"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 6 aprile 2016

Investire nell’economia … e nella conoscenza

di
Francesco Zanotti

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Morya Longo sul Sole 24 Ore di oggi propone un documentato editoriale il cui messaggio finale è: ragazzi è il momento di investire nell’economia. Nell’ultimo capoverso dell’editoriale scrive: “Per questo è necessaria una azione sistemica, in Italia e in Europa, per favorire ulteriormente un vero mercato dei capitali in grado di fare arrivare la liquidità dove serve”.
Mi permetto di aggiungere un contributo che riguarda il “dove serve”.
Il problema è che gli investitori oggi non sanno individuare il dove serve: non dispongono delle risorse cognitive per farlo. E se ne rendono conto. Accanto ai mercati dei capitali è, quindi, necessario agire anche sui mercati della conoscenza. Occorre rendere disponibili agli investitori e alle imprese conoscenze avanzate di strategia d’impresa. Operativamente, occorre, innanzitutto, fornire agli investitori strumenti avanzati per valutare i Business Plan (Rating dei Business Plan) delle imprese o i grandi progetti infrastrutturali. Poi, occorre rendere disponibili alle imprese modelli di Business Plan avanzati e metodologie per utilizzarli.
Purtroppo oggi si stanno diffondendo solo modelli banali, del tutto inadatti a supportare il processo decisionale degli investitori come il modello di Osterwalder. La diffusione di modelli banali rischia di convincere gli investitori che dal pianeta della conoscenza arrivano solo banalità, adatte a qualche start-up senza pretese.

Il ruolo di questo blog è anche quello di rendere disponibili e continuamente aggiornare i più avanzati modelli e metodologie di strategia d’impresa al cui sviluppo ci sembra di fornire contributi rilevanti. 

martedì 24 novembre 2015

Credito di filiera … ma …

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Credito

Non voglio fare nomi. Non citerò neppure l’articolo dal quale ho preso queste informazioni e dichiarazioni perché l’obiettivo non è fare polemiche con qualcuno. Commenterò solo informazioni e dichiarazioni.

Una informazione: sono stati erogati “crediti di filiera” ai fornitori strategici di imprese “affidabii” alle stesse condizioni che le banche fanno a queste imprese “madri”.
Nell’articolo si parla di  successo perché sono stati erogati crediti di filiera.
Il primo dubbio: il successo di un prestito si misura quando viene restituito, non quando viene erogato. Non ci vuole tanta abilità ad erogare un credito ed accettare un debito quando servono soldi.
Ecco, appunto servono soldi … ma per fare che?
Una dichiarazione: “Avevamo previsto di investire (ometto la cifra) per un nuovo impianto e in questo modo siamo riusciti a sfruttare il credito di filiera senza intaccare la liquidità aziendale, usata per aumentare i volumi.”.
Il secondo dubbio. Ma se servono soldi per aumentare i volumi significa che il produrre e vendere assorbe cassa. E questo a sua volta significa che si opera in un settore a bassa attrattività e si ha una posizione competitiva non fortissima. Se poi in questa condizione si vuole addirittura comprare un impianto significa che la cultura dei volumi ad ogni costo è bene radicata. 
In sintesi: l’impresa non saprà restituire il prestito, ma avrà bisogno di sempre maggiore liquidità.
Mi fermo qui.
E mi domando: ma come immaginiamo che si costruisca uno sviluppo sano quando le imprese stanno in piedi solo se non solo non sanno restituire i prestiti, ma li devono continuamente aumentare?


giovedì 18 dicembre 2014

Investitori incapaci di giudicare investimenti strategici …

di
Francesco Zanotti


E’ certamente vero che vi sono investitori stranieri che stanno pensando di investire a debito sulle imprese italiane. Ma si rischia che la loro logica di fondo gli impedisca di capire dove esattamente stanno le opportunità. Il rischio è che non le vedano e decidano di non investire.
E non sto parlando delle solite banalità della giustizia che non funziona, delle normative troppo complicate etc. Ma di un problema più profondo.
Mi spiego.
Questa tipologia di investitori sono abituati a valutare investimenti puramente finanziari. Cosa intendo con questa espressione? Intendo investimenti che servono a fornire liquidità alle imprese per farle funzionare meglio o crescere nella continuità. Detto diversamente: investimenti che non alterano la struttura fondamentale del conto economico e, quindi, dopo, dello stato patrimoniale.
Lo dimostra il fatto che, nel valutare il rischio degli investimenti, esaminano il conto economico e lo stato patrimoniale attuali delle imprese da finanziare. Poiché le imprese restituiranno le risorse finanziarie loro affidate nel futuro, il loro metodo di valutazione funziona se l’utilizzo che le imprese fanno delle risorse loro affidate non cambia la struttura fondamentale del loro conto economico e stato patrimoniale.
Questa logica di fondo porta, quindi, a concentrarsi sul titolo e dimenticare l’impresa. l’attenzione va al processo di emissione del titolo di debito e, poi, nella gestione del titolo. Diventa rilevante se il titolo è quotato e se esiste un mercato secondario dove scambiare il titolo.
Riconosco che le dichiarazioni ufficiali sono diverse. Ma si rischia che siano solo retoriche. Si parla di futuro, si da importanza al business plan. Ma non ci si cura di disporre di un apparato metodologico per valutare questi business plan. Viene lasciato all'intuito ed all'esperienza dei valutatori. Ma il vero oggetto su cui si concentrano gli sforzi valutativi (sia nel processo di origination e che ne processo di valutazione) continua ad essere il bilancio.
Usando questa logica si rischia di non trovar nessuna impresa sulla quale investire. Nel linguaggio dei finanzieri: non esiste l’asset class dei titoli di debito delle imprese italiane. Già numerosi importanti investitori istituzionali sono giunti a questa conclusione.
Torno al discorso del sistema Paese: gli investitori non investono, anche se vorrebbero farlo, per i loro limiti di visione. Per fare affluire capitali dall'estero occorre aiutare gli investitori a cambiare logica di approccio. Per i lettori di questo blog: il problema è sempre quello delle risorse cognitive.
Cosa dire agli investitori istituzionali stranieri (ma vale anche per quelli italiani e per le banche)?
Che le imprese italiane (ma poi tutte le imprese) devono fare investimenti strategici. Cioè, visti dal punto di vista finanziario, investimenti che hanno come obiettivo quello di cambiare radicalmente la struttura dei loro conti economici e dei loro stati patrimoniali. Solo se ci si mette da questo punto di vista si capisce l’essenzialità del Progetto Strategico di una impresa. E’ solo da esso che si capiscono quali cambiamenti l’impresa vuole attuare nella definizione del business. E che impatto avranno questi cambiamenti nella struttura del conto economico nel futuro. Solo se ci mette in quest’ottica diventa evidente che servono nuove risorse cognitive per riuscire a valutare i business plan delle imprese.


venerdì 19 settembre 2014

Servirebbe una “quality review” sulle conoscenze e le metodologie di strategia d'impresa

di
Francesco Zanotti


Le banche europee, nel loro insieme, hanno chiesto alla BCE meno soldi di quanto ci si aspettasse. E’ questa una occasione per riproporre il tema della crescita e dello sviluppo.
Noi insistiamo nel proporre la nostra tesi. La crescita non dipende dalla liquidità disponibile, non dipende dalle riforme, non dipende neanche dalla fiducia. Anche il chiedere maggiori investimenti è ingenuo. Da ultimo: è cadere in un circolo vizioso chiedere che prima ci sia la ripresa, quindi, la fiducia e, quindi, gli investimenti. Chi caspita dovrebbe genera la ripresa se non le imprese?

La mancata crescita è, invece, dovuta ad una carenza di risorse cognitive. La soluzione è nel fornire a banche ed imprese le risorse cognitive mancanti.

Mi spiego: prendete una impresa il cui prodotto è irrimediabilmente fuori mercato.
Parentesi: ma come si fa a capire che il problema di una impresa è strutturale e non contingente?
Ma lasciamo la domanda sullo sfondo.
Bene, questa impresa userà la liquidità che gli si concede per sopravvivere. Che caspita di investimenti volete che faccia? Quelli che possono riportarla nel mercato? Troppo spesso, sempre più spesso, può rinnovare tutti i macchinari che vuole, usare tutte le tecnologie che sono disponibili, ma se il, suo prodotto sta perdendo sempre più velocemente di senso esistenziale e di funzionalità non c’è niente da fare. Da ultimo: come fate a chiedergli di avere fiducia e a colpevolizzarla se non ce ha?
Riprendiamo la domanda lasciata sullo sfondo. Si può capire se una impresa sta vivendo una crisi strategico-strutturale irreversibile non certo leggendo i bilanci, men che meno grazie a considerazione macroeconomiche. Servono, ecco che concretizziamo il tema delle risorse cognitive, le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che sono pressoché completamente sconosciute a banche e imprese.

Prendiamo, ora, un imprenditore (toh siamo arrivati alle persone e non ad impersonali imprese) che abbia un grande sogno nel cassetto. E’ inutile che gli diciate di avere più fiducia. Non solo ha fiducia, ma ha voglia di costruire un nuovo mondo. Cercherà in tutti i modi le risorse finanziarie per realizzarlo. Non chiedetegli coraggio, andate ad imparare da lui cosa significa coraggio costruttivo.
Se volete costruire veramente sviluppo, care banche, non lasciatelo solo. Fornitegli tutte le risorse cognitive (le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa) che servono a concretizzare il suo sogno in un progetto strategico dettagliato e comunicabile, sia all'interno della sua organizzazione che all'esterno: banche, clienti etc..
Se cominciate a distribuire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, stimolerete anche imprenditori meno audaci e meno visionari a costruire nuovi piani di sviluppo.

E, prima, care banche investite voi nel dotarvi di queste risorse cognitive. Per poterle distribuire agli imprenditori. Per poi poterle usare voi stesse per capire se davvero i progetti di sviluppo siano “alti e forti”.
Care banche, non limitatevi a dire che volete finanziare investimenti. Arrivate a dire che finanziate progetti che rendano ragione degli investimenti. In questo modo arriverete a convincervi che la crisi sarà risolta solo da una nuova progettualità strategica e dal finanziare progettualità strategica. E per stimolare e valutare progettualità strategica sarà necessario usare risorse cognitive di cui oggi non disponete.
Concludendo, cara EBA, attiva subito una Quality Review delle risorse cognitive di cui dispongono le banche …


venerdì 5 settembre 2014

Draghi e la voglia di costruire nuovi mondi

di
Francesco Zanotti


Draghi … sembra davvero … il drago della liquidità.
Beh, la mia è, forse, una battutaccia, ma è un fatto che Draghi sta dando davvero un contributo per rendere disponibile liquidità all'economia. Ma, come tutti sanno e dicono, è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
Alessandro Plateroti sul Sole 24 Ore di oggi fa notare che, perché questa liquidità arrivi alle imprese, occorre che le stesse imprese la chiedano. Immagino sottintenda: la chiedano per investire e costruire sviluppo. Perché di imprese che la chiedono solo per spostare di qualche tempo l’evidenziarsi della loro inconsistenza imprenditoriale ce ne sarebbero ad abundantiam.
Ma cosa fa venire alle imprese la voglia di investire? La risposta che dà Plateroti va al cuore della crisi. Indica come non si vuole capire la vera origine della crisi e cosa occorra fare per trasformarla in sviluppo. Egli scrive “solo un miglioramento delle aspettative economiche  può rimettere in moto la domanda di credito”. Egli così scrive, ma si sbaglia profondamente.
Quello che fa venire la voglia di investire è la voglia di costruire nuovi mondi. Tutte le imprese che oggi o nel passato producono o hanno prodotto cassa sono partite da una specifica voglia di costruire nuovi mondi. Tutti i loro prodotti o servizi sono, o sono stati, ologrammi di una nuova società.
E’ la voglia di costruire nuovi mondi che migliora l’economia e non solo le aspettative economiche.
Ci sono, però, due problemi che ostacolano il formarsi e il concretizzarsi della voglia di costruire nuovi mondi.
Il primo vero problema è che la finanza non è in grado di valutare le potenzialità di sviluppo, la qualità dei nuovi mondi che le imprese dovrebbero progettare.
Il secondo vero problema è speculare: manca la capacità di una progettualità imprenditoriale capace di immaginare nuovi mondi.
Soluzione? Fornire alla istituzioni finanziarie ed alle imprese le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che permettano di aumentare la intensità della progettualità imprenditoriale e la capacità di valutare questa progettualità.
Certo le azioni di Draghi sono solo necessarie, ma quello che le completa, che ne sviluppa le potenzialità sono solo nuove risorse cognitive: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che permettano alle imprese di disegnare Business Plan alti e forti ed alle istituzioni finanziarie di valutare quanto davvero siano alti e forti.


venerdì 8 agosto 2014

Investimenti … per cosa?

di
Francesco Zanotti


Con tutto il rispetto, credo che il Prof. Quadrio Curzio rappresenti la summa delle idee che presumiamo siano giuste, ma che sono distruttive.
Oggi sul Sole ripropone la tesi che è necessario far arrivare la liquidità esistente alle imprese per investimenti.
Cosa c’è di sbagliato? Che, prima, occorre che le imprese progettino quali investimenti e come aumenterà la capacità di generare cassa grazie ad essi. E’ questo che manca, non i soldi. Di soldi se ne trovano in abbondanza anche senza gli interventi della BCE, della BEI e della “famigerata” Cassa Depositi e Prestiti che viene tirata in ballo ad ogni piè sospinto.
Sono i progetti che mancano. Meglio: ci sono solo progetti “di sopravvivenza”. Del tipo: datemi i soldi che, prima o poi, la crisi passerà. Come continuiamo a ripetere (ma il messaggio è sempre nuovo perché nessuno lo ascolta), quello che manca sono progetti di rivoluzione strategica delle imprese. Che descrivano come rivoluzionare sistemi d’offerta ed organizzazione in modo da aumentare in tempi brevi la capacità di generare cassa delle imprese.
Ma forse sbaglio a personalizzare il discorso. Non è il prof. Quadrio Curzio il problema. Ma il sistema delle risorse cognitive che utilizza: le conoscenze macro economiche che non permettono di comprendere che lo sviluppo è nemico dell’equilibrio (quello che cercano le teorie macro economiche) e nasce da processi emergenti. Cioè: non permettono di capire che lo sviluppo è generato dalla progettualità dal basso e non dalle riforme dall'alto. E, che per stimolare progettualità dal basso occorre fornire risorse di conoscenza capaci di aumentare la capacità progettuale delle nostre imprese. I soldi verranno dopo. E quelli che si possono trovare sono (ed è giusto che sia così) strettamente proporzionali alla qualità dei Business Plan dell’impresa.


martedì 22 luglio 2014

Il Commercialista attempato e l’ILVA

di
Francesco Zanotti


Ho letto un paio di giorni fa sul Corriere una intervista a Piero Gnudi, il nuovo Commissario dell’ILVA.
E’ un intervista fatta di luoghi comuni. Come può fare solo un commercialista figlio del potere politico.
Mi limito a riferire delle risposte date alla domanda chiave del giornalista (Fabio Tamburini): ma il fatto che l’ILVA abbia bisogno di liquidità, non significa che è una azienda decotta?

Risposta: certamente no! E le ragioni per cui il dott. Gnudi pensa questo sono sostanzialmente due. Una più preoccupante dell’altra.

La prima: “L’azienda è estremamente efficiente. E’ in crisi per difficoltà esterne.”. Cioè: intende dire che se eliminiamo le “difficoltà esterne”, comincerà a produrre cassa? Intende dire che, se si facesse l’impossibile (fare in modo che nessuno reclami più sulle sue modalità di produrre acciaio) tornerebbe a produrre cassa? No, perché non dispone di una informazione simile. Non c’è un piano che spieghi come la presunta efficienza sia capace di fare generare cassa all'impresa!
Se poi pensiamo che l’estrema efficienza (per altro non dimostrata) riguarda solo l’attuale processo produttivo e non quello nuovo che è vitalmente indispensabile, allora la sua risposta è definitivamente senza senso.

La seconda affermazione parte da una negazione del concetto di impresa. Gnudi sostiene che il rifare uno stabilimento come quello comporterebbe un investimenti di 15 Mld. E che questo stabilimento monstre è situato in una location interessante (al centro del Mediterraneo etc.). Ma dicendo questo dimostra al massimo che lo stabilimento è utile. Non che il far funzionare quello stabilimento potrà generare cassa. Sostiene, insomma, in qualche modo, l’istituzionalità dello stabilimento. Ma se lo stabilimento dell’ILVA va mantenuto dalla collettività perché è utile alla stessa collettività che deve garantire risorse per farlo stare in piedi, allora non ha senso considerarlo una impresa da lasciare alla responsabilità di un azionista privato.

Ma che c’entra il fatto che il dott. Gnudi sia un Commercialista? C’entra perché la strategia d’impresa (il patrimonio di conoscenze e metodologie che servono per costruire un nuovo progetto d’impresa) non è nella disponibilità di un commercialista. Ne ha molte altre, importantissime, ma non questa. Insomma, l’essere commercialisti non è il titolo più adatto a guidare il rilancio strategico di una impresa. A riconferma sta il fatto che la sua priorità è trovare un azionista forte basandosi sulla sciocca teoria della inevitabilità delle concentrazioni.

Occorre riconoscere che la scelta è stata generata dal fatto che il dott. Gnudi fa parte del club di quelli che hanno il patentino della autorevolezza. Figlia della vicinanza politica ed amicale. E non è necessario specificare oltre, perché tutto è noto a tutti.

E quell’“attempato” politicamente scorretto? Mica è un delitto essere attempati. No! Lo diventa solo se si tradisce il ruolo sociale fondamentale (confermato dalle neuroscienze) di chi è attempato: quello di fare sintesi. E ci si imbarca in un estenuante lavoro di rilancio industriale che è certamente (cognitivamente) più adatto a persone più giovani. Io credo che il Presidente di una società debba essere una persona attempata, l’Amministratore delegato una persona giovane.

Se leggete l’intervista, vedete che la sintesi non è il valore fondamentale che ispira il dott. Gnudi: non capisco questo, quell'altro neppure …

Conclusione: noi cittadini (direttamente o con la mediazione delle banche) aspettiamoci di dover tirar fuori ancora per lungo tempo tanti soldi.

venerdì 4 luglio 2014

Liquidità si o no? Lettera aperta a Morya Longo … e al Sistema bancario

di
Francesco Zanotti


Caro Dottore,
ho letto con attenzione il suo articolo di oggi sul Sole 24 Ore nel quale propone una analisi stringente (e anche brillante, se mi consente) del dilemma a cui si trovano di fronte le Banche Centrali: “sadomonetarismo” (le strette creditizie) o “metadonismo” (generare liquidità a iosa).
Ed è, aggiungo io, un dilemma che somiglia molto a quello, più antico, dell’asino di Buridano: tutt'e due le alternative hanno le loro buone ragioni. E si rimane lì incerti su quale adottare. Rischiando (le imprese) di drogarsi o morire di fame.
Io credo che quando ci si trova di fronte a due poli opposti, ma entrambi attrattivi, è inutile cercare di scegliere. Occorre guardare da un’altra parte, come suggeriva Einstein.
In questo caso occorre guardare al “sottostante” della finanza: l’economia reale.
L’espansione della base monetaria ha senso solo se serve a finanziare lo sviluppo dell’economia.
Ma come si genera lo sviluppo dell’economia?
La nostra opinione, certo eterodossa, è che tocca alle banche. Non certo fornendo soldi (anche), ma conoscenza. Mi spiego.
Le imprese possono superare la crisi solo attraverso progetti di futuro alti e forti che permettano loro di costruire nuovi prodotti ed erogare nuovi servizi che siano ologrammi di una nuova società. Niente di meno.
E come si fa a far sì che le imprese possano dotarsi di questi progetti di futuro alti e forti? Occorre che si forniscano loro nuove risorse cognitive (in particolare le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa) per guardare diversamente il mondo e per saper, poi, progettare un nuovo mondo.
Se le banche non vogliono disperdere in sofferenze le risorse che hanno investito o investiranno, dovranno fornire loro queste risorse cognitive alle imprese. Nessun altro può farlo.
Per altro, anche le banche hanno bisogno di ridisegnare il loro “mestiere”. Rimanendo ancorate solo e soltanto ai servizi finanziari, non riusciranno a sviluppare un nuovo sistema bancario. Aggiungendo ai servizi finanziari, servizi di conoscenza ci riusciranno.
Le banche parlano tanto di “responsabilità sociale”. Ma, poi, finiscono per fare “charity” o mecenatismo. Io credo che la loro vera responsabilità sociale sia quella di trovare il modo di aiutare le imprese a costruire sviluppo.
Nel passato bastava fornire soldi. Oggi è necessario che forniscano anche conoscenza.
Mi piacerebbe molto poter pubblicare sul nostro Blog una sua risposta. Manderemo, poi, questo post ai protagonisti del sistema bancario per raccogliere anche le loro reazioni.
Così ne nascerà un piccolo librettino da mandare ai Responsabili delle Banche Centrali per aiutarle ad uscire dalla scomoda situazione del tipo “asino di Buridano” in cui come lei ha così ben descritto, si trovano.
Grazie ed un cordiale saluto

Francesco Zanotti 

mercoledì 1 maggio 2013

Un Primo maggio purtroppo solo ridistributivo


di
Francesco Zanotti

Oggi Primo maggio: il lavoro.
Ascoltiamo la voce di Confindustria: pagamenti della pubblica Amministrazione, riduzione del costo del lavoro, investimenti in infrastrutture.
Ascoltiamo Susanna Camusso: redistribuiamo!
Ascoltiamo gli artigiani: facilitiamo il credito.
Bene supponete che tutti queste richieste vengano esaudite. Ipotesi quasi impossibile anche perché Confindustria vuole grandi infrastrutture e Camusso vuole ristrutturare città e territorio. Ma supponete anche che la BCE garantisca a tutti liquidità per tutto.
Ecco io credo che non avremo ancora risolto nulla.
Il problema è che una parte crescente del nostro sistema industriale costruisce prodotti che non hanno più storia e li produce consumando risorse naturali in modo insostenibile. Una crescente parte del nostro sistema industriale non produce più valore economico, sociale, culturale, ambientale. Conseguentemente, rischia di perdere senso tutto il sistema di servizi che lo supporta e lo Stato che si nutre del valore prodotto dalle imprese industriali e di servizi.
Allora, mentre si cerca di fare tutte le cose che tutti desiderano, occorre avviare un grande sforzo progettuale ed ogni livello. E perché non sia uno sforzo vano, occorre fornire a tutti i “progettatori” (cioè proprio a tutti i cittadini) nuove risorse di conoscenza. Perché la progettualità attuale è solo capace di rivendicazioni. Che, anche se giustissime, non bastano.
Lo dico più esplicitamente: è la classe dirigente politica, imprenditoriale e sindacale che si deve dotare di nuove risorse cognitive. 

martedì 16 aprile 2013

Il problema del credito alle imprese: paura della conoscenza?


di
Francesco Zanotti


Al di là di visioni complottistiche (che certamente non hanno fondamento), al di là di moral suasions del tipo “acquistate debito pubblico” (che, invece, ne hanno un po’di più), al di là dei problemi di capitalizzazione e di regolazione (che contano e disturbano), rimane, però, la volontà di tutti i banchieri di far affluire tutto il credito che serve alle “imprese sane”.
Dove sta allora il problema? Le banche possono superare suggerimenti interessati e regolamenti e fare affluire liquidità alle “imprese sane”.
Ecco, il problema sta proprio in questa espressione: le “imprese sane”. Si scopre in cosa consiste il problema chiedendosi: le banche sono in grado di capire quali sono le imprese sane e quelle no? Ancora prima: ma cosa significa impresa sana?
Andiamo con ordine: cosa significa una impresa sana? Sostanzialmente una impresa che è sempre andata bene. Cioè: una impresa che è sempre riuscita a rispettare i sui impegni con le banche.
Ma il problema non è il passato. Occorrerebbe considerare “sane” le imprese che riusciranno a rispettare i loro impegni nel futuro. Questo vale, soprattutto, per una grande massa di imprese che stanno diventando “malate” (eufemismo) e che si cerca di guarire con operazioni di ristrutturazione del debito.
Ma le banche sanno valutare quale sarà la capacità di produrre cassa (perché è solo producendo cassa che si rispettano gli impegni con le banche) futura delle imprese?
La risposta, purtroppo è: no.
Ed è no perché le banche non utilizzano i modelli e gli strumenti di strategia d’impresa che servirebbero per capire quale è e come evolverà il posizionamento strategico (quello che determina la capacità di produrre cassa) delle imprese.
Se usassero questi modelli e strumenti potrebbero, non solo, individuare molto meglio le imprese “sane” (magari scoprendo che, producendo cassa hanno bisogno di capitali di sviluppo e non credito commerciale), ma anche aiutare le imprese malate non a cercare disperatamente di ridurre costi incomprimibili e tagliare investimenti, ma a disegnare progetti di sviluppo capaci di variare positivamente il loro posizionamento strategico.
Potrebbero costruire un portafoglio strategico delle imprese clienti per capire come varieranno le sofferenze complessive e potrebbero intervenire …
Allora una domanda si impone: visto che esistono le conoscenze (modelli e strumenti di strategia d’impresa) per costruire veramente una alleanza di sviluppo tra banche ed imprese perché non vengono usate dalle banche, soprattutto in una contingenza drammatica come quella in cui stiamo vivendo?


lunedì 8 aprile 2013

Helicopter money... ma il problema sta da un'altra parte!


di
Luciano Martinoli

La notizia è apparsa sul sole24ore di venerdì 5 Aprile. L’idea è semplice: stampare 14 miliardi di sterline, equivalente più o meno all’IVA della vendita al dettaglio del 2012 nel Regno Unito, sistemarle su elicotteri militari, lanciarli fra i negozi delle high street, come vengono chiamate le strade principali delle città inglesi.
“Coloro che le trovano hanno un solo obbligo: spenderle rapidamente in beni e servizi” cita l'articolo. 
La proposta di Adair Turner, l’economista ideatore, ha acceso, come era prevedibile, un vasto dibattito. Trovo però che sia una nuova conferma della miopia, forse, più gravemente, di una incapacità di riconoscerla e porre rimedio, che non è nuova soprattutto dall’isola che ha dato i natali alla società industriale (vedere il caso della regina Elisabetta II di qualche anno fa).
Il motivo di questa mia posizione è proprio nell’affermazione finale, fondamenta di tutte le soluzioni degli economisti, che danno per scontato che la gente abbia comunque voglia di acquistare e, se non lo fa, è per mancanza di denaro. Detto in altri termini: perché la gente dovrebbe spendere rapidamente in “questi” beni e servizi?
Lasciatemi fare una considerazione e, solo apparentemente, partire da lontano.

venerdì 29 marzo 2013

Dal PIL ai flussi di cassa


di
Francesco Zanotti


Tutti affermano che è necessario crescere. Ma che cosa è che deve crescere? La risposta “mainsteram” è molto semplice: il PIL.
E’ vero che c'è chi si concentra su variabili a più alta intensità sociale, come l’occupazione, ma, anche costoro, poi, finiscono col riconoscere che l’aumento dell’occupazione passa inevitabilmente da un aumento del PIL.

Purtroppo, se si guarda al PIL si rischia la retorica. E ’una variabile troppo generale, forse anche generica, certo rinunciataria.

Mi spiego.
Innanzitutto il PIL, tralasciando le considerazioni filosofiche (che, per altro, è possibile fare e che sono niente affatto banali, come  tutti sanno)  contiene tutto e il contrario di tutto: i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti, il saldo commerciale.
Allora, un aumento del PIL, può essere generato, ad esempio, dall’aumento dei consumi e del saldo commerciale, ma anche dall’aumento della spesa pubblica. Credo, proprio che queste due modalità di crescita non abbiano proprio lo stesso impatto sulle possibilità di sviluppo dell’economia, delle imprese, dell’occupazione, della qualità della vita delle persone.
Ancora: un aumento del PIL è un risultato “medio”. Ma come tutti sanno, i macro risultati medi sono sempre del tipo “pollo di Trilussa”: sono la somma di successi e tragedie. E a noi tutti interessano successi diffusi e condivisi.
Da ultimo, il ragionare in termini di PIL, porta sempre a speranze di crescita molto lente e di piccola entità. E tutti noi sappiamo che abbiamo bisogno di una crescita alta e forte.

Che altra variabile usare. Invece del PIL?
Propongo di usare come variabile di riferimento i flussi di cassa delle imprese. Propongo di spostare l’obiettivo dal livello macroeconomico, al livello della singola impresa.
Usando questa variabile, l’obiettivo della crescita si traduce in obiettivo molto concreto ed operativo: un aumento rilevante ed in tempi breve dei flussi di cassa a livello di ogni singola impresa.

mercoledì 11 gennaio 2012

Il ruolo del sistema bancario nello sviluppo del nostro Sistema Paese


Parte prima:
Sopravvivere solo penalizzando i clienti?
Seconda puntata

di
Francesco Zanotti


La restrizione del credito alle imprese ed alle famiglie è resa quasi obbligatoria anche da un altro fenomeno: la difficoltà delle banche a reperire liquidità. Sui mercati interbancari internazionali a causa del costo e della mancanza di fiducia tra le banche, attraverso i depositanti perché gli individui e le famiglie non riescono più a risparmiare, anzi hanno iniziato a vivere di debito, come diremo più avanti.
Sarà anche un’ultima ratio obbligata, ma è pure un evidente tirarsi la zappa sui piedi perché questa restrizione peggiorerà ulteriormente la qualità degli attivi.

La prima ragione è che ...