"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 25 luglio 2014

La nuova Sabatini è una droga?

di
Francesco Zanotti



Rubo questa metafora al mio amico Luciano Martinoli … E’ proprio adatta ...
Si sta cercando di dare una mano (soprattutto alle PMI) a rinnovare le loro strutture produttive.
Ma perché dico che fare questo rischia di essere come drogare le imprese?
Come ho scritto altrove, noi viviamo una crisi da noia: i prodotti (ma anche i servizi) tipici della società industriale stanno perdendo di interesse. Allora la sfida non è produrre meglio. E’ produrre cose radicalmente diverse.
Se si rinnovano gli impianti per continuare a produrre le “cose” di prima, rischiamo che quei capannoni abbandonati di cui dicevamo in un post passato siano anche pieni di costose macchine. Nuove, ma inutili perché destinate a produrre cose che la gente non compra più.
Prima di dare finanziamenti alle imprese per rinnovare gli impianti occorrerebbe chiedere alle stesse imprese un Business Plan che dimostri che grazie a questi impianti l’impresa aumenterà la sua capacità di generare cassa.
Ed occorre dare loro risorse cognitive per riuscire a “scrivere” Business Plan realmente rivoluzionari. E non solo fare piani di ammortamento di impianti tanto lucenti quanto, nella maggior parte dei casi, inutili.

Sì davvero una droga. Perché, come la droga, i finanziamenti destinati, al massimo, a far sopravvivere qualche mese in più diventano sempre più urgenti e ne servono di sempre più grandi.

lunedì 8 ottobre 2012

Maggiore produttività o un nuovo mondo?


di
Francesco Zanotti


Cominciamo con un’affermazione che è tanto banale quanto trascurata: non sarà possibile una ripresa alta e forte del nostro sistema industriale, italiano e mondiale. E questo per due ragioni. La prima è che una ulteriore espansione delle attuali strutture produttive e dei manufatti che genera sono incompatibili con la Natura.
La seconda è che l’interesse per gli attuali manufatti va inesorabilmente diminuendo.
La via obbligata è, quindi, quella di una riprogettazione radicale dei manufatti che costruiamo ed usiamo e dei modi di produrli.
Il problema è che questa via non sarà percorsa. Almeno fino a che la situazione economica, sociale ed ambientale non sarà peggiorata rispetto ad oggi. A meno che non ci si decida ad usare l’arma della conoscenza.

Cerco di spiegare cosa intendo con questa affermazione.

Oggi si tenta di percorrere la via della produttività. Ma questa via  non può che peggiorare la situazione.
Infatti il parlare di produttività, qualunque sia l’accezione di questa parola che si usa, significa cercare di far funzionare meglio il nostro sistema industriale attuale.
Questo, da un lato, è per noi mediamente molto difficile perché una buona percentuale di PMI hanno perso ogni speranza di diventare competitive: anche un impossibile raddoppio della produttività non è in grado di permettere la sopravvivenza di terzisti abituati ad un unico cliente che, per primo, non riesce più a stare sul mercato.
Dall’altro, la corsa alla competitività è, per tutti, una corsa verso un baratro inevitabile. Ogni aumento di competitività costringe i concorrenti a fare altrettanto ricostruendo un equilibrio competitivo ad un livello di capacità di produrre valore più basso.
Questa battaglia competitiva senza esclusione di colpi avviene all’interno del contesto che ho descritto all’inizio. Ripetendo quanto detto, in mercati che, per i prodotti di cui si parla, tendono inevitabilmente a contrarsi. E in un ambiente naturale che sopporta sempre meno le attività industriali attuali.

Ed allora?

Allora occorre percorrere subito una strada radicalmente diversa: la strada della conoscenza.