istituzione nasce per svolgere una funzione specifica. Il piano industriale potrà venire dopo e sarà sostanzialmente un piano organizzativo. Ma se pensiamo che la banca sia e debba continuare ad essere una istituzione, non ha senso farne una società di diritto privato e quotarla in borsa.
Il problema è che una banca non può essere una istituzione perché è tutto da inventare cosa deve fare una banca. Un piano industriale deve essere un piano dove vi è scritto in che modo Veneto Banca intende fare banca e che ruolo sociale assegna al fare banca. Allora il Piano industriale deve precedere l’aumento di capitale, deve indicarne il significato imprenditoriale. E’ un Piano Industriale alto e forte che attira investitori.
E poi perché continuiamo a definire Piano Industriale un Progetto Strategico? Chiamiamolo Business Plan e intendiamo che dentro ci devono essere sia i numeri che le ragioni dei numeri.
Ah ma forse ho capito perché il Business Plan lo si fa dopo. 
Tanto tutti sanno cosa conterrà: solo tagli, risparmi e aiuti esterni. 
Nessuno si immagina che qualcuno possa avere qualche idea nuova sul fare Banca. E così continuiamo a peggiorare la crisi.


mercoledì 25 novembre 2015

Veneto Banca: i debiti che diventano “capitale”

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Veneto Banca

Veneto Banca ha emesso un prestito obbligazionario di 200 milioni con un rendimento del 10,50 % (Sole 24 Ore del 25 novembre 2015).
A cosa è servito il prestito? A far si che il suo Total Capital Ratio aumentasse di 80 punti base. Al di là dei discorsi tecnici, alla fine il senso della cosa è: la Banca aumenta i suoi debiti così è più sicura. Ora, quante imprese vorrebbero vedersi aumentare il merito di credito ogni volta che aumentano i loro debiti? Sarebbe una pacchia.
Il mondo della banche come mondo alla rovescia?
Credo che occorrerebbe cambiare nella seguente direzione.
Ad esempio chiedendo a Veneto Banca: “Cara Veneto Banca, per comprare le tue obbligazioni (a proposito, ma perché sei così generosa nei rendimenti?) mi dici qual è il tuo Progetto Strategico in base al quale produrrai l’utile sufficiente a pagare il 10,50 % e restituire il capitale? Convincimi che è un Progetto Strategico alto e forte. Non è che il tuo obiettivo di aumentare di 80 punti base una cosa che non so cosa sia mi emozioni granché. Mi piacerebbe, ad esempio, che i miei soldi fossero indirizzato a costruire un nuovo modo di fare banca. Certo se mi vieni a dire che il tuo Progetto Strategico è buttare fuori gente, non mi invogli per nulla.

Mi piacerebbe anche che mi convincessi che, d’ora in poi, riuscirai a non accumulare tante sofferenze con in passato. E, magari, anche mi assicurassi che non farai più operazioni discutibili come farti carico della Banca Popolare di Intra. Sai perché ti chiedo tutte queste cose? Perché dai primo gennaio, se fai stupidate, pago io”.

martedì 14 aprile 2015

Ma che ne sanno gli advisor …

di
Francesco Zanotti


I giornali riportano che le banche che devono “risistemarsi” stanno scegliendo gli advisor. E chi scelgono? Scelgono banche d’affari.
La mia domanda è: ma che ne sanno le banche d’affari?
Il problema delle banche è quello di disegnare Progetti Strategici (Business Plan) alti e forti che ridisegnino il ruolo sociale della banca concretizzandolo in un nuovo insieme di servizi.

Per riuscirci, servono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Ma le banche d’affari non dispongono di queste conoscenze. Allora la risposta alla domanda “ma che ne sanno le banche d’affari” è: nulla! Attendiamoci una stagione di ristrutturazioni societarie nella più completa conservazione strategica. Mi spiace Italia.

giovedì 1 gennaio 2015

Una piattaforma cognitiva, professionale e finanziaria per lo sviluppo del Paese

di
Francesco Zanotti


Come i nostri lettori sanno, noi stiamo progettando e realizzando (le due azioni sono e devono essere contemporanee) una piattaforma cognitiva, professionale e finanziaria per lo sviluppo del nostro sistema Paese. Che dovrà avere immediatamente una dimensione internazionale.

Piattaforma cognitiva.
E’ strano che ci si dimentichi che le imprese, i mercati, le economie e le società siano costituite e costruite da uomini. Dico che ci si dimentica perché non si prende mai in considerazione il fatto che l’uomo è caratterizzato dalle risorse cognitive di cui dispone. Egli può vedere, capire e progettare quello che le sue risorse cognitive gli permettono. Se si considerasse questa specificità dell’uomo, si scoprire, immediatamente, che per progettare nuove “cose” è necessario aumentare la “potenza” delle risorse cognitive disponibili per tutti i progettatori del domani. Altrimenti continueremo ad assistere al deprimente tentativo di cercare di “vendere” (proporre, giustificare, migliorare) le “cose” del passato.
Ecco il senso della piattaforma cognitiva: fornire nuove risorse di conoscenza agli imprenditori per progettare e costruire un domani radicalmente diverso dall’oggi. In particolare: fornire ad imprenditori, manager e fornitori di risorse finanziarie quelle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa di cui non dispongono.


Piattaforma professionale.
Queste risorse cognitive devono concretizzarsi in modelli e metodologie che devono essere utilizzate da una rete di professionisti sparsi sul territorio. Ecco la necessità di costruire una rete professionale che trovi il suo collante e stimolo nelle conoscenze, modelli e metodologie e non in convenienze o ottimizzazioni spicciole. Una rete professionale che sappia far generare alle imprese Progetti Strategici (Business Plan) alti e forti che siano ologrammi di un futuro progetto di Sviluppo del nostro Sistema Paese.

Piattaforma finanziaria.
Oggi gli investitori istituzionali si presentano “disarmati” ed in ordine sparso al mondo delle imprese. “Disarmati” perché sono alla ricerca di imprese che vanno bene oggi ipotizzando che andranno bene anche nel futuro. Lo dimostra l’attenzione al conto economico: si guarda a quello e si pensa che, se è buono oggi, lo sarà anche in futuro. Cioè si ipotizza che le imprese non dovranno fare grandi cambiamenti strategici. Perché, altrimenti, non avrebbe senso guardare al conto economico di oggi: i cambiamenti strategici sono proprio quelli che cambiano la struttura del conto economico. Ma le imprese che non faranno grandi cambiamenti strategici non sopravvivranno. Detto diversamente: i conti economici di oggi non potranno più essere realizzati nel futuro. Potranno e dovranno essere migliori, ma questo accadrà solo se saranno strutturalmente diversi.
Occorre, allora e innanzitutto, aiutare i finanzieri di tutti i tipi a leggere i Progetti Strategici delle imprese per capire quali saranno i loro conti economici futuri. Ed occorre coordinare i loro interventi perché oggi si presentano davvero in ordine sparso e un progetto Strategico alto e forte non potrà certo essere finanziato attraverso singoli “strumenti”.
Per aiutarli bisogna rendere loro disponibile una piattaforma cognitivo- professionale.

Evitando l’alibi delle PMI
E’ certamente vero che le PMI sono la struttura portante del nostro sistema economico. Ma esse hanno bisogno di una ecologia complessa intorno a loro. In questa ecologia complessa ci devono essere grandi imprese che fungono da Hub di sviluppo.
Allora la piattaforma cognitiva, professionale e finanziaria deve rivolgersi a tutte le tipologie di imprese, nei modi a ciascuna più adatti.

Lasciamo, quindi, nel passato la ideologie delle PMI come mercato per professionisti di seconda fascia. Occorre che la nostre PMI dispongano delle migliori conoscenze, dei migliori servizi e dei più qualificati partner finanziari. Quegli stessi di cui hanno bisogno le grandi imprese e che oggi neanche a loro sono disponibili.

Nell’anno iniziante la nostra azione avrà come obiettivo primario la costruzione e l’operatività della piattaforma cognitiva, professionale e finanziaria che abbiamo iniziato nell’anno appena trascorso.

domenica 21 dicembre 2014

ILVA: lo sapevamo … E senza Progetto Strategico

di
Francesco Zanotti


“Nuova ILVA con i fondi di Cdp”, titola oggi il Corriere nelle pagine dell’economia.
E’ da anni che tutti si fanno una domanda: chi compra? E’ da anni che tutti, in silenzio, sanno qual è la risposta inevitabile: pagheremo noi cittadini. Pagheremo i debiti dell’ILVA perché qualcuno poi possa comprare gli asset significativi.
Il problema è che questa operazione, pudicamente definita “ponte” verso la cessione ai privati, viene fatta senza uno straccio di Progetto Strategico. L’ipotesi è che una azienda che produce acciaio sia un istituzione destinata a non cambiare nei secoli. Quindi un Progetto Strategico è inutile. Servono solo progetti operativi per mettere in condizioni questa istituzione di funzionare bene.
Si tratta di una ipotesi sostanzialmente stupida che genera solo costi crescenti per la collettività. Infatti, si cerca di evitare fino all'ultimo di far intervenire lo Stato, lasciando deteriorare la situazione industriale, occupazione, sociale e ambientale. Così quando si deciderà, per forza di grane, sarà un decisione al ribasso (come risultato) e al rialzo come costi.
Un Progetto Strategico sarebbe stata la prima cosa che avrebbe dovuto fare Gnudi, ma se ne è ben guardato. Sposando la perdente ideologia che, prima si sistemano i guai, poi si pensa al futuro. Mentre cercare di occuparsi dei guai senza un Progetto di Futuro, è proprio quella strategia che peggiora i guai. Come correre a tappare i buchi che si aprono in una diga, non riuscendoci, ovviamente, e rimanendo poi travolti (economicamente, noi cittadini) dal crollo complessivo della diga.

Doverosamente, ho scritto tutte queste cose a Gnudi con cui ho avuto modo di lavorare, sia pur brevemente, nel passato. Ma, come tutti immagineranno, non ho ricevuto risposta. 

giovedì 18 dicembre 2014

Investitori incapaci di giudicare investimenti strategici …

di
Francesco Zanotti


E’ certamente vero che vi sono investitori stranieri che stanno pensando di investire a debito sulle imprese italiane. Ma si rischia che la loro logica di fondo gli impedisca di capire dove esattamente stanno le opportunità. Il rischio è che non le vedano e decidano di non investire.
E non sto parlando delle solite banalità della giustizia che non funziona, delle normative troppo complicate etc. Ma di un problema più profondo.
Mi spiego.
Questa tipologia di investitori sono abituati a valutare investimenti puramente finanziari. Cosa intendo con questa espressione? Intendo investimenti che servono a fornire liquidità alle imprese per farle funzionare meglio o crescere nella continuità. Detto diversamente: investimenti che non alterano la struttura fondamentale del conto economico e, quindi, dopo, dello stato patrimoniale.
Lo dimostra il fatto che, nel valutare il rischio degli investimenti, esaminano il conto economico e lo stato patrimoniale attuali delle imprese da finanziare. Poiché le imprese restituiranno le risorse finanziarie loro affidate nel futuro, il loro metodo di valutazione funziona se l’utilizzo che le imprese fanno delle risorse loro affidate non cambia la struttura fondamentale del loro conto economico e stato patrimoniale.
Questa logica di fondo porta, quindi, a concentrarsi sul titolo e dimenticare l’impresa. l’attenzione va al processo di emissione del titolo di debito e, poi, nella gestione del titolo. Diventa rilevante se il titolo è quotato e se esiste un mercato secondario dove scambiare il titolo.
Riconosco che le dichiarazioni ufficiali sono diverse. Ma si rischia che siano solo retoriche. Si parla di futuro, si da importanza al business plan. Ma non ci si cura di disporre di un apparato metodologico per valutare questi business plan. Viene lasciato all'intuito ed all'esperienza dei valutatori. Ma il vero oggetto su cui si concentrano gli sforzi valutativi (sia nel processo di origination e che ne processo di valutazione) continua ad essere il bilancio.
Usando questa logica si rischia di non trovar nessuna impresa sulla quale investire. Nel linguaggio dei finanzieri: non esiste l’asset class dei titoli di debito delle imprese italiane. Già numerosi importanti investitori istituzionali sono giunti a questa conclusione.
Torno al discorso del sistema Paese: gli investitori non investono, anche se vorrebbero farlo, per i loro limiti di visione. Per fare affluire capitali dall'estero occorre aiutare gli investitori a cambiare logica di approccio. Per i lettori di questo blog: il problema è sempre quello delle risorse cognitive.
Cosa dire agli investitori istituzionali stranieri (ma vale anche per quelli italiani e per le banche)?
Che le imprese italiane (ma poi tutte le imprese) devono fare investimenti strategici. Cioè, visti dal punto di vista finanziario, investimenti che hanno come obiettivo quello di cambiare radicalmente la struttura dei loro conti economici e dei loro stati patrimoniali. Solo se ci si mette da questo punto di vista si capisce l’essenzialità del Progetto Strategico di una impresa. E’ solo da esso che si capiscono quali cambiamenti l’impresa vuole attuare nella definizione del business. E che impatto avranno questi cambiamenti nella struttura del conto economico nel futuro. Solo se ci mette in quest’ottica diventa evidente che servono nuove risorse cognitive per riuscire a valutare i business plan delle imprese.