"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 2 settembre 2015

Stiamo uscendo dalla crisi grazie a uno 0,3%?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Istat

Il Governo afferma che l’aumento evidenziato dall’Istat del PIL sta ad indicare che “L’Italia sta ripartendo”.
E’ vero?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe innanzitutto discutere della precisione dei dati disponibili, della loro coerenza temporale etc. Il poter distinguere tra decimali (cioè affermare che 0,3 è significativamente diverso da zero) richiede strumenti e processi di misurazione molto accurati. Ma lascio questo tema alla discussione degli esperti.

Poi bisogna ricordare cosa contiene il PIL. La formula è PIL = C + G + I +X – M.
Tra le cose che formano il PIL vi è, ad esempio, anche “G” che è la Spesa dello Stato. Proprio quella che vorremmo diminuire. La domanda è: quale di queste voci ha contribuito all’aumento dello 0,3 % del PIL. Fa molta differenza se l’aumento dipende da una voce o dall’altra.

Ancora, bisogna capire se abbiamo qualche merito in questo aumento del PIL. Soprattutto se c’entrano e perché dovrebbero c’entrarci a breve (infatti stiamo parlando di una variazione a breve e discutiamo delle cause di questa variazione a breve) riforme come la riforma istituzionale. Il Presidente di Confindustria Squinzi sostiene esplicitamente che l’aumento del PIL non è merito nostro, ma del calo del prezzo del petrolio, della svalutazione dell’Euro rispetto al Dollaro e dal QE della BCE. Se è vero, cosa accadrà quando questi fattori cambieranno? Mica possiamo giocare il nostro futuro, ad esempio, sul fatto che l’Euro continui a svalutarsi.

Da ultimo, ma secondo me più importante: all’aumento di fatturato delle imprese (se è questa effettivamente la voce del PIL che è aumentata) corrisponde un aumento della capacità di generare cassa delle imprese? Se così non è, ad un aumento del PIL corrisponde un aumento dell’indebitamento. Se guardate alle condizioni di pagamento con le quali vengono vendute, ad esempio, le auto che sembra abbiano dato un grande contributo all’aumento del PIL di cui stiamo discutendo, non si tarda a riconoscere che questo modo di vendere (cioè di generare PIL)  peggiora la generazione di cassa del produttore. Purtroppo non vi sono dati sulla produzione di cassa.
Quindi?
Quindi, proviamo a cercare di capire come sta andando la varabile che, da sempre, ha fatto la differenza: la qualità della progettualità strategica delle nostre imprese. Essa va mediamente malissimo. Una delle più rilevanti conferme di questa affermazione la si ottiene guardando ai rating che abbiamo assegnato alle imprese più importanti del nostro Paese: le Società dell’Indice FTSE Mib di Borsa Italiana. Rating desolanti: invece di progettualità.

Se la progettualità strategica va malissimo, significa che nessuno sta progettando un nuovo futuro, ma si spera di uscire dalla crisi con un ritorno del mondo al passato. Follia, anche non desiderabile. 

venerdì 28 agosto 2015

Anche negli USA si progetta poco: il caso "Shares Buyback"

di
Luciano Martinoli


Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo sul fenomeno dello Shares Buyback ovvero del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi aziende americane quotate in Borsa. E' un dibattito che si sta sviluppando, sia negli ambienti finanziari che in quelli politici, in quanto tale pratica comporta l'uso di risorse aziendali notevoli (si parla di 7000 miliardi di dollari dal 2003 al 2012), Tutti questi soldi potevano essere utilizzati in maniera diversa?

domenica 9 agosto 2015

Bene o male l’economia globale ad oggi, 9 agosto?

di
Francesco Zanotti


Se leggete la pag. 4 del Sole 24O re di oggi, la risposta è: le cose vanno male. Soprattutto vanno male i Paesi emergenti che, però, sono un po’ la speranza di tutti. Dove andranno le esportazioni se questi Paesi non importeranno più? La metafora di sintesi dell’andar male potrebbe essere quella proposta da Roberto Da Rin: l’inquinatissima baia di Guanabara dove si terranno le gare acquatiche delle Olimpiadi 2016. La incerta (per non dire nulla speranza) che le cose possa volgere al bello è la conclusione dell’articolo di Paolo Sorrentino “… non sembra che le attuali ricette (politico-economiche) disponibili siano in grado di curare il malessere".
Se leggiamo la pagina precedente, dove si analizza il monte utili delle Società degli indici FTSE Mib sembra che le cose vadano a gonfie vele.
Contraddizione? No!
Innanzitutto non tutte questa società vanno bene. Il caso peggiore è Saipem che perde nel 2014 920 milioni. (E’ un caso che ci abbiano detto con orgoglio che loro non espongono un Business Plan?). Poi se guardiamo le ragioni che spingono quelle che vanno bene, si trova una nicchia di Società industriali che producono beni di consumo che vanno bene perché sono nicchie di eccellenza. Ma non è con queste imprese che si sviluppano occupazione e redditi.
Un significativo segnale per capire come vanno le cose è quello delle banche che hanno migliorato tutte insieme. Questo significa che i loro ricavi non dipendono da strategia “proattive” (altrimenti i risultati non sarebbero omogenei), ma da contingenze favorevoli. Ad esempio: poche svalutazioni dei crediti. Se fossero necessarie altre svalutazioni i conti tornerebbero a soffrire. Ma saranno necessarie altre svalutazioni? Dipende da come andrà il sistema delle imprese a cui hanno affidato i soldi. Questo sistema non potrà certo andare bene in una economia mondiale come quella descritta nella pagina dopo dello stesso giornale.
Quello delle banche è un segnale significativo perché è generalizzabile, se guardate ai Business Plan delle società dell’Indice FTSE Mib, vedrete che sono conservativo-difensivi. Cioè affermano esplicitamente che i risultati dipendono da fattori esterni alle imprese. Dipendono dalle contingenze dell’economia che nella pagina successiva è vista molto male.
La mia conclusione? Generalizzo quella di Sorrentino: abbiamo una economia ed una società che stanno perdendo di senso. Possiamo ricostruire sviluppo solo con una progettualità alta e forte che immagini una nuova economia ed una nuova società.


martedì 21 luglio 2015

Il Rapporto 2015 dei Business Plan come rapporto del Sistema Paese

di
Francesco Zanotti


Anche quest’anno abbiamo assegnato un Rating ai Business Plan delle Società degli Indici FTSE Mib e Italia Star di Borsa Italiana. Ed abbiamo redatto il Rapporto che si può scaricare da questo link.

In estrema sintesi, i Rating non sono lusinghieri. Dimostrano che i Business Plan della Società degli Indici FTSE MIB e Italia STAR di Borsa Italiana non sono certo “alti e forti”.
Tutto sommato sembra che i redattori dei Business Plan considerino le loro imprese come Istituzioni, destinate a perpetuarsi nel tempo. Il guidarle ha a che fare solo col renderle più efficienti o costruire intorno a loro una rete di protezione finanziaria o politica.

Poiché le società inserite negli Indici di cui sopra sono tra le imprese più importanti del nostro Paese, la somma dei loro business Plan è quanto di più simile abbiamo ad un Country Plan, allora anche il nostro Paese sta cercando di superare la crisi con la conservazione. Ovviamente non riuscendovi.

sabato 18 luglio 2015

Il Rapporto Impresa-Giustizia (...e Impresa-Finanza, Impresa-Sociale,ecc.)

(Lettera Aperta al Presidente di Confindustria)
di
Luciano Martinoli

Egregio Presidente
Ho letto con molto interesse la sua lettera pubblicata sul Corsera del 17 luglio scorso. Mi consenta, a partire dal commento di alcune sue affermazioni, di presentarle una prospettiva diversa, e forse proprio per questo più "utile", per affrontare il tema della sua: il rapporto dell'impresa con la giustizia e, se posso azzardare una generalizzazione, con il sistema degli stakeholder in generale.

venerdì 3 luglio 2015

Stakeholder: un mare di opportunità... inutilizzato

di
Luciano Martinoli


Nella nostra recente ricerca sui Business Plan delle aziende FTSE MIB e STAR, abbiamo allargato l'indagine anche ad alcuni documenti relativi alla Corporate Social Responsability (Bilanci di Sostenibilità, Rapporti di Responsabilità Sociale, ecc.). Lo scopo è stato quello di ricercare il ruolo delle componenti non prettamente economico-finanziarie del business troppo spesso sottaciute, o trattate distrattamente, nei Business Plan ma non per questo però meno rilevanti per il business stesso.

Dall'analisi di tali documenti, e dai colloqui avuti con le aziende resesi disponibili al confronto sul tema, si evidenzia una situazione che si può paragonare ad un isola (l'azienda) immersa e circondata dal mare (tutti gli stakeholder) del quale l'isola è cosciente a tratti, superficialmente e con la quale ha un rapporto nel quale abbondano malintesi.

giovedì 18 giugno 2015

Tra fumo e arrosto, oroscopi e progetti...

...il futuro (che si potrebbe costruire) dell'economia italiana
di
Luciano Martinoli
Il 10 giugno scorso a Milano si è svolta la presentazione del IV Rapporto Rating Business Plan Aziende FTSE MIB e STAR quotate alla borsa di Milano.
Al di là del titolo, non si è trattato di una delle numerose ricerche della pagliuzza nell'occhio del ciclope; esercizio facile, viste le dimensioni dei soggetti, ma sterile. E non è stata nemmeno l'ennesima accusa di mancanza di questo o quell'adempimento, ufficiale o di buon senso (di "responsabilità sociale" direbbero alcuni), alla ricerca di un breve momento di visibilità mediatica o nei confronti delle aziende oggetto dell'indagine.
Nulla di tutto questo.
Lo scopo principale è stato, e continua ad essere senza soluzione di continuità, più profondo: aprire un dibattito, costruttivo e propositivo, sul tema della "progettazione del futuro" delle imprese, dunque del nostro futuro visto che a loro abbiamo dato in gran parte tale delega; a partire da quelle più grandi e visibili. A partire da quelle aziende "pubbliche" non perchè possedute dallo Stato (anche se ci sono alcune di loro) ma perchè, essendo quotate, sono possedute dal "pubblico", attraverso le azioni, e perchè emettendo obbligazioni richiedono ulteriori risorse dal pubblico (che poi di mezzo, in entrambi i casi, ci siano intermediari a vario titolo la sostanza non cambia: alla fine della catena ci sono i nostri risparmi).

sabato 21 marzo 2015

I Fattori di oggettiva ripresa economica (secondo Renzi)

lettera aperta al Presidente Renzi
di
Luciano Martinoli

Renzi parla di Europa e fa il fenomeno. Ma quel semestre italiano fu un flop

Invito al Panel della presentazione del 
IV Rapporto su Rating Progettuale dei Business Plan delle aziende dell’indice 
FTSE MIB di Borsa Italiana.
Milano 10 giugno 2015

Egregio Presidente,
Desideriamo invitarla all’evento in oggetto perché riteniamo sia di vitale importanza per un’azione efficace del governo che lei presiede in quanto fornisce una prospettiva troppo spesso dimenticata: quella delle singole attività delle aziende.

Recentemente Lei ha dichiarato che i cinque fattori di oggettiva ripresa economica sono per la quasi totalità sotto il controllo del governo. Mi consenta di aggiungerne un altro che costituisce le fondamenta, la base della piramide della società come è oggi, il primum grazie al quale gli altri fattori prendono senso: le attività correnti delle imprese e le loro intenzioni future.

Oggi le attuali attività delle aziende, non in tutte ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono “povere”. La dimostrazione è la continua richiesta di supporti da parte loro: dal Jobs Act per le assunzioni agli interventi di finanza, ordinaria e straordinaria, reclamati a gran voce. 
Da questo punto di vista le do ragione quando, dopo il recente provvedimento sul lavoro, ha affermato che “le aziende adesso non hanno più scuse”. 

Infatti sono proprio “scuse” quelle che accampano perché la vera ragione del mancato sviluppo (che preferiamo rispetto a “ripresa”) è l’incapacità da parte di tante (troppe!) aziende di creare quella ricchezza di cui erano state capaci in passato. E questo non per motivazioni esterne ad esse ma perché i prodotti e servizi che offrono stanno perdendo sempre più di significato e interesse.

Le imprese hanno bisogno di una rivoluzione strategica della loro identità e dei loro sistemi d’offerta. Solo così si ristabilirà quell’equilibrio della società liberista, se vogliamo ancora questa, per la quale sono le aziende che creano la ricchezza sociale e mantengono lo Stato, non viceversa.

Da dove partire allora?

lunedì 23 febbraio 2015

Le banche e il caso Etruria

di
Francesco Zanotti


Curiosamente nella stessa pagina di Affari&Finanza compaiono due articoli che indicano quanto è lontana la soluzione al problema delle banche in crisi.
Il primo articolo sostiene che il problema del salvataggio delle banche è quello di capitalizzarle e cambiare il CDA e il DG.
Il secondo (una intervista a Cofferati) propone una democratizzazione che, però, poi finisce nell'allargare la platea di coloro che devono decidere gli stipendi dei manager.
Io penso che la soluzione stia altrove. Le banche (tutte, non solo quelle in crisi) devono dotarsi di Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. Per farlo devono dotarsi di metodologie e conoscenze di strategia d’impresa di cui oggi non dispongono. Sono le stesse conoscenze e metodologie che avrebbero potuto evitare il crescere abnorme delle sofferenze e, forse, evitato l’emergere della crisi. Infatti attraverso queste conoscenze e metodologie avrebbero potuto non solo scegliere meglio le imprese da finanziare. Ma supportare quelle non finanziabili a costruirsi progetti di Sviluppo per tornare finanziabili.
La democratizzazione va bene, ma è necessario che arrivi a far partecipare stakeholder esterni ed interni alla definizione del Business Plan (progetto di Sviluppo della Banca).
Cosa c’entra la Banca dell’Etruria? C’entra perché un caso che dimostra quanto la soluzione (un Business Plan alto e forte) sia del tutto trascurata. Noi abbiamo sviluppato una Metodologia di Rating dei Business Plan che permette di capire quanto questi siano alti e forti. E la applichiamo alla Società degli indici FTSE MIB e Star di Borsa Italiana. Lo abbiamo applicato anche al Business Plan di Banca dell’Etruria: era ovvio che non era alto e forte. Noi non abbiamo analizzato la situazione dei bilanci, ma abbiamo concluso che, se fosse stata problematica, non sarebbe stata in nessun modo sanata attraverso la realizzazione di quel Business Plan. Abbiamo chiesto di presentare il nostro Rating al Vertice della Banca, ma siamo riusciti a incontrare solo due competenti e motivati Dirigenti che, però, potevano solo riferire.
Lo avranno certamente fatto. Certo il Vertice non ci ha dato alcun riscontro. E, altrettanto certamente, la situazione problematica non è stata riparata.




giovedì 15 gennaio 2015

Il dimezzamento del valore delle società dell’indice FTSE MIB: il paradosso di manager bravissimi e imprese nei guai

di
Francesco Zanotti


Un ulteriore dato è emerso in questi giorni sulla stampa a confermare che siamo nei guai: le imprese dell’indice FTSE MIB di Borsa Italiana nell'ultimo decennio hanno perso più del 50% del loro valore, con punte di più del 90% nel caso di Montepaschi.
La prima osservazione, “di pancia” che mi nasce spontanea è: ma vi ricordate la venerazione per molti dei manager che hanno guidato queste imprese da parte della stampa e soprattutto di consulenti bramosi di qualche brandello di lavoro senza mai accorgersi che qualcosa non andava?
Non possiamo che concludere che la capacità di giudizio di stampa e consulenti non era granché.

Ma credo che occorra andare al di là dei giudizi sulle persone.
Il problema non è se i manager sono bravi o no. Il problema è costituito dalle conoscenze e dalle metodologie gestionali che hanno usato. Sono state conoscenze e metodologie gestionali “primitive”. Lo si poteva sapere. Bastava guardare allo stato dell’arte delle conoscenze rilevanti per parlare di ambiente socio-politico, strategie, organizzazioni e uomini per verificare che la maggior parte e la più rilevante di queste conoscenze non venivano usate.
Forse il caso più eclatante è quello delle conoscenze e delle metodologie per definire e valutare strategie. Meglio: delle conoscenze e delle metodologie che servono per elaborare e valutare i Progetti Strategici (i così bistrattati Business Plan che sono oramai ridotti a prodotti burocratici o frutto di ritualità). Solo una percentuale residuale di queste conoscenze e metodologie sono state e vengono usate. Il risultato è che la qualità dei Business Plan (come dimostra la nostra indagine annuale sulla qualità dei Business Plan proprio delle società dell’indice FTSE MIB, oltre che quella dei Business Plan delle Società dell’indice Star) è scarsa. Ed è ovvio che a Progetti Strategici banali non possano corrispondere risultati rilevanti.

Forse è giusto aggiungere che i manager non hanno usato le conoscenze disponibili anche perché i consulenti non gliele hanno proposte. Se guardate alle proposte, ai sistemi di offerta, delle società di consulenza, scoprite in fretta tutte le conoscenze rilevanti che vengono trascurate.
Ma occorre sottolineare l’“anche”. Perché in qualche modo anche i manager dovevano accorgersi che stavano usando conoscenze e metodologie troppo banali per la complessità delle imprese che gestivano.

Ecco, ma così siamo arrivati ancora ad un giudizio sugli uomini, manager o consulenti che siano. No! Perché non sostengo che la colpa sia di manager inetti. Perchè in questo caso, la soluzione sarebbe banalmente quella di sostituirli con manager capaci.
Sostengo, invece, che non possono esistere manager che dispongono naturalmente dei talenti per guidare grandi organizzazioni. Le capacità per governare organizzazioni complesse non sono un dono di natura. La qualità del management dipende dalla qualità delle conoscenze e delle metodologie che usano. Poi, certo, vi sarà chi sarà più bravo ad usare le conoscenze di altri. Ma chi rifiuta la conoscenza o usa conoscenze banali, chiunque sia, non può che generare guai. E i guai sono davanti agli occhi di tutti.
Dovrebbero essere soprattutto davanti agli occhi degli azionisti che non possono accettare supinamente il dimezzamento del valore delle loro azioni credendo alla ideologia di una crisi che nessuno può contrastare. Se fosse così, questo significa che le capacità gestionali sono solo marginalmente rilevanti. E’ l’ambiente che determina il desiderio delle imprese. Se l’ambiente è benigno, allora, le aziende vanno bene, se è maligno le imprese vanno male.
Si dovrebbero ribellare a questa ideologia facendo ai manager che pagano due domande. 
La prima: ma come è che, invece, ci sono le imprese che vanno bene? 
La seconda. Ma se non hai spazio di azione e tutto dipende dal mondo esterno, perché ti pago così tanto?



mercoledì 16 luglio 2014

La "voglia di futuro" del gotha delle aziende italiane

di
Luciano Martinoli


E' disponibile, nella sua versione finale, il III Rapporto sul Rating Business Plan aziende FTSE MIB e STAR. In documento separato (Redigere e valutare Business Plan) è accessibile la descrizione del "modello" rispetto al quale si è fatto il rating, frutto del lavoro di ricerca da noi effettuato sullo stato dell'arte della Strategia d'Impresa e non solo, e il processo stesso di rating.
Quale è il significato profondo di questa attività? Come può essere utilizzato per il dibattito, e la pratica, dello sviluppo delle imprese e, più in generale, del nostro paese?

venerdì 30 maggio 2014

28 maggio 2014: Segni di futuro

di
Francesco Zanotti



Il giorno 28 maggio abbiamo presentato il nostro III Rapporto sul Rating Progettuale dei Business Plan delle Società degli indici FTSE MIB e STAR della Borsa Italiana.
Abbiamo raccontato la nostra attesa, che è poi quella profonda della società: le imprese più grandi ed importanti di questo Paese si facciano carico di costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico. Abbiamo raccontato della nostra delusione nel vedere Business Plan che, mediamente e salvo eccezioni, non raccontano progetti di sviluppo alti e forti. Raccontano di professionalità e diligenza, ma non di speranze alte e forti.
Abbiamo attivato un dibattito con coloro che hanno accettato di discutere del nostro Rapporto:
l’avvocato Gianfranco Negri-Clementi, il dott. Victor Massiah, CEO di UBI Banca, la dott.ssa Jessica Spina, Responsabile Investor Relations di Mediobanca, l’ing Maria Elena Cappello, Amministratore Indipendente di A2A, Prysmian e SACE.
Da loro, abbiamo raccolto spunti interessanti e sorprendenti.
La informazione sconosciuta sulla nuova direttiva UE che cambia significativamente la forma del bilancio d’esercizio.
La sorpresa nel costatare che i Business Plan fossero oggetto di interesse sociale e il pudore nel raccontare le emozioni che motivano e nobilitano una impresa.
Il desiderio di riservatezza nel presentare i team manageriali di Vertice.
L’importanza del Bilancio Sociale per comprendere l’animo profondo dell’impresa.
La necessità di giudicare profondamente le ipotesi su cui si fondano i Business Plan.
Pensiamo che sia stata una giornata di provocazione positiva: una riflessione su cosa sarebbe possibile fare di più e meglio nella progettualità strategica.

Vogliamo continuare ed approfondire il dibattito su questo Blog.

venerdì 16 maggio 2014

Aspettando il 28 maggio … La qualità dell’impegno verso il futuro …

di
Francesco Zanotti

Prendete i Business Plan della maggiori società italiane, raccoglieteli in un libro …
Quale è il risultato? E’ il disegno del nostro sistema economico futuro, della nostra società futura?
Contiene un progetto per costruire un nuovo Rinascimento?
Se la risposta è “no”, allora siamo veramente nei guai. E i guai sono tanto più grandi quanto più questa somma di Business Plan è lontana dall'essere il Progetto di un nuovo Rinascimento.

Caro imprenditore, il tuo Business Plan è il progetto di futuro che desideri che tuo figlio continui? E’ anche il suo progetto di futuro? Contiene i suoi desideri di futuro e i desideri di futuro di tutti coloro che lavorano per te? E’ un documento che tutti leggono e rileggono con passione, che consigliano agli amici? Se la risposta a tutte queste domande è “no”, allora sei nei guai.

sabato 10 maggio 2014

Aspettando il 28 maggio. Quale futuro possono leggere i giovani?

di
Francesco Zanotti


Prendete tutti i progetti di Futuro (banalmente definiti “Business Plan”) delle imprese più importanti di questo Paese: le Società degli Indici FTSE MIB e STAR della Borsa Italiana. Metteteli insieme in un Libro. Datelo ai giovani e dite loro: questo è il futuro che ci proponiamo di lasciarvi in eredità. Vi troverete un cammino verso un nuovo Rinascimento …

Ecco forse è meglio di no … quel Libro non sarebbe pieno di futuro …

martedì 29 aprile 2014

Dove vanno le risorse dei fondi pensione?

di
Luciano Martinoli


I fondi pensione italiani sono alcune centinaia, tutti censiti nell'albo della COVIP, la commissione di vigilanza sui fondi pensione. Pur essendo disciplinata per legge, la loro possibilità di investimento li fa rientrare a pieno titolo nell'ambito degli investitori istituzionali, al pari delle assicurazioni e di altri soggetti che necessitano di allocare importanti masse di denaro. La raccolta dei fondi viene effettuata presso i lavoratori iscritti e lo scopo è di erogare servizi pensionistici quando questi ne avranno titolo. Dunque si tratta di una ricchezza nazionale che, prima dell'utilizzo, come viene impiegata?

martedì 9 luglio 2013

Sbloccare … ma cosa?

di
Francesco Zanotti


Oggi tutti parlano di sbloccare … E vi sono certamente sblocchi utili: ad esempio dei pagamenti della PA alle imprese. Squinzi parla di uno status quo complessivo da sbloccare …
Ma nessuno parla della vera origine del blocco che stiamo vivendo: il blocco delle risorse cognitive. Stiamo usando risorse cognitive (modi di pensare, modelli, metafore) che impediscono un vero rinascimento imprenditoriale complessivo e, anche, ma non solo industriale.
Lo sblocco delle risorse cognitive in uso è il vero sblocco da fare.
Un esempio di nuova risorsa cognitiva che sarebbe decisiva. Se andate a leggere il  nostro Rapporto sui Rating di Business Plan delle società quotate alla Borsa Italiana e inserite negli indici FTSE MIB e STAR, vedete che essi sono poveri perché usano un modello di Business Plan povero. Date alle imprese un modello di Business Plan più ricco e vedrete rifiorire la capacità progettuale. Per permetter ad ogni attore umano (personale o organizzativo che sia) una progettualità più intensa è necessario fornirgli un linguaggio più intenso. Per migliore la progettualità imprenditoriale è necessario fornire un linguaggio strategico più intenso: un modello di Business Plan molto più ricco di quelli in uso ed una nuova metodologia per usarlo.
Questo ovviamente se una nuova progettualità imprenditoriale interessa a qualcuno.
Perché io credo che l’unica e vera cosa che interessa ad una classe dirigente sia quella di conservare (e non cambiare) le risorse cognitive in uso. Se esse cambiano, una classe dirigente si sente persa, delegittimata. Poi, se le risorse cognitive in uso portano a formulare progetti conservativi per le imprese, e quindi, a difendere lo status quo imprenditoriale, manco se ne accorgono.


giovedì 4 luglio 2013

Quale è la voglia di futuro delle imprese italiane?

di
Luciano Martinoli



Più generalmente, quale è la voglia di futuro delle classi dirigenti della società italiana? Dal nostro secondo Rapporto sul "Rating dei Business Plan" delle aziende FTSE MIB e STAR, il risultante più appariscente è che appare poca voglia di futuro e molta voglia che qualcun altro generi una ripresa che possa conservare il passato. Salvo qualche importante eccezione.
Noi crediamo che questa poca voglia di futuro sia la causa profonda della crisi che stiamo vivendo.
Abbiamo sviluppato ed applicato una metodologia di Rating dei Business Plan che ci ha rivelato questa situazione e che fornisce gli strumenti per costruire, come è indispensabile fare, una nuova voglia di futuro. 

Un futuro da costruire, diversissimo dal passato.
Oggi tutti invocano la crescita. E si riferiscono a quella del sistema industriale attuale; ma questo è impossibile, soprattutto in Italia.
Dobbiamo riconoscere, infatti, che la vera e propria ecologia di crisi che ci sta soffocando nasce dal fatto che l’attuale sistema economico-finanziario, e la società che lo ospita e lo sostiene, la società industriale, stanno perdendo di significato e di funzionalità. La crisi finanziaria è solo una manifestazione di questa complessiva ecologia di crisi anche se, ovviamente, ha contribuito a complicarla.

martedì 11 giugno 2013

Macchinari, Rating Business Plan e conoscenza

di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole di oggi a firma di Carmine Fotina un articolo che descrive le proposte del Ministro Zanonato. E il titolo completo è: Macchinari, infrastrutture e credito.
Ora non dico che sono cose che non servono. Ma …
Seguite il ragionamento… Siamo di fronte a una crisi epocale dalla quale si esce sono riprogettando imprese e società. Non usciremo dalla crisi facendo funzionare meglio queste imprese e questa società.
Se questo è vero, allora le misure proposte dal Ministro Zanonato sono forse utili, ma per conservare imprese e società esistenti.
Servirebbe un grande salto progettuale, autonomo delle imprese.
Bene, ma come siamo a progettualità? Abbiamo provato ad esaminare la qualità della progettualità strategica delle società quotate in borsa (indici FTSE MIB e STAR) e costruito  un Rating dei Business Plan.
I risultati sono stati i seguenti. Delle 40 Società dell’indice FTSE MIB solo 26 hanno reso disponibile un business Plan. In una scala da 1 a 100, il Rating medio è stato di 56. Delle 69 società dell’indice STAR solo 9 hanno presentato un Business Plan. E, sulla stessa scala da 1 a 100, il voto medio è stato 47.
A progettualità strategica andiamo … ecco decida il lettore.
Presenteremo il nostro Rapporto 2013 sul Rating dei Business Plan delle società degli indici FTSE MIB e STAR il 19 Giugno al Palazzo dei Giureconsulti a Milano (vedere anche il nostro osservatorio permanente  http://www.osservatoriobusinessplan.it/ e le anticipazioni su "Milano Finanza").
Ma che c’entra la conoscenza? C’entra perché è il motore della progettualità. Le Società (le imprese) hanno scarsa progettualità perché usano conoscenze di progettazione strategica limitate. Fornite loro conoscenze strategiche avanzate e la loro progettualità strategica farà immediatamente un rilevante salto di qualità.
Poi parleremo di macchinari, infrastrutture e credito.
Ma saranno probabilmente molto diversi da quelli a cui pensiamo oggi.

giovedì 24 gennaio 2013

Ma la conoscenza è importante o no?




Intervista a Eliano Lodesani
di Luciano Martinoli e Francesco Zanotti

Allarghiamo il pubblico degli interlocutori sul tema della conoscenza, questa volta (le interviste relative al tema dell’organizzazione sono disponibile sul blog Ettardi) più focalizzato su quella di strategia d’impresa, al mondo delle banche, uno dei più importanti stakeholder del sistema industriale. Lo facciamo con un interlocutore importante sia per la sua posizione nell’azienda, Intesa Sanpaolo, sia per la sua presenza sul territorio: il Dott. Eliano Lodesani, direttore regionale Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige.

Martinoli
Dottor Lodesani cosa ne pensa dell’uso parziale e “sbocconcellato” delle conoscenze di strategia d’impresa, linguaggio che dovrebbe essere chiave nella relazione banca-impresa, e della mappa che abbiamo costruito per identificarle e posizionarle tra di loro?

Lodesani
Penso che l’imprenditore a volte tema la possibilità di esplicitare il suo pensiero in termini strategici. Proprio recentemente ho avuto l’occasione di incontrare due di loro. Il primo alla mia domanda di come vedeva la sua azienda da qui a tre anni mi ha risposto che il suo obiettivo era quello di farla sopravvivere senza di lui. Nessun accenno alla crescita o ad altri parametri economici. Il secondo mi ha raccontato l’azienda come “sogno”. Riferimenti alle conseguenze reali di questo manco a parlarne. Di fronte a questo ritengo che la “dichiarazione strategica” sia una delle risorse che più manca nel mondo finanziario e industriale.

Zanotti
Vorrei chiarire quello che mi sembra un equivoco molto diffuso. Si parla di strategia tout court. Ma occorre essere più precisi. Esiste il “fare strategia” che si concretizza in un business plan. Ed esiste quel corpo di conoscenze che viene definito “strategia d’impresa” che costituiscono gli “strumenti” per fare strategia.
Abbiamo condotto una ricerca sullo stato dell’arte delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa e le abbiamo ordinate in una mappa. Ragionando su questa mappa, innanzitutto abbiamo verificato che solo una piccola parte di esse viene usata nella prassi corrente del fare strategia. Non solo dagli imprenditori delle nostre PMI, ma anche dalle aziende più grandi, come dimostra una nostra ricerca sui Business Plan delle società del FTESE MIB 40 della Borsa italiana. E poi abbiamo verificato che le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa oggi disponibili sono necessarie, ma non sufficienti. Abbiamo allora cercato di colmare questo gap tra il necessario e il disponibile ed abbiamo sviluppato un modello ideale di Business Plan ed una metodologia di processo per utilizzarlo.

Lodesani
Quello che mi presentate è qualcosa di più articolato e con maggiore significato di ciò che comunemente si intende per “business plan”. Io lo chiamerei “piano strategico”.

Zanotti
Sono d’accordo, anche se ciò non toglie che questo tipo di strumento sia fondamentale per consentire all’imprenditore di esprimere la sua volontà strategica che troppo spesso, proprio per mancanza di linguaggio, non riesce ad esplicitare.

Lodesani
Certamente. Ma, credo, anche se forse questa mia convinzione le potrà sembrare paradossale, che le banche siano l’interlocutore meno adatto a recepire la vostra proposta che è un vero e proprio nuovo sistema di rating. Non perché non sia utile, ma perché la banca deve essere anche attenta alle indicazioni di Organi di Controllo e Vigilanza che la portano a ragionare su diversi assi, tra cui il capitale assorbito e di rischio. Credo che la vostra proposta dovrebbe essere presentata direttamente alle imprese. Più concretamente a Confindustria. So che sta lavorando ad un progetto simile di “rating d’impresa” da integrare a quello bancario per trovare una “mediazione” tra i due.

Martinoli
Non pensa però che il problema del dialogo con l’impresa sia legato più che a differenza di strumenti, a differenze nella visione del mondo? A me sembra che, mediamente, le banche abbiano una visione “classica” del mondo: il mondo esiste e ci si deve adattare. E l’imprenditore ne abbia, invece, una visione “quantistica”: il mondo è da costruire?


Lodesani
Sono d’accordo con lei sulla necessità di “costruire il mondo”: basta parlare di crisi, bisogna iniziare a costruire un nuovo sviluppo. E per costruire un nuovo sviluppo sono necessari nuovi paradigmi. Mi permetta di ricordare una mia esperienza passata nella quale a noi giovani bancari con l’ambizione di diventare banchieri venivano presentati proprio tutti quei nuovi paradigmi che hanno messo in discussione la visione classica del mondo. Solo per citarne uno: la teoria dei sistemi autopoietici di Maturana e Varela.

Martinoli
Un problema di cultura allora.

Lodesani
Penso proprio di sì ed è proprio questo però che fa la differenza, nelle aziende, tra un bravo manager e un grande manager. E in questo frangente penso che abbiamo bisogno soprattutto di questi ultimi.