"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 6 ottobre 2016

Il significato del "luogo" per le produzioni di valore

di
Luciano Martinoli


Un importante anniversario ci ricorda l'importanza del profondo legame tra un territorio e i suoi prodotti facendo luce anche sul significato di "off" e "re" shoring.

Il 24 settembre 1716, ovvero trecento anni e qualche giorno fa, Cosimo III, penultimo granduca di Toscana, promulgava un provvedimento dal titolo “Sopra la Dichiarazione de’ confini delle quattro regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno Superiore” che definiva con precisione gli ambiti territoriali entro i quali dovevano essere prodotti i vini per ottenere la denominazione corrispondente.
Si tratta a tutti gli effetti della prima Denominazione di Origine Controllata della storia. In terra italica, primi al mondo, si capì quale era l'importanza di una produzione, in questo caso quella vinicola, e il suo imprescindibile legame con il territorio (terra, aria, acqua, ma anche persone e cultura del luogo). 
Un prodotto d'eccellenza emerge dai territori ed è ad essi intimamente legato, ne diventa la bandiera.
Un prodotto qualsiasi, una semplice merce (commodity), lo può fare chiunque e può esser fatto da qualsiasi parte; è anonimo, senza valore particolare, oltre al prezzo, e non rappresenta nessuno e nulla.

Questo legame "strategico" col territorio è stato nel tempo capito da tutti gli imprenditori che hanno creato ricchezza per davvero. FIAT sta (stava!) per Fabbrica Italiana Automobili TORINO, Alfa per Anonima LOMBARDA fabbrica automobili, BMW Bayerische Motoren Werke (Fabbrica di motori BAVARESE) se vogliamo limitarci ad esempi del settore auto. Molti hanno addirittura legato il proprio nome all'azienda e il territorio, come fossero piante che hanno messo lì radici e caratterizzano quel posto. Sarebbe stato possibile immaginare Enzo Ferrari in un luogo diverso dalla sua Maranello?

Fare dunque prodotti che vanno al di là di una funzione, che ispirano significati profondi ed evocano bellezza, significa nutrirsi di quanto di meglio offre un luogo: "spuntano" da esso. E' questo anche il senso del fenomeno del "re-shoring", il ritorno in patria delle produzioni dai luoghi dove erano state delocalizzate: non una melanconica nostalgia ma la scoperta del valore che il luogo fornisce all'attività di business.

Vadano dunque all'estero le multinazionali, anche nazionali, produttrici di merci, dalla carta igienica alle bottiglie di plastica fino alle automobili buone giusto per spostare i nostri deretani da un luogo all'altro. Nella nostra penisola si "coltivano" bellezze che spuntano in ogni dove nel magnifico e fertilissimo territorio dello stivale. 
Lo sappiamo da trecento anni!

giovedì 24 settembre 2015

Giovanni (Agnelli) chiede soldi a Enzo (Ferrari)

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Giovanni Agnelli e Enzo Ferrari

Dichiaro che non conosco l’operazione nei dettagli. Ma mi fido del risultato finale descritto da Laura Galvagni sul Sole 24 Ore di oggi (pag. 37): Ferrari avrà 1,9 Mld di debiti. Ma la Ferrari non produce cassa? Sì, ma sta depositata nelle casse FIAT (così la Galvani). E, con questa operazione, è destinata a rimanerci in quelle casse.
Ricordo una scena della fiction della Rai su Ferrari.
Un giorno invernale a Torino. Due uomini seduti su una panchina di un parco innevato: Enzo Ferrari e suo figlio Piero. Ferrari era reduce da un colloquio con l’Avvocato a cui aveva finalmente deciso, dopo lungo corteggiamento, di vendere la sua azienda, dopo il naufragio dell’accordo con la FORD. Enzo e Piero stavano mangiando al freddo un panino. E Piero: “Ma papà, l’Avvocato non ti ha invitato a pranzo?”. Si ha risposto Enzo, ma io preferisco … qui.”.

Chissà cosa avrebbe pensato Enzo se avesse potuto immaginare che un giorno Giovanni (i suoi eredi) avrebbero utilizzato i soldi prodotti dalla sua Ferrari per sopravvivere. Il panino gli sarebbe andato per traverso.

sabato 2 agosto 2014

FIAT sugli altari. Ma siete sicuri?

di
Francesco Zanotti

Oggi tutti giornali esaltano la FIAT. La sua fusione con Chrysler è stata una operazione industriale non finanziaria. E declinano … Ora la FIAT serve il mercato globale, produce globalmente, si riposiziona nella fascia alta del mercato, aumenta l’efficienza produttiva …
Tutto bene? Forse salvo due domande.
La prima: e se a me non interessasse più l’auto come mezzo di trasporto individuale? Se non interessasse anche ad un numero rilevante di altre persone? Cioè: immaginate che gli acquisti di auto complessivi di auto diminuiscano ed appaiano altre modalità di trasporto individuale. Cosa accadrebbe non solo alla FIAT, ma a tutti i produttori di auto che rimangono convinti che il mercato debba crescere continuamente?

La seconda domanda. Cosa  accadrebbe se qualche concorrente di FIAT decidesse di abbandonare l’organizzazione del lavoro attuale che viene giudicata il meglio, tanto da definirla “World Class Manufacturing” ed usasse la attuali conoscenze scientifica, psicologiche, sociologiche ed antropologiche per sviluppare una nuova modalità di governo delle organizzazioni che potesse anche costruire e diffondere una nuova filosofia del trasporto individuale?

venerdì 23 agosto 2013

Competitività e produttività sono controproducenti. Lettera aperta a Guido Gentili

di
Francesco Zanotti


Egregio dottor Gentili,
le chiedo dolcemente, ma fermamente di confrontarsi, pubblicamente sul nostro blog, con una tesi opposta l quella da Lei esposta sul Sole24Ore di oggi (23 agosto 2013). Mi sono permesso di usare l’avverbio “fermamente” perché non si tratta di una tesi che nasce da qualche farneticazione notturna o auto rappresentativa. Nasce dall'insieme delle conoscenze di strategia d’impresa oggi disponibili e dal contributo di conoscenze sistemiche (ad esempio, la teoria quantistica dei campi). Oltre che da mille altre conoscenze.
La sua tesi è “ ... quella dell’economia italiana è una crisi di competitività e produttività sistemica”.
La mia tesi, invece, è che siamo di fronte, a livello economico, a una crisi di senso strategico delle nostre imprese.  Essa, poi, è un ologramma di una crisi di senso complessivo della società industriale.
Se è vera la mia tesi, allora, la ricerca di competitività e produttività sono strategie contro producenti. Così come è controproducente a livello politico-istituzionale ogni strategia di riforme. Rappresentano, infatti, l’estremo tentativo di far sopravvivere sempre lo stesso senso. Sono strategie di conservazione, quando servono strategie di rivoluzione.

Vado a illustrare la mia tesi.
Comincio con cercare di dare una interpretazione alle parole “competitività” e “produttività”. Secondo le più tradizionali conoscenze di strategia d’impresa (si vedano i lavori conosciutissimi di M. Porter) diventare più competitivi significa fare meglio dei concorrenti. Sostanzialmente in termini di prestazioni del prodotto o di costo. Essere più produttivi significa fare più prodotti con le stesse risorse. Per poterli far pagar meno.
Per molte imprese italiane è difficilissimo proporre prodotti con prestazioni significativamente diverse da quelle dei concorrenti. Rimane loro il competere sul prezzo.
Ora, innanzitutto, una competizione di prezzo non la si può vincere (mi scusi l’anacoluto, ma qualche volta è efficace, Manzoni insegna), ma finisce sempre con la morte di tutti i concorrenti. Oppure con una sopravvivenza artificiale garantita dai debiti o dai sussidi.
Ma, poi, se competere significa fare meglio dei concorrenti (sulla qualità o sul prezzo), allora significa anche conservare. Sperare di riuscire a vendere gli stessi prodotti (si potrebbe proficuamente, allargare il discorso ai servizi), anche se con qualche restyling tecnologico e di immagine, significa “conservare”. Darsi l’obiettivo di preservare l’economia attuale.
E che male ci sarebbe? Come ho detto, il problema è che l’economia attuale sta perdendo di senso. E, proprio, per questo, essa è, inevitabilmente, destinata a ridimensionarsi, se non di peggio.
Ma cosa significa crisi di senso?
Diamo una occhiata alle imprese di successo (la misura del successo è la capacità di produrre cassa). Che tipo di prodotti vendono? Consideriamo l’esempio dell’industry dell’auto. E’ stata una impresa di successo la FIAT ai tempi della 500. Lo è oggi la Ferrari. Facevano (la FIAT), fanno (la Ferrari) solo prodotti migliori di quelli dei concorrenti? No! Vendevano non solo prestazioni, ma antropologie. Di significato complessivo (la FIAT), relativamente a nicchie sociali (la Ferrari), ma sempre sostanzialmente nuove antropologie.
Oggi troppe imprese continuano a riproporre l’antropologia della società industriale che non è più ricercata nelle società avanzate, sta dimostrando tutte le sue lacune negli altri modelli sociali (veda l’articolo sullo stesso Sole24Ore di oggi di Michael Spencer), non è più compatibile (l’assorbimento di risorse e di energia delle modalità produttive e distributive) con la Natura.
Allora la soluzione non può davvero stare in competitività o, peggio, produttività (che senso ha, se parliamo di produttività di impresa che si fanno con le stesse risorse più prodotti che poi non si vendono?).
E dove sta la soluzione? In una nuova intensità progettuale che riesca ad immaginare nuovi prodotti e nuove modalità di produzione che rappresentano nuove antropologie. Solo per fare qualche esempio, nelle società avanzate l’autorealizzazione personale avviene sempre meno attraverso l’acquisto dei prodotti tipici di una società industriale. E’ vero che sono pochi i prodotti antropologicamente nuovi, ma se si pensa ai prodotti tecnologici, ai prodotti proposti dal commercio equo e solidale o ai prodotti a Km 0, si trovano esempi significativi. Per quanto riguarda i sistemi di produzione e distribuzione, se si pensa alle potenzialità delle stampanti 3D unite alle possibilità di produzione locale di energia, non si fa difficoltà ad immaginare cosa questo voglia dire per le attuali strutture produttive centralizzate, per le infrastrutture, per le modalità di trasporto.

Ora, una nuova capacità progettuale non la si genera con esortazioni retoriche, ma fornendo alle classi manageriali ed imprenditoriali nuove risorse cognitive. Sono contrario alle rottamazioni. Non basta cambiare classe dirigente, né sostituire una classe dirigente matura con una giovane. La differenza sta nella ricchezza delle risorse cognitive di cui dispongono.

Il problema (e la sfida) è, allora, quella di fornire nuove risorse cognitive alle attuali classi dirigenti e per formare le classi dirigenti prossime venture.
Quali risorse cognitive? Ad esempio, le conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa più avanzate (che non sono le conoscenze e le metodologie che analizzano e progettano competizione) che sono completamente sconosciute.
Vuole un esempio? Le mando un articolo apparso su M&F che parla del Rating che abbiamo assegnato ai Business Plan della società degli indici FTSE Mib e STAR di Borsa Italiana. Vedrà che non si tratta di Piani di rivoluzione, ma di budget di continuità. Come se queste imprese fossero istituzioni. Ma il problema non sta nella incapacità o nella non volontà di chi le dirige. Ma nel fatto che si trascura il ruolo delle risorse cognitive. Si usano modelli di business plan (cioè linguaggi progettuali) poveri. E il risultato non può che essere povero. Parlavo all'inizio di “mille altre conoscenze”. Ad esempio ritengo rilevante la presa di coscienza della “rivoluzione” proposta dalla svolta linguistica che si è avuta nella filosofia e che corrobora la nostra convinzione di puntare sulle risorse cognitive, che del concetto di linguaggio ci sembrano una proficua generalizzazione.
In attesa di una Sua risposta che pubblicherei su questo stesso Blog,
Suo
Francesco Zanotti



mercoledì 7 agosto 2013

Cento miliardi di surplus commerciale, ma il resto?

di
Francesco Zanotti
Marco Fortis sul Sole 24 Ore di oggi: “Italia nel <<club dei 100 miliardi>> di surplus commerciale”.
Notizia positiva certamente che l’Italia sia tra le sole cinque economie del G20 a presentare un surplus strutturale manifatturiero.
Ma non basta, anzi rischia di essere fuorviante.
Innanzitutto il problema non sono le imprese che generano il surplus commerciale. Ma le altre. Moltissime altre non hanno alcuna possibilità di rimanere sul mercato a causa del fatto che producono prodotti poveri a prezzi impossibili. E nessun mettersi in rete, neanche se vengono portate all'estero in carrozza gratis, rende i loro prodotti almeno accettabili.
Queste moltissime altre sono, da sole, in grado, in un prossimo futuro, di mettere in crisi il sistema bancario e di generare ulteriore e diffusa disoccupazione.
Poi vi sono altre imprese che vengono giudicate falsamente eterne. Il caso emblematico è quello della FIAT che vende un prodotto che dovrà subire un drastico ridimensionamento nelle quantità prodotte e nel suo significato esistenziale. Anche il lusso è problematico: sta cambiando l’antropologia che giudica il lusso desiderabile e i marchi del lusso meritevoli dei prezzi che chiedono.
Da ultimo, ma forse il fattore più importante: l’attuale tipologia di prodotti e di sistemi di produzione e di trasporto sono del tutto incompatibili con la Natura.
Concludendo, si può risolvere la crisi solo attraverso una nuova ed intensa progettualità strategica che porti ad una riprogettazione complessiva di sistemi industriali ed economie.

E l’urgenza prima è diffondere le risorse cognitive che permettono questo salto di qualità nella progettualità strategica.

giovedì 1 agosto 2013

Marchionne e la “non conoscenza” … diffusa

di
Francesco Zanotti

“Non conoscenza” è una espressione strana, ma funziona meglio di “ignoranza”. Indica che qualcosa non si conosce, senza aggiungere tutti quei meta significati negativi sulla persona che sono sempre ingiusti.
Perché legata a Marchionne? Perché la sua convinzione che sia difficile lavorare in Italia è dovuta ad una visione primitiva del binomio strategia/organizzazione. Se accettasse di apprendere ed usare le conoscenze strategico-organizzative (e le conoscenze che derivano dalle scienze naturali ed umane) che si sono sviluppate negli ultimi decenni penserebbe esattamente il contrario: che l’Italia è il luogo dove si può fare impresa nel modo più avanzato del mondo.
Facciamo qualche esempio. La ideologia strategica di Marchionne è quella della società come competizione. Suggerirei la lettura di un libro, tra l'altro non recentissimo (1996), ma sconosciuto a tutti coloro che idolatrano la competizione, non comprendendo che la competizione è generata dal competere: The death of competition di J.F Moore, edizioni Wiley.
La sua ideologia organizzativa è quella del “World Class Manufacturing System” di Toyota. Ora, oltre che sembrarmi poco “competitivo” copiare i concorrenti, basterebbe leggere gli scritti di Morelli, Damasio, Edelman, Vitiello e moltissimi altri per capire quanto questo sistema di produzione sia organizzativamente primitivo.
Purtroppo questa “non conoscenza” è abbastanza diffusa perché anche la replica del Ministro Giovannini si è ben guardata di citare queste conoscenze.

Che fare? Non so … forse attendere che la situazione sia ancora più grave per sperare che la nostra classe dirigente apra finalmente il Dossier “Conoscenza”.

giovedì 22 novembre 2012

Intesa sulla produttività: aziende produttive o geniali?


di
Francesco Zanotti

Ieri è stato firmato un accordo sulla produttività dal quale tutti sembrano attendersi “magnifiche sorti e progressive”.
Ebbene, cominciamo a considerare quali dovrebbero essere queste sorti. A me sembra che la variabile fondamentale da considerare sia la produzione di cassa. Se non aumenta la produzione di cassa delle nostre imprese le chiusure si susseguiranno in un crescendo rossiniano devastante. Non basta un aumento del fatturato, non basta neanche un aumento degli utili, serve un aumento (e importante) della produzione di cassa. Che, dopo tutto, misura la “qualità” di fatturato e utili.
Bene le misure concordate ieri sera porteranno ad un aumento della cassa prodotta?
Beh, la prima considerazione è che manca la firma e l’assenso della CGIL e questo non lascia ben sperare dal punto di vista del clima interno alle fabbriche, soprattutto quelle grandi.
Ma supponiamo che l’influenza del mancato accordo delle CGIL non abbia influenza (supposizione ovviamente errata, ma accettiamola per evidenziare altri fenomeni).
Lasciando stare la CGIL; quanto aumenterà la produzione di cassa a seguito dell’intesa per la produttività? E in quanto tempo?
Bene, la risposta è ignota. Peggio: nessuno si pone questa domanda. E questo è incredibile.
Proviamo, allora, a tentare noi una risposta.

giovedì 1 novembre 2012

Il nuovo Piano Industriale FIAT … ... come lo avrebbe scritto un manager degli anni ‘60


di
Francesco Zanotti

Le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa sono gli strumenti fondamentali per disegnare un “Piano industriale”. L’utilizzo di conoscenze banali produce piani banali. Al contrario, i piani sono tanto più affidabili tanto più utilizzano conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa.
Bene, il Piano industriale di FIAT è stato scritto con le conoscenze e le metodologie d’impresa disponibili negli anni ’60 e figlie di una stagione industriale, sociale e culturale ben diversa dall'attuale  E questa “scelta” fa sì che esso manchi di contenuti che, invece, sono essenziali.
Quali? In realtà solo tantissimi. Ne cito solo tre.
Per prima cosa manca totalmente l’esplicitazione della visione della società prossima ventura che ha FIAT. Questa visione è forse l’indizio più rilevante di quanto FIAT sia in grado di costruire il business dell’auto prossimo venturo. Se la FIAT non esprime alcuna visione …
La seconda è che non vi è alcun accenno al posizionamento strategico delle diverse unità di business (in realtà occorrerebbe una ben più precisa definizione delle unità di business). Il posizionamento strategico non è il posizionamento competitivo, ovviamente.  Non mi dilungo nel descrivere la differenza che dovrebbe essere nota a tutti coloro che a, diverso titolo, hanno la responsabilità delle strategia delle imprese, piccole o grandi, manifatturiere, di servizi o finanziarie che siano. Dico solo che senza l’esplicitazione del posizionamento strategico non si può fare alcuna previsione (che non sia una qualche strampalata estrapolazione) della capacità futura di produrre cassa.
La terza è che non si dice come il Piano sia nato. E’ un’informazione importante perché essa permette di “misurare” quanto conflittuale sarà il clima futuro nelle diverse fabbriche. Certo un clima conflittuale non aiuta né a produrre cose nuove né a produrle meglio. Altrettanto certamente, un coinvolgimento zero nel disegno del Piano industriale è la miglior scelta per aumentare il livello di conflitto.
Conclusioni? Credo che le più “concrete” siano evidenti … Una più generale: per costruire un nuovo sviluppo non servono riforme, serve conoscenza … nella fattispecie, una nuova conoscenza strategico-organizzativa.

lunedì 22 ottobre 2012

Microsoft e il mestiere dell'impresa

di
Luciano Martinoli

Leggendo giornali e blog, ascoltando notiziari radiofonici e televisivi, dichiarazioni di alcuni imprenditori e manager, soprattutto delle grandi aziende, sembra che il mestiere delle imprese sia chiaro e ineludibile, quasi un destino al quale non si può sfuggire: occorre ripetere all'infinito,  solo in modo sempre più efficace ed efficiente, le cose che si stanno facendo da sempre. Un destino che sembra accomunare tutti, dall'oscuro terzista tessile del pratese alla Microsoft. E' però un destino che porta lentamente alla morte come proprio la Microsoft, fino a ieri innovatrice per eccellenza, inizia a mostrare dai suoi ultimi risultati: sembra giunta anch'essa al capolinea del fare le sempre stesse cose sempre meglio.

Perché la sola ricerca dell'efficacia e dell'efficienza porta le aziende alla morte?

FIAT e la Conoscenza


di
Francesco Zanotti

Leggo su Affari e Finanza di oggi un articolo di Salvatore Tropea sulla FIAT. 
Contiene una analisi preoccupante che disegna un futuro molto difficile per la FIAT.
Ma io credo che il caso FIAT vada visto alla luce delle più avanzate conoscenze di strategia e di organizzazione.
Guardando FIAT da questo punto di vista, si fa in fretta a scoprire cosa porta al baratro o a magnifiche sorti e progressive.
Verso il baratro la porta il fatto che Marchionne non ha la più pallida idea di che strumenti possano oggi offrire le più attuali conoscenze strategico organizzative.
Verso un futuro più roseo lo porterebbe l’utilizzo di queste conoscenze che gli permetterebbe sia di costruire una nuova proposta per il trasporto individuale, dalla quale derivare le caratteristiche dei nuovi prodotti, e un nuovo modello di organizzazione, staccandosi dal “metodo Toyota” e dalla conflittualità permanente effettiva.

Condivido l’osservazione di Tropea sul carattere un po’ particolare di Marchionne che non gli fa trovare gli alleati che gli servirebbero per spingere l’Europa a concedere incentivi. Ma vorrei leggere anche questo problema in chiave strategica. Noi siamo le conoscenze di cui disponiamo. Conoscenze povere comportano strategie rinunciatarie ed una relazionalità conflittuale.

martedì 16 ottobre 2012

Discorsi perversi intorno al mercato dell’auto


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore un discorso che a me suona perverso. Riguarda l’auto. L’autore (Gian Primo Quagliano) analizza il mercato dell’auto e osserva che le prospettive non sono rosee, soprattutto perché c’è la crisi. E poi continua con un discorso che diventa tanto più preciso quanto più diventa “specialistico” sull’attuale mercato dell’auto.
L’Autore considera la crisi esterna al mondo dell’auto. Una crisi che è piombata addosso inopinatamente a seri costruttori di auto disturbando le loro magnifiche sorti e progressive.
Sfugge all’autore una considerazione che a me sembra banale. La crisi che indubbiamente stiamo vivendo (e che sta peggiorando) sembra sia stata creata da alieni malvagi. E noi stiamo lì a cercare di difenderci (competitività e riforme) attendendo che passi.
La crisi che stiamo vivendo, invece, è frutto delle nostre scelte strategiche, sia nel piccolo che nel grande.
Se i costruttori dell’auto non vogliono accorgersi che il modo di intendere il trasporto individuale, rappresentato dal tipo di auto che vengono proposte oggi, ha fatto il suo tempo, un tempo che non tornerà più, allora sono tra i massimi costruttori della crisi economica.
Se, soprattutto la FIAT, insiste a mitizzare ed usare modelli organizzativi e produttivi che sono psicologicamente, sociologicamente, antropologicamente troppo primitivi, intrinsecamente generatori di conflitti e distruttori di empatia e cooperazione, allora la FIAT è tra i massimi costruttori della crisi sociale.
Ecco la perversione: chiamarsi fuori quando si è pesantemente dentro.
Per eliminare la perversione e costruire subito un nuovo futuro, dobbiamo riconoscere che il mercato dell’auto è in crisi per mancanza di visione e di risorse cognitive (competenze strategico-organizzative). Il mercato dell’auto si trasformerà quando i suoi manager, invece di continuare ad adottare modelli prometeici di gestione, proveranno ad accostarsi al nuovo mondo delle conoscenze strategico-organizzative che risuonano delle nuove conoscenze scientifiche e filosofiche.
Generalizzando, la crisi sarà superata quando le nostre classi dirigenti accetteranno di apprendere le nuove conoscenze strategiche, organizzative, scientifiche e filosofiche che permetterebbero loro di avere nuove visioni e attivare nuove progettualità.

martedì 25 settembre 2012

Commercialisti rinunciatari o profeti di sviluppo?


di
Francesco Zanotti

Sul Sole 24 Ore di oggi leggo i programmi a confronto dei due candidati alla Presidenza dell’Ordine Nazionale dei Dottori Commercialisti.
Si confrontano su molte questioni, ma su una di fondo sono d’accordo: l’impotenza di fronte alla crisi.
Claudio Sicilioti “Serve innanzitutto che l’economia riparta e questo va oltre quello che possiamo fare come categoria”.
Gerardo Longobardi “indubbiamente non è nelle disponibilità della nostra professione governare la crisi economica”.

La prima osservazione che mi viene: ma proprio nessuno in questo Paese si sente parte attiva nel costruire sviluppo? Tutti aspettano una ripresa che, a questo punto, è davvero mitica: si accenderà improvvisamente per intervento di una qualche divinità. L’aspetta la FIAT prima di investire, l’aspetta il Governo …

La seconda osservazione è una proposta. Io credo che i Dottori Commercialisti abbiano un ruolo, oso dire, profetico nel fare superare al nostro sistema economico la crisi. Nel costruire un nuovo sviluppo.

Provo a spiegarmi, anche se molto in sintesi. La crisi dell’attuale sistema economico non è frutto di squilibri finanziari o mal funzionamenti del nostro Sistema Paese. E’ una crisi di vecchiaia. E’ necessario immaginare nuovi prodotti, nuovi sistemi produttivi, un nuovo patto con la natura, un nuovo significato del fare impresa.

La ripresa, insomma, sarà frutto di una nuova progettualità imprenditoriale. Di una imprenditorialità aumentata.

Perché questa nuova progettualità non si scatena? Perché il sistema di risorse cognitive di cui dispongono le nostre imprese e le nostre banche non è sufficiente. Se il problema si pone in questi termini, allora è di immediata risoluzione e passa proprio attraverso il “sistema” dei Dottori Commercialisti.

Essi possono diffondere presso le imprese clienti (e presso le banche) le nuove risorse cognitive necessarie. Intendo riferirmi ad avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che servono a supportare gli imprenditori nel costruire nuovi progetti d’impresa, non siano più ispirati alla ricerca di una competitività conservatrice. Che servono alle banche per valutare questi tipi di progetti imprenditoriali. Che sono il fondamento per costruire progetti di rete.

sabato 22 settembre 2012

Cosa accadrà se le classi dirigenti non cambiano le risorse cognitive di riferimento …


di
Francesco Zanotti

La premessa è che noi siamo le nostre risorse cognitive.
Noi guardiamo quella parte di mondo che le nostre risorse cognitive ci permettono di vedere. Tutto il resto si sfugge.
Quali sono oggi le risorse cognitive di riferimento? Sostanzialmente lo schema della competizione. Sì la competizione è uno schema cognitivo, non una realtà assoluta del mercato. Dietro lo schema della competizione vi sono scelte filosofiche del tutto inconsapevoli che forse sarebbe meglio che chi le usa inconsciamente le consapevolizzasse …  ma è una speranza vana.
Ad ogni modo, se si continua ad usare lo schema della competizione cosa accadrà?
Le previsioni sono facilissime.
Le grandi imprese diverranno istituzioni che si sosterranno solo grazie a qualche forma di aiuto esterno (sovvenzioni statali, protezioni e simili). Fino a quando non diverranno socialmente o ambientalmente insopportabili. Una grande fetta delle PMI chiuderà perché gli aiuti esterni non saranno possibili.
Le medie imprese di successo continueranno a sopravvivere, ma la loro capacità di produrre cassa andrà a calare. Anche le imprese di punta, come quelle della moda andranno, forse più lentamente, ma inesorabilmente, verso la morte competitiva che è scadenzata prima dalla diminuzione della capacità di produrre cassa, poi dalla riduzione dell’utile e da ultimo della riduzione del fatturato.
Le start-up saranno sempre marginali.
Innovazione tecnologica, se rimarrà all’interno dello schema della competizione, accelererà solo il processo di morte competitiva.
Il sistema bancario sarà quello che pagherà complessivamente la situazione vedendo aumentare le sofferenze a livelli insostenibili.
Ma quale altro schema esiste oltre a quello della competizione? Il problema è grave proprio perché si considera naturale porre questa domanda: non si riesce a vedere nulla al di là della competizione. Lo schema della competizione si è andato formando e consolidandosi nel tempo escludendo tutti gli altri in un drammatico circolo vizioso di teoria e prassi. Così oggi la competizione è diventata l’unica realtà vissuta e pensabile. In realtà esistono mille altri schemi possibili …
Lunedì sarà reso disponibile sul blog un documento che descrive lo schema dell’imprenditorialità aumentata.



domenica 16 settembre 2012

La Fiat e "l'Imprenditore" che non c'è.

Sul Corsera di oggi vi è un editoriale, a firma Massimo Mucchetti, sulla Fiat dal titolo Il futuro sostenibile (o no) dell'auto.
Si passano in rassegna, in virtù delle ultime vicende su Fabbrica Italia, le posizioni del governo, dei sindacati, e della politica. Tutte leggittime, così come anche è leggittimo il rispetto per le libere scelte dell'azienda, ma da questa analisi resta fuori l'attore principale: la Fiat.
Di sicuro vi è bisogno di una politica industriale del governo, certamente il ruolo dei sindacati deve cambiare, è ovvio che la politica deve guidare e non seguire le vicende del paese, ma il futuro dell'auto non potrà mai essere deciso da questa Fiat. Il motivo è semplice: l'impiegato numero uno dell'azienda, l'Amministratore Delegato, più che servire un mercato che c'è, o se non c'è allora tagliare, non è in grado di fare. Purtroppo dietro di lui non c'è un Imprenditore.
Ma cosa fa un "Imprenditore"?

martedì 28 agosto 2012

Lettera aperta a Paolo Del Debbio … Senza colpa, ma inconcludente


Anche un segnale di profonda impotenza ...

Egregio dottore,
Mi riferisco alla sua trasmissione di ieri sera che, pur animata dalla sua passione e sensibilità sociale, si è conclusa con il nulla. Solo accuse e rivendicazioni …
Come si sarebbe dovuta concludere? Con le indicazioni di un Grande Progetto da tutti condiviso, emozionante, mobilitante. Tanto da iniziare a dividersi i compiti da fare … Illusione? No! Glielo dimostro provando a descriverle un grande progetto immediatamente realizzabile. Salvo la volontà.
Il punto di partenza devono essere le imprese. Converrà che o le imprese guadagnano (diciamo più tecnicamente producono cassa), oppure tutti i problemi rimangono insolubili … Non c’è occupazione, non c’è acquisto non ci sono tasse.
Bene allora l’obiettivo da perseguire è che le imprese ricomincino a guadagnare molto. Poi discuteremo come distribuire questo guadagno. Ma se non c’è, tutto diventa inutile.
Bene, come si fa a far si che le imprese riprendano a guadagnare? Per rispondere a questa domanda andiamo a dare una occhiata alle imprese che oggi continuano a guadagnare: cosa le distingue? Le distingue un differenziale di identità: vendono prodotti migliori di quelli dei concorrenti e sanno produrli meglio. Le imprese che non guadagnano hanno perso questo differenziale di identità. E cerano di ricostruirlo con un'arma esiziale: la riduzione di prezzo. Esiziale perché è l’arma più “copiabile”. E se tutti la usano si scatena un perverso circolo vizioso.

Allora, per far aumentare la produzione di cassa delle imprese (uso questa espressione, invece di quella più generica di “guadagno”) occorre che queste riprogettino la loro identità strategica (quello che vendono) e la loro identità organizzativa (il modo in cui lavorano).

Ma questo è possibile?
Sì, perché nel mondo stanno emergendo mille potenzialità per definire nuove identità. Ma a queste potenzialità si risponde con la conservazione. Facciamo due esempi di questo rifiutare l’innovazione per la conservazione: uno eclatante ed uno più tecnico.

L’esempio eclatante è quello della FIAT. Il suo successo è stato generato dal proporre sul mercato auto che avevano un profondo significato “esistenziale”: erano una proposta a quei tempi praticabile per aumentare le possibilità di trasporto individuale. Oggi è necessaria una nuova modalità di trasporto individuale per due ragioni pesantissime.
La prima è che l’esigenza crescente di mobilità individuale (per tutti i popoli della terra) non può essere soddisfatto dal tipo di auto che si costruisce oggi. Infatti, ad esempio, le nuove generazioni vogliono una mobilità mondiale e non provinciale come le generazioni precedenti. E considerano sempre meno l’auto come strumento di autorealizzazione.
La seconda è che, anche se si volesse provare a proporre questo tipo di auto, ci si scontrerebbe con una crescente problematicità ambientale.
La FIAT però, invece di ricercare una nuova modalità di trasporto individuale, cerca sostanzialmente di fare lo stesso tipo di auto in modo più efficiente con qualche innovazione tecnologica e stilistica. E, per fabbricare queste auto dalla innovazione molto superficiale, non trova di meglio che copiare l’organizzazione del lavoro dei concorrenti. Mentre esiste una nuova cultura organizzativa che, a quanto sembra, le è totalmente sconosciuta, ma che potrebbe permetterle un salto di qualità in efficienza ed efficacia produttiva rispetto ai concorrenti.

L’esempio più tecnico è quello delle piccole e medie imprese fornitrici di semilavorati. Oggi esse, invece di diventare promotrici di innovazione presso i produttori finali, si combattono a colpi di sconti.

Cercando una sintesi: il problema della perdita della capacità di produrre cassa è causato da un rifiuto verso l’innovazione profonda.

L’innovazione tecnologica rischia di essere una pietosa illusione. Se non si vuole modificare l’identità profonda delle imprese, si immagina che l’innovazione tecnologica possa permettere di continuare a “far funzionare” l’identità del passato. Forse in qualche modo l’innovazione tecnologica può fare anche questo. Ma non è risolutivo: può venire immediatamente copiato dai tecnici dei concorrenti.

Come permettere alle imprese di vincere la sfida dell’innovazione profonda? Fornendo sia alle imprese sia alle banche, che ne sono il riferimento e il sostegno fondamentale, nuove risorse cognitive per riuscire a individuare i segni, abbondantissimi, di nuovi e futuri mondi possibili. Nuove risorse cognitive per saper progettare concretamente nuovi mondi possibili.

Con queste nuove risorse cognitive le imprese riusciranno a sviluppare progetti di impresa profondamente innovativi che aumenteranno la loro capacità di produrre cassa.

Queste nuove risorse cognitive dovrebbero essere fornite dalle banche che dovrebbero usarle per valutare i nuovi progetti di impresa.

Ma quali sono queste nuove risorse cognitive?

Facciamo un esempio. Oggi lo schema di riferimento di tutti è la competizione. Esso costringe a guardare ai concorrenti e cercare competitività. Se si usasse lo schema di riferimento della creazione di nuovi mondi, invece che ai concorrenti si guarderebbe ai segni del tempo futuro e si progetterebbe come “sfruttarli”, magari proprio insieme ai propri competitors che non sono solo i concorrenti, ma tutti coloro che operano all’interno della catena di valore nella quale è impegnata l’impresa.

Ma è proprio solo un esempio. Oggi sono disponibili mille nuove risorse cognitive che non vengono in nessuno modo usate e potrebbero essere decisive per scatenare la voglia e la prassi di progettazione di nuovi mondi. In generale, queste nuove risorse sono costituite da nuove conoscenze di strategia d’impresa e di organizzazione che sono del tutto sconosciute alle attuali classi dirigenti economiche. Sono state usate, anche se in forma embrionale ed intuitiva dalla classe imprenditoriale (non solo economica, ma anche sociale, politica e culturale) che ha costruito questo paese dopo la guerra.

Trasmissioni come la sua potrebbero proporre l’esistenza e diffondere queste nuove risorse cognitive e stimolare le classi dirigenti a definire progetti per diffonderle ulteriormente e farle usare diffusamente. Immagini se alla sua trasmissione fossero stati presenti Marchionne e qualche banchiere importante ai quali si sarebbero proposte queste idee … In mezzo ad interlocutori politici e sociali che avrebbero potuto scoprire il problema del rifiuto dell'innovazione, dell'ignoranza di mille conoscenze … Sarebbe certamente un passo importante per sviluppare socialmente un grande progetto per fornire al sistema imprenditoriale e finanziario italiano nuove risorse cognitive per progettare un nuovo mondo.
La ringrazio per l’attenzione. Mi consideri a disposizione per ogni approfondimento.


lunedì 2 aprile 2012

Lavorare sul numeratore …


di 

Cesare Sacerdoti


Ogni anno è caratterizzato da una parola che sembra diventare il leit motiv della nostra vita quotidiana, parole di cui spesso non comprendiamo il vero significato, ma che vengono usate per indirizzare la nostra attenzione, e quindi la nostra opinione, sui fatti quotidiani.
Tralasciando in questa sede di discutere sull’utilizzo politico di tali parole, vorrei soffermarmi sul termine “produttività”, la cui insufficiente crescita è considerata una delle cause della crisi del nostro sistema produttivo. A maggior ragione quando essa è citata assieme a “competitività”
Ma cosa si intende per produttività? Io credo che nella maggior parte della gente, “produttività” evochi un concetto fordista di numero di “pezzi” prodotti per lavoratore nell’unità di tempo.
Al di là del fatto che una tale concezione porterebbe a considerare Fiat più produttiva di BMW (2,1 milioni di vetture/anno con 137.000 dipendenti contro 1,5 milioni con 100.000 dipendenti – dati 2010 v. en.wikipedia.org - ), in un periodo di contrazione di mercato tale parametro non può che portare a riduzioni di personale (per produrre un minor numero di auto a pari produttività devo diminuire i dipendenti) o al limite ridurre il costo del personale: ecco che allora gli industriali chiedono la riduzione dei contributi sociali o, come Marchionne, l’aumento delle ore effettive di lavoro (con la riduzione delle pause).
 Anche nel caso in cui “produttività” richiamasse un concetto di fatturato per lavoratore per unità di tempo (che riequilibrerebbe il confronto Fiat-BMW a favore di quest’ultima: 36 miliardi di € per Fiat contro 60 di BMW), nelle attuali condizioni di mercato si avrebbe l’unica opzione di diminuire i costi di produzione (in senso lato) o al massimo di riposizionare il proprio prodotto su una fascia di mercato più elevata (come dire, produrre meno Panda e più Thema, ma se poi nessuno le compra?).
In realtà gli indici di produttività a cui si riferiscono le analisi più serie, sono indici molto più complessi che tengono conto di vari fattori. L’indice Istat per esempio considera “il valore aggiunto, che viene utilizzato per stimare sia la produttività del lavoro sia la produttività totale dei fattori (PTF). Il calcolo della PTF trova la sua giustificazione teorica all’interno della cosiddetta “contabilità della crescita”, la quale consente di scomporre la dinamica dell’offerta nei contributi derivanti dai fattori produttivi primari (lavoro e capitale) e dalla produttività totale dei fattori, che invece esprime una misura di efficienza nella combinazione dei fattori primari… sono calcolate per 28 settori di attività economica, corrispondenti alle 31 sezioni e sottosezioni definite dalla classificazione Ateco 2002 (versione italiana della NaceRev1.1), per 6 macrosettori e per il totale dell’economia. Dalle 31 sottosezioni sono escluse: l’Attività di locazione di beni immobili; l’Attività svolta da famiglie e convivenze; le Organizzazioni ed organismi extraterritoriali e tutte le attività economiche che fanno capo al settore istituzionale delle Amministrazioni Pubbliche” (http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100803_00/testointegrale20100803.pdf)
Semplificando, possiamo calcolare la produttività “come valore aggiunto, al netto dei costi degli input intermedi – e la quantità di lavoro impiegato nella produzione”     (http://www3.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_3.html).
In tal caso, per aumentare la produttività, anche in situazioni di mercato come quelle attuali si può pensare di operare sul numeratore (valore aggiunto) anziché sul denominatore (quantità di lavoro).
Lavorare sul numeratore è una proposta rivoluzionaria. 
Ma come si fa?