"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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martedì 22 settembre 2015

Minibond. Per non buttare i soldi: cassa e posizionamento strategico

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per minibond

Come già scritto, in questi giorni stiamo studiando come “stanno andando” i primi minibond emessi.
La logica di valutazione è quella che dovrebbero avere tutti gli investitori che usano soldi altrui. Cioè, quasi tutti. La seguente.
La capacità di generare cassa nel fare il suo mestiere è la prestazione chiave di una impresa.
Allora, essi dovrebbero, innanzitutto, misurare questa capacità.

La capacità di generare cassa di una impresa avviene a livello di Unità di Business.
Quindi servirebbe una descrizione precisa delle Unità di Business, disponendo di un metodo avanzato di descrizione che non si riduca ad esempio, alle combinazioni prodotto/mercato la cui significatività è già stata contestata da Abel nei primi anni ’80.
E, poi, servirebbe un conto economico a livello di Unità di Business.

Purtroppo, nella documentazione pubblica disponibile, non c’è mai né l’una (una definizione avanzata delle Unità di Business), né l’altro (un conto economico strutturato per Unità di Business).

Poi sarebbe necessario capire se le azioni che l’impresa chiede di finanziare serviranno ad aumentare e di quanto la sua capacità di generare cassa.

domenica 2 agosto 2015

Prima ricreiamo l’impresa, poi il lavoro verrà

di
Francesco Zanotti


Ho appena letto un articolo di Luca Ricolfi che ripropone con forza il problema del lavoro. Rivela non solo che non è stato risolto, ma che non si è neanche cominciato a risolverlo.
Propone anche tre “soluzioni”. La prima: anticipare gli sgravi IRES e IRAP. La seconda: trovare le risorse per prolungare la decontribuzione. La terza: sostenere solo l’occupazione incrementale.
Ecco la sua analisi della “stasi” dell’occupazione è convincente. Le soluzioni molto meno.
Infatti le sue soluzioni riguardano solo i costi: far pagare meno il lavoro alle imprese.
E i ricavi? Meglio: la cassa? La vera soluzione al problema del lavoro è che le imprese inizino a produrre molta più cassa di quella attuale. Non basta aumentare il fatturato perché si può anche produrre in perdita. Non basta aumentare gli utili perché i crediti (che costituiscono parte del valore della produzione) possono anche non essere incassati. Se gli imprenditori vedono che le imprese producono più cassa, si butteranno subito ad assumere.
Ma come si fa a far aumentare alle imprese la loro capacità di generare cassa?
Occorre aumentare la capacità progettuale delle imprese. E sono mille le direzioni lungo le quali si può sviluppare la capacità progettuale.
Oggi le imprese producono oggetti che interessano sempre meno. La progettualità consiste nel ridisegnare radicalmente i sistemi di offerta delle imprese.
Oggi le imprese sono guidate da logiche manageriali che non hanno alcun fondamento scientifico. Sono proprio i valori fondanti del management che vanno riscritti “come scienza comanda”.
Oggi le imprese non riescono a comprendere il rapporto che li lega con gli stakeholder. E’ urgente che comincino a farlo
Oggi le imprese dispongono di progetti strategici banali: sono poco più che budget di cassa. Cioè: la strategia è perpetuare il passato nel futuro. Perdente, ovviamente.
Il rapporto con le persone e la natura è di sostanziale sfruttamento, ma non perché si è cattivi e si guarda solo al profitto. Ma perché non si riesce a vedere nulla di diverso.
Ma e le imprese di successo? Sono troppo poche e niente garantisce la continuità del loro successo. Se poi guardiamo a livello mondiale, l’andamento della capacità di generare cassa delle imprese dovremmo spaventarci. Alla fine del 2014 i corporate bonds ammontavano a poco più di 50.000 miliardi di dollari. Uno pensa: se le imprese hanno chiesto tanti soldi è perché avranno progetti di sviluppo alti e forti. Tra due o tre anni ne avranno restituito buona parte grazie alla aumentata capacità di generare cassa che questi progetti avranno creato. Invece, no! La previsione è che i corporate bond saranno nel 2017 più di 70.000 miliardi di dollari. Le imprese assorbiranno cassa per 20.000 invece di produrne.
Aumentare la capacità progettuale è davvero l’unica soluzione che permetta di far aumentare alle imprese quella capacità di generare cassa che invoglierà ad assumere: ogni nuovo lavoratore permetterà di aumentare la capacità di generare cassa.
Ma come aumentare la capacità di generare cassa delle imprese? Ancora una volta è molto semplice: occorre aumentare il patrimonio di risorse cognitive di cui dispongono imprenditori e top managers. Quali? Ne abbiamo parlato a iosa in questo blog …


giovedì 28 maggio 2015

Ma di che impresa è la strategia di cui si parla?

di
Francesco Zanotti

Ricopio dal Sole24ore di oggi un brano del resoconto che una giornalista (Laura Galvagni) fa della strategia di una grande impresa, appena annunciata. Provate a leggere il testo e cercate di capire di che impresa si tratta. O, almeno, in che settore opera.

L’impresa XY deve conoscere i bisogni del Cliente e per farlo deve incrementare il tasso di dialogo e di confronto … (è di ieri la notizia che il gruppo sta trattando in esclusiva per l’acquisto di My Drive Solution, società specializzata nella profilazione dei clienti). Ciò può avvenire solo a fronte di cruciali investimenti in tecnologia utili anche a disegnare un nuovo portafoglio prodotti che vada incontro alle esigenze del mercato e dell’azienda. Il Gruppo ha messo in agenda da qui al 2018 1,5 miliardi di investimenti. Spesa che intende finanziare grazie al rigore che continuerà ad imporre sui costi, sono previsti 250 milioni di euro di risparmi l’anno, e con il contributo della cassa che verrà prodotta. Cassa che maturerà anche grazie alla ristrutturazione del portafoglio prodotti”.

Scommetto che non siete riusciti a capire né l’impresa né il settore.
Infatti si tratta di una strategia così generica che (salvo l’ammontare degli investimenti) va bene anche per il ristorante che sta al piano terra del palazzo da cui sto scrivendo questo post.
Poi parliamo di una crisi che ha colpito noi persone di buona volontà. La nostra è una crisi di banalità. E’ la nostra banalità che genera noia e, quindi, appunto, la crisi.


giovedì 5 marzo 2015

Veneto Banca: crediti valutati con rigore?

di
Francesco Zanotti


Sul Sole 24 Ore di qualche giorno fatto è riportata una dichiarazione di Veneto Banca che professava la sua convinzione di aver valutato con rigore i crediti.
Questa affermazione non può essere condivisa. Sarebbe come dire che si è valutato con rigore la stabilità di un palazzo guardandolo e basta. Non basta! Occorre fare misure precise e usare algoritmi adatti.
Nel caso dei crediti delle imprese la situazione è ancora più delicata.
Per valutare i crediti di un’impresa occorre riuscire a capire quale sarà la sua capacità di generare cassa nel futuro. Per fare questa valutazione occorre saper valutare la qualità del documento dove è “scritta” la strategia dell’impresa che quella che determinerà la sua capacità di generare cassa nel futuro: il Business Plan.
Più sinteticamente, per valutare i crediti di una impresa, occorre riuscire ad assegnare un Rating ai loro Business Plan.

Cosa che Veneto Banca non ha fatto. Quindi, come fa ad affermare che ha valutato il credito con rigore?

domenica 1 marzo 2015

Concorrenza e competizione: che confusione!

di
Francesco Zanotti


Quando si parla di utilities e professioni: si usa la parola concorrenza. Occorre introdurre più concorrenza. Si veda l’articolo di fondo di Giavazzi ed Alesina oggi sul Corriere che accusano Renzi di mancanza di coraggio perché non introduce abbastanza concorrenza.
Quando si parla di imprese, si usa la parola competizione. Occorre diventare competitivi per affrontare la competizione.
Mettendo insieme, l’ideologia che ne scaturisce è questa: il mercato è caratterizzato dalla competizione che costringe le imprese a migliorarsi continuamente. Le imprese (immaginando soprattutto quelle industriali) subiscono la competizione. I servizi e le professioni cercano di evitare la fatica di competere.
Il Governo ha come obiettivo quello di mantenere viva la competizione perché è da essa che nasce il meglio.
Ideologia banale e, quindi, negativa.
Il mercato è caratterizzato da mille opportunità di rivoluzione. Le imprese che hanno successo in termini di qualità dell’offerta e di generazione di cassa sono quelle che avviano rivoluzioni, dove ovviamente non hanno concorrenti. Appena la competizione appare, sia la qualità che la produzione di cassa diminuiscono e le imprese finiscono per considerarsi istituzioni. Cioè, hanno come obiettivo quello di essere trattare come utilities e notai.
Questo significa che il Governo dovrebbe spingere le imprese a costruire nuovi mondi.
E per utilities e professioni? E se costringiamo utilities e notai a competere? Accade la stessa cosa!
Ma è giusto che utilities e servizi notarili mantengano monopoli istituzionali? Se sono proprietà di privati, ovviamente no! Ma, mi si può obiettare, se sono proprietà del pubblico diventano carrozzoni. La mia risposta: questo accade perché, come anche la Pubblica Amministrazione, sono gestite con criteri dirigistici, manageriali o burocratici che siano.
E generalizziamo al tema dei Commons. Essi non possono essere delegati ai privati, ma neanche a élite manageriali o burocratiche che siano. Devono essere gestiti attraverso una riprogettazione sociale continua …

Ok … è un post troppo sintetico. Ma forse proprio così acquista una capacità di scatenare quel dibattito che solo permette di approfondire queste idee.

sabato 13 dicembre 2014

Le assurdità della finanza

di
Francesco Zanotti


Ho partecipato ad una tavola rotonda … Non ha importanza dove ed organizzata da chi.
E ho toccato con mano le ragioni profonde della crisi.
I partecipanti: responsabili di fondi che investono in mini-bond, bancari e non. Ma non chiedetemi di più. Certo c’era anche il rappresentante di un fondo straniero: li si riconosce da come usano la parole in inglese. Non con accento varesotto o bergamasco: come dice lui cash flow non lo dice nessuno.
Si è partiti col “conflitto di interessi”: ma non è che le banche ciurlano nel manico? Cioè, usando lo strumento mini-bond, cercano di sbolognare crediti dubbi a qualcun altro? Il dibattito si è acceso (in realtà, neanche troppo), ma l’energia è andata tutta nello spegnere il “fuoco”: state tranquilli che non c’è nessun conflitto di interessi. Piano piano il discorso si è accentrato sul tema fondamentale: il Business Plan. Tutti a dichiarare che giudicavano se finanziare o no le imprese guardando questo fantomatico documento.
Ascoltavo e prendevo appunti. Poi mi hanno dato la parola. E il ragionamento è stato semplicissimo. Il conflitto di interessi esiste solo se le imprese vanno male e non restituiscono i mini bond. Se vanno bene non emerge alcun confitto di interessi. Allora, il tema è veramente la qualità del Business Plan. Ma se è così, perché nel disegnare e valutare Business Plan non si usano le migliori conoscenze di strategia d’impresa esistenti, ma se ne usano solo di banali? Se la qualità di una cosa è vitale, è necessario usare le migliori conoscenze disponibili per costruirla e valutarla.
La risposta non mi è stata data. Anche il signore dall'inglese perfetto se ne stava zitto. Ovviamente nessuno ha contestano le mie affermazioni.
Allora lo scrivo esplicitamente: è una grave colpa economica e sociale se non si usano tutte le migliori conoscenze esistenti di strategia d’impresa per costruire e valutare Business Plan. E’ il non usare queste conoscenze che impedisce di uscire dalla crisi.



lunedì 24 novembre 2014

Una piattaforma cognitivo-finanziaria-professionale

di
Francesco Zanotti


E’ ovvio che sia necessaria una nuova piattaforma finanziaria (che fornisca sia risorse a debito che di capitale) che non provenga dal settore bancario.
E tecnicamente non è impensabile che la si possa creare.
Il problema è che la disponibilità di questa piattaforma finanziaria è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre che queste risorse vengano utilizzate per costruire sviluppo. Per far questo non basta parlare genericamente di investimenti come se fosse chiaro ed evidente a cosa servono questi investimenti. Occorre sviluppare progetti capaci di far aumentare la capacità di generare cassa alle imprese in modo da remunerare chi ha fornito le risorse finanziarie e lasciare cassa disponibile per futuri investimenti alle imprese.

Per valorizzare la piattaforma finanziaria sono allora necessarie una piattaforma cognitiva ed una professionale.

Una piattaforma cognitiva
La qualità della progettualità è “direttamente” proporzionale alla qualità delle risorse cognitive di cui si dispone.
Oggi la qualità delle risorse cognitive di cui dispongono sia le imprese che le istituzioni finanziarie non permettono né di scoprire le ragioni della crisi, né (tanto meno) di riprogettare l’identità strategica delle imprese.
E’ allora necessario fornire a istituzioni finanziarie un nuovo sistema di risorse cognitive.
Esse sono costituite, innanzitutto, da una nuova visione della crisi.
Essa è generata, sostanzialmente, dalla perdita di significato del sistema dei prodotti tipici della società industriale. Detto più semplicemente: calano gli acquisti per il perdere di interesse dei prodotti tipici dell’attuale sistema industriale. In Italia il fenomeno è accentuato dal fatto che troppe aziende sono terziste mono cliente. La crisi di questo unico cliente genera immensi problemi perché non sono abituati ad azioni di mercato.
Se questo è vero, allora la soluzione della crisi non sta in un amento di competitività o di aumento della qualità del Sistema Paese. Anche, ma prima è necessario avviare una nuova stagione di progettualità strategica presso tutte le imprese.

Perché questa via sia percorribile sono necessarie le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Disponendo di queste risorse cognitive le imprese sapranno costruire Progetti di Sviluppo (Business Plan) alti e forti. E le istituzioni finanziarie potranno valutarne la qualità, cioè la finanziabilità.
Noi attraverso un processo di ricerca a livello internazionale abbiamo ricercato ed esplorato le migliori conoscenze e metodologie di strategia d’impresa a livello internazionale. Ne abbiamo fatto una sintesi e abbiamo compiuto passi ulteriori.

Una piattaforma professionale
Da ultimo, data la natura peculiare del sistema imprenditoriale italiano, è necessario disporre di una piattaforma di professionisti sparsi sul territorio che diffondano queste nuove risorse cognitive e stimolino capillarmente la nuova progettualità imprenditoriale che è indispensabile.
Noi abbiamo da tempo iniziato a costruire questa piattaforma professionale “multi-locale”. Siamo a disposizione di tutti coloro che volessero aderirvi.



giovedì 20 novembre 2014

Aumentare i flussi di cassa, non il PIL

di
Francesco Zanotti




Tutti (soprattutto politici ed economisti) affermano che è necessario crescere. Ma che cosa è che deve crescere? La risposta che si dà normalmente è molto semplice: il PIL.
E’ vero che vi è chi si concentra su variabili a più alta intensità sociale, come l’occupazione, ma, anche costoro, poi, finiscono col riconoscere che l’aumento dell’occupazione passa inevitabilmente da un aumento del PIL.

Purtroppo, però, se si guarda al PIL si rischia una retorica della crescita velleitaria e anche un po’ qualunquista. Il PIL è una variabile troppo generale, forse anche generica, certo rinunciataria.
Infatti, il PIL contiene tutto e il contrario di tutto: i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti, il saldo commerciale con l’estero.
Allora, un aumento del PIL, può essere generato, ad esempio, dall'aumento dei consumi e del saldo commerciale, ma anche dall'aumento della spesa pubblica. Credo, proprio che queste due modalità di crescita non abbiano lo stesso impatto sulle possibilità di sviluppo dell’economia, delle imprese, dell’occupazione, della qualità della vita delle persone.
Ancora: un aumento del PIL è un risultato “medio”. Ma come tutti sanno, i macro risultati medi sono sempre del tipo “pollo di Trilussa”: sono la somma di successi e tragedie. E a noi tutti interessano successi diffusi e condivisi.
Da ultimo, il ragionare in termini di PIL, porta sempre a speranze di crescita molto lente e di piccola entità. E noi tutti abbiamo bisogno di uno sviluppo (anche la parola crescita, come sosterrò più avanti, è una parola a dir poco fuorviante) alto, forte, diffuso e solidale.

Che altra variabile usare. Invece del PIL?
Propongo di usare come variabile di riferimento i flussi di cassa delle imprese. Propongo di spostare l’obiettivo dal livello macroeconomico, al livello della singola impresa.
Usando questa variabile, l’obiettivo dello sviluppo si traduce in qualcosa di molto concreto ed operativo: un aumento rilevante ed in tempi breve dei flussi di cassa a livello di ogni singola impresa.

Se si raggiunge questo obiettivo si ottiene uno sviluppo economico e sociale complessivo che è direttamente proporzionale alla crescita della produzione di cassa.
Si riesce ad aumentare non solo la quantità, ma anche la qualità dell’occupazione.
Si riesce a migliorare la qualità degli attivi delle banche. Detto diversamente: aumentare il merito e la qualità del credito. Detto ancora diversamente: si garantiscono e si remunerano meglio i risparmi.
Si riesce a remunerare il capitale investito e, quindi, a diventare attrattivi per investitori.
Si riesce ad aumentare in valore assoluto e diminuire in termini percentuali, il gettito fiscale. Un aumento del gettito fiscale (rilevante, in tempi brevi e senza effetti depressivi) permette di avere risorse per Stato Sociale, Scuola, Ricerca etc.

In sintesi, è l’aumento dei flussi di cassa delle imprese che porta al formarsi di un circolo economico e sociale virtuoso.

mercoledì 15 ottobre 2014

Le sofferenze sono un problema di conoscenza … e di coscienza.

di
Francesco Zanotti


Oggi Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore riferisce del Rapporto mensile di ABI.
Ovviamente parla di sofferenze in aumento. Ma anche del fatto che le banche fanno sempre più raccolta attraverso il risparmio che con i prestiti obbligazionari.
Allora, l’aumento delle sofferenze sarà destinato ad aumentare e di molto. La ragione è che i prestiti che le banche concedono oggi verranno rimborsati domani. Ma le banche li danno in base alla capacità di rimborso che le aziende hanno oggi e non hanno le conoscenze per capire quale sarà nel futuro la capacità di generare cassa nel futuro delle imprese. Di più: poiché le imprese da sole non riescono a rinnovarsi, le banche dovrebbero dare loro una mano nell'aumentare la loro capacità di progettazione strategica (chi se non le banche?). Ma per far questo hanno ancora meno competenze.
Ora aggiungete che i soldi che prestano arrivano sempre più direttamente dai depositi dei risparmiatori e vedete voi se non sarebbe il caso di dotare le banche delle conoscenze e delle metodologie che permetterebbero loro non solo di capire, ma anche di aiutare a progettare un nuovo futuro per le imprese. Se non lo facciamo, dobbiamo sapere che ne andrà di mezzo il risparmio. Come suggerisce il titolo: un problema di conoscenza che diventa un problema di coscienza.


venerdì 8 agosto 2014

Investimenti … per cosa?

di
Francesco Zanotti


Con tutto il rispetto, credo che il Prof. Quadrio Curzio rappresenti la summa delle idee che presumiamo siano giuste, ma che sono distruttive.
Oggi sul Sole ripropone la tesi che è necessario far arrivare la liquidità esistente alle imprese per investimenti.
Cosa c’è di sbagliato? Che, prima, occorre che le imprese progettino quali investimenti e come aumenterà la capacità di generare cassa grazie ad essi. E’ questo che manca, non i soldi. Di soldi se ne trovano in abbondanza anche senza gli interventi della BCE, della BEI e della “famigerata” Cassa Depositi e Prestiti che viene tirata in ballo ad ogni piè sospinto.
Sono i progetti che mancano. Meglio: ci sono solo progetti “di sopravvivenza”. Del tipo: datemi i soldi che, prima o poi, la crisi passerà. Come continuiamo a ripetere (ma il messaggio è sempre nuovo perché nessuno lo ascolta), quello che manca sono progetti di rivoluzione strategica delle imprese. Che descrivano come rivoluzionare sistemi d’offerta ed organizzazione in modo da aumentare in tempi brevi la capacità di generare cassa delle imprese.
Ma forse sbaglio a personalizzare il discorso. Non è il prof. Quadrio Curzio il problema. Ma il sistema delle risorse cognitive che utilizza: le conoscenze macro economiche che non permettono di comprendere che lo sviluppo è nemico dell’equilibrio (quello che cercano le teorie macro economiche) e nasce da processi emergenti. Cioè: non permettono di capire che lo sviluppo è generato dalla progettualità dal basso e non dalle riforme dall'alto. E, che per stimolare progettualità dal basso occorre fornire risorse di conoscenza capaci di aumentare la capacità progettuale delle nostre imprese. I soldi verranno dopo. E quelli che si possono trovare sono (ed è giusto che sia così) strettamente proporzionali alla qualità dei Business Plan dell’impresa.


domenica 3 agosto 2014

Allarme sui bond …

di
Francesco Zanotti


Oggi sul Sole 24 Ore vi è una paginata intera, con l’articolo principale di Morya Longo, che paventa il fatto che il mercato secondario dei bond diventi illiquido.
Secondo me il rischio maggiore è, mi si lasci dire così, nel mercato primario. Intendo dire che la maggior preoccupazione dovrebbe essere il fatto che le imprese che emettono bond non sappiano rimborsarli alla scadenza. Il fatto di concentrare l’attenzione sul mercato secondario impedisce di ragionare sulla capacità di restituzione del debito degli emettitori. Senza dirlo, forse anche senza pensarlo, si è tranquilli che la restituzione di una emissione possa essere finanziata con un’altra.
Ora se la capacità di generare cassa delle imprese cala, questa dimenticata attenzione ai fondamentali (il fatto che le imprese con i soldi prestati finanzieranno azioni che permetteranno loro di aumentare la loro capacità di generare cassa) porterà ad una bolla sostanziale. Le imprese dovranno aumentare sempre di più un indebitamento che potrà essere scambiato quanto si vuole, ma, prima o poi, accadrà che qualcuna di questa imprese rivelerà palesemente la sua incapacità di onorare il debito. Ed allora il castello del secondario crollerà come il classico castello di carte.

Ora, la capacità futura di generare cassa delle imprese la si legge nei loro Business Plan. E’ possibile farsene una idea molto precisa valutando la qualità del loro Business Plan …
Se guardate ai Business Plan delle più importanti Società emettitrici di bond, vi verrà la tremarella. Ma non perché i loro bond non vengono scambiati. Ma perché le loro stesse previsioni sulla loro capacità di aumentare la generazione di cassa sono preoccupanti.

Dobbiamo assolutamente superare l’autoreferenzialità dei mercati finanziari. Dobbiamo ridurre il ruolo delle analisi tecniche e tornare ad occuparci di analisi fondamentale. Ovviamente con strumenti molto diversi dal passato, come ad esempio, il Ratingdei Business Plan.


venerdì 25 luglio 2014

La nuova Sabatini è una droga?

di
Francesco Zanotti



Rubo questa metafora al mio amico Luciano Martinoli … E’ proprio adatta ...
Si sta cercando di dare una mano (soprattutto alle PMI) a rinnovare le loro strutture produttive.
Ma perché dico che fare questo rischia di essere come drogare le imprese?
Come ho scritto altrove, noi viviamo una crisi da noia: i prodotti (ma anche i servizi) tipici della società industriale stanno perdendo di interesse. Allora la sfida non è produrre meglio. E’ produrre cose radicalmente diverse.
Se si rinnovano gli impianti per continuare a produrre le “cose” di prima, rischiamo che quei capannoni abbandonati di cui dicevamo in un post passato siano anche pieni di costose macchine. Nuove, ma inutili perché destinate a produrre cose che la gente non compra più.
Prima di dare finanziamenti alle imprese per rinnovare gli impianti occorrerebbe chiedere alle stesse imprese un Business Plan che dimostri che grazie a questi impianti l’impresa aumenterà la sua capacità di generare cassa.
Ed occorre dare loro risorse cognitive per riuscire a “scrivere” Business Plan realmente rivoluzionari. E non solo fare piani di ammortamento di impianti tanto lucenti quanto, nella maggior parte dei casi, inutili.

Sì davvero una droga. Perché, come la droga, i finanziamenti destinati, al massimo, a far sopravvivere qualche mese in più diventano sempre più urgenti e ne servono di sempre più grandi.

martedì 22 luglio 2014

Il Commercialista attempato e l’ILVA

di
Francesco Zanotti


Ho letto un paio di giorni fa sul Corriere una intervista a Piero Gnudi, il nuovo Commissario dell’ILVA.
E’ un intervista fatta di luoghi comuni. Come può fare solo un commercialista figlio del potere politico.
Mi limito a riferire delle risposte date alla domanda chiave del giornalista (Fabio Tamburini): ma il fatto che l’ILVA abbia bisogno di liquidità, non significa che è una azienda decotta?

Risposta: certamente no! E le ragioni per cui il dott. Gnudi pensa questo sono sostanzialmente due. Una più preoccupante dell’altra.

La prima: “L’azienda è estremamente efficiente. E’ in crisi per difficoltà esterne.”. Cioè: intende dire che se eliminiamo le “difficoltà esterne”, comincerà a produrre cassa? Intende dire che, se si facesse l’impossibile (fare in modo che nessuno reclami più sulle sue modalità di produrre acciaio) tornerebbe a produrre cassa? No, perché non dispone di una informazione simile. Non c’è un piano che spieghi come la presunta efficienza sia capace di fare generare cassa all'impresa!
Se poi pensiamo che l’estrema efficienza (per altro non dimostrata) riguarda solo l’attuale processo produttivo e non quello nuovo che è vitalmente indispensabile, allora la sua risposta è definitivamente senza senso.

La seconda affermazione parte da una negazione del concetto di impresa. Gnudi sostiene che il rifare uno stabilimento come quello comporterebbe un investimenti di 15 Mld. E che questo stabilimento monstre è situato in una location interessante (al centro del Mediterraneo etc.). Ma dicendo questo dimostra al massimo che lo stabilimento è utile. Non che il far funzionare quello stabilimento potrà generare cassa. Sostiene, insomma, in qualche modo, l’istituzionalità dello stabilimento. Ma se lo stabilimento dell’ILVA va mantenuto dalla collettività perché è utile alla stessa collettività che deve garantire risorse per farlo stare in piedi, allora non ha senso considerarlo una impresa da lasciare alla responsabilità di un azionista privato.

Ma che c’entra il fatto che il dott. Gnudi sia un Commercialista? C’entra perché la strategia d’impresa (il patrimonio di conoscenze e metodologie che servono per costruire un nuovo progetto d’impresa) non è nella disponibilità di un commercialista. Ne ha molte altre, importantissime, ma non questa. Insomma, l’essere commercialisti non è il titolo più adatto a guidare il rilancio strategico di una impresa. A riconferma sta il fatto che la sua priorità è trovare un azionista forte basandosi sulla sciocca teoria della inevitabilità delle concentrazioni.

Occorre riconoscere che la scelta è stata generata dal fatto che il dott. Gnudi fa parte del club di quelli che hanno il patentino della autorevolezza. Figlia della vicinanza politica ed amicale. E non è necessario specificare oltre, perché tutto è noto a tutti.

E quell’“attempato” politicamente scorretto? Mica è un delitto essere attempati. No! Lo diventa solo se si tradisce il ruolo sociale fondamentale (confermato dalle neuroscienze) di chi è attempato: quello di fare sintesi. E ci si imbarca in un estenuante lavoro di rilancio industriale che è certamente (cognitivamente) più adatto a persone più giovani. Io credo che il Presidente di una società debba essere una persona attempata, l’Amministratore delegato una persona giovane.

Se leggete l’intervista, vedete che la sintesi non è il valore fondamentale che ispira il dott. Gnudi: non capisco questo, quell'altro neppure …

Conclusione: noi cittadini (direttamente o con la mediazione delle banche) aspettiamoci di dover tirar fuori ancora per lungo tempo tanti soldi.