"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta conoscenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta conoscenza. Mostra tutti i post

domenica 16 aprile 2017

Resurrezione anche cognitiva per una nuova industry 4.0

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per industry 4.0

Non considerate stupidotto questo accostamento. Anche nella della conoscenza è necessaria una resurrezione. Oggi stiamo sopraffatti da tanta “fake Knowledge” che la necessità di una resurrezione diventa sempre più rilevante. Uno degli episodi di questa resurrezione è il superare le idee sballate sul digitale …

L’idea mi è venuta stamattina leggendo un articolo sulla Domenica del Sole24ore. Parla di sfide per i supercomputer. Riporto una frase che è una delle migliori sintesi di luoghi comuni sbagliati. Sono i luoghi comuni che purtroppo stanno alla base di presunte rivoluzioni come l’Industry 4.0 e che se non vengono estirpati, porteranno al fallimento di questa idea.
Ecco la frase
“ … il futuro del supercalcolo basato su di un fisica completamente differente da quella usata da Turing per immaginare l’architettura alla base della nostra idea di computer”.
Cominciano … Innanzitutto, il modello della macchina di Turing è “fisica free”. Si può costruire anche una macchina di Turing fatta di essere umani: basta che accettino di funzionare come interruttori.
La meccanica quantistica viene già oggi usata in tutte quelle machine di Turing che sono costruite con transistor a semiconduttori. Cioè in tutti i computer costruiti e venduti negli ultimi 50 anni. Nei computer quantistici vengono usati altri fenomeni quantistici, ma sempre finalizzati a realizzare macchine di Turing. Si aumenta la velocità di calcolo, non il tipo di calcolo.
Da ultimo, Turing non ha sviluppato l’architettura dei computer attuali: è stato John Von Neumann e l’ha presentata in una delle famose “Macy Conferences”.

Allora l’industry 4.0 … Se non si ha una idea esatta di cosa sia un computer digitale (cosa può fare e cosa non può fare) si rischia di usarlo per tentare il compito impossibile, sognato da Taylor, di immaginare il futuro dell’industria come un tentativo di costruire macchine produttive “people free”.  Taylor cercava di proceduralizzare tutto per suoi problemi psicologici di fondo. Non cerchiamo di fondare il futuro dell’industria su problemi cognitivi di fondo

mercoledì 6 aprile 2016

Investire nell’economia … e nella conoscenza

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per conoscenza

Morya Longo sul Sole 24 Ore di oggi propone un documentato editoriale il cui messaggio finale è: ragazzi è il momento di investire nell’economia. Nell’ultimo capoverso dell’editoriale scrive: “Per questo è necessaria una azione sistemica, in Italia e in Europa, per favorire ulteriormente un vero mercato dei capitali in grado di fare arrivare la liquidità dove serve”.
Mi permetto di aggiungere un contributo che riguarda il “dove serve”.
Il problema è che gli investitori oggi non sanno individuare il dove serve: non dispongono delle risorse cognitive per farlo. E se ne rendono conto. Accanto ai mercati dei capitali è, quindi, necessario agire anche sui mercati della conoscenza. Occorre rendere disponibili agli investitori e alle imprese conoscenze avanzate di strategia d’impresa. Operativamente, occorre, innanzitutto, fornire agli investitori strumenti avanzati per valutare i Business Plan (Rating dei Business Plan) delle imprese o i grandi progetti infrastrutturali. Poi, occorre rendere disponibili alle imprese modelli di Business Plan avanzati e metodologie per utilizzarli.
Purtroppo oggi si stanno diffondendo solo modelli banali, del tutto inadatti a supportare il processo decisionale degli investitori come il modello di Osterwalder. La diffusione di modelli banali rischia di convincere gli investitori che dal pianeta della conoscenza arrivano solo banalità, adatte a qualche start-up senza pretese.

Il ruolo di questo blog è anche quello di rendere disponibili e continuamente aggiornare i più avanzati modelli e metodologie di strategia d’impresa al cui sviluppo ci sembra di fornire contributi rilevanti. 

mercoledì 27 maggio 2015

Considerazioni finali 2015: almeno su due cose non siamo d’accordo

di
Francesco Zanotti

jpg_2208064

E sono due cose non banali.
La prima riguarda la ripresa. Il Governatore (insieme a quasi tutti, in realtà) sostiene che la nostra economia è come una tigre in gabbia. Se la liberiamo, tornerà a fare balzi felini.
Dove non siamo d’accordo? Sul fatto che la nostra economia sia una tigre in gabbia che freme per tornare a dominare la giungla. E’ solo un vecchio gattone che si aspetta di essere mantenuto.
La crisi non è generata dal Fato, ma da scarsa capacità progettuale. Dalla crisi si esce fornendo a imprenditori e manager conoscenze e strumenti metodologici che ne aumentino la capacità progettuale in modo da avviare una rivoluzione strategica nelle imprese che la porti a costruire ed offrire prodotti e servizi radicalmente nuovi. Poi facciamo pure le riforme. Ma quali? Se siamo così sicuri che le riforme ci salveranno dovremmo essere d’accordo su quali riforme. Ma non lo siamo. Ed allora come facciamo a dire che le riforme si salveranno?
La secondo riguarda le banche. Alle banche occorre fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per le imprese. Se per le imprese è necessario riconoscere che la crisi non nasce da qualche malvagia divinità che si diverte a seminare il cammino del capitalismo di periodiche trappole, ma nasce dal basso: da strategia e pensieri conservativi, allora anche le sofferenze accumulate dalle banche nascono dalle stesse cause.
Più precisamente: da strumenti di valutazione del merito del credito che privilegiano il passato e non sanno guardare la futuro. sanno analizzare bilanci, ma non Business Plan.
Anche alle banche occorre fornire nuove conoscenze e strumenti metodologici per guardare al futuro.
Le conoscenze e le metodologie che occorre fornire a banche ed imprese sono costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.
In sintesi, forse anche riforme e bad bank. Ma soprattutto conoscenza. E prime di tutto alle classe dirigenti che sembrano anche loro grassi gattoni che vogliono essere mantenuti a spese di coloro che governano.


venerdì 13 marzo 2015

A cosa servono le banche?

di
Francesco Zanotti


Vi siete mai chiesti a cosa servono le banche?
La risposta classica è: servono a raccogliere il risparmio e fornirlo alle imprese che lo devono “moltiplicare” per remunerare il servizio delle banche e i risparmiatori. E per garantire le risorse che servono a tenere in piedi lo Stato.
Le banche garantiscono anche prestiti personali, ma questo ha senso se le imprese funzionano, altrimenti questi prestiti personali non saranno restituiti.
Orbene, oggi il mestiere precedentemente descritto rischia di perdere di senso.
Meglio: acquista senso solo se ad esso se ne aggiunge un altro …
Più in dettaglio, per svolgere il loro mestiere tradizionale e non fare un casino d’inferno le banche devono scegliere le “imprese buone”.
Ma vi sono due problemi.
Il primo è che le banche non devono scegliere le imprese che sono buone oggi, ma quelle che saranno buone domani. E non hanno alcuno strumento per compiere questa selezione.
Il secondo è che saranno poche le imprese che da sole riusciranno a essere o diventare buone domani. Hanno bisogno di nuove conoscenze e metodologie di strategia d’impresa perché possano sviluppare quei Business Plan alti e forti che, soli, potranno garantire loro di essere “buone domani”.
Allora, il mestiere della banca (il fornire denaro) ha senso solo se, accanto ad esso, se ne aggiungere un altro: fornire alle imprese (e dotarsene loro banche per prime) conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.
Insomma il mestiere del fare banca deve cambiare profondamente perché non basta fornire soldi, ma occorre anche fornire conoscenza.



giovedì 19 febbraio 2015

Michele Ferrero e … cercansi banchiere imprenditore

di
Francesco Zanotti


Giovanni Ferrero nel suo articolo sul Sole di oggi riporta un brano di una lettera che suo padre Michele scrisse di dipendenti nel lontano 1957: “Mi impegno a dedicare ogni attività e tutti i miei intenti a questa azienda, assicurandovi che mi riterrò soddisfatto solo quando sarò riuscito, con fatti concreti a garantire a voi ed ai vostri figli un sicuro e sereno avvenire”.
Un banchiere potrebbe tranquillamente dire a tutte le imprese dei territori che presidia (visto anche la cura che hanno le banche a dimostrare il loro impegno sociale): “Mi impegno a dedicare ogni attività e tutto i miei intenti a questa banca, assicurandovi che mi riterrò soddisfatto solo quando sarò riuscito, con fatti concreti a garantire che tutte le imprese nostre clienti potranno avere un sicuro e sereno avvenire”.
Potrebbe tranquillamente dirlo perché vi sono nuove conoscenze e le metodologie per far sì che una banca non si limiti solo a giudicare (male. E’ scientificamente dimostrabile che lo fa male!) chi merita credito o no. Ma anche possa mobilitare (fornendo queste conoscenze e metodologie) la sua clientela perché sappia disegnare Progetti di Sviluppo (formalizzati in Business Plan) alti e forti. E possa seguirla nella realizzazione di questi Progetti.
Purtroppo nessun banchiere accetta di aver qualcosa da imparare. Ed allora si assiste ad un lento, ma inesorabile declino della nostra economia perché le imprese, da sole, non possono procurarsi le conoscenze e le metodologie che permettono loro di disegnare Business Plan alti e forti.
E le banche non solo non immaginano possibile aiutare le imprese con conoscenze e metodologie, ma non sanno neanche accorgersi quando una impresa ha intrapreso un cammino di declino strategico.
Oggi i banchieri fanno dichiarazioni di altro tipo: noi ci stiamo impegnando a trasformare ogni filiale, invece che in un luogo di conoscenza e consulenza, in un mercatino rionale che vende ogni tipo di “roba”. E quando qualcuno ci offre un salto di carriera e di stipendio, piantiamo baracca e burattini.
Banchiere imprenditore cercansi.


martedì 26 agosto 2014

Svalutazione strategica e protesi imprenditoriale

di
Francesco Zanotti


Leggo sul Sole una intervista a Maurizio Marchesini presidente di Confindustria Emilia Romagna. E scopro che gli imprenditori hanno sempre in testa la svalutazione competitiva come arma fondamentale. La “novità” è che questa svalutazione stavolta va fatta a livello Europeo.
Marchesini avanza anche altre proposte: stimolare investimenti sostanzialmente in macchinari e trovare il modo di dare liquidità alle imprese fornendo garanzie su garanzie fino alla garanzia suprema di Pantalone, cioè tutti noi.
Ma tutte queste cose hanno un nome solo: protesi imprenditoriale. Detto diversamente: la richiesta è che lo Stato e la UE intervengano per permettere agli imprenditori di continuare a fare il business di sempre. Ma Marchesini ha proposto anche di supportare gli investimenti … Sì, ma sono quelli nella macchina di ultimo tipo che, per un imprenditore, è come il gadget elettronico che il bambino chiede al papà pestando i piedi e facendo capricci. Il papà in questo caso è, ovviamente, lo Stato.
Cari imprenditori, non chiedete soldi per sopravvivere. Chiedete conoscenza per sviluppare progetti di rivoluzione strategica delle vostre imprese. Ricordate quando guadagnavate tanto? E’ perché fabbricavate e vendevate qualcosa che gli altri non erano in grado di offrire. E questo qualcosa aveva un senso funzionale ed esistenziale profondo per il vostro mercato, piccolo o grande che fosse. Oggi, se fate un esame di coscienza sereno, scoprirete che non solo voi siete invecchiati biologicamente, ma che i vostri prodotti sono diventati commodities, anche poco interessanti. Non si può far sopravvivere questo sistema di produzioni. Dovere guardare altrove non chiedere soldi. Se guardate altrove arriveranno anche i soldi da mille investitori per finanziare Progetti di rivoluzione strategica alti e forti e, poi, dal mercato per remunerare investitori, voi e i vostri collaboratori.


domenica 6 aprile 2014

Hober Mallow, strategia d’impresa e sviluppo

di
Francesco Zanotti


Isaac Asimov racconta che Hober Mallow … Ma leggiamo dalla Enciclopedia Galattica. “A volte si dimentica che Hober Mallow iniziò la sua carriera come semplice mercante. Nessuno dimentica che al termine della sua vita era il primo dei Principi Mercanti”.

Principe di Terminus, il Pianeta dove era nata quella Fondazione che avrebbe dovuto contrastare la caduta dell’Impero Galattico costruendo un’isola di conoscenza all'estremità della nostra galassia che stava precipitando nella barbarie.

Prima di prendere il potere Hober Mallow aveva viaggiato tra i quattro regni che confinavano con la Fondazione ed aveva scoperto che continuavano ad usare l’energia nucleare senza sapere come funzionasse un generatore nucleare. La Fondazione aveva concesso loro l’uso dell’energia nucleare, ma aveva ammantato i generatori con il mantello del Sacro: erano gestiti da sacerdoti che conoscevano un insieme di complicati riti per farli funzionare. Ma non sapevano nulla di energia atomica.
La loro convinzione era che non si rompessero mai. E se capitava qualche incidente il generatore veniva abbandonato … La Fondazione controllava l’energia nucleare per mezzo di una Religione …

Ma cosa c’entra questo con le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa?
C’entra perché siamo tutti tecnici che sanno solo celebrare alcuni riti che dovrebbero servire a far funzionare le centrali (le imprese). Cerchiamo di rifornirle di carburante nucleare (i soldi delle banche). E se si guastano (falliscono) allora abbandoniamo i generatori (i capannoni) alla tristezza delle periferie industriali. Ma non sappiamo come funzionano le imprese. E neanche come nascono. Sembra che serva qualcuno che viene dal di fuori (da qualche misteriosa Fondazione cognitiva) del consesso degli uomini normali (un uomo straordinario che chiamiamo imprenditore) che riesce a generare nuove imprese. E ci imbavagli con la Religione della Competitività. Che è un cercare di far funzionare senza capire.

Ma non siamo ancora alle conoscenze ed alle metodologie di strategia d’impresa ...
Ci arrivo subito: sono queste conoscenze e metodologie che costituiscono la nostra Fondazione. Che, per altro, non se ne sta su di un Terminus, ma è tra di noi. Anche su questo blog.
Allora, se vogliamo davvero costruire un nuovo sviluppo, è necessario che andiamo a bussare alle porte di quella Fondazione che si chiama conoscenza. Che, per altro, sono sempre spalancate.
E lasciamo che i Sacerdoti della competitività (l’attuale classe dirigente) strillino al sacrilegio per la nostra voglia di disvelare il Mistero della nascita e del funzionamento delle imprese.



lunedì 11 novembre 2013

Alitalia, gerontocrazia e scienze cognitive

di
Francesco Zanotti


Un articolo di Massimo Giannini su Affari &Finanza: l’Autore vuole la verità sul crack Alitalia.
E, poi, propone molte osservazioni ragionevoli per indicare che da questo crack non si vuole uscire.
Secondo me il problema andrebbe posto in questi termini. Abbiamo una classe manageriale che sa gestire (forse) quello che esiste, ma non ha la più pallida idea di come costruire progetti (Progetti Strategici, Piani strategici, Piani industriali, che dir si voglia) per nuovi futuri. Allora serve un’altra classe dirigente? No! Serve un’altra conoscenza. Poi è abbastanza irrilevante chi la userà. La nuova conoscenza che serve è costituita dalle conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Che sono del tutto sconosciute ai top manager. Ma anche ai politici ed ai giornalisti. I giornalisti, poi, sarebbe importante che disponessero di queste conoscenze e metodologie. Hanno verificato l’importanza della conoscenza quando hanno imparato i rudimenti della bilancistica. Li hanno imparati così bene che alcuni (Massimo Mucchetti, per tutti) sono diventati veri esperti. Ma i bilanci servono a capire il passato non a costruire il futuro. Se si vuole costruire un futuro (e giudicare, come è giusto fare, i futuri progettati dagli altri) sono necessarie conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Il discorso fatto per Alitalia vale anche per Telecom. I “Piani” alternativi di cui si parla riguardano o sono funzionali al cambio di proprietà, non al futuro.

Un articolo di Alberto Statera sempre su Affari & Finanza sulla gerontocrazia. La sua denuncia è corretta e certamente anche opportuna, ma mancano due riflessioni. La prima riguarda appunto la conoscenza. Se delle classi dirigenti non si controlla la conoscenza posseduta, ma solo le esperienze (e quelle di una classe dirigente che ci ha lasciato un mondo in crisi non saranno certo “vincenti”) e, soprattutto le relazioni, allora per forza si avrà una classe dirigente “vecchia”: sono coloro che hanno stretto la rete di relazioni più potenti. Allora, largo ai giovani? Un momento, ascoltiamo le scienze cognitive. La capacità del cervello di un giovane e di una persona matura sono complementari. Il giovane sa pensare ai dettagli, la persona più matura ai quadri di insieme. Allora una proposta: per ogni grande società un Presidente maturo con un CEO giovane. Ammesso che ambedue abbiano le conoscenze strategico-organizzative all'avanguardia. 

venerdì 6 settembre 2013

Stanno battendo moneta, ma poca!

di
Francesco Zanotti


Come tutti stanno verificando le grandi banche centrali stano battendo moneta. Per carità, non lo dicono così esplicitamente e garantiscono che sarà per poco. Ma oramai lo considerano indispensabile per non aggravare la crisi e, forse, per uscirne.
Ecco io credo che lo facciano in misura largamente insufficiente. Se pensiamo che non si debba tornare al baratto, allora occorre che la massa monetaria sia equivalente al valore delle cose che secondo noi hanno un valore. A mano a mano che aumentiamo le cose che hanno valore, è necessario aumentare della stessa misura la massa monetaria, altrimenti si formano e scoppiano le bolle finanziarie. Infatti, se si creano nuove attività, come le attività finanziarie, esse hanno senso solo se esiste moneta che corrisponde al valore che ad esse assegniamo. Se non esiste moneta sufficiente, per un po’ nessuno dice nulla, ma poi arriva il “pierino” che si fa la domanda: "ma queste attività che hanno un certo valore possono essere scambiate per moneta?" E scopre che la risposta è negativa. Allora si decide che quelle attività non hanno più il valore che era stato dichiarato e scoppia la bolla.
Provo anche a spiegarmi in un altro modo. O decidiamo che alcuni prodotti delle attività umane non hanno valore oppure fabbrichiamo moneta sufficiente per rappresentare questo valore. Tertium sono le bolle e il blocco degli scambi.
In sintesi, stiamo decidendo che una risorsa che fabbrichiamo noi, la moneta, deve essere scarsa. E questo distrugge il valore di quello che facciamo.
L’unica cosa più assurda è quella di non usare del tutto, anzi assegnare ad essa valore zero, all'altra risorsa che fabbrichiamo noi e che è ancora più preziosa: la conoscenza.


martedì 21 maggio 2013

Una BCE che batte moneta e fornisce conoscenza


di
Francesco Zanotti


Sappiamo cosa accadrà a questa proposta: quello che accade a tutte le innovazioni profonde.
Prima derise, poi combattute, poi realizzate.
Eccola la proposta: battere moneta e fornire conoscenza.
La crisi attuale è una crisi di perdita di senso della società industriale. In particolare del suo sistema economico. Non si tratta di diventare neo-liberali o neo-rivoluzionari. Si tratta di riconoscere, da un lato, che una società che ha svolto una grande funzione storica oramai ha fatto il suo tempo.
E’ dall'altro che in mille luoghi della società attuale stanno nascendo milioni di Segni che raccontano pezzi di storia di una diversa società futura.
Limitiamoci all'economico. Le imprese industriali dovranno fornire manufatti radicalmente diversi da quelli attuali costruiti con processi produttivi altrettanto diversi. Le imprese di servizi dovranno fare altrettanto.
Per costruire un nuovo sistema economico occorre fornire alle imprese nuovi schemi concettuali (nuove risorse di conoscenza) per uscire dagli schemi tipici della società industriale e progettare nuove imprese. E fornire loro nuove risorse finanziarie.
La proposta di fornire nuove risorse di conoscenza sembra “indolore”. Lo è meno se si pensa al fatto che tutta una classe dirigente dovrà imparare cose di cui oggi non conosce nemmeno l’esistenza. Ad esempio, le metodologie e le conoscenze di strategia d’impresa.
La proposta di fornire nuove risorse finanziarie ha bisogno di essere dettagliata per mostrare tutta la sua “rivoluzionarietà”. Intendo dire che per finanziare nuovi progetti non bisogna dirottare verso di essi risorse finanziarie esistenti. Occorre battere nuova moneta. Ripeto: ogni nuovo progetto va finanziato col battere nuova moneta.
Fornendo alle imprese nuova moneta e nuova conoscenza si avvia la costruzione di un nuovo sistema economico ed una nuova società.
La moneta la deve battere la BCE. E la nuova conoscenza? Immaginate una BCE che diventa non solo chi crea moneta, ma che crea continuamente nuova conoscenza … Se crediamo che la conoscenza è un valore, ecco che anche gli scrupoli contabili svaniscono …

lunedì 8 aprile 2013

Helicopter money... ma il problema sta da un'altra parte!


di
Luciano Martinoli

La notizia è apparsa sul sole24ore di venerdì 5 Aprile. L’idea è semplice: stampare 14 miliardi di sterline, equivalente più o meno all’IVA della vendita al dettaglio del 2012 nel Regno Unito, sistemarle su elicotteri militari, lanciarli fra i negozi delle high street, come vengono chiamate le strade principali delle città inglesi.
“Coloro che le trovano hanno un solo obbligo: spenderle rapidamente in beni e servizi” cita l'articolo. 
La proposta di Adair Turner, l’economista ideatore, ha acceso, come era prevedibile, un vasto dibattito. Trovo però che sia una nuova conferma della miopia, forse, più gravemente, di una incapacità di riconoscerla e porre rimedio, che non è nuova soprattutto dall’isola che ha dato i natali alla società industriale (vedere il caso della regina Elisabetta II di qualche anno fa).
Il motivo di questa mia posizione è proprio nell’affermazione finale, fondamenta di tutte le soluzioni degli economisti, che danno per scontato che la gente abbia comunque voglia di acquistare e, se non lo fa, è per mancanza di denaro. Detto in altri termini: perché la gente dovrebbe spendere rapidamente in “questi” beni e servizi?
Lasciatemi fare una considerazione e, solo apparentemente, partire da lontano.

mercoledì 23 gennaio 2013

Cambiamo prospettiva …


di
Francesco Zanotti


Oggi tutti sembrano aspettare soluzioni dall'alto  le riforme. Sostanzialmente dello Stato. Se cambia la burocrazia, ad esempio, ci sarà la ripresa del sistema industriale con tutto quello che ne consegue.
Mi viene da dire: campa cavallo …
E peggio: supponiamo che il cavallo campi fino a che non si faranno tutte le riforme che servono. Ma a quel tempo (ma lontano quanto?) che tipo di ripresa ci sarà? Di che entità? Sarà sufficiente? E sufficiente per cosa? Nessuno di coloro che propongono le riforme come panacea fornisce la benché minima risposta a queste domande. Allora il cavallo deve sfiancarsi a campare e non sa né fino a quando né per cosa?

Proviamo ad invertire il corso dei pensieri.
Cominciamo a dire di che tipo di ripresa abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno che, a livello di impresa, i flussi di cassa aumentino, in tempi ragionevoli, in modo tale da:

permettere non solo una sostenibilità, ma anche una diminuzione progressiva dell’indebitamento,
permettere una remunerazione crescente del capitale,
implicare un rilevante aumento in quantità e permettere un altrettanto aumento in qualità della occupazione.

giovedì 6 dicembre 2012

Non il rischio, ma la passione e la conoscenza!


di
Francesco Zanotti

Uno dei luoghi comuni più sciocchi è che la caratteristica fondamentale dell’imprenditore sia l’amare il rischio. Stupidaggine.
Il vero motore dell’imprenditore è la passione per nuovi mondi. E’ questa passione che ha guidato il coraggio e la fatica di tutti gli imprenditori (non solo economici, ma anche sociali, politici e culturali) che hanno costruito il nostro Paese, dopo la guerra.
La vera origine della crisi, allora, è che la capacità di immaginare e costruire nuovi mondi sembra essersi spenta.  Siamo tutti impegnati solo a conservare il mondo che i nostri padri hanno costruito.
Ma, se si vuole, si fa in fretta a riaccendere questa passione.
Oggi il mondo è certamente più complesso. Ma questa complessità significa solo più grandi potenzialità di futuro. Ma perché non le sappiamo cogliere? Perché non abbiamo risorse cognitive sufficientemente potenti per vedere i Segni dei tempi Futuri e progettare “viaggi” per concretizzarli.
Proviamo a buttare nuove risorse cognitive e vedrete se questo popolo di Santi, Poeti e Navigatori non cambierà il mondo …
Nel mondo economico e finanziario le nuove risorse cognitive sono le conoscenze (i modelli e le metodologie) di strategia d’impresa.  Sì, esse sono praticamente sconosciute. E ci sono (non so se molti, ma qualcuno lo conosco) manager ed analisti finanziari che, per difendere il ruolo conquistato, combattono ferocemente anche l’idea stessa che la conoscenza strategica abbia importanza.

sabato 17 novembre 2012

Confusione cognitiva …


di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com  francesco.zanotti@gmail.com 

Su Plus24 (Sole 24 Ore) a pag. 3 leggo una auto pubblicità ad un prossimo volumetto, allegato allo stesso Sole 24 Ore, dal titolo “Analisi di bilancio”.
Cosa dice lo spottino? Che (cito letteralmente, quindi non mi fate carico di imprecisioni e italiano problematico) “Torna a contare … la competitività strategica loro mercati reali di beni e di servizi; la loro capacità di concepire, studiare e vendere buoni prodotti in concorrenza con altre aziende …” e tornano a contare, sostiene ancora lo spottino, molte altre cose che hanno a che fare con le dimensioni qualitative e future dell’attività di impresa. E fin qui, nulla da eccepire. E’ la conclusione che è sorprendete: poiché occorre fare attenzione alle dimensioni strategiche (che sono qualitative e rivolte al futuro) allora servono gli indici di bilancio.
Beh … ma è poco sensato. Il bilancio parla di dati quantitativi e di passato. Cioè dell’esatto contrario del futuro e del qualitativo.
Io credo che certamente le analisi di bilancio servono, ma solo per comprendere da dove sta partendo il futuro dell’impresa. Per parlare dell’impegno verso il futuro (che è da progettare) occorrono conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. Esse sono state sviluppate apposta per analizzare strategicamente il presente e progettare il futuro. Sono i linguaggi per parlare strategicamente del presente e del futuro.
Purtroppo queste metodologie, queste competenze, questi linguaggi sembrano sconosciuti.
Come pensiamo che potrà accadere un futuro diverso dal presente se non disponiamo del linguaggio per parlarne? Se usiamo linguaggi che spostano la nostra attenzione sul passato?

lunedì 8 ottobre 2012

Maggiore produttività o un nuovo mondo?


di
Francesco Zanotti


Cominciamo con un’affermazione che è tanto banale quanto trascurata: non sarà possibile una ripresa alta e forte del nostro sistema industriale, italiano e mondiale. E questo per due ragioni. La prima è che una ulteriore espansione delle attuali strutture produttive e dei manufatti che genera sono incompatibili con la Natura.
La seconda è che l’interesse per gli attuali manufatti va inesorabilmente diminuendo.
La via obbligata è, quindi, quella di una riprogettazione radicale dei manufatti che costruiamo ed usiamo e dei modi di produrli.
Il problema è che questa via non sarà percorsa. Almeno fino a che la situazione economica, sociale ed ambientale non sarà peggiorata rispetto ad oggi. A meno che non ci si decida ad usare l’arma della conoscenza.

Cerco di spiegare cosa intendo con questa affermazione.

Oggi si tenta di percorrere la via della produttività. Ma questa via  non può che peggiorare la situazione.
Infatti il parlare di produttività, qualunque sia l’accezione di questa parola che si usa, significa cercare di far funzionare meglio il nostro sistema industriale attuale.
Questo, da un lato, è per noi mediamente molto difficile perché una buona percentuale di PMI hanno perso ogni speranza di diventare competitive: anche un impossibile raddoppio della produttività non è in grado di permettere la sopravvivenza di terzisti abituati ad un unico cliente che, per primo, non riesce più a stare sul mercato.
Dall’altro, la corsa alla competitività è, per tutti, una corsa verso un baratro inevitabile. Ogni aumento di competitività costringe i concorrenti a fare altrettanto ricostruendo un equilibrio competitivo ad un livello di capacità di produrre valore più basso.
Questa battaglia competitiva senza esclusione di colpi avviene all’interno del contesto che ho descritto all’inizio. Ripetendo quanto detto, in mercati che, per i prodotti di cui si parla, tendono inevitabilmente a contrarsi. E in un ambiente naturale che sopporta sempre meno le attività industriali attuali.

Ed allora?

Allora occorre percorrere subito una strada radicalmente diversa: la strada della conoscenza.

martedì 12 giugno 2012

Prima si aspettava Monti, ora si aspetta la Merkel … Stiamo aspettando Godot!


di
Francesco Zanotti

Riporto da Wikipedia …

L'opera (Aspettando Godot di Samuel Beckett) è divisa in due atti; in essi non c'è sviluppo nel tempo, poiché non sembra esistere possibilità di cambiamento. La trama è ridotta all'essenziale, è solo un'evoluzione di micro-eventi. Apparentemente sembra tutto fermo, ma a guardare bene "tutto è in movimento". Non c'è l'ambiente circostante, se non una strada desolata con un salice piangente spoglio, che nel secondo atto mostrerà alcune foglie. Il tempo sembra "immobile". Eppure scorre. I gesti che fanno i protagonisti sono essenziali, ripetitivi. Vi sono molte pause e silenzi. A volte si ride, a volte si riflette in Aspettando Godot, come se si fosse a "teatro o al circo" (dicono i personaggi).

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, non usciremo dai guai aspettando interventi dall’alto. Anche perché è un alto che si allontana sempre di più: prima Monti in Italia, poi la Merckel in Europa. E non aspettiamo davvero un Godot che, contrariamente a quanto accade nell’opera di Beckett sembra apparire, ma poi non è lui …

Scrive il Direttore del Sole 24 Ore che sono necessarie tre cose: garanzia unica per i debiti pubblici, accesso diretto al fondo salva stati dal parte delle banche, unificazione dei debiti pubblici europei, cosa che comporta (egli sostiene) cambiare la Costituzione di ogni Paese per realizzare una unione politica. Vi sembra che queste cose possano accadere in tempi utili per non fare fallire imprese e famiglie? E se falliscono imprese e famiglie rischiamo di fare una unione di falliti. A meno che non crediamo ancora un bel “Too big to fail” a livello di aggregati istituzionali.

Ragazzi/e, amici/che, fratelli/sorelle, tocca a noi.
Il percorso è anche semplice, perché dipende solo dalla conoscenza.
Dobbiamo avviare una riprogettazione del nostro sistema imprenditoriale perché le nostre imprese tornino a produrre cassa. E tanta. Solo così non falliranno famiglie ed imprese, solo così si annullerà la disoccupazione. Per riprogettarlo non basta la buona volontà: occorre fornire agli imprenditori le conoscenze per farlo. Queste conoscenze esistono e sono le conoscenze di strategia d’impresa. Esse permettono di individuare fino a  che punto occorre rivoluzionare e forniscono una guida per farlo.
Punto.
Complicato? Purtroppo sì! Perché dobbiamo ammettere che non arriverà nessun Godot a salvarci. E’ inutile che ci illudiamo che esiste un uomo (o donna della Provvidenza) che ci salverà. Se vediamo qualcuno all’orizzonte che non siamo noi stessi, non illudiamoci, non è Godot. L’unico Godot che possiamo attendere siamo noi stessi
Vogliamo cominciare da noi?