"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 23 ottobre 2016

WhatsApp, Telegram, Banche e Infrastrutture: lo stesso problema

di
Francesco Zanotti

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Il problema è che tutti i top manager sono vittime di una autoreferenzialità non negligente, ma sistemica. Ora, anche se non è voluta (appunto: non è negligente), questa autoreferenzialità è dannosa per gli azionisti, i dipendenti e il sociale …

Il Corriere della Sera di oggi riporta la notizia che una società milanese (Inthecyber) ha scoperto buchi clamorosi nella sicurezza sia di WahtsApp che di Telegram. Del tipo: solo conoscendo il numero di telefono di una persona e con poche conoscenze tecniche è possibile spiare le sue conversazioni.
Paolo Lezzi, il capo di Inthecyber, ha informato sia WhatsApp che Telegram, convinto che i loro manager avrebbero fatto un salto sulla sedia. Ma WhatsApp si è detta non interessata perché, a suo dire, il problema è degli operatori di TLC. Telegram manco ha risposto.
Perché una reazione così poco comprensibile?
Perché i gruppi di top manager si isolano in sistemi di relazione troppo poveri che li assorbono completamente e ne definiscono le priorità … Ripeto questo concetto più esplicitamente, perché sia chiaro: è il sistema di relazione di una persona che ne seleziona priorità, convinzioni etc. Non la realtà. E quando un messaggio arriva da uno sconosciuto (nel senso che non fa parte del sistema di relazioni che si ritiene prioritario), cioè dalla realtà, non sono in grado di ascoltarlo. Anche se si tratta di una informazione vitale.

Il caso non isolato.  Anche le banche sono incomprensibili.
Hanno bisogno di nuove risorse perché il loro modello di Business non funziona più, ma non si curano di cambiarlo.  Non cercano, ad esempio, nuove metodologie di valutazione e di dialogo con le imprese visto che quelle che utilizzano oggi non servono. Non cercano nuove conoscenze da cui ricavare queste metodologie. Non ascoltano quando si dice loro che, usando queste nuove conoscenze e metodologie potrebbero diventare protagonisti di un nuovo rilancio del nostro sistema industriale aumentando anche la qualità e la quantità dell’occupazione.
Cercano, invece, nuovo capitale. Detto diversamente, invece di tappare i buchi del modello di business, cosicché il nuovo capitale sia usato fecondamente, cercano di averne così tanto da saturare la capacità di disperderlo nei buchi. Tanta acqua da “affogare” i buchi.
E non ascoltano non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di metodologie e di modelli di Business (se non retoricamente). Si parla invece di aumento di capitale, di obbligazioni da trasformare in azioni etc.  E i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Anche le infrastrutture sono incomprensibili. Pensate all’autostrada del Sole: era un progetto di tutto il Paese. Emozionava, mobilitava e creava le condizioni per lo sviluppo del Paese.  Era l’infrastruttura di supporto allo sviluppo di un progetto Paese.

Pensate ora alla Brebemi che è costretta a farsi pubblicità perché è stata progettata senza disporre di un progetto di sviluppo del territorio a cui finalizzarsi. E, quindi, sembra che serva a poco. Pensate a tutte le altre infrastrutture (per l’energia elettrica e per il gas, i porti, gli inceneritori etc.) che stanno confrontandosi con una crescente opposizione sociale. Forse sarebbe il caso di rivedere il processo di progettualità strategica del nostro sistema di infrastrutture facendo del sociale il protagonista di questa progettualità strategica. E spingendo il sociale a costruire progetti di sviluppo dei territori ai quali finalizzare i progetti di sviluppo infrastrutturale. Invece il sociale è relegato sulla carta dei bilanci di sostenibilità. Senza pensare che il concetto di “sostenibilità” è un ossimoro per le società di infrastrutture che, per definizione, non sono sostenibili perché occupano i beni comuni. Al massimo si può sostenere che le modalità con le quali realizzano le infrastrutture sono “sostenibili”. Detto tutto questo, a noi sembra che, invece di “misurare” la sostenibilità delle Società di infrastrutture, occorrerebbe misurare quanto i loro Business Plan sono essere finalizzati al progetto di sviluppo del nostro sistema paese e dei suoi territori. Detto diversamente, sempre per maggiore chiarezza, invece di sostenibilità si dovrebbe parlare di una finalizzazione ad uno sviluppo che non dovrebbe essere sostenibile, ma etico ed estetico.

Anche in questo caso i top manager sembrano “in altre faccende affaccendati” non perché sono incompetenti, ma perché nel loro mondo non si parla di sviluppo e di sociale. Si parla invece di “valore per gli azionisti” (che pure è una cosa importante).  E, anche in questo caso, i top manager di quello devono parlare, anche perché solo a parlare di quello sono stati formati. E solo perché sanno parlare di quello sono stati selezionati.

Ma sarebbe il momento di cambiare …



sabato 13 agosto 2016

Nebbia … o alito cattivo?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per nebbia in zona industriale

Oggi sul Corriere Dario Di Vico propone l’immagine di un sistema industriale incapace di muoversi a causa della nebbia che ne ottenebra la vista. La nebbia è costituita dall’incertezza sul futuro del governo e del quadro geo-politico internazionale.
Ora, volendo continuare ad usare la metafora della nebbia, occorrerebbe citare anche altre “fonti di nebbia”: la esplosiva situazione esistenziale e sociale, la crisi delle conoscenze tipiche della società industriale e delle sue modalità di governo (dal management alla democrazia rappresentativa), il dramma della Natura.
Ma, proprio perché occorrerebbe aggiungere molta altra nebbia, è la metafora della nebbia ad essere sbagliata.
Tutte le nebbie che sono generate dall’invecchiare (del perdere di senso) della società industriale. In particolare del cuore della società industriale: l’impresa manifatturiera e la cultura tipica della società industriale, quella della fisica classica.
Infatti, innanzitutto, i prodotti delle imprese manifatturiere interessano sempre meno. Questo comporta un aumento della competizione, quindi una perdita di capacità di generare cassa. E la necessità di sfruttare sempre di più le persone. Le strategia competitive non fanno che inasprire il circolo vizioso precedentemente descritto. Ancora: le materie prime di cui sono costituite e le modalità produttive, di imballaggio e di trasporto sono sempre meno compatibili con l’ambiente naturale.
Più in generale, le modalità di governo rigidamente direttive rendono controproducente allargare l’attuale modello dell’impresa privatistica alla gestione di infrastrutture e risparmio, rendono impossibile valorizzare l’emergere di nuovi attori sociali, politici e istituzionali e di nuovi popoli, rendono inevitabile lo scatenarsi di conflitti a tutti i livelli.

Se tutto questo è vero, allora la soluzione può essere solo quella di una nuova progettualità imprenditoriale alta e forte che cerca non sono innovazione tecnologica, ma innovazione antropologica: prodotti che diventano simbolo di una nuova società desiderabile come è stato dei prodotti tipici del boom economico. Ad essa si deve aggiungere una nuova progettualità sociale, politica, istituzionale e culturale.

Concludendo con una battuta, se le nebbie non fossero l’alito stantio di imprese che stanno perdendo di senso, allora dovrebbe esserci qualche dio minore che ce le soffia addosso. Ma in questo caso l’unica soluzione potrebbe essere solo la supplica: che la smetta.


giovedì 13 agosto 2015

Quanto valgono in termini di capacità di generare cassa le riforme istituzionali?

di
Francesco Zanotti

O ci prendono in giro o ci prendiamo in giro da soli.
Provate a pensare …
Il problema delle imprese è quello di aumentare il più in fretta possibile la loro capacità di generare cassa. Se non la aumentano o trovano qualcuno disposto a mantenerle o falliscono.
Bene, partendo da questo punto di vista (quale altro se no?), mi spiegate perché dovrebbe avere un qualche interesse per le imprese non solo il tipo di riforma del Senato, ma anche lo stesso fatto che la riforma si faccia o meno?
Non ha nessun interesse né sul breve nè sul medio periodo. Nel lungo periodo vale quello che diceva Keynes: il lungo periodo è quello in cui saremo tutti morti.
Ma se è così, perché a un telegiornale sì e a un altro pure, in un giornale sì ed in un altro pure, si sentono politici accapigliarsi per riforme che non ha alcun impatto sulla sopravvivenza (in grave dubbio) del nostro sistema industriale?
O ci prendono in giro. O ci prendiamo in giro da soli ad ascoltarli.

martedì 18 novembre 2014

La grande Europa scopre la svalutazione competitiva

di
Francesco Zanotti


Un articolo di Moyra Longo sul Sole 24 Ore di oggi “Il toccasana dei mini euro” parla appunto dei vantaggi che sono derivati dallo svalutarsi dell’Euro rispetto al Dollaro.
Colgo l’occasione per una riflessione. Amara o, forse, profetica. Ma vi rendete conto che la prosopopea della grande Europa del XXI secolo ha finito, dopo pochi anni dall’inizio di questo nuovo secolo, con il copiare la strategia della svalutazione competitiva dell’Italietta della fine del secolo scorso? Tutto qui?
Noi abbiamo bisogno di riprogettare un intero sistema industriale, economico e finanziario e, invece di dotarci delle risorse cognitive per farlo, siamo in balia di una classe dirigente che cerca, ostinatamente, conservazione con le “strategie” che noi già 30 anni fa giudicavamo solo furbette?
“Ce lo chiede l’Europa”, è lo slogan  di tutti. A me sembra che l’Europa (la sua classe dirigete attuale) ci chieda solo banalità burocratiche e strategie fallimentari.
E la profezia? Semplice, l’Italia è la profezia del mondo. Guardate cosa accade qui e vedrete cosa accadrà nel breve altrove.

Ma ne riparleremo...

martedì 15 luglio 2014

Piano industriale per l’Italia: manca il “cuore”

di
Francesco Zanotti


Carlo Calenda, Vice Ministro per lo Sviluppo, propone oggi sul Sole 24 Ore la sua “scaletta” di un Piano industriale per l’Italia.
Ecco, manca il cuore di questo Piano: il ruolo dell’impresa.
Mi spiego.
A parte il fatto che si tratta di idee che circolano da anni e che se non fossero firmate da un vice ministro nessuno avrebbe pubblicato, tutto il Piano è fondato sull'ipotesi che il nostro sistema industriale sostanzialmente vada bene così come è!
Parla, è vero, di competitività dell’offerta, ma dice che la si ottiene agendo sul sistema non sull'impresa: taglio del costo del lavoro, dell’IRAP, investimenti pubblici e spending review.
Come a dire: le nostre imprese sono pronte a conquistare il mondo se le liberiamo dai lacci e dai lacciuoli che le incatenano.
Ecco .. non è vero. Oggi siamo in crisi perché il sistema di prodotti e servizi che producono ed erogano le nostre imprese sono sempre meno “interessanti”. Sono espressione di una società che ha esaurito la sua funzione storica: la società industriale.
Il vero problema è che le imprese, mediamente, non vanno bene così come sono. Devono, prioritariamente, riprogettare la loro identità strategica. Non si può partire dall'alto occorre partire dal basso.
Occorre un Piano per l’Italia che sia un piano di riprogettazione della identità delle nostre imprese.
Si tratta di un Piano che deve fondarsi sulla conoscenza: solo dotando le imprese di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa riusciranno in questo sforzo.
Si tratta di un Piano che rivoluziona il ruolo delle banche delle Associazioni di categoria, delle Camere di Commercio …
Oltre alla impostazione presentata, non riesco certo a indicare, in questa sede, quelli che credo debbano essere i contenuti di un Piano industriale per l’Italia. Sarà oggetto di una nostra pubblicazione.
Mi conceda, però, caro Viceministro, di concludere che oggi di un Piano industriale per l’Italia non solo non abbiamo la “scaletta”, ma neanche l’indice!



venerdì 14 febbraio 2014

Finalmente, si comincia a capire …

di
Francesco Zanotti


Sul Sole24Ore Paolo Bricco “rivela" dove sta il problema del nostro sistema industriale.
Dal 2008 il nostro sistema industriale ha perso circa 133 Mld di fatturato.
Le ragioni? Riporto letteralmente “ … la prevalenza delle imprese del nostro Paese … ha cercato di contenere il più possibile i ricavi rinunciando spesso a difendere i margini”.
Come dice Bricco, è una logica che rischia di indebolire finanziariamente le imprese: nel 2008 il debito finanziario delle imprese era 0,29 sul fatturato e oggi è 0,35 …
Ma andiamo al di là … E qui l’analisi è mia … Perché le imprese hanno cercato di ridurre i prezzi? Perché a troppe imprese è sembrato l’unica strategia possibile. Ed ancora oggi sembra loro l’unica strategia possibile. Oggi, però non si possono più ridurre i costi dell’impresa e si cerca di ridurre i costi generati dallo Stato. Niente in contrario a cambiare lo Stato, ma occorre cambiare, prima e urgentemente, l’impresa. Quando ci si sente costretti a rincorrere i concorrenti nella riduzione dei prezzi … Dico rincorrere, non diventare più competitivi perché una battaglia di prezzo non può avere vincitori … quando si rincorre i concorrenti sul prezzo significa che, da un lato, quello che vende l’impresa perde di interesse. E, dall'altro, che la stessa impresa non sa immaginare nulla di nuovo.
Questo è il vero problema: la conservazione strategica.

Occorre avviare subito, invece della conservazione, una rivoluzione strategica. Che nasce solo da un salto di qualità nella progettualità strategica. Questo salto di qualità può avvenire solo se si forniranno alla nostre imprese non tanto soldi per sopravvivere (che dovranno essere sempre più soldi per sopravvivere sempre peggio), ma nuove risorse cognitive: nuove conoscenze e metodologie di progettualità strategica. Dobbiamo convincercene: non stiamo vivendo una crisi generata dai mercati finanziari. Noi stiamo vivendo una crisi di progettualità che è, sostanzialmente, una crisi cognitiva.

lunedì 3 febbraio 2014

161 tavoli di … confusione sterile

di
Francesco Zanotti


La ragione di fondo per cui i 161 tavoli che stanno discutendo altrettanto crisi … ecco diciamolo … non stanno cavando un ragno (imprenditoriale) dal buco è che i suoi protagonisti non stanno usando le conoscenze fondamentali per capire quanto è profondo il buco e come uscirne. Mi riferisco alle conoscenze e alle metodologie di strategia d’impresa.
Non usandole, le “soluzioni” sono sempre e solo l’invenzione di nuove modalità, il più nascoste possibili, da far sì che le imprese vengano mantenute dallo Stato. Invece di essere aiutate a sviluppare nuovi progetti di impresa alti e forti.
Ne abbiamo parlato nella lettera aperta al Ministro Zanonato pubblicata su questo blog
Oggi vorrei dare un’altra vista sulle ragioni della confusione che si genera non utilizzando le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.
Marco Panara su Affari & Finanza di oggi indica quali a suo avviso sono le cause delle crisi del nostro sistema industriale: 20% i costi, 30% le difficoltà finanziarie, 50% l’incapacità di reggere il confronto competitivo e tecnologico.
Balzano subito all'occhio alcune osservazioni. Le difficoltà finanziare si manifestano in una crisi di liquidità. Ma questa non è una causa aggiunta. E’ una conseguenza. Almeno delle altre due aree di crisi individuate. Detto diversamente: non produci cassa perché hai i costi troppo alti e non reggi il confronto.
Ma anche le due cause citate sono confuse. Si parla di “confronto competitivo e tecnologico”. Ma la tecnologia non è un fattore competitivo? Se vi è un confronto competitivo che non è tecnologico, in cosa consiste? Leggendo l’articolo di intravvede che si tratta di un confronto sui costi. Ma allora i costi non pesano solo per il 20% …

Come le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa suggeriscono di affrontare il problema? Innanzitutto occorre partire da una esatta definizione del business che si vuole affrontare. Non basta dire che vi è una fascia alta e bassa di prodotti. Occorre specificare il valore di almeno cinque variabili: le esigenze che si stanno manifestando relativamente al supporto ai lavori domestici, le diverse tipologie di clienti, l’area geografica dove vivono, le tecnologie di prodotto e la catena del valore. Sono quando si è definito esattamente il business si può definire il posizionamento strategico in quel business. E’ il posizionamento strategico che rivela la capacità di produrre cassa (che significa capacità autonoma di pagare gli stipendi).
Avendo “scoperto” il posizionamento strategico si può immaginare come modificarlo …

Le conoscenze di strategia d’impresa indicano anche la causa fondamentale della perdita della capacità di produrre cassa delle imprese: il degradare della qualità del loro posizionamento strategico.

giovedì 30 gennaio 2014

Così siamo morti

di
Francesco Zanotti


E’ importante azzeccare investimenti, strategie e management. Ma resta decisiva la componente fiscale.
Purtroppo così un autorevole commentatore sul Sole24Ore di oggi. Così l’intera tradizione industriale di un Paese, l’intera (e gloriosa) capacità progettuale di un Paese viene umiliata. Alla fine non conta nulla: vincerà chi fa pagare meno tasse …

Per fortuna ha torto marcio …

venerdì 8 novembre 2013

Non ci sarà mai una crescita uniforme

di
Francesco Zanotti


Donato Masciandaro sul Sole di oggi in prima pagina parla dell’abbassamento dei tassi operato dalla BCE. Egli sostiene che la BCE continuerà ad adottare politiche espansive fino a che non vi sarà evidenza di una robusta ed uniforme crescita economica.
Bene, una crescita uniforme non ci sarà mai. Vi sarà una crescita a macchia di leopardo. Molte imprese non potranno sopravvivere (molte di più di quelle che sono già scomparse). Altre si trasformeranno radicalmente. Ne nasceranno di nuove. La discriminante sarà un Progetto Strategico alto e forte. Avrà ”fortuna” chi se ne doterà. Non sopravvivrà chi non se ne doterà. La “somma” delle imprese che sopravvivranno formerà un sistema industriale ed economico radicalmente nuovo.
Il problema di fondo è che oggi domina ancora la cultura della stabilità che sta perdendo sempre più di senso. Vi sono solo processi di evoluzione continua che diventano sempre più veloci e intensi. Governare l’economia non significa cercare di generare stabilità, ma governare processi autonomi di evoluzione.


domenica 15 settembre 2013

Previsioni … se non la smettiamo di conservare

di
Francesco Zanotti

Non è vero che le previsioni non sono possibili. E’ possibile prevedere quello che accade se si insiste nel conservare. Cosa significa insistere nel conservare? Significa ricercare competitività e non cambiare il sistema di risorse cognitive di riferimento.
Dunque se si continua a cercare competitività e non si cambia il sistema di risorse cognitive di riferimento accadrà …
Prima puntata .. brevissima
Accadrà che una parte consistente del nostro sistema industriale (diciamo introno al 30%) scomparirà nel giro di un anno. Questo comporterà un aumento insostenibile della disoccupazione e delle sofferenze delle banche. Occorreranno interventi dello Stato di dimensioni mai viste.
Previsione da sfatare usando nuove risorse cognitive che genereranno una nuova progettualità imprenditoriale e permetteranno alle banche di valutare la progettualità delle imprese che oggi non è considerata in nessun sistema di rating.

Quali nuove risorse cognitive? Le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

mercoledì 7 agosto 2013

Cento miliardi di surplus commerciale, ma il resto?

di
Francesco Zanotti
Marco Fortis sul Sole 24 Ore di oggi: “Italia nel <<club dei 100 miliardi>> di surplus commerciale”.
Notizia positiva certamente che l’Italia sia tra le sole cinque economie del G20 a presentare un surplus strutturale manifatturiero.
Ma non basta, anzi rischia di essere fuorviante.
Innanzitutto il problema non sono le imprese che generano il surplus commerciale. Ma le altre. Moltissime altre non hanno alcuna possibilità di rimanere sul mercato a causa del fatto che producono prodotti poveri a prezzi impossibili. E nessun mettersi in rete, neanche se vengono portate all'estero in carrozza gratis, rende i loro prodotti almeno accettabili.
Queste moltissime altre sono, da sole, in grado, in un prossimo futuro, di mettere in crisi il sistema bancario e di generare ulteriore e diffusa disoccupazione.
Poi vi sono altre imprese che vengono giudicate falsamente eterne. Il caso emblematico è quello della FIAT che vende un prodotto che dovrà subire un drastico ridimensionamento nelle quantità prodotte e nel suo significato esistenziale. Anche il lusso è problematico: sta cambiando l’antropologia che giudica il lusso desiderabile e i marchi del lusso meritevoli dei prezzi che chiedono.
Da ultimo, ma forse il fattore più importante: l’attuale tipologia di prodotti e di sistemi di produzione e di trasporto sono del tutto incompatibili con la Natura.
Concludendo, si può risolvere la crisi solo attraverso una nuova ed intensa progettualità strategica che porti ad una riprogettazione complessiva di sistemi industriali ed economie.

E l’urgenza prima è diffondere le risorse cognitive che permettono questo salto di qualità nella progettualità strategica.

venerdì 31 maggio 2013

Non di soli incentivi … vivono le imprese

di
Francesco Zanotti


Il Consiglio dei Ministri di oggi dovrebbe approvare qualche incentivo per qualche settore economico. Certamente sul breve è una boccata di ossigeno, ma …
Se le imprese hanno bisogno di incentivi all'acquisto, significa che quello che vendono sta perdendo di interesse. Se ne compra meno perché interessa meno. Oppure (e le due ragioni si sommano) il mercato non riconosce ai beni prodotti il valore che serve all'impresa per sopravvivere.
Mi si può obiettare: ma è colpa della crisi! Ma è uno scambiare le cause con gli effetti.
La crisi che stiamo vivendo non è una congiuntura negativa che ogni tanto capita nell'economia. Non è stata generata dalla crisi finanziaria (anche questo è un effetto). E’ una crisi di senso: i prodotti e i modi di produzione della società industriale hanno generato il benessere attuale. Ma oggi non sono più interessanti e sostenibili.
Certo che se si inizia a valutare e comprare meno e non si sviluppa un sistema industriale ed economico diverso questo valutare e comprare meno genera un avvitamento complessivo. L’effetto si trasforma in causa.
Conclusione? Imprenditori e Top Manager immaginate futuri diversi dal vostro passato. Per farlo usate i nuove schemi cognitivi che sono forniti dalle nuova conoscenza strategico organizzative. Provateci, vedrete che funziona.

Oppure cambiamo radicalmente le regole del gioco e diciamo che le imprese non sono attori che generano soldi, ma burocrazie che devono essere mantenute.

venerdì 3 maggio 2013

La sconoscenza


di
Francesco Zanotti



Oggi sul Sole 24 Ore appare un articolo di Alessandro Plateroti dal titolo: “All'impresa non bastano i tassi”.
Articolo pregevole dal punto di vista finanziario. Fatto da chi di finanza se ne intende.
Ma sbaglia sulla pietra angolare.
Egli sostiene che è necessario che qualcuno sappia valutare chi merita di essere sostenuto con la finanza e chi no. Ebbene, oggi chi si occupa di finanza non ha gli strumenti necessari per fare queste valutazioni.
E, quindi, si rischia di trovare il modo di far giungere risorse finanziarie alle imprese, ma senza saper discriminare tra chi le butterà via e chi le userà per costruire sviluppo.

Dott. Plateroti, è un tema banale? Vale la pena di parlarne?

Prima di rispondermi, faccia una verifica.

Prenda un testo moderno di strategia d’impresa (es: Images of Strategy), prenda la rivista di riferimento di chi si occupa di strategia d’impresa (lo Strategic Management Journal) e confronti le conoscenze che “raccontano” con le conoscenze che vengono usate per valutare gli affidamenti, per disegnare progetti di ristrutturazione del debito, per valutare imprese. Scoprirà che nessuna di esse viene usata.

Aggiunga un’altra osservazione: usando queste fonti è possibile anche aiutare le imprese a disegnare nuovi progetti strategici per inventarsi nuove identità. Perché non è possibile attendere che vi sia una ripresa di questo sistema industriale: occorre rivoluzionarlo.

Dopo verifica e riflessione non potrà non aggiungersi a noi nel dichiarare che davvero il problema fondamentale che abbiamo di fronte è la “sconoscenza”.

Non mi dilungo ulteriormente perché tutti questi temi sono stati affrontati abbondantemente nei nostri blog.