"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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martedì 2 dicembre 2014

La visione burocratica di una possibile ripresa

ovvero "Adda passà a nuttata"?
(Ha da passare la nottata? N.d.t)
di
Luciano Martinoli



E' stato da qualche giorno pubblicata, da parte del Consorzio Camerale per il Credito e la Finanza, la nuova guida "I minibond, istruzioni per l'uso".
Soffermiamoci su uno dei capitoli introduttivi, il terzo a pagina 20, per evidenziare come sia necessario un punto di vista profondamente diverso.
La pagina 20 inizia così

L’autofinanziamento deriva dagli avanzi positivi di cassa prodotti dalla gestione aziendale. Le disponibilità monetarie generate dall’autofinanziamento sono da anni modeste, per due principali ordini di motivi.

Vediamo quali sono questi motivi secondo gli autori del manuale.

mercoledì 18 giugno 2014

Il deficit di imprenditorialità...

(...di cui non si parla mai nei convegni)
di
Luciano Martinoli


Al ritorno dall'ennesimo convegno sulla crisi, questa volta declinato intorno al ritorno delle attività manifatturiera nei paesi di origine, devo registrare ancora una volta l'incapacità di toccare il tema centrale: il deficit di imprenditorialità che ha colpito il nostro paese (e non solo). Si tratta di un fenomeno, la vera causa dello stato in cui versiamo, che ha la sua precisissima misura nella percentuale dei disoccupati e nell'ammontare delle sofferenze bancarie causate dai prestiti alle aziende. 
Fare impresa significa progettare continuamente il proprio futuro e la risultanza di quanto tale progettazione sia efficace è nella produzione di abbondanti flussi di cassa. Laddove questi diminuiscono si è in presenza di un inequivocabile segnale di questo "deficit" e dell'urgenza di stimolare tale imprenditorialità al fine di tornare ad una migliore progettazione di futuro (con conseguente ritorno ai notevoli flussi di cassa).
Chiaro, no? 
E invece no!. Infatti di che si parla nei convegni e, più in generale, nel dibattito mediatico?

mercoledì 30 aprile 2014

Il “punto cieco” delle Banche

(e non solo delle Banche…)
di
Luciano Martinoli


Il “punto cieco” è una zona della retina dove le immagini non vengono catturate;  un punto all’interno del campo visivo, facilmente individuabile, nel quale anche se vi è un oggetto non viene visto dall’occhio. Ogni essere umano ha il suo “punto cieco”.

L’analisi del ilSole24ore di oggi è sui tassi minimi dei Btp. Di questa favorevole situazione, però, se ne beneficia solo lo Stato e non le Banche, le imprese e le famiglie per i motivi per descritti nell’articolo. 
Al termine della disamina di questa situazione viene riportato il punto di vista delle Banche attraverso le dichiarazioni del dott. Valli, Chief Eurozone Economist di UniCredit Research.

Il costo del denaro per le imprese italiane e in particolar modo per le Pmi resta elevato- spiega l’economista-perché risente di altri fattori: …di crisi strutturale del modello di business di una parte rilevante delle imprese italiane" .
Il “punto cieco” in questione delle Banche, ma come dicevamo all’inizio anche della politica, degli investitori, e di tutti gli stakeholder, è che questo non viene “visto” come problema della Banca ma come una situazione esterna al suo dominio di competenza di cui sente però gli effetti negativi. Come se il palo ci fosse, ci sbatto contro, mi faccio male perché non l’ho visto e... continuo a non vederlo e sbatterci contro.

martedì 29 aprile 2014

Dove vanno le risorse dei fondi pensione?

di
Luciano Martinoli


I fondi pensione italiani sono alcune centinaia, tutti censiti nell'albo della COVIP, la commissione di vigilanza sui fondi pensione. Pur essendo disciplinata per legge, la loro possibilità di investimento li fa rientrare a pieno titolo nell'ambito degli investitori istituzionali, al pari delle assicurazioni e di altri soggetti che necessitano di allocare importanti masse di denaro. La raccolta dei fondi viene effettuata presso i lavoratori iscritti e lo scopo è di erogare servizi pensionistici quando questi ne avranno titolo. Dunque si tratta di una ricchezza nazionale che, prima dell'utilizzo, come viene impiegata?

giovedì 24 aprile 2014

I minibond non possono essere usati come strumento di conservazione

Ovvero tutto quello che non viene detto nei convegni sui "minibond"
di
Luciano Martinoli
e
Francesco Zanotti


Siamo in un momento storico che verrà ricordato come “specializzato” nel distruggere potenzialità di sviluppo. O, almeno, nel depotenziarle, distorcerle per fini conservativi. 
I minibond sono un caso eclatante. Nati come strumenti di sviluppo, stanno diventano strumenti per una conservazione stucchevole e dannosa.
Allora abbiamo immaginato di proporre alle CCIAA, che dovrebbero essere l’istituzione che maggiormente si sente responsabile dello sviluppo dei territori, un Evento per illustrare i mini bond come strumento di sviluppo.
Abbiamo scritto una lettera aperta ai Presidenti delle CCIAA italiane.

venerdì 24 gennaio 2014

Quanto è bello indebitarsi (con i minibond)... ma perchè?

di
Luciano Martinoli


Anche ItaliaOggi dello scorso lunedì si occupa dei "minibond". Un inserto che descrive, anche in maniera dettagliata, il processo e gli adempimenti per l'emissione. Preceduto da una serie di articoli che espongono considerazioni di opportunità e giudizi di merito, quali il beneficio della disintermediazione bancaria.
Rimane però il quesito di fondo: perchè l'azienda ha bisogno di indebitarsi, ovvero ricorrere a finanza esterna in modo apparentemente strutturale? (fino all'assurdo, come citava un articolo: anche le aziende sane rischiano di chiudere per mancanza di credito. Ma se hanno continuo bisogno di credito per campare non sono sane!)

domenica 29 dicembre 2013

La ripresa è: Progetti Strategici che cambiano la vita …

di
Francesco Zanotti


… e generano flussi di cassa.
Allora cominciamo col dire che quello che genererà la ripresa sono i Progetti di Futuro delle imprese. Non potrà accadere che la ripresa si generi da sola. E tutti potranno continuare a fare tranquillamente quello che hanno sempre fatto.
Come dovranno esser fatti questi Progetti di Futuro?
Cominciamo a fare esempi di cosa non dovranno contenere. Non dovranno essere fondati sulla riduzione dei costi, sperando così di ridurre i prezzi e poter vendere di più. Se un imprenditore sa solo ridurre i costi è sconfitto in partenza. Non dovranno cadere alla lusinga di una internazionalizzazione che faccia vendere cose che negli attuali mercati non si vendono: non si venderanno neanche negli altri. Non dovranno cedere alla moda delle reti a tutti i costi. Anzi, fatte apposta nella speranza di ridurre i costi, ma lasciando tutto il resto invariato.
Dovranno essere progetti che cambiano radicalmente le convinzioni e la vita. Di chi li immagina e di coloro che ne dovranno comprare i prodotti o servizi. Se pensare che qualche copiabile innovazione tecnologica o furbizia di marketing possa risollevare la vostra impresa, sbagliate.
Sono progetti che cambiano le convinzioni e la vita potranno generare nel futuro flussi di cassa.
Come fare a sviluppare questo tipo di progetti? E quasi banale a dirsi: usate le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa più avanzate.
Sì, investite in conoscenza e progettualità come moltiplicatori del vostro spirito imprenditoriale che non può più essere imbrigliato da nessuna strategia precostituita e standardizzata: dalla innovazione tecnologica, alla internazionalizzazione, all'impresa rete, alle razionalizzazioni organizzative. Tanto meno da corsi di formazione tenuti da ex manager.
Imprenditori, tornate alla vostra voglia di cambiare il mondo. E’ la cosa di cui abbiamo più bisogno. E vedrete che, così facendo, tornerete a generare cassa.


giovedì 26 dicembre 2013

Come capire se un'azienda "sta in piedi"?

di
Luciano Martinoli


Prendetevi qualche minuto di relax e godetevi questo bellissimo video sugli edifici più straordinari finora costruiti, o invia di costruzione.

Fantastici vero? Sono una dimostrazione della genialità umana. Ognuno è diverso dall'altro e i loro progettisti hanno avuto la possibilità di esprimere la loro creatività senza, apparentemente, nessun tipo di vincolo.
Ciononostante hanno una caratteristica strutturale in comune: stanno in piedi da soli. Senza nessun supporto esterno, anzi progettati per resistere a diverse sollecitazioni (venti, terremoti, uragani, ecc.), staranno in piedi per decenni, forse secoli.
Probabilmente ogni certo numero di anni potrà capitare che avranno bisogno di un sostegno, un intervento di manutenzione, ma sempre allo scopo di farli ritornare allo stato originario: stare in piedi senza aiuto esterno. Infatti laddove ciò non sarà possibile dovranno essere abbattuti prima di un loro rovinoso crollo.

Il metodo con il quale, una volta ideati, sono stati costruiti è particolarmente efficace. Infatti ogni singolo edificio non è stato innalzato per tentativi: si è edificato il primo, se fosse crollato si sarebbe indagato sulle cause e se ne sarebbe costruito un altro tenendo conto di queste, se il secondo fosse crollato se ne sarebbe costruito un terzo e così via fino ad ottenerne uno stabile. 
Troppo dispendioso.
Non ci si è nemmeno rivolti ad un unico progettista "illuminato", sempre lo stesso, che avendo empiricamente intuito le regole con le quali un qualsiasi fabbricato stia in piedi, abbia messo a disposizione la sua "esperienza" a coloro che volevano costruire tali meraviglie. 
Il metodo, che funziona da qualche secolo, è quello del progetto, inteso come un piano del futuro edificio, stilato secondo una disciplina che ne garantisce i requisiti di solidità futura senza intaccare la creatività e l'innovazione dei progettisti: la Scienza delle Costruzioni. Essa non è un vincolo alla libertà di espressione degli ideatori, anzi è un valido supporto, anche ispiratore, per realizzare in concreto la loro idea. Grazie a questo metodo gli edifici risultanti stanno in piedi da soli. 

Si può dire qualcosa di analogo per le aziende? 
Certo che sì!

giovedì 19 dicembre 2013

Minibond: dopo il convegno a Milano della Camera di Commercio

Lettera aperta al Dott. Calugi 
dirigente Area Sviluppo Imprese
Camera di Commercio e Industria Milano
di
Luciano Martinoli


Egr. Dott. Calugi
Mi congratulo per l’iniziativa di ieri che ha avuto il merito di fare una rassegna, approfondita e professionale, sugli aspetti rilevanti legati al tema, coinvolgendo tutte le parti interessate.
Devo sottolineare però, tra i temi trattati, una assenza roboante, quella del protagonista principale: la progettualità strategica, “oggetto” dell’emissione di qualsiasi titolo di debito (ma anche di un sano rapporto bancario, una quotazione in borsa, una operazione di equity qualsiasi).
Si sta perpetuando, mi consenta di dire colpevolmente, la cultura del “debito per il debito”, tradendo lo spirito del quadro normativo, non a caso denominato inizialmente “Decreto sviluppo”, e dimenticando quali disastri, economici e sociali, tale approccio alla lunga genera.
Senza andare troppo in là nel tempo e nello spazio, la catastrofe dei mutui americani sub-prime, è di qualche settimana fa un articolo del sole24ore su dati Banca d’Italia, ricordati anche dal Dott. Longo, moderatore della mattinata: 

dal 2000 a fine 2013… il credito alle aziende è aumentato del 100%. Nello stesso periodo però gli investimenti e il fatturato delle imprese italiane sono cresciuti solo del 10%, mentre la produzione industriale è addirittura calata del 20%. Questo significa che negli anni d’oro, le banche hanno sostenuto con tanto (forse troppo) credito un sistema industriale che ha aumentato più i debiti che la produzione.

E le catastrofiche conseguenze di questo scellerato comportamento, perpetuato da banche e aziende, sono in dolorosa evidenza quotidiana di tutti noi.

Il debito deve servire a costruire sviluppo!
(ovvero a non avere più bisogno di debito)

Il convegno, così come tanta stampa, le associazioni di categoria, le camere di commercio, le pubbliche amministrazioni, ha trasmesso sul tema l’immagine che se un rubinetto si sta chiudendo, quello bancario, vi è l’opportunità di aprirne un altro, quello del mercato, senza però trattare il tema che queste risorse DEVONO servire a risolvere il problema di fondo: la falla nel secchio che si vuole riempire, principale responsabile della continua richiesta di finanza esterna.
Fuor di metafora è necessario che le imprese ricostruiscano la loro capacità di produrre cassa. E possono farlo solo attraverso un Progetto di Sviluppo che rivoluzioni la loro identità strategica. Insomma la sfida non è nella quantità di denaro che si mette a disposizione delle imprese. La sfida è come viene usato questo denaro. Se viene usato per sopravvivere, attendendo una miracolosa fine della crisi, allora è come buttare l’acqua nel secchio di cui dicevo prima. La sfida è, soprattutto, progettuale.

A pagina 7 dell’utile documento distribuito ieri “I minibond: istruzioni per l’uso”, nel capitolo a sua firma, dopo aver rappresentato la discesa della ricchezza prodotta delle aziende italiane, con conseguente diminuzione di mezzi propri, lei dice: 

Se l’apporto dell’autofinanziamento scende, diventa determinante l’accessibilità ai capitali esterni”. 

Credo che sarebbe opportuno aggiungere “...per ritornare ad un autofinanziamento rapido ed abbondante”. E specificando che questo obiettivo è raggiungibile solo, come dicevo prima, grazie ad un Progetto di Sviluppo alto e forte A questo, e a nient’altro, dovrebbe servire il ricorso a risorse finanziarie esterne.

Spero che presto la Camera di Commercio di Milano, così come la stampa di settore, le associazioni di categoria, le pubbliche amministrazioni e, ovviamente, le aziende tutte, decidano a brevissimo, prima che sia troppo tardi, di affrontare il tema centrale della riprogettazione strategica del tessuto economico italiano, unico modo per tornare a generare cassa.

Dal canto nostro, siamo pronti a dare il nostro sostegno a questo percorso, forti di un investimento di ricerca a livello internazionale  che ci ha portato a costruire un Modello di Progetto Strategico (Business Plan) e individuare un Processo attraverso il quale viene utilizzato che sintetizza la più avanzata cultura. Dal modello di business plan abbiamo costruito un rating per i Business Plan che riteniamo sia lo strumento mancante per capire la qualità dei progetti Strategici delle imprese.

mercoledì 27 novembre 2013

I "Minibond": tra occasione strategica e banalizzazione finanziaria

di
Luciano Martinoli


I "Minibond" sono obbligazioni (titoli di debito) che, grazie alla disciplina della legge 134 del 2012, anche le aziende piccole  e medie, e non quotate in borsa, possono emettere. Per una descrizione più dettagliata ci si può riferire ai numerosi articoli che appaiono ormai quasi quotidianamente anche in rete.
Come tutti gli strumenti il minibond si presta sia a banalizzazioni, e pericolosi usi impropri, che a realizzare importanti opportunità. Purtroppo tutta la stampa, e anche molti operatori (banche, investitori e aziende), si sono appiattiti sull'interpretazione più semplice: un altro modo di accedere a finanziamenti erogati da soggetti non bancari.
Non è proprio così, o almeno non dovrebbe, e vediamo perchè.

venerdì 15 novembre 2013

Crisi "ambientale"... oppure no?

di
Luciano Martinoli

Immaginate un capannone, chiuso, dove sono assiepate centinaia di persone a cui manca l’aria, lo spazio, le risorse per sopravvivere con decenza. 
C’è “crisi”.
E’ una “crisi” ambientale che dipende dalla mancanza di spazi: all’inizio per prosperare, ora addirittura per sopravvivere. Non è colpa di nessuno, sono troppi. Invocano aiuti, misure di “sistema”, attribuiscono colpe. Agli altri, ovviamente.
All’improvviso però, senza che nulla cambi, qualcuno mostra una insospettabile vitalità. Non è cianotico come gli altri, a lui l’ossigeno non sembra mancare, corre, si muove, lavora, è ben vestito, in una parola: prospera.
Allora la “crisi”, se c’è qualcuno che non è sofferente in quell’ambiente, non è dovuta ad un ecosistema in deficit di risorse. Forse non siamo in un capannone chiuso dove manca sempre di più per tutti, siamo semplicemente confinati in un angolo piccolissimo, quello che riusciamo a vedere, rispetto a spazi enormi di cui non abbiamo coscienza ma che sono lì vicino, a portata di mano, come quel pimpante signore ci dimostra. Perché non ci andiamo anche noi?  Perché non l’abbiamo visto prima?
E’ questa l’immagine che mi è balzata in mente quando ho visto questo annuncio di Google.
Vediamo di che si tratta

venerdì 29 marzo 2013

Dal PIL ai flussi di cassa


di
Francesco Zanotti


Tutti affermano che è necessario crescere. Ma che cosa è che deve crescere? La risposta “mainsteram” è molto semplice: il PIL.
E’ vero che c'è chi si concentra su variabili a più alta intensità sociale, come l’occupazione, ma, anche costoro, poi, finiscono col riconoscere che l’aumento dell’occupazione passa inevitabilmente da un aumento del PIL.

Purtroppo, se si guarda al PIL si rischia la retorica. E ’una variabile troppo generale, forse anche generica, certo rinunciataria.

Mi spiego.
Innanzitutto il PIL, tralasciando le considerazioni filosofiche (che, per altro, è possibile fare e che sono niente affatto banali, come  tutti sanno)  contiene tutto e il contrario di tutto: i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti, il saldo commerciale.
Allora, un aumento del PIL, può essere generato, ad esempio, dall’aumento dei consumi e del saldo commerciale, ma anche dall’aumento della spesa pubblica. Credo, proprio che queste due modalità di crescita non abbiano proprio lo stesso impatto sulle possibilità di sviluppo dell’economia, delle imprese, dell’occupazione, della qualità della vita delle persone.
Ancora: un aumento del PIL è un risultato “medio”. Ma come tutti sanno, i macro risultati medi sono sempre del tipo “pollo di Trilussa”: sono la somma di successi e tragedie. E a noi tutti interessano successi diffusi e condivisi.
Da ultimo, il ragionare in termini di PIL, porta sempre a speranze di crescita molto lente e di piccola entità. E tutti noi sappiamo che abbiamo bisogno di una crescita alta e forte.

Che altra variabile usare. Invece del PIL?
Propongo di usare come variabile di riferimento i flussi di cassa delle imprese. Propongo di spostare l’obiettivo dal livello macroeconomico, al livello della singola impresa.
Usando questa variabile, l’obiettivo della crescita si traduce in obiettivo molto concreto ed operativo: un aumento rilevante ed in tempi breve dei flussi di cassa a livello di ogni singola impresa.

martedì 28 febbraio 2012

Moratoria e ristrutturazione del debito: contabilità del declino o rilancio dello sviluppo?


di
Francesco Zanotti


Il rapporto tra banca ed impresa è spesso (sempre più spesso?) concentrato sui processi di ristrutturazione del debito. Oggi sarà siglata una nuova moratoria per i debiti a lungo termine che costituisce un ulteriore supporto a questo processo di ristrutturazione nella speranza di costruire sviluppo.

Ma attenzione a non avvitarsi nella contabilità del declino!

Con diligenza le banche, prima di accettare di ristrutturare il debito, vogliono vederci chiaro: vogliono piani industriali precisi e dettagliati, ma che … dicano cosa? Sostanzialmente quanto l’impresa riuscirà a snellire la sua struttura di costi permanentemente (riduzioni del personale, nuovi canali di acquisto di materie prime etc.) o temporalmente (ad esempio, attraverso la cassa integrazione).
Per studiare questi business plan non servono conoscenze (modelli e metodologie) di strategia d’impresa, ma competenze contabili e finanziarie.
Purtroppo, però, la via della riduzione strutturale o temporale dei costi non può risolvere il problema perché è fondata su di alcune ipotesi che non possono realizzarsi.