"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 25 settembre 2016

Circoli viziosi nelle teste e non nelle cose …

di
Francesco Zanotti

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Si dice che la deflazione generi guai: riduce i margini industriali, azzera i profitti, taglia gli investimenti. Ma cosa causa la deflazione? La mancanza di credito … e la mancanza di credito dipenda dalla deflazione. Una circolarità perversa che non dà speranza. Ma la circolarità è nella cose o nella loro rappresentazione?

Qualche giorno fa sul Sole 24 ORE era uscito un articolo, a firma Paolo Bricco, sul circolo vizioso della deflazione.
I guai della deflazione sono rilevanti, sostiene l’articolista: non si guadagna più, non si distribuiscono utili, non si investe più. Ma cosa genera la deflazione? Secondo il Centro Europa Ricerche citato dall’articolista è per il 65% il credito.
Ora al di là del fatto che non si capisce bene cosa significa che il credito pesa per il 65% (come hanno fatto a ricavare questa percentuale), il credito crea la deflazione perché ad esempio non permette investimenti, ma il calo degli investimenti non era un effetto della deflazione e non la causa?
Un circolo vizioso, tanto che l’articolista dice che la deflazione è “come l’AIDS, una malattia matrioska che contiene ed a sua volta è contenuta da altre patologie.”
Ma detto questo non si va da nessuna parte.
Allora proviamo a linearizzare.
La deflazione è causata dalla noia: interessa sempre meno quanto le imprese industriali producono. E i clienti comprano sempre meno e vogliono pagare sempre meno. Ovvio che calino margini e profitti e che le imprese non vogliano investire in prodotti che non interessano più. Il credito segue a ruota: è inutile offrire denaro a chi non sa cosa farsene. Se non utilizzarlo per sopravvivere e generando così sofferenze.
Che fare? Riavviare la progettualità imprenditoriale perché si immaginino prodotti e servizi radicalmente nuovi …  verranno comprati a un prezzo remunerativo, sarà necessario fare investimenti che non si trasformeranno in sofferenze …
I circoli viziosi sono davvero nelle teste e non nelle cose.



martedì 5 agosto 2014

Le borse di Paula Cademartori e la stupidità della produttività

di
Francesco Zanotti


La storia è sul Sole 24 Ore di oggi a firma Giulia Crivelli. Stilista di origine brasiliana, Paula Cademartori oggi produce a Milano borse che necessitano di circa 30 ore di lavoro e che costano un occhio della testa, facendole guadagnare … l’altro occhio ..
Bene a lei non credo importi molto della produttività. Non le importa molto di ridurre il tempo di lavorazione delle sue borse dalle 30 ore attuali a 29 ore e 55 minuti … Si perché chi crede nel feticcio della produttività, poi, più di qualche percentuale di produttività non riesce a recuperare.
La produttività è l’ultimo rifugio di chi non vuole rivoluzionare l’identità strategica della sua impresa. Di chi non è capace di innovazioni radicali. Degli economisti che quando si parla di imprenditorialità sono rimasti a Schumpeter.
La ricerca spasmodica della produttività è irresponsabile sia dal punto di vista della società che dell’imprese. La ricerca spasmodica della produttività non ha nulla a che fare col profitto (e prima o poi qualcuno mi dovrà spiegare dove si legge il “profitto” nel bilancio di una impresa. Oppure sarà necessario riconoscere che “profitto” è una parola senza senso). Ed ha tutto a che fare con una visione banale e un po’ ignava del fare impresa.


giovedì 22 agosto 2013

Non esiste la “cultura d’impresa”!

di
Francesco Zanotti


Non sto sostenendo che la cultura d’impresa non sia diffusa e che occorre diffonderla. Non sto neanche sostenendo che esista una cultura anti-impresa.
Dico che una cultura d’impresa proprio non esiste. Esiste solo una piccola raccolta di espressioni retoriche (anche senza senso) che si fa in fretta a elencare: il valore del mercato, della libera iniziativa e del profitto, la necessità della competizione, la voglia di fare, l’accettazione del rischio. E ora non mi viene in mente altro.
Una cultura d’impresa, invece, dovrebbe definire cosa esattamente sia una impresa, quali siano le sue interazioni con l’ambiente esterno e come si descriva il suo posizionamento, quali sono i processi di evoluzione del posizionamento che queste interazioni determinano, quale tipo di valore l’impresa produce. Da ultimo: come si governa questo sistema impresa di cui si sanno le “cose” di cui sopra.
Le risposte a queste domande non si trovano né in libri di testo, né in seminari. Se qualcuno ha notizia del contrario, ce lo comunichi.
Se, poi, siete convinti di possedere personalmente la cultura d'impresa, allora provate a rispondere alle domande di cui sopra. Se lo sapere fare, siete titolari di una cultura d’impresa, se non lo sapete fare, no! Quando poi scopriste di possedere una cultura d’impresa, provate a confrontarla con quella degli altri: dovrebbe essere simile …
Se, invece, scoprite di non sapere rispondere a queste domande, fatevi qualche domanda sul rapporto tra voi e la crisi … E, poi, andate alla ricerca di chi possa aiutarvi a rispondere a tutte le domande di cui sopra.
Altrimenti si continuerà a scrivere “Information memorandum” che parlano del nulla. Ma poi finiscono col proporre dei numeri il cui messaggio è sempre lo stesso: oggi vado male, ma se mi dai altri soldi andrò benissimo. Alla domanda “ma perché se oggi perdi domani guadagnerai?” la risposta di un Information Memorandum è: perché mi piace che sia così.

venerdì 29 marzo 2013

Dal PIL ai flussi di cassa


di
Francesco Zanotti


Tutti affermano che è necessario crescere. Ma che cosa è che deve crescere? La risposta “mainsteram” è molto semplice: il PIL.
E’ vero che c'è chi si concentra su variabili a più alta intensità sociale, come l’occupazione, ma, anche costoro, poi, finiscono col riconoscere che l’aumento dell’occupazione passa inevitabilmente da un aumento del PIL.

Purtroppo, se si guarda al PIL si rischia la retorica. E ’una variabile troppo generale, forse anche generica, certo rinunciataria.

Mi spiego.
Innanzitutto il PIL, tralasciando le considerazioni filosofiche (che, per altro, è possibile fare e che sono niente affatto banali, come  tutti sanno)  contiene tutto e il contrario di tutto: i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti, il saldo commerciale.
Allora, un aumento del PIL, può essere generato, ad esempio, dall’aumento dei consumi e del saldo commerciale, ma anche dall’aumento della spesa pubblica. Credo, proprio che queste due modalità di crescita non abbiano proprio lo stesso impatto sulle possibilità di sviluppo dell’economia, delle imprese, dell’occupazione, della qualità della vita delle persone.
Ancora: un aumento del PIL è un risultato “medio”. Ma come tutti sanno, i macro risultati medi sono sempre del tipo “pollo di Trilussa”: sono la somma di successi e tragedie. E a noi tutti interessano successi diffusi e condivisi.
Da ultimo, il ragionare in termini di PIL, porta sempre a speranze di crescita molto lente e di piccola entità. E tutti noi sappiamo che abbiamo bisogno di una crescita alta e forte.

Che altra variabile usare. Invece del PIL?
Propongo di usare come variabile di riferimento i flussi di cassa delle imprese. Propongo di spostare l’obiettivo dal livello macroeconomico, al livello della singola impresa.
Usando questa variabile, l’obiettivo della crescita si traduce in obiettivo molto concreto ed operativo: un aumento rilevante ed in tempi breve dei flussi di cassa a livello di ogni singola impresa.

lunedì 6 febbraio 2012

Non sfruttiamo il dramma del lavoro …

di

Francesco Zanotti

Una soluzione al problema del lavoro esiste. E’ immediatamente applicabile. Ed è la soluzione che farà aumentare stabilmente anche la produzione di cassa delle imprese. E, quindi la possibilità di aumentare stipendi e salari. Non solo, ma anche di generare qualità, sicurezza, efficienza, rispetto dell’ambiente. Ne ho parlato nel post precedente.
Ma sembra una soluzione che non interessi a nessuno. Perché? Perché liberisti ed antiliberisti stanno, senza accorgersene, sfruttando il dramma del lavoro per continuare la loro eterna battaglia nella speranza di infliggere il colpo mortale all’avversario.
Un piccolo indizio che ha il peso di una prova: l’uso ossessivo della parola “profitto”.
E’ una parola a cui non corrisponde alcuna realtà. Vorrei che chi la usa provasse a specificare cosa vuol dire. Si troverebbe davanti ad una grandissima sorpresa: le si scioglierebbe in mano. Il suo vero ruolo è quello di  creare un sicuro riferimento per battaglie ideologiche.