"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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sabato 21 gennaio 2017

Un dibattito sul futuro delle aziende: il caso inglese

di
Luciano Martinoli


La richiesta di contributi sulla Corporate Governance è l'occasione, per il Governo Inglese, di stimolare un dibattito sull'economia. Cosa si fa invece da noi?

Qualche mese fa il Governo Inglese ha emesso un Green Paper sulla riforma della Corporate Governance. Non si tratta solo di una richiesta di suggerimenti su dettagli tecnico-burocratico sul funzionamento delle Corporate, ma l'apertura di un vero e proprio dibattito per "una economia che lavori per tutti e non solo per pochi privilegiati",  come lo stesso Primo Ministro May chiarisce nell'introduzione. Si tratta, già in queste parole di un'importante cambio di prospettiva, mai considerata da parte di un Governo e un ente sovranazionale, ovvero che l'economia non va affrontata solo dall'alto ma è la somma dei comportamenti delle singole aziende e che da lì bisogna ripartire.

Vi è inoltre la volontà di dare supporto a "...business forti che si focalizzino sulla creazione di valore a lungo termine e suscitino sicurezza e pubblico rispetto"  oltre a ripristinare "fiducia e sicurezza dei clienti, dipendenti e del più ampio pubblico" delle Corporate.

Intendimenti di ampio respiro, articolati in un questionario, aperto a commenti e divagazioni sui temi, al quale risponderemo proponendo come unica nuova regola l'adozione obbligatoria di un linguaggio per progettare e render pubblico lo sviluppo della Corporate (come rendiamo noto da anni da questo blog).

Vi sono iniziative nostrane analoghe?
All'orizzonte non se ne vedono. I governi italiani sembrano essere capaci di accogliere e promuovere istanze esterne certamente importanti, come l'Industry 4.0, ma appaiono totalmente inetti nello stimolare un dibattito su "un progetto di lungo periodo sul destino del Paese", come invocava un articolo del sole24ore di qualche giorno fa che indicava in tale mancanza una delle radici della difficile simbiosi banca-impresa, così vitale per lo sviluppo di qualsiasi economia.

Anche in questo caso, forse, è un problema di linguaggio. Come esprimere, infatti, il desiderio di un dibattito su un progetto se manca il linguaggio progettuale?

sabato 6 febbraio 2016

Innovazione e start-up: e se avessimo dimenticato qualcosa?

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com

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Un recente articolo apparso sulla rivista Harvard Business Review fa un confronto interessante, quanto apparentemente ambizioso, tra la Firenze Rinascimentale e la Silicon Valley (o la Thames Valley in Inghilterra o la Silicon Oasis a Dubai o qualsiasi altro luogo che scimmiotta la valle californiana) affermando che il modello per creare innovazione nella nostra città a quell'epoca era più efficace.
Le motivazioni, in sintesi (se qualcuno fosse interessato alla versione italiana dell'articolo può chiedermelo), sono relative al "processo" che veniva perseguito all'epoca.

Prendersi cura dei talenti non come atto burocratico o, peggio, di carità ma come investimento consapevole per il bene comune, avere un processo di mentoring robusto e duraturo nel tempo, valorizzare le eccellenze indipendentemente dal campo in cui si sono manifestate, sono solo alcune delle caratteristiche del modo in cui a Firenze si faceva reale innovazione (che resiste da cinquecento anni!).
Le ritroviamo nei programmi di supporto alle "startup" di oggi (che possiamo equiparare alle "botteghe" dell'epoca) ?

E' un esercizio che vi invito a fare con due piccoli esperimenti dopo aver letto l'articolo.
Guardate questo breve video di Assolombarda che sintetizza la sua proposta  di "sostegno" alle "startup innovative". Ma leggete anche i contenuti del sito governativo inglese dedicato alle startup.
Ci ritrovate qualcosa che assomigli al "metodo rinascimentale" nostrano?
Temo di no.

Basta allora scimmiottare i modelli d'oltreoceano messi in discussione dagli stessi americani, come l'articolo dimostra. E basta anche confinare le bellezze culturali in esclusivi patrimoni museali.
Non sarebbe ora di provare a dare uno sguardo all’epoca di straordinaria fioritura delle arti, delle lettere e delle scienze del nostro passato (ma non solo) al fine di riuscire in qualche modo a farla diventare prima idea industriale, poi prodotto e infine ricchezza?

martedì 27 ottobre 2015

Assemblea Assolombarda ottobre 2015

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Assemblea Assolombarda ottobre 2015

Non ho partecipato all’Assemblea. Il mio riferimento è il resoconto che ne fa Dario Di Vico oggi sul Corriere.
Prendo alcune affermazioni di Rocca e ne ... faccio il controcanto. Decida il lettore quale melodia preferisce.

Rocca, parlando dei rapporti con i sindacati propone l’urgenza di aumentare le produttività. Ovviamente l’aumento della produttività è intesa come diminuzione del costo del prodotto.
Controcanto: la produttività è un rapporto. Si può aumentate anche il valore del numeratore: il valore delle cose che si producono. Per far questo occorre una nuova progettualità strategica. Occorrerebbe sfidare il sindacato a partecipare a questa progettualità strategica.

Rocca: non riusciamo a trasformare la scienza in tecnologia.
Controcanto: ma di quale scienza stiamo parlando? Quella del LHC, dell’IGNITOR o della fusione fredda? Quella del riduzionismo genetico o neurale o quella dei fenomeni collettivi emergenti?

Rocca: tenere insieme scienza tecnica, arte e cultura.
Controcanto: a quando un progetto per farlo? Mai letto il nostro progetto per realizzare un'Expo della Conoscenza? Non si riesce proprio ad uscire da una visione “museale” della Cultura per cui si difende a valorizza il passato (certo opera meritoria), ma non ci si pone la sfida di creare una nuova cultura?


giovedì 26 dicembre 2013

Come capire se un'azienda "sta in piedi"?

di
Luciano Martinoli


Prendetevi qualche minuto di relax e godetevi questo bellissimo video sugli edifici più straordinari finora costruiti, o invia di costruzione.

Fantastici vero? Sono una dimostrazione della genialità umana. Ognuno è diverso dall'altro e i loro progettisti hanno avuto la possibilità di esprimere la loro creatività senza, apparentemente, nessun tipo di vincolo.
Ciononostante hanno una caratteristica strutturale in comune: stanno in piedi da soli. Senza nessun supporto esterno, anzi progettati per resistere a diverse sollecitazioni (venti, terremoti, uragani, ecc.), staranno in piedi per decenni, forse secoli.
Probabilmente ogni certo numero di anni potrà capitare che avranno bisogno di un sostegno, un intervento di manutenzione, ma sempre allo scopo di farli ritornare allo stato originario: stare in piedi senza aiuto esterno. Infatti laddove ciò non sarà possibile dovranno essere abbattuti prima di un loro rovinoso crollo.

Il metodo con il quale, una volta ideati, sono stati costruiti è particolarmente efficace. Infatti ogni singolo edificio non è stato innalzato per tentativi: si è edificato il primo, se fosse crollato si sarebbe indagato sulle cause e se ne sarebbe costruito un altro tenendo conto di queste, se il secondo fosse crollato se ne sarebbe costruito un terzo e così via fino ad ottenerne uno stabile. 
Troppo dispendioso.
Non ci si è nemmeno rivolti ad un unico progettista "illuminato", sempre lo stesso, che avendo empiricamente intuito le regole con le quali un qualsiasi fabbricato stia in piedi, abbia messo a disposizione la sua "esperienza" a coloro che volevano costruire tali meraviglie. 
Il metodo, che funziona da qualche secolo, è quello del progetto, inteso come un piano del futuro edificio, stilato secondo una disciplina che ne garantisce i requisiti di solidità futura senza intaccare la creatività e l'innovazione dei progettisti: la Scienza delle Costruzioni. Essa non è un vincolo alla libertà di espressione degli ideatori, anzi è un valido supporto, anche ispiratore, per realizzare in concreto la loro idea. Grazie a questo metodo gli edifici risultanti stanno in piedi da soli. 

Si può dire qualcosa di analogo per le aziende? 
Certo che sì!

lunedì 17 giugno 2013

Un commento sui "presidenti" di Assolombarda

Riceviamo dal Dott. Stefano Pollini, e con piacere pubblichiamo, un commento al post Il nuovo presidente Assolombarda... dell' universo parallelo.

Dire che il mio voto andrebbe all'universo parallelo è scontato.
Anche scontato è dire che il voto sarebbe finalmente pienamente convinto.

Quello che mi chiedo è perché nessuno, nessuno dei politici, industriali, sindacalisti o altri... in nessuna trasmissione faccia mai una riflessione del genere che è quasi ovvia (senza nulla togliere alla vostra profondità di pensiero).
Ovvio in particolare il tema della crescita e della società industriale che non può crescere in modo infinito (in mondo di risorse finite).
La crescita è una metafora presa a prestito dal mondo naturale e non c'è nulla che cresca di continuo. Le piante e gli animali crescono velocemente all'inizio e poi si stabilizzano cercando un nuovo ordine. Guai se crescessero di continuo.
Questo fatto banale però non viene mai affrontato. Come mai? Quali sono le buone ragioni del presidente di Assolombarda reale?
Qui faccio fatica a rispondere. Forse è troppo duro questo salto? Forse è questione di paura?  
Di abbandonare tutto quello che si è fatto fino adesso?
A me sembra che la questione profonda - o una delle questioni - sia legata al senso del lavoro. Io partirei da qui.
La riflessione sull'Ilva mi ha lasciato sconcertato per esempio. Finalmente dopo anni di inattività si fa qualcosa e si critica quello che si è fatto? Ma i temi ambientali, il futuro, sono problemi solo a parole? Si dice che bisogna  riscoprire l'etica e la passione del lavoro: e anche questa è etica.
Si dice che bisogna valorizzare il rispetto delle regole e poi si dice che le regole barocche sono le vere nemiche della legalità. Le regole non si possono rispettare sono quando fanno piacere. Uno può lavorare per cambiarle ma fino a che ci sono le rispetto (Socrate docet).
Anche in questo breve brano ci sono quindi una serie di contraddizioni stridenti (in quello Assolombarda reale).
Imbarazzante anche il fatto che prima si dice che si parte da noi e poi si indicano le cose che devono fare gli altri.

Per fortuna poi ci sono tante aziende reali che invece lavorano davvero bene, innovano, riflettono, si aggiornano, investono in conoscenza e nonostante la crisi e il governo funzionano bene e assumono. Questo mi fa per fortuna avere un minimo di speranza nel futuro.

Oltre al fatto che ci sono anche tante persone come voi che riflettono su questi temi e magari qualcosa si riesca a cambiare.


Un abbraccio e buon lavoro

venerdì 14 giugno 2013

Il nuovo presidente Assolombarda... dell' universo parallelo

di
Luciano Martinoli



Esiste un universo parallelo!
Ha geografie, tempi, luoghi analoghi ai nostri. I suoi abitanti però hanno deciso di percorrere direzioni diverse, totalmente nuove rispetto alle nostre. Possibili ispiratori di nostri cammini originali? Forse.
Nel frattempo sono entrato in contatto con un corrispondente di questo universo il quale mi ha messo al corrente che anche nella loro Lombardia esiste l'Assolombarda. Anche loro hanno eletto di recente, come noi, il loro presidente il quale, come il nostro, ha fatto un discorso.
Eccolo