"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 20 gennaio 2017

Rifondare rapporto banca-impresa… Ma come?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per rapporto banca-impresa

Il riferimento è ad un articolo apparso oggi sul Sole 24 Ore a firma Paolo Bricco e Marco Ferrando.
Pregevole, ma si cita il problema (l’esigenza di costruire un nuovo rapporto tra banca ed impresa), non si propone una soluzione …

Credo che nessuno contesti l’esigenza di costruire un nuovo rapporto tra banca ed impresa. Credo che tutti condividano le conclusioni, certamente espresse con chiarezza, a cui giungono gli Autori.
Ne riporto i tratti essenziali …
“In un contesto tanto contraddittorio e privo di un baricentro, ecco che il completarsi della parabola della fine della grande impresa … e la perdita di identità e di efficienza del sistema bancario .. disegnano il profilo di un paesaggio industriale e finanziario che nel suo insieme non ha una direzione strategica e non ha un progetto sistemico …”.
Bene. Condividiamo tutti tutto. Anche se qualche domanda ce la facciamo: se il sistema bancario ha perso di identità ed efficienza perché lo affidiamo sempre agli stessi manager che hanno generato questa perdita di identità ed efficacia?
Ma lasciamo perdere. E poniamoci una domanda più importante. Dobbiamo recuperare capacità e spessore progettuale a tutti i livelli, ma come si fa? Solo dichiarando che è necessario farlo?
A noi sembra di avere una proposta: occorre fornire a manager ed imprenditori nuove risorse cognitive. Esse sono costituite dalla conoscenze e dalla metodologie di strategia d’impresa che oggi sono del tutto ignote. Ma anche, almeno, i rudimenti delle scienze umane perché si possano realizzare i progetti che vengono sviluppati.
Sarà possibile discutere di questa proposta che, tra l’altro, se non mi sbaglio, è l’unica in campo per risolvere la crisi così lucidamente descritta da Bricco e Ferrando?


venerdì 29 maggio 2015

Intervista a Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI

di
Luciano Martinoli


Pubblichiamo la seconda intervista a commento della lettera aperta al Dott. Valeri, da noi scritta e pubblicata sul nostro blog il 18 aprile scorso. Ovviamente, la nostra lettera non ha ricevuto risposta.
Il nostro obiettivo è quello di avviare un dibattito sul futuro del sistema bancario italiano e  sul suo ruolo sociale che sembra incerto e fumoso. Diciamo a ragion venduta perché stiamo assegnando, come ogni anno, un Rating ai Business Plan delle società FTSE Mib di borsa Italiana. Come tutti sanno in questo Indice sono inserite le banche più importanti. Il risultato che stiamo ottenendo è la “scoperta” che i Business Plan di queste banche stanno diventando sempre più conservativi. Sembra che la recente norma che costringe le Banche Popolari a diventare SpA abbia vieppiù distolto le stesse Banche dalla ricerca di innovazione profonda.
Speriamo che questo nostro dibattito stimoli una nuova riflessione strategica che produce Business Plan alti e forti invece che budget, sia pur professionalmente corretti.
L’intervista di oggi è quella al Dott. Rosario Altieri, Presidente di AGCI.

Altieri
Concordo perfettamente con la vostra analisi e rimango sorpreso che quelle dichiarazioni che avete commentato vengano da un esponente di una banca tedesca che, per quanto a mia conoscenza, è abituata a valutare, oltre alle garanzie reali, la credibilità dei progetti d’impresa.
Inoltre, dalle suddette dichiarazioni, si evidenzia una visione sufficientemente discutibile, che punta a supportare chi ha meno esigenze di liquidità e non invece le opportunità di crescita che derivano dalle giuste strategie imprenditoriali.
Un’impresa, ancorché capitalizzata, è destinata ad esaurire le sue riserve se non produce utili.
E sono anche molto d’accordo sul fatto che l’andamento imprenditoriale che genera utili ha prospettive di futuro, non banali preoccupazioni di sopravvivenza.

Martinoli
Come si pone allora l’AGCI in questo contesto? Cosa auspica?

Altieri
La nostra Associazione riunisce imprese, ma anche banche (di credito cooperativo), legate strutturalmente al territorio. La peculiarità cooperativa di coniugare capitale e lavoro ci “costringe” a collegarci all’attività imprenditoriale più che al patrimonio. Abbiamo provato in prima persona ad affrontare il nocciolo dell’attività bancaria avendo anche noi una nostra banca, la Banca AGCI S.p.A. Siamo riusciti in questa sfida tenendo conto delle esigenze delle imprese e, contemporaneamente, adottando cautela sull’uso delle risorse, contenendo i rischi ed i costi di struttura.

Martinoli
Allora avete trovato la “formula” per risolvere il paradosso della patrimonializzazione?

Altieri
Non abbiamo questa presunzione, ma siamo convinti di esserci sforzati a fare bene, coscienti che operando con cautela si può certamente fare meglio.
Tuttavia, il problema centrale è un altro, quello del rapporto banca-impresa. Vi è la necessità di un linguaggio comune, come ho recentemente sottolineato in occasione di una tavola rotonda al Salone del Risparmio, che si è tenuto qualche mese fa a Milano. Tale linguaggio, espressione di una nuova cultura, dovrebbe consentire di spostare il dibattito e l’attenzione dalle esigenze patrimoniali a quelle imprenditoriali.

Martinoli
A suo giudizio come dovrebbe avvenire questo cambiamento culturale che faccia scaturire questo nuovo linguaggio?

Altieri
Le banche fanno poco uso di esperti d’impresa e, d’altro canto, le imprese sono ancora legate ad un concetto di imprenditorialità non adeguato ai nostri tempi. Ci troviamo davanti ad un sistema imprenditoriale arretrato, che non tiene conto delle innovazioni, legato al ricambio generazionale indipendentemente dalle capacità delle nuove leve, non aperto a competenze e capacità che possano venire dall’esterno attraverso il management.

Martinoli
Mi consenta di approfondire la sua risposta nelle due componenti che ha identificato, la banca e l’impresa. Che tipo di esperti secondo lei mancano in banca?

Altieri
Sono d’accordo che lo strumento principe per valutare le esigenze imprenditoriali siano i Business Plan. Ma spesso gli uffici che abbiano queste competenze non sono sufficientemente strutturati, forse per gli ingenti costi da essi richiesti per cui anche le grandi banche risultano poco attente a questi aspetti, concentrando le loro strutture solo sulle grandissime operazioni. Si sono votate all’ottimizzazione del processo di raccolta-impieghi attraverso la ricerca di garanzie in solido e reali. Viceversa, le banche più piccole che risulterebbero, poi, più sensibili alle esigenze delle piccole e medie imprese, che tra l'altro rappresentano la quasi totalità del sistema imprenditoriale italiano, hanno oggettive difficoltà a dotarsi di uffici. Il risultato che ne deriva è la presenza di ostacoli sempre meno sormontabili da parte delle piccole imprese ad accedere al mercato del credito.

Martinoli
E le deficienze delle imprese?

Altieri
Oltre alla già accennata arretratezza, abbiamo un sistema troppo polverizzato del quale ho parlato nel rispondere alla domanda precedente: tutto ciò non aiuta a costruire successo e a prevenire le difficoltà prodotte  dall'evoluzione dei tempi. La competizione la vince chi previene il cambiamento, non chi lo segue quando è avvenuto ed è ormai visibile a tutti. Inoltre, vi è anche un terzo attore che non ha aiutato: la politica. È dagli anni ’70 che non esiste più in Italia una politica industriale che crei le condizioni per favorire delle scelte. L’andamento dell’economia italiana deve essere opportunamente guidato e monitorato per consentirle performance apprezzabili; essa non è soggetta ad un destino al quale non ci si può sottrarre.

Martinoli
Cosa pensa del nuovo attore che si affaccia al mercato del credito alle aziende: gli operatori non bancari del mercato dei capitali?

Altieri
Sono preoccupato, non vedo una classe imprenditoriale preparata alle nuove interlocuzioni ed ai nuovi strumenti che questi attori propongono. Si rischia di appesantire le aziende ed affossare un sistema che pure potrebbe essere positivo per il mondo delle PMI. È un’economia florida e solida che produce e distribuisce ricchezza in maniera equa. La mancanza di attenzione verso l’imprenditorialità ed i piani industriali fa correre il rischio di arricchire pochi, i finanzieri, e impoverire tanti, le imprese prima di altri, perché mentre prima vi era un peso equivalente tra lavoro e capitale, oggi non è più così a scapito del primo.

Martinoli
In questo scenario quali sono state le performance e le proposte del sistema cooperativistico?

Altieri
Dai dati Istat in nostro possesso fino al 2012, dunque nel periodo più acuto della crisi, il sistema cooperativo ha contribuito in misura significativa al PIL, passando dall’8% al 12%, che è in parte giustificato dal calo delle altre tipologie d’imprese oltre che dall'aumento dei valori assoluti dei fatturati. Si consideri altresì che l’incremento del valore della produzione e dell’occupazione è stato del 2%. C’è anche da dire che, per le sue caratteristiche strutturali (ovvero l’assenza della conflittualità capitale/lavoro), la Cooperazione è anticiclica. Dunque, a tal proposito, il modello cooperativo suggerisce una modalità di sviluppo più solida: la socializzazione dei vantaggi, e non solo delle perdite, come avvenuto finora con i salvataggi delle banche.

Martinoli
Dunque maggiore “responsabilità sociale”?

Altieri
Mi fa sorridere questo termine perché troppo spesso è riferito a banalità, come se non fare falsi in bilancio o non ingannare fosse da considerare una virtù e non soltanto un dovere compiuto. Queste sono caratteristiche che dovrebbero appartenere a qualsiasi impresa, non eccellenze da documentare o ricercare. L’azienda, per definizione, ha una “responsabilità sociale”, in difetto della quale non produce quegli utili, abbondanti e stabili, di cui si parlava nel post e che sono alla base di una economia florida.

Martinoli
Allora questa responsabilità è equivalente a quelle di business e dovrebbe far parte della progettazione dell’attività d’impresa, descritta nei Business Plan, al pari delle altre attività?

Altieri
Esattamente, il “progetto d’impresa” deve contenere tutte le dimensioni. Solo così le previsioni economiche e finanziarie potranno essere credibili e sostenibili.

Martinoli
Vi sono degli ambiti dove il modello cooperativo può generare delle profonde innovazioni sociali, e non essere semplicemente un “altro modo” di fare impresa?

Altieri
Sì. Sono profondamente convinto che, nel campo dei servizi pubblici di qualsiasi tipo, oggi deficitari sotto tutti i punti di vista, vi sia la possibilità, grazie alla cooperazione di “comunità”, addirittura di sostituire intere municipalizzate che si occupano di trasporti, rifiuti, servizi sociali, servizi finanziari, ecc. con grande beneficio di efficienza ed efficacia per tutti.

Ci si permetta di proporre anche un nostro commento conclusivo. Crediamo che oggi alle banche ed alle imprese manchino le risorse cognitive necessarie per affrontare il tema dei loro rapporti reciproci in un ottica di sviluppo.
I 350 miliardi a cui sono giunte le sofferenze non sono il portato inevitabile della crisi. Sono il frutto di incapacità valutativa (della banche) e progettuale (delle imprese). Si supera questo problema non mandando a casa i vecchi banchieri e imprenditori da parte di ambiziosi ignoranti. Ma fornendo alle vecchie e nuove generazioni di banchieri ed imprenditori nuove risorse cognitive che permettano alla imprese di disegnare Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. Ed alle banche di saper valutare se e quanto questi Business Plan siano alti e forti. Le nuove risorse cognitive che servono sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che oggi sono pressoché sconosciute.

martedì 5 novembre 2013

Lettera aperta al Direttore Generale Banca d'Italia

(Dott. Salvatore Rossi dopo l'intervento a Genova al convegno 
"Chi ha rubato il futuro ai giovani"?)
di
Luciano Martinoli
e
Francesco Zanotti


                                                                                           

Egregio Direttore

Abbiamo letto con grande interesse le sue affermazioni circa l’esigenza di una più efficace valutazione del merito del credito come fondamento di un nuovo rapporto tra banca ed impresa. Ci permettiamo di farle pervenire, a questo proposito, una prospettiva inedita ed una proposta.

La prospettiva inedita: il ruolo delle risorse cognitive.
Si potrebbe immaginare che l’esigenza da Lei espressa possa essere soddisfatta usando le attuali metodologie di valutazione in modo più attento, con più competenza. Forse anche con più passione sociale e civile.
Ma noi crediamo che questa via, se pur necessaria, rischia di non essere in alcun modo soddisfacente. Per una ragione ed una meta ragione.

giovedì 24 gennaio 2013

Ma la conoscenza è importante o no?




Intervista a Eliano Lodesani
di Luciano Martinoli e Francesco Zanotti

Allarghiamo il pubblico degli interlocutori sul tema della conoscenza, questa volta (le interviste relative al tema dell’organizzazione sono disponibile sul blog Ettardi) più focalizzato su quella di strategia d’impresa, al mondo delle banche, uno dei più importanti stakeholder del sistema industriale. Lo facciamo con un interlocutore importante sia per la sua posizione nell’azienda, Intesa Sanpaolo, sia per la sua presenza sul territorio: il Dott. Eliano Lodesani, direttore regionale Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige.

Martinoli
Dottor Lodesani cosa ne pensa dell’uso parziale e “sbocconcellato” delle conoscenze di strategia d’impresa, linguaggio che dovrebbe essere chiave nella relazione banca-impresa, e della mappa che abbiamo costruito per identificarle e posizionarle tra di loro?

Lodesani
Penso che l’imprenditore a volte tema la possibilità di esplicitare il suo pensiero in termini strategici. Proprio recentemente ho avuto l’occasione di incontrare due di loro. Il primo alla mia domanda di come vedeva la sua azienda da qui a tre anni mi ha risposto che il suo obiettivo era quello di farla sopravvivere senza di lui. Nessun accenno alla crescita o ad altri parametri economici. Il secondo mi ha raccontato l’azienda come “sogno”. Riferimenti alle conseguenze reali di questo manco a parlarne. Di fronte a questo ritengo che la “dichiarazione strategica” sia una delle risorse che più manca nel mondo finanziario e industriale.

Zanotti
Vorrei chiarire quello che mi sembra un equivoco molto diffuso. Si parla di strategia tout court. Ma occorre essere più precisi. Esiste il “fare strategia” che si concretizza in un business plan. Ed esiste quel corpo di conoscenze che viene definito “strategia d’impresa” che costituiscono gli “strumenti” per fare strategia.
Abbiamo condotto una ricerca sullo stato dell’arte delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa e le abbiamo ordinate in una mappa. Ragionando su questa mappa, innanzitutto abbiamo verificato che solo una piccola parte di esse viene usata nella prassi corrente del fare strategia. Non solo dagli imprenditori delle nostre PMI, ma anche dalle aziende più grandi, come dimostra una nostra ricerca sui Business Plan delle società del FTESE MIB 40 della Borsa italiana. E poi abbiamo verificato che le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa oggi disponibili sono necessarie, ma non sufficienti. Abbiamo allora cercato di colmare questo gap tra il necessario e il disponibile ed abbiamo sviluppato un modello ideale di Business Plan ed una metodologia di processo per utilizzarlo.

Lodesani
Quello che mi presentate è qualcosa di più articolato e con maggiore significato di ciò che comunemente si intende per “business plan”. Io lo chiamerei “piano strategico”.

Zanotti
Sono d’accordo, anche se ciò non toglie che questo tipo di strumento sia fondamentale per consentire all’imprenditore di esprimere la sua volontà strategica che troppo spesso, proprio per mancanza di linguaggio, non riesce ad esplicitare.

Lodesani
Certamente. Ma, credo, anche se forse questa mia convinzione le potrà sembrare paradossale, che le banche siano l’interlocutore meno adatto a recepire la vostra proposta che è un vero e proprio nuovo sistema di rating. Non perché non sia utile, ma perché la banca deve essere anche attenta alle indicazioni di Organi di Controllo e Vigilanza che la portano a ragionare su diversi assi, tra cui il capitale assorbito e di rischio. Credo che la vostra proposta dovrebbe essere presentata direttamente alle imprese. Più concretamente a Confindustria. So che sta lavorando ad un progetto simile di “rating d’impresa” da integrare a quello bancario per trovare una “mediazione” tra i due.

Martinoli
Non pensa però che il problema del dialogo con l’impresa sia legato più che a differenza di strumenti, a differenze nella visione del mondo? A me sembra che, mediamente, le banche abbiano una visione “classica” del mondo: il mondo esiste e ci si deve adattare. E l’imprenditore ne abbia, invece, una visione “quantistica”: il mondo è da costruire?


Lodesani
Sono d’accordo con lei sulla necessità di “costruire il mondo”: basta parlare di crisi, bisogna iniziare a costruire un nuovo sviluppo. E per costruire un nuovo sviluppo sono necessari nuovi paradigmi. Mi permetta di ricordare una mia esperienza passata nella quale a noi giovani bancari con l’ambizione di diventare banchieri venivano presentati proprio tutti quei nuovi paradigmi che hanno messo in discussione la visione classica del mondo. Solo per citarne uno: la teoria dei sistemi autopoietici di Maturana e Varela.

Martinoli
Un problema di cultura allora.

Lodesani
Penso proprio di sì ed è proprio questo però che fa la differenza, nelle aziende, tra un bravo manager e un grande manager. E in questo frangente penso che abbiamo bisogno soprattutto di questi ultimi.