"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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lunedì 15 maggio 2017

Banche: proposte invece di baruffe chiozzotte

di
Francesco Zanotti

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Accanto agli scenari complessivi proposti dal Prof. Vitale e dal Prof. Minenna aggiungiamo la nostra proposta: le cose che una banca può fare subito per costruire una nuova redditività … E’ un vero peccato che non se ne parli mai. Ma si preferiscono stucchevoli baruffe chiozzotte come quelle su Banca Etruria. E sapete perché? Non perché siano temi decisivi, ma perché solo di quelli si sa parlare …

Riceviamo dal Prof. Vitale un incoraggiamento che ci fa piacere per l’autorevolezza professionale ed etica della persona.

Grazie per il commento al mio paper sulle banche. Sono totalmente d’accordo sulle Vostre tre proposte, tutte essenziali. Cordiali saluti Marco Vitale.

Ed allora ecco le nostre tre proposte che ogni banca potrebbe e dovrebbe mettere in atto da subito.

La prima: occorre che le banche sviluppino nuove competenze di valutazione del merito del credito, fondate su “ragionamenti” strategici, che sono gli unici che riguardano il futuro.
La seconda è che devono offrire servizi di progettualità strategica per rilanciare la nostra imprenditorialità. Così facendo aggiungono alla intermediazione finanziaria una “intermediazione cognitiva” riducendo così i rischi del “prestare” e, contemporaneamente, aggiungendo ricavi da nuovi servizi.
Come scrivevamo questi obiettivi sono raggiungibili se le banche si dotano di conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa di cui sono totalmente prive.
Vi è una terza cosa da fare: evitare di innescare drammatici processi di cambiamento che generano solo resistenze e frustrazioni. Li innescano ancora una volta per mancanza di conoscenza. Sono legate a miti manageriali (leadership, motivazione, talenti et similia) che le scienze umane e naturali hanno abbondantemente sbugiardato.

Purtroppo le banche non ci sentono. Se date una occhiata ai loro Piani strategici non si dice nulla di nuove competenze valutative, di nuovi sistemi di servizi di progettazione strategica, di diversi processi di cambiamento.
E non ci sentono perché non sanno sentire: non riescono a rendersi conto che il loro futuro sarà costruito più con risorse di conoscenza che di capitale finanziario.
Ovviamente questo discorso vale anche per la Banca d’Italia che non può esimersi anch’essa dall’acquisire le nuove conoscenze che servino per fare emergere il sistema bancario del futuro.


martedì 1 luglio 2014

La ripresa non arriva e non arriverà

di
Francesco Zanotti


Tutti stanno aspettando la ripresa. Ma questa tarda ad arrivare. Se va bene, quest’anno la variazione del PIL non sarà negativa.
Ecco, io penso che la ripresa non solo non arriva, ma non arriverà mai.
Per ripresa si intende un aumento del PIL, ma ottenuto come? Con un ritorno al passato. Ai bei tempi quando si cresceva. I cambiamenti che si vogliono mettere in atto sono banali, ad effetti calanti, con esigenze di investimenti crescenti.
La stessa parola “ripresa” indica la voglia di ritorno al passato. Per convincervene fate un confronto: nessuno definirebbe il Rinascimento la ripresa del Medioevo.
Non c’è nulla da fare: per uscire dalla recessione dobbiamo costruire una economia radicalmente nuova. Le nostre imprese devono riprogettare radicalmente i loro prodotti e servizi.
Le parole chiave non sono “ripresa” e “competitività”, ma “progettualità” e “risorse cognitive”.
Le nostre imprese devono avviare una nuova stagione di progettualità per immaginare nuovi prodotti e servizi come ologrammi di una nuova società. La si deve vedere in filigrana in tutti i nuovi prodotti e servizi questa nuova economia e questa nuova società
Per riuscire ad attivare questa nuova e più intensa progettualità sono necessarie nuove risorse cognitive. In particolare conoscenze e metodologie di strategia possibili. Le migliori al mondo.
Attraverso queste risorse cognitive si genereranno piani strategici alti e forti.

E trovare chi finanzierà progetti di sviluppo alti e forti non sarà un problema. Ci impegniamo noi a farlo.

mercoledì 13 novembre 2013

Telecom: non ci siamo

di
Francesco Zanotti

Mi ritorna tra le mani il Sole24Ore di qualche giorno fa (6 novembre). In particolare, un articolo di Antonella Olivieri. E mi sembra sorprendente: non so se volutamente o meno, descrive una situazione che dire confusa è usare un eufemismo. Con buona pace di noi tutti stakeholder di Telecom.
Ecco una ricostruzione della confusione.
Esiste un Piano Strategico ed è quello di Patuano, come dice l’articolo. ll titolo dell’articolo è, invece, “Telecom, ecco il contropiano di Fossati”. Se poi se si legge l’articolo si scopre che il contropiano di Fossati è quello di affermare che è necessario un Piano Strategico. Per far questo si è affidato ad una società di consulenza della Florida (FTI Consulting) che non è esperta nel redigere Piani Strategici, ma nell'organizzare battaglie tra gli azionisti. Se poi guardate nel sito della società, l’ultimo aggiornamento della voce “strategia” è dell’8 agosto scorso. Ma  e il Piano di Patuano, dove è?
Vediamo come si potrebbe mettere ordine.
Telecom, come e più di altre società, ha bisogno di un innovativo progetto di Futuro. Un Piano Strategico alto e forte. Per farlo è necessario usare le migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. E questo non accade.  Gli Autori del Piano, perché abbia successo, devono essere tutti gli stakeholders in una ideale alleanza progettuale. E anche questo non accade. Accade, invece, una lite tra azionisti dove uno sostiene che vuole vincere per fare un Piano Strategico del quale non si sa assolutamente nulla perché il suo consulente è esperto in liti tra azionisti …

Davvero non ci siamo. 

lunedì 11 novembre 2013

Alitalia, gerontocrazia e scienze cognitive

di
Francesco Zanotti


Un articolo di Massimo Giannini su Affari &Finanza: l’Autore vuole la verità sul crack Alitalia.
E, poi, propone molte osservazioni ragionevoli per indicare che da questo crack non si vuole uscire.
Secondo me il problema andrebbe posto in questi termini. Abbiamo una classe manageriale che sa gestire (forse) quello che esiste, ma non ha la più pallida idea di come costruire progetti (Progetti Strategici, Piani strategici, Piani industriali, che dir si voglia) per nuovi futuri. Allora serve un’altra classe dirigente? No! Serve un’altra conoscenza. Poi è abbastanza irrilevante chi la userà. La nuova conoscenza che serve è costituita dalle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Che sono del tutto sconosciute ai top manager. Ma anche ai politici ed ai giornalisti. I giornalisti, poi, sarebbe importante che disponessero di queste conoscenze e metodologie. Hanno verificato l’importanza della conoscenza quando hanno imparato i rudimenti della bilancistica. Li hanno imparati così bene che alcuni (Massimo Mucchetti, per tutti) sono diventati veri esperti. Ma i bilanci servono a capire il passato non a costruire il futuro. Se si vuole costruire un futuro (e giudicare, come è giusto fare, i futuri progettati dagli altri) sono necessarie conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Il discorso fatto per Alitalia vale anche per Telecom. I “Piani” alternativi di cui si parla riguardano o sono funzionali al cambio di proprietà, non al futuro.

Un articolo di Alberto Statera sempre su Affari & Finanza sulla gerontocrazia. La sua denuncia è corretta e certamente anche opportuna, ma mancano due riflessioni. La prima riguarda appunto la conoscenza. Se delle classi dirigenti non si controlla la conoscenza posseduta, ma solo le esperienze (e quelle di una classe dirigente che ci ha lasciato un mondo in crisi non saranno certo “vincenti”) e, soprattutto le relazioni, allora per forza si avrà una classe dirigente “vecchia”: sono coloro che hanno stretto la rete di relazioni più potenti. Allora, largo ai giovani? Un momento, ascoltiamo le scienze cognitive. La capacità del cervello di un giovane e di una persona matura sono complementari. Il giovane sa pensare ai dettagli, la persona più matura ai quadri di insieme. Allora una proposta: per ogni grande società un Presidente maturo con un CEO giovane. Ammesso che ambedue abbiano le conoscenze strategico-organizzative all'avanguardia. 

giovedì 24 gennaio 2013

Ma la conoscenza è importante o no?




Intervista a Eliano Lodesani
di Luciano Martinoli e Francesco Zanotti

Allarghiamo il pubblico degli interlocutori sul tema della conoscenza, questa volta (le interviste relative al tema dell’organizzazione sono disponibile sul blog Ettardi) più focalizzato su quella di strategia d’impresa, al mondo delle banche, uno dei più importanti stakeholder del sistema industriale. Lo facciamo con un interlocutore importante sia per la sua posizione nell’azienda, Intesa Sanpaolo, sia per la sua presenza sul territorio: il Dott. Eliano Lodesani, direttore regionale Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige.

Martinoli
Dottor Lodesani cosa ne pensa dell’uso parziale e “sbocconcellato” delle conoscenze di strategia d’impresa, linguaggio che dovrebbe essere chiave nella relazione banca-impresa, e della mappa che abbiamo costruito per identificarle e posizionarle tra di loro?

Lodesani
Penso che l’imprenditore a volte tema la possibilità di esplicitare il suo pensiero in termini strategici. Proprio recentemente ho avuto l’occasione di incontrare due di loro. Il primo alla mia domanda di come vedeva la sua azienda da qui a tre anni mi ha risposto che il suo obiettivo era quello di farla sopravvivere senza di lui. Nessun accenno alla crescita o ad altri parametri economici. Il secondo mi ha raccontato l’azienda come “sogno”. Riferimenti alle conseguenze reali di questo manco a parlarne. Di fronte a questo ritengo che la “dichiarazione strategica” sia una delle risorse che più manca nel mondo finanziario e industriale.

Zanotti
Vorrei chiarire quello che mi sembra un equivoco molto diffuso. Si parla di strategia tout court. Ma occorre essere più precisi. Esiste il “fare strategia” che si concretizza in un business plan. Ed esiste quel corpo di conoscenze che viene definito “strategia d’impresa” che costituiscono gli “strumenti” per fare strategia.
Abbiamo condotto una ricerca sullo stato dell’arte delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa e le abbiamo ordinate in una mappa. Ragionando su questa mappa, innanzitutto abbiamo verificato che solo una piccola parte di esse viene usata nella prassi corrente del fare strategia. Non solo dagli imprenditori delle nostre PMI, ma anche dalle aziende più grandi, come dimostra una nostra ricerca sui Business Plan delle società del FTESE MIB 40 della Borsa italiana. E poi abbiamo verificato che le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa oggi disponibili sono necessarie, ma non sufficienti. Abbiamo allora cercato di colmare questo gap tra il necessario e il disponibile ed abbiamo sviluppato un modello ideale di Business Plan ed una metodologia di processo per utilizzarlo.

Lodesani
Quello che mi presentate è qualcosa di più articolato e con maggiore significato di ciò che comunemente si intende per “business plan”. Io lo chiamerei “piano strategico”.

Zanotti
Sono d’accordo, anche se ciò non toglie che questo tipo di strumento sia fondamentale per consentire all’imprenditore di esprimere la sua volontà strategica che troppo spesso, proprio per mancanza di linguaggio, non riesce ad esplicitare.

Lodesani
Certamente. Ma, credo, anche se forse questa mia convinzione le potrà sembrare paradossale, che le banche siano l’interlocutore meno adatto a recepire la vostra proposta che è un vero e proprio nuovo sistema di rating. Non perché non sia utile, ma perché la banca deve essere anche attenta alle indicazioni di Organi di Controllo e Vigilanza che la portano a ragionare su diversi assi, tra cui il capitale assorbito e di rischio. Credo che la vostra proposta dovrebbe essere presentata direttamente alle imprese. Più concretamente a Confindustria. So che sta lavorando ad un progetto simile di “rating d’impresa” da integrare a quello bancario per trovare una “mediazione” tra i due.

Martinoli
Non pensa però che il problema del dialogo con l’impresa sia legato più che a differenza di strumenti, a differenze nella visione del mondo? A me sembra che, mediamente, le banche abbiano una visione “classica” del mondo: il mondo esiste e ci si deve adattare. E l’imprenditore ne abbia, invece, una visione “quantistica”: il mondo è da costruire?


Lodesani
Sono d’accordo con lei sulla necessità di “costruire il mondo”: basta parlare di crisi, bisogna iniziare a costruire un nuovo sviluppo. E per costruire un nuovo sviluppo sono necessari nuovi paradigmi. Mi permetta di ricordare una mia esperienza passata nella quale a noi giovani bancari con l’ambizione di diventare banchieri venivano presentati proprio tutti quei nuovi paradigmi che hanno messo in discussione la visione classica del mondo. Solo per citarne uno: la teoria dei sistemi autopoietici di Maturana e Varela.

Martinoli
Un problema di cultura allora.

Lodesani
Penso proprio di sì ed è proprio questo però che fa la differenza, nelle aziende, tra un bravo manager e un grande manager. E in questo frangente penso che abbiamo bisogno soprattutto di questi ultimi.