"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta corporate strategy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta corporate strategy. Mostra tutti i post

martedì 27 agosto 2019

Cosa vuol dire "prima gli azionisti"?

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com


Certamente non sarà sfuggita la notizia, riportata anche dai giornali italiani, riguardante la dichiarazione congiunta di quasi 200 grandi aziende americane sulla loro volontà di porre maggiore attenzione ai clienti, dipendenti, fornitori e le comunità in cui operano rispetto alla priorità assoluta, finora perseguita, degli interessi degli azionisti. E' stata salutata come l'inizio di una nuova era, ma sarà davvero la fine della "dittatura del profitto" che tanti danni ha generato nell'economia e nella società non solo americana ma mondiale?

giovedì 11 luglio 2019

Che fine ha fatto lo "shareholder value"?

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com


Gli inizi degli anni '80 del secolo scorso coincidono con la nascita di un nuovo modo di considerare lo scopo delle grandi aziende: la massimizzazione dello shareholder value, ovvero del ritorno per gli azionisti. Aver dato priorità alla proprietà dell'azienda, rispetto agli altri stakeholder, ha allineato tutte le sue attività, e sopratutto le attenzioni del management, principalmente a questo scopo subordinando tutte le altre ad esso. Ovviamente anche la struttura degli stipendi dei manager è stata pensata per incentivarli a raggiungere tale obiettivo. Se vogliamo si è trattato della più estrema definizione del soggetto aziendale come entità con scopo utilitaristico. Da tempo ci si interroga, e si critica anche, questo modo di vedere le aziende, sopratutto quelle grandi e quotate in borsa, ma la narrazione corrisponde davvero alla realtà? Oppure la complessità aziendale ha sbriciolato anche questo tentativo di 'linearizzare' la definizione e le operazioni dell'impresa?

giovedì 31 gennaio 2019

Scopo e Profitto: Vivere per respirare o respirare per vivere?

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com


Anche quest'anno Larry Fink, Ceo di Blackrock il più grande gestore di ricchezze al mondo, scrive ai suoi equivalenti di tutto il pianeta invitandoli ad una visione e azione di lungo termine in contrapposizione, come ormai è prassi da tempo, di breve termine. Certo lo fa per motivi di interesse del suo business, deve garantire rendimenti futuri delle risorse affidategli, ma ha compreso che la prosperità di lungo termine è intimamente legata allo "scopo" dell'azienda contestualizzato nella società in cui questa opera. Il profitto ne è una logica conseguenza non una variabile indipendente. Si respira (profitto) per vivere non si vive per respirare e se nella vita, anche di un'azienda, non c'è scopo oltre quello della mera sopravvivenza la fine è assicurata.

sabato 24 febbraio 2018

Il paradigma 20/80


Recenti dati confermano ciò che si sapeva da tempo: il 20% delle aziende produce l'80% dell'export e del valore industriale. E' una oggettività strutturale o è il caso che l'altro 80% delle aziende si decida a dare il suo contributo?

E' il sole24ore che fornisce un'analisi su questo dato di fatto, confermando e dando corpo a quanto il Presidente di Confindustria aveva già affermato qualche tempo fa ("c'è un 20% di aziende che va molto bene, un 20% molto male e un 60% nella terra di  mezzo" ) .
La sfida è senz'altro attenuare tale "bipolarizzazione", come afferma l'autore, aiutando le rimanenti 80% delle aziende a dare il loro contributo.
Il problema è: come farlo?

mercoledì 17 gennaio 2018

Un "ritorno al futuro" dal mondo della finanza


La consueta lettera di Larry Fink, CEO del più grande gestore finanziario del mondo (6000 miliardi di dollari), quest'anno fa un salto di qualità, spingendo il mondo delle aziende, e non solo, a ripensare il loro ruolo per la società (all'interno della quale ovviamente operano e prosperano).

Vi è stata un'epoca, nel secolo scorso, dove tutte le aziende, grandi e piccole, erano innanzitutto dei "buoni cittadini". Esse infatti fornivano stipendi adeguati e supporti aggiuntivi ai loro dipendenti (integrazioni dei piani pensionistici e sanitari, borse di studio e luoghi di svago, le "colonie", per i loro figli, ecc.), realizzavano investimenti negli impianti e per la crescita dei dipendenti, pagavano le tasse nei paesi in cui operavano, contribuivano al benessere dei loro clienti e dello sviluppo complessivo con i loro prodotti e servizi, senza dimenticare di far contenti anche, e non solo, i loro azionisti.
A guardare i comportamenti della grandi aziende globali, e non solo loro, sorge spontanea una domanda: quell'epoca è definitivamente scomparsa, sacrificata sull'altare del valore per gli azionisti a breve termine (il malefico short-termism)?

sabato 13 gennaio 2018

Il declino delle borse

Il più grande fondo sovrano del mondo ha annunciato di voler diversificare il suo portafoglio con investimenti in aziende non quotate. Perchè aziende e investitori non trovano più di interesse incontrarsi in borsa?


L'ultima notizia sul tema delle borse arriva dalla Norvegia: Norge Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo alimentato dai proventi petroliferi e che ammonta a 1.100 miliardi di dollari, ha fatto richiesta al Ministero delle Finanze Norvegese, da cui dipende, di poter iniziare ad investire anche in aziende non quotate in borsa. Al momento il fondo possiede percentuali di azioni non superiori al 10% di ogni principale azienda quotata al mondo, con una media di possesso del 1,5%. 
Le motivazioni addotte per tale scelta sono: la scarsa partecipazione di aziende tecnologiche ai listini, che li condannano a non rappresentare la maggior parte del mercato, l'assottigliarsi dei listini stessi e ultimo, ma non meno importante, i ritorni delle aziende non quotate che sono leggermente più alti di quelle quotate.

giovedì 12 ottobre 2017

Laplace è l’Intelligenza artificiale


Sembra che il principale utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel mondo degli affari sia come tecnologia predittiva. Una tale assunzione, però, poggia su una visione del mondo “laplaciana”, smentita dalla realtà e dalle conoscenze scientifiche.

Laplace credeva fermamente nel determinismo causale: “Possiamo considerare lo stato attuale dell'universo come l'effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un'unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell'universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi” (dal suo Essai philosophique sur les probabilités).

venerdì 7 luglio 2017

Il bastone e la carota: vita da muli nel III millennio...

di
Luciano Martinoli


Si continua a parlare di abbandonare la modalità 'comando e controllo' per gestire le organizzazioni al fine di liberare creatività e conoscenza. Ma il dibattito poi si arena sul come fare. Una proposta da una prospettiva diversa.

E’ da qualche decennio che le riviste e i guru specializzati in management, strategia, gestione HR, ecc. auspicano, con voce sempre più grossa, il declino della pratica del “bastone e la carota” nella gestione delle aziende per favorire una maggiore responsabilizzazione di tutti i suoi dipendenti.
La rivista della London Business School (LBS), in un articolo dal titolo esplicito (“Reinventing Management”), afferma che “l’enfasi dominante nelle organizzazioni su strategia, strutture e sistemi soffoca le persone”.  Conseguentemente auspica uno spostamento verso “scopo, persone e processi in modo che le aziende abilitino ciascun individuo a contribuire significativamente usando le loro conoscenze e la loro creatività”. 

Gli fa eco un altro articolo, questa volta su Harvard Business Review, che ricorda, in modo molto appropriato, che i leader “sono incoraggiati ad utilizzare il bastone e la carota come strumenti motivazionali, dove il primo è il premio per l’obbedienza alle direttive la seconda la punizione per il contrario. Ma quando l’unico compito di un leader diventa l’obbedienza, quando cercherà di costringere gli altri a fare qualcos’altro, l’unico ad essere motivato sarà solo lui.”
Ma perché preoccuparsi tanto delle persone? E’ una questione di etica o vi sono motivazioni di business?

giovedì 1 giugno 2017

Costruisciti il tuo futuro, altrimenti...


di
Luciano Martinoli

Risultati immagini per ford

Il mercato finanziario sembra iniziare a comprendere l'importanza delle capacità delle aziende di progettare il proprio futuro ben più della loro capacità di produrre risultati a breve. 
Una moda passeggera o una urgente necessità per comprendere il futuro?

La recente defenestrazione di Mark Fields, CEO di Ford, offre una lezione sull'importanza che il mercato sta dando ai progetti futuri delle aziende e alla loro dettagliata esplicitazione. Un'attenzione che anche gli altri stakeholder, banche in testa, dovrebbero dedicare.

Ne fornisce un ampio resoconto un recente articolo del Wall Street Journal. In esso si ricorda che la gestione Fields non è stata caratterizzata dalla completa mancanza di profitti, elemento che generalmente si ritiene sia l'unico parametro valutato dagli investitori,  ma dalle nebulose e opache dichiarazioni sul futuro della Ford nel turbolento mondo automotive ("just wait for the fat margins that our post-car businesses like “mobility” will generate" era ciò che rispondeva Fields alle preoccupazioni degli investitori sul tema).
Ford sta investendo nelle nuove tecnologie che rivoluzioneranno il settore, ma queste sono disponibili a tutti e solo una precisa e chiara Strategia che le utilizzi , prima da progettare e poi da comunicare, darà conto di come questa si tradurrà in sviluppo per l'azienda. E a tal proposito il mercato si è mostrato sia indulgente, laddove dettagli precisi manchino, sia desideroso di tali progetti di futuro, come il caso Tesla, del quale ho già scritto, dimostra. 

I soliti comportamenti d'avanguardia, in questo caso degli investitori d'oltreoceano, che arriveranno tra decenni anche nella vecchia Europa e ancor più in ritardo in Italia? Assolutamente no come dimostra il recente caso Ferragamo, il cui titolo è quotato alla borsa di Milano, dove la reticenza del management a fornire dettagli su un annunciato rallentamento del business di quest'anno, ha penalizzato il titolo e spinto gli analisti nostrani ad abbassare le stime.

Dunque sembra che si stia aprendo una stagione caratterizzata da un nuovo modo di guardare le prestazioni future delle aziende. Un modo necessario in un mondo sempre più turbolento con velocità di cambiamento crescenti. Infatti  in un tale contesto il "futuro", così importante per i mercati ma non solo, non "arriva" alla stregua di un temporale o una giornata di sole spingendo tutti ad attrezzarsi di conseguenza, come la retorica di certi "esperti" vuol far credere. 
Il futuro lo costruiscono le aziende, in mille modi e mille direzioni. Le tecnologie, a disposizione di tutti, sono, come sempre è stato, solo uno strumento per realizzarlo. Le aziende capaci di costruire il futuro, per loro e per gli altri, prospereranno e renderanno il mondo un posto migliore (come è già accaduto); chi no sarà condannato a subirlo con tutte le conseguenze.

Il mercato lo sta capendo, è ora che lo capiscano anche gli altri stakeholder dell'impresa.
Questo cambio di prospettiva, vero e proprio paradigm-shift, evidenzia l'esitenza di un immenso territorio vergine. Esso è costituito dall'assenza di strumenti e linguaggi per esplorarlo: come realizzare e valutare i progetti di futuro delle imprese in modo professionale, superando gli umori e le chiacchiere da bar, premiando chi è capace. Allo stesso tempo, come stimolare chi è carente in tale progettazione che, da quanto detto fino a questo punto, deve costituire ormai l'anima dell'attività d'impresa.
Il nostro impegno professionale è operare in tale settore proponendo quanto di meglio la conoscenza umana offre per rispondere a tale sfida: la creazione, non previsione, del "futuro".


lunedì 27 febbraio 2017

L'operazione è riuscita, il cliente è fallito

di
Luciano Martinoli

E' questo il titolo provocatorio dell'editoriale dell'ultimo numero del magazine di 'Legalcommunity' (MAG). Un triste destino che può accadere anche a professioni diverse dagli avvocati. Ma cosa significa esattamente? E, sopratutto, come si può evitare?

La battuta originale è "L’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto" e si riferisce alla "freddezza e il distacco con cui il dottore si deve necessariamente rapportare al suo assistito".
Mentre siamo d'accordo sulla 'freddezza', il distacco spesso maschera un atteggiamento tipico di tutte le professioni che, viaggiando verso una intensa specializzazione (dal "sapere poco di tutto" al "sapere tutto di poco"), perdono di vista il quadro di insieme che possa suggerire la migliore tipologia di intervento.
Distacco, dunque, malinteso, scusa per concentrarsi sul quel "tutto di poco" per dare soddisfazione a ciò che si sa fare più che a ciò che serve davvero al cliente.
Come affrontare il problema?

giovedì 16 febbraio 2017

Cosa vogliono gli investitori dalle aziende?

di
Luciano Martinoli


Anche quest'anno Larry Fink, il CEO di BlackRock, il più grande investitore del mondo (più di 5000 miliardi di dollari in gestione), ha scritto ai CEO delle principali aziende nelle quali investe chiedendo sempre la stessa cosa: crescita di lungo termine.

Ormai è una preoccupazione diffusa tra gli investitori di lungo termine: quella di ritrovarsi, tra qualche anno, proprietari di limoni spremuti. Spremuti da debiti, investimenti non fatti, dividendi troppo generosi erogati, e altro. Le preoccupazioni sono globali e investono anche l'Italia perchè anche qui BlackRock ha preso partecipazioni importanti nelle migliori aziende del nostro paese. Dunque nessuno si senta escluso dalla ramanzina.
Ma cosa dice Fink?

Purtroppo inizia dimostrando, anche lui, una "miopia strategica". A fronte di cambiamenti epocali avvenuti lo scorso anno (Brexit, Medio Oriente, Trump, ecc.) si aspetta che questi cambiamenti siano considerati nei nuovi piani strategici. Da un personaggio del suo livello era da aspettarsi un richiamo a progetti "alti e forti" che, almeno in Italia, continuano a mancare. L'invito a reagire non è in grado di combattere quel "short-termism" che affligge l'economia globale, per farlo bisogna cambiare il mondo non adeguarcisi. La solita Apple non pare sia stata toccata da cambiamenti epocali citati dal capo di BlackRock e come lei alcune (troppo poche) altre.

Fink poi denuncia "l'impegno retorico" sulla sostenibilità a lungo termine contrastata, nei fatti, dal "furioso" ritmo di riacquisto di azioni proprie e di concessione di dividendi, non giustificati da un livello di profitti che sono ben inferiori alla somma di questi riacquisti e dividendi. Una denuncia che suona quasi scandalosa e un richiamo agli investimenti che, solo loro, possono garantire il futuro delle imprese. 

BlackRock, insieme ad altre grandi aziende di investimento mondiale, è da tempo preoccupata della tendenza al "tirare a campare" delle aziende trimestre dopo trimestre. Ma se anche minaccia, come fatto nella lettera, di "esercitare il diritto di voto contro direttori in carica... in caso di risposte insufficienti... a proteggere gli interessi economici dei nostri clienti (famiglie e singoli risparmiatori)", dimostra, anche lui a quel livello, di non avere strumenti efficaci, nè di controllo nè di stimolo.

Volendo essere ottimisti, se Fink si esprime, e non da ora, in questa direzione almeno lui, e quelli come lui, si pongono il problema dello sviluppo delle imprese.
C'è da chiedersi quando si accorgeranno che la strada per realizzarla passa dall'adozione di strumenti che ci sono nell'ambito della disciplina che continua ad essere ignorata da tutti: la Corporate Strategy.


domenica 9 ottobre 2016

Parlar di "effetti" scambiandoli per "cause"

di
Luciano Martinoli


Il dibattito economico-finanziario è concentrato sulla discussione, e le possibili cure, di aspetti della "crisi" che o sono suoi effetti o non hanno nulla a che fare con le cause.

Il tema non è nuovo per queste pagine virtuali, lasciatemelo però affrontare  questa volta con una storiella. 
Ad un ingegnere, a cui l'immaginario collettivo attribuisce estremo senso pratico, a un matematico, teorico per eccellenza, e a un fisico, a metà strada tra i due, viene chiesto di sottoporsi ad un test di sopravvivenza: essere rinchiusi per due settimane in una stanza vuota contenente esclusivamente acqua in bottiglie di plastica e scatolette di tonno.

giovedì 28 aprile 2016

Elkann, Marchionne e i fratelli Wright

Quale è il posizionamento strategico di FCA?
di
Luciano Martinoli


Wilbur e Orville Wright, chiamati più semplicemente fratelli Wright, furono i primi, all'inizio del secolo scorso ad aver fatto volare con successo una macchina motorizzata "più pesante dell'aria" con un pilota a bordo, essendo riusciti a far alzare dal suolo il loro Flyer per quattro volte, in modo duraturo e sostanzialmente controllato, il 17 dicembre 1903. Non erano laureati e non riuscirono nemmeno a diplomarsi ma dotati di inventiva e ingegno, riuscirono nell'impresa dove tanti, in quegli anni, fallirono ripetutamente. All'epoca dei loro tentativi, finalmente coronati da successo, di realizzare la macchina volante, si guadagnavano da vivere costruendo e riparando biciclette.
Cosa c'entra tutto questo con FCA?

mercoledì 20 aprile 2016

Strumenti di Strategia d'Impresa: confronto Canvas vs. modello Crescendo

di
Luciano Martinoli


Da queste pagine parliamo spesso sia di Strategia d'Impresa che del documento che rappresenta la strategia di un'azienda: Il Business Plan. Ricordiamo che, colpa della omonimia che non facilita la comprensione, per Strategia d'Impresa, o Corporate Strategy, si intende la disciplina che studia linguaggi e modelli per rappresentare gli intenti strategici delle imprese, mentre per strategia dell'impresa si indica la specifica volontà della singola azienda rappresentata nel Business Plan.

A questo punto sorge spontanea la domanda: cosa dovrebbe contenere un Business Plan (argomento affrontato nel seguente post)? Quali modelli di Business Plan esistono?
Iniziamo con questo post a cercare di dare risposte organiche, anche se non esaustive, incominciando da un confronto tra il Business Model Canvas e il modello Crescendo. Ricordo che il modello Crescendo è frutto di un pluriennale lavoro di ricerca nell'ambito della Corporate Strategy e altre discipline e, ad oggi, rappresenta lo stato dell'arte mondiale della stessa Corporate Strategy.

Si è occupato di questo benchmark il Dott. Michele Savio Risplendente, il cui lavoro può essere visionato a questo link

lunedì 11 aprile 2016

Il recente convegno Centro Studi Confindustria e la Strategia d'Impresa

Lettera aperta al Dott. Luca Paolazzi
direttore del Centro Studi Confindustria

di
Luciano Martinoli


Gentilissimo Dott. Paolazzi
Desidero congratularmi per il recente convegno dell'8 e 9 aprile a Parma del quale hanno dato ampio spazio i giornali.
Proprio a fronte di alcuni commenti riportati dalla stampa sembra siano stati evidenziati quei temi  che da sempre indichiamo come i fattori primari, insieme agli strumenti necessari, per un ritorno allo sviluppo: la (ri)progettazione strategica delle imprese  e la conseguente rappresentazione in Business Plan pubblici.

martedì 9 febbraio 2016

Lettera aperta a Ignazio Visco Giovedì 11 a Modena: e se fosse possibile un futuro radicalmente diverso per il sistema bancario?

di
Francesco Zanotti


Signor Governatore, 
accetterebbe di discutere intorno ad una visione radicalmente nuova del sistema bancario e del suo futuro?
Giovedì 11 febbraio all’Università di Modena presenteremo un libro (Per Comprendere Luhmann, edito da IPOC) che è fatto di due “pezzi”. Il primo è costituito dalla traduzione (fatta da Luciano e Lorenzo Martinoli) di un libro “divulgativo” del pensiero del grande sociologo tedesco Niklas Luhmann. Si tratta di “Radical Luhmann” del prof. Hans-George Moeller. La seconda parte è una mia appendice che racconta come il pensiero di Luhmann permetta di vedere in modo molto diverso la situazione attuale. E, poi, cosa è possibile aggiungere per trovare una nuova via di sviluppo.
Cosa c’entra il futuro del sistema bancario?
C’entra perché il pensiero di Luhmann e le nostre riflessioni ci portano ad individuare problemi e soluzioni radicalmente diversi da quelli che oggi vengono individuati e da quelle che vengono oggi proposte.
Il problema: le strategie delle banche sono sostanzialmente manageriali e non imprenditoriali. Sono orientate a far funzionare meglio il presente e non a progettare il futuro. Lo dimostra il modo in cui viene affrontato il problema delle sofferenze. Si sostiene che siano nate per colpa della crisi. Che il loro peso potrà essere eliminato potremo solo con aiuti esterni. Non si formeranno nel futuro solo se la crisi sarà risolta.
Noi proponiamo una tesi alternativa, proprio usando il pensiero di Luhmann e le nostre ulteriori riflessioni. Le sofferenze nascono dalla perdita di significato dei prodotti e servizi delle imprese. Interessano sempre meno. Si uscirà dalla crisi solo se le imprese attiveranno una nuova stagione di progettualità imprenditoriale. Per riuscirci devono usare conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Le banche devono, prima di tutto acquisire loro per prime queste conoscenze e metodologie e poi fornirle alle imprese. Le potranno usare anche per valorizzare il sottostante dei crediti deteriorati: le risorse materiali e immateriali delle imprese in crisi.
Che ne direbbe di discutere di questa tesi?



sabato 6 febbraio 2016

Innovazione e start-up: e se avessimo dimenticato qualcosa?

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com

Giudizio-Universale-di-Michelangelo.jpg (900×460)


Un recente articolo apparso sulla rivista Harvard Business Review fa un confronto interessante, quanto apparentemente ambizioso, tra la Firenze Rinascimentale e la Silicon Valley (o la Thames Valley in Inghilterra o la Silicon Oasis a Dubai o qualsiasi altro luogo che scimmiotta la valle californiana) affermando che il modello per creare innovazione nella nostra città a quell'epoca era più efficace.
Le motivazioni, in sintesi (se qualcuno fosse interessato alla versione italiana dell'articolo può chiedermelo), sono relative al "processo" che veniva perseguito all'epoca.

Prendersi cura dei talenti non come atto burocratico o, peggio, di carità ma come investimento consapevole per il bene comune, avere un processo di mentoring robusto e duraturo nel tempo, valorizzare le eccellenze indipendentemente dal campo in cui si sono manifestate, sono solo alcune delle caratteristiche del modo in cui a Firenze si faceva reale innovazione (che resiste da cinquecento anni!).
Le ritroviamo nei programmi di supporto alle "startup" di oggi (che possiamo equiparare alle "botteghe" dell'epoca) ?

E' un esercizio che vi invito a fare con due piccoli esperimenti dopo aver letto l'articolo.
Guardate questo breve video di Assolombarda che sintetizza la sua proposta  di "sostegno" alle "startup innovative". Ma leggete anche i contenuti del sito governativo inglese dedicato alle startup.
Ci ritrovate qualcosa che assomigli al "metodo rinascimentale" nostrano?
Temo di no.

Basta allora scimmiottare i modelli d'oltreoceano messi in discussione dagli stessi americani, come l'articolo dimostra. E basta anche confinare le bellezze culturali in esclusivi patrimoni museali.
Non sarebbe ora di provare a dare uno sguardo all’epoca di straordinaria fioritura delle arti, delle lettere e delle scienze del nostro passato (ma non solo) al fine di riuscire in qualche modo a farla diventare prima idea industriale, poi prodotto e infine ricchezza?

mercoledì 27 gennaio 2016

Storia di un NPL (e di come si poteva, e si potranno, evitare)

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com
l.martinoli@cse-crescendo.com




Su Repubblica di ieri è apparso un interessante articolo che, a partire da una storia di una impresa  realmente esistente (chiamata Pinca per motivi di riservatezza), traccia la genesi e l'evoluzione di una tipica sofferenza bancaria aziendale. Come è consuetudine di questo blog, proporrò una prospettiva nuova, quella della Strategia d'Impresa, per "leggere" gli stessi fatti. Così facendo scopriremo che ci sono stati elementi d'allarme, e possibili correttivi, ben prima che si arrivasse al triste epilogo finale. 
Iniziamo.

martedì 12 gennaio 2016

Trasparenza per le Banche ma... non per quella di "sviluppo" nazionale (CDP)


Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com





"Quando il governo ha cambiato i vertici della Cassa Depositi e Prestiti molti se ne sono chiesti la vera ragione. Un chiarimento poteva arrivare dalla presentazione del piano industriale. Il piano però... è un semplice comuncato stampa: così i dubbi rimangono."

Così esordiva un editoriale di Alessandro Penati su "la Repubblica" di qualche giorno fa. Aggiungiamo che oltre ai dubbi sul cambio vertici si aggiungono quelli sulla loro reale volontà e capacità di realizzare un progetto di sviluppo (oltre alla mancanza di risorse che è stata evidenziata dall'articolo).

Eppure il contesto attuale sarebbe stato estremamente propizio per la pubblicazione integrale del Business Plan per almeno tre motivi.

giovedì 24 dicembre 2015

La "mala educacion" della finanza

Lettera aperta al Dott. Liccardo segretario generale EFPA Italia
di
Luciano Martinoli

Egr. Dott. Liccardo
Ho letto con molto interesse le sue dichiarazioni a proposito dell' "analfabetismo finanziario" dei risparmiatori, tema sollevato dai recenti scandali legati al fallimento delle 4 banche. Sono solo parzialmente d'accordo con la sua tesi e mi lasci spiegare le motivazioni rivolgendomi a lei come unico rappresentante "visibile" ai risparmiatori di quel complesso sistema che è la finanza e che soffre, a livello globale, di un analogo analfabetismo che mi lasci etichettare strategico.