"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 31 gennaio 2019

Scopo e Profitto: Vivere per respirare o respirare per vivere?

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com


Anche quest'anno Larry Fink, Ceo di Blackrock il più grande gestore di ricchezze al mondo, scrive ai suoi equivalenti di tutto il pianeta invitandoli ad una visione e azione di lungo termine in contrapposizione, come ormai è prassi da tempo, di breve termine. Certo lo fa per motivi di interesse del suo business, deve garantire rendimenti futuri delle risorse affidategli, ma ha compreso che la prosperità di lungo termine è intimamente legata allo "scopo" dell'azienda contestualizzato nella società in cui questa opera. Il profitto ne è una logica conseguenza non una variabile indipendente. Si respira (profitto) per vivere non si vive per respirare e se nella vita, anche di un'azienda, non c'è scopo oltre quello della mera sopravvivenza la fine è assicurata.

sabato 27 gennaio 2018

Il ruolo delle aziende nella società


Sta crescendo il dibattito sul più ampio ruolo delle aziende all'interno della società uscendo, per fortuna, dai ristretti ambiti nei quali più o meno strumentalmente era stato confinato (ESG, CSR, ecc.). Rimane ancora irrisolto il tema di fondo: è l'azienda a servizio dell'uomo o l'uomo a servizio dell'azienda? E nel primo caso, come può fornire tale servizio senza penalizzare se stessa?

Come un onda che viene da lontano, pian piano il tema delle più ampie responsabilità sociali dell'azienda sta crescendo di importanza. La recente lettera di Fink, CEO di BlackRock, non ha fatto altro che dare un ulteriore spinta al dibattito. Le evidenze sono sotto gli occhi di tutti: crescono i mercati e l'economia in generale ma a beneficio di sempre meno soggetti. A cosa servono allora queste crescite? Può il benessere economico essere un fenomeno di nicchia? Un essere umano che possiede tutta la ricchezza del mondo ma non sa cosa farsene perchè tutti gli altri sono poverissimi, può ancora definirsi "ricco"? 

mercoledì 17 gennaio 2018

Un "ritorno al futuro" dal mondo della finanza


La consueta lettera di Larry Fink, CEO del più grande gestore finanziario del mondo (6000 miliardi di dollari), quest'anno fa un salto di qualità, spingendo il mondo delle aziende, e non solo, a ripensare il loro ruolo per la società (all'interno della quale ovviamente operano e prosperano).

Vi è stata un'epoca, nel secolo scorso, dove tutte le aziende, grandi e piccole, erano innanzitutto dei "buoni cittadini". Esse infatti fornivano stipendi adeguati e supporti aggiuntivi ai loro dipendenti (integrazioni dei piani pensionistici e sanitari, borse di studio e luoghi di svago, le "colonie", per i loro figli, ecc.), realizzavano investimenti negli impianti e per la crescita dei dipendenti, pagavano le tasse nei paesi in cui operavano, contribuivano al benessere dei loro clienti e dello sviluppo complessivo con i loro prodotti e servizi, senza dimenticare di far contenti anche, e non solo, i loro azionisti.
A guardare i comportamenti della grandi aziende globali, e non solo loro, sorge spontanea una domanda: quell'epoca è definitivamente scomparsa, sacrificata sull'altare del valore per gli azionisti a breve termine (il malefico short-termism)?

mercoledì 19 aprile 2017

La tecnologia non è una strategia: il caso dei trader finanziari

di
Luciano Martinoli


Troppo spesso la tecnologia viene interpretata, e comunicata, come una scelta strategica. Essa invece rappresenta uno strumento per realizzare una strategia. Il caso dei trader finanziari contribuisce a chiarire questa confusione.

Esistono solo cinque strategie e basta. Ogni strategia aziendale, o meglio di una sua business unit, può essere ricondotta ad una di esse o, più correttamente, ad un loro mix.

La prima strategia, la più nobile, quella che dovrebbero periodicamente adottare tutte le imprese, è quella "imprenditoriale". In questo caso la sfida è creare un nuovo "mondo": un mercato prima inesistente. E' la più rischiosa ovviamente ma, in caso di successo, la più remunerativa in assoluto.

giovedì 16 febbraio 2017

Cosa vogliono gli investitori dalle aziende?

di
Luciano Martinoli


Anche quest'anno Larry Fink, il CEO di BlackRock, il più grande investitore del mondo (più di 5000 miliardi di dollari in gestione), ha scritto ai CEO delle principali aziende nelle quali investe chiedendo sempre la stessa cosa: crescita di lungo termine.

Ormai è una preoccupazione diffusa tra gli investitori di lungo termine: quella di ritrovarsi, tra qualche anno, proprietari di limoni spremuti. Spremuti da debiti, investimenti non fatti, dividendi troppo generosi erogati, e altro. Le preoccupazioni sono globali e investono anche l'Italia perchè anche qui BlackRock ha preso partecipazioni importanti nelle migliori aziende del nostro paese. Dunque nessuno si senta escluso dalla ramanzina.
Ma cosa dice Fink?

Purtroppo inizia dimostrando, anche lui, una "miopia strategica". A fronte di cambiamenti epocali avvenuti lo scorso anno (Brexit, Medio Oriente, Trump, ecc.) si aspetta che questi cambiamenti siano considerati nei nuovi piani strategici. Da un personaggio del suo livello era da aspettarsi un richiamo a progetti "alti e forti" che, almeno in Italia, continuano a mancare. L'invito a reagire non è in grado di combattere quel "short-termism" che affligge l'economia globale, per farlo bisogna cambiare il mondo non adeguarcisi. La solita Apple non pare sia stata toccata da cambiamenti epocali citati dal capo di BlackRock e come lei alcune (troppo poche) altre.

Fink poi denuncia "l'impegno retorico" sulla sostenibilità a lungo termine contrastata, nei fatti, dal "furioso" ritmo di riacquisto di azioni proprie e di concessione di dividendi, non giustificati da un livello di profitti che sono ben inferiori alla somma di questi riacquisti e dividendi. Una denuncia che suona quasi scandalosa e un richiamo agli investimenti che, solo loro, possono garantire il futuro delle imprese. 

BlackRock, insieme ad altre grandi aziende di investimento mondiale, è da tempo preoccupata della tendenza al "tirare a campare" delle aziende trimestre dopo trimestre. Ma se anche minaccia, come fatto nella lettera, di "esercitare il diritto di voto contro direttori in carica... in caso di risposte insufficienti... a proteggere gli interessi economici dei nostri clienti (famiglie e singoli risparmiatori)", dimostra, anche lui a quel livello, di non avere strumenti efficaci, nè di controllo nè di stimolo.

Volendo essere ottimisti, se Fink si esprime, e non da ora, in questa direzione almeno lui, e quelli come lui, si pongono il problema dello sviluppo delle imprese.
C'è da chiedersi quando si accorgeranno che la strada per realizzarla passa dall'adozione di strumenti che ci sono nell'ambito della disciplina che continua ad essere ignorata da tutti: la Corporate Strategy.


sabato 2 aprile 2016

L'era delle pietre non è finita per mancanza di pietre

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com



Ahmed Zaki Yamani, ministro del petrolio saudita dal 1962 al 1986, fece questa affermazione durante un’ intervista nel 2000 all’agenzia di stampa Reuters. Si riferiva al fatto che l’età del petrolio non necessariamente finirà per mancanza di petrolio ma, come è accaduto per altre "risorse", per altri motivi. L'età della pietra non certo per mancanza di essa, l'era dei cavalli non è finita per mancanza di cavalli, quella della telefonia "per strada" non è terminata per mancanza di cabine pubbliche, ecc.

Sul sole24ore di oggi Morya Longo pone un interrogativo estremamente intrigante: perchè i listini europei vanno di pari passo con le quotazioni del greggio? Condivido a pieno tutte le motivazioni addotte ma mi sento di aggiungerne un'altra, più sistemica, basandomi su esse: la paura della fine dell'età della pietra (petrolio).

venerdì 28 agosto 2015

Anche negli USA si progetta poco: il caso "Shares Buyback"

di
Luciano Martinoli


Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul fenomeno dello Shares Buyback ovvero del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi aziende americane quotate in Borsa. E' un dibattito che si sta sviluppando, sia negli ambienti finanziari che in quelli politici, in quanto tale pratica comporta l'uso di risorse aziendali notevoli (si parla di 7000 miliardi di dollari dal 2003 al 2012), Tutti questi soldi potevano essere utilizzati in maniera diversa?