"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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lunedì 8 maggio 2017

La valutazione del merito di credito: fare la media tra pere e mele! E altre “cose bancarie” Lettera aperta a Ferruccio De Bortoli

di
Francesco Zanotti

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Su l’Economia del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli affronta il problema delle banche. Egregio Dottore, lei ha ragione. Ma occorre guardare più nel profondo. Il problema riguarda le mele e le pere. Cioè la conoscenza. Vogliamo affrontarlo o attendiamo che agli 83 miliardi già spesi per salvare il sistema bancario (fonte “L’economia”) se ne aggiungano molti altri?

Iniziamo dalle perdite sui crediti.
Il Dott. De Bortoli scrive a chiare lettere che la causa delle perdite su crediti non può essere dovuta solo alla contingenza della crisi economica. Ma una qualche colpa devono pure averla anche le banche che hanno subito queste perdite.
Allora proviamo a fare chiarezza sulle modalità di valutazione del merito di credito. Oggi il merito di credito è “calcolato” facendo la media tra mele e pere su dati passati. Come si può pensare che funzioni?
Si prendono i bilanci, si sceglie una massa impressionante di indici, si valutano e poi si sommano le valutazioni.  Ma se due indici sono diversi, le loro valutazioni non sono sommabili. E tanto meno si possono fare medie. E’ come se si dicesse: sommo quattro pere e sei mele ed ottengo … Alle elementari mi hanno detto che si ottiene un risultato senza senso. Ora capisco che quel senza senso voleva dire: ecco come aumentare le sofferenze bancarie. Ah, aggiunga poi che gli indici di bilancio che si usano riguardano ovviamente solo il passato. Ed un passato anche non recente, visto le modalità e le periodicità di pubblicazione dei bilanci.
Sarebbe possibile fare diversamente? Ovviamente sì ma usando conoscenze e metodologie che sono completamente oscure alle banche. Mi riferisco alle conoscenze e alle metodologie di strategia d’impresa.

E arriviamo alla qualità del management e della Governance.
Anche qui è come se si cercasse di aggiustare a martellate un televisore convinto che sia il teatrino delle marionette.
Voglio dire che il management delle banche non dispone delle conoscenze necessarie per capire cosa sia una organizzazione fatta di uomini.
La dimostrazione è scientifica e sperimentale.
Scientifica: non si può pensare di capire organizzazioni fatte di uomini se non si usano i risultati resi disponibili da neuroscienze, psicologie, sociologia, antropologia. Cose delle quali nelle banche non si sa nulla.
Sperimentale: è uscita una ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review dove si dimostra che il modo migliore di fallire è licenziare le persone.
Guardi ai Piani delle banche in crisi: sostanzialmente la salvezza si chiama: buttiamo fuori le persone.

Egregio dottore, davvero il tema chiave è quello della conoscenza. Purtroppo affrontarlo è difficile. Il primo passo che stiamo provando a fare è almeno ammettere che esista.

mercoledì 19 agosto 2015

Sono contro il risiko bancario prossimo venturo

di
Francesco Zanotti
L’occasione di questo post è la lettura di un articolo di Luca Davi e di una intervista di Carlo Festa a Alessandro Daffina, apparsi oggi sul Sole 24 Ore.
Sono contro il risiko prossimo futuro perché, da un lato, non si otterranno i benefici immaginati e, dall’altro, si bloccherà lo sviluppo strategico del settore. Perpetuando, anzi aggravando, la sua situazione di crisi.
Mi spiego.
Quali sono le ragioni per cui si dovrebbe concentrare il settore?
Ne parla esplicitamente solo Daffina. Osservo che il testo che riporterò non è “virgolettato”, quindi, tecnicamente, è una interpretazione dell’Autore dell’intervista.
Il ragionamento di Daffina è il seguente. Ci metto io le virgolette perché riporto fedelmente dall’articolo di Carlo Festa.
Le banche italiane, a causa dei tassi di interesse bassi e della crisi economica sono state costrette ad operare in condizioni particolarmente difficili.”. E, poi cita queste condizioni “margini di interesse inesistenti, necessità di accantonamenti sempre più elevati sui crediti non performanti, costi fissi eccessivi e infine un livello di tassazione tra i più altri d’Europa.”. Infine, la conclusione. “Non sorprende quindi che le banche abbiano avuto una redditività scarsa e un livello di patrimonializzazione inadeguato. Di qui la necessità di concentrazione del settore”.

Questo ragionamento mi sembra il mondo alla rovescia.
E’ come a dire: poiché le condizioni che generano scarsa redditività e, quindi, scarso patrimonio non si possono rimuove, allora occorre rendere le banche più forti facendole diventare più grandi. Io credo che, appunto, occorra ragionare in direzione opposta. Occorre pensare ad eliminare le cause, non cercare di riuscire a farle sopportarle meglio.
E, potrà sembrare strano, ma prima di tutto, occorre rimuovere proprio la causa che sembra meno rimovibile, mentre è la più facilmente rimovibile: la crisi economica.
Ma lo si può fare?

lunedì 28 gennaio 2013

Classifiche dei CEO: solo capacità personali?

di
Luciano Martinoli

Harvard Business Review di Gennaio-Febbraio ha pubblicato la classifica dei 100 migliori CEO al mondo. Il prof. Finkelstein,della Tuck School of Business del Dartmouth College e autore del libro "Why smart executives fail", ha stilato invece quella dei peggiori 5. La lettura delle due, e degli articoli a commento, fa sorgere un dubbio davvero inquietante: il nostro destino è esclusivamente in mano ai “cavalieri bianchi”, o a quelli “neri”, che solo il caso può selezionare?
Oppure i “bravi” hanno solo avuto intuizione, e hanno messo in pratica, alcune “conoscenze” che, se rese disponibili a tutti, consentirebbero un salto di qualità generale nelle aziende? Quel salto di qualità, aziende che producono “cassa” in enorme abbondanza, che è l’unica ricetta radicale che può risolvere le cause profonde dello stato di crisi in cui versiamo?
Provo a spiegarmi con una metafora.

giovedì 8 novembre 2012

Un imprenditore che si è stufato della crisi …


di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com   francesco.zanotti@gmail.com

E’ accaduto l’altra mattina … Avevamo, il pomeriggio prima, fatto una riunione interna dove avevamo provato a presentare la situazione politica europea al nostro gruppo dirigente: la Merkel cattivissima, Monti austero, le nostre  esportazioni supportate da nessuno. E la discussione si era sviluppata secondo il solito canovaggio: ci sono o ci fanno? Siamo immersi in battaglie di potere più o meno cruente per interessi più o meno confessabili, oppure in balia di incoscienti? E che fa Confindustria e quanto sono vigliacche le banche. Figuratevi quanto discutere …
La mattina dopo ho chiesto ad una nostra giovane Collaboratrice che aveva partecipato alla riunione: “Ma cosa te ne è sembrato della discussione di ieri?” E lei: “Mi sono molto irritata. Io non voglio neanche sapere chi è la Merkel … “. Sono rimasto di stucco! “Ma come non sai chi è e non vuoi neanche saperlo … ma sta facendo questo quello e quell’altro … “. E nella mia testa si è fatta strada rabbia e tristezza insieme, per una nuova generazione che … ma l’ho lasciata parlare …
“ Sì! Chissenefrega della Merkel o degli altri. Mi rendo conto che possono fare danni. Ma noi qui ed ora non possiamo fare nulla. Anche se decidiamo di chiudere la fabbrica e fare tutti politica, tra qualche mese avremo una fabbrica che non riaprirà più e la Merkel, o chi per essa, non avrà neanche saputo che ci eravamo imbarcati in una battaglia contro di lei. Non impegniamo la nostra mente nell'immaginare conflitti, nel progettare battaglie. Lasciamo che la nostra mente ed il nostro cuore provino ad immaginare cieli nuovi ed una nuova terra. Proviamo a concretizzare questa nostra visione in nuovi prodotti  che abbiano il sapore di questi cieli nuovi e di questa nuova terra. Tra sei mesi, forse la Merkel non saprà lo stesso chi siamo, ma i nostri clienti, i nostri lavoratori, le loro famiglie avranno percepito che li abbiamo portati a camminare in una nuova società. Di Confindustria ci dimenticheremo. E le banche torneranno a fare come un tempo, quando abbiamo già avuto prodotti che sapevano di una nuova società: cercheranno disperatamente di darci quei soldi di cui non abbiamo più bisogno”.
Amen. Un attimo di incredulità e poi … “Accidenti, ma hai ragione!” … Se si pensa alle battaglie, si combatte, se si pensa alla terra, al sole, al cielo, si scrivono poesie! Sì ha ragione. Buttiamo a mare ogni tentazione a pensare e vivere la crisi, a pensare e vivere la competizione: abbiamo un futuro da costruire. Non possiamo perdere tempo con le cariatidi del passato … “.
E poi sono andato a leggere imprenditorialitaumentata, quello strano blog … e lì ho trovato un gruppo di gente che le pensava come lei e offriva strumenti per pensare a cieli nuovi ed a nuove terre …


martedì 16 ottobre 2012

Discorsi perversi intorno al mercato dell’auto


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore un discorso che a me suona perverso. Riguarda l’auto. L’autore (Gian Primo Quagliano) analizza il mercato dell’auto e osserva che le prospettive non sono rosee, soprattutto perché c’è la crisi. E poi continua con un discorso che diventa tanto più preciso quanto più diventa “specialistico” sull’attuale mercato dell’auto.
L’Autore considera la crisi esterna al mondo dell’auto. Una crisi che è piombata addosso inopinatamente a seri costruttori di auto disturbando le loro magnifiche sorti e progressive.
Sfugge all’autore una considerazione che a me sembra banale. La crisi che indubbiamente stiamo vivendo (e che sta peggiorando) sembra sia stata creata da alieni malvagi. E noi stiamo lì a cercare di difenderci (competitività e riforme) attendendo che passi.
La crisi che stiamo vivendo, invece, è frutto delle nostre scelte strategiche, sia nel piccolo che nel grande.
Se i costruttori dell’auto non vogliono accorgersi che il modo di intendere il trasporto individuale, rappresentato dal tipo di auto che vengono proposte oggi, ha fatto il suo tempo, un tempo che non tornerà più, allora sono tra i massimi costruttori della crisi economica.
Se, soprattutto la FIAT, insiste a mitizzare ed usare modelli organizzativi e produttivi che sono psicologicamente, sociologicamente, antropologicamente troppo primitivi, intrinsecamente generatori di conflitti e distruttori di empatia e cooperazione, allora la FIAT è tra i massimi costruttori della crisi sociale.
Ecco la perversione: chiamarsi fuori quando si è pesantemente dentro.
Per eliminare la perversione e costruire subito un nuovo futuro, dobbiamo riconoscere che il mercato dell’auto è in crisi per mancanza di visione e di risorse cognitive (competenze strategico-organizzative). Il mercato dell’auto si trasformerà quando i suoi manager, invece di continuare ad adottare modelli prometeici di gestione, proveranno ad accostarsi al nuovo mondo delle conoscenze strategico-organizzative che risuonano delle nuove conoscenze scientifiche e filosofiche.
Generalizzando, la crisi sarà superata quando le nostre classi dirigenti accetteranno di apprendere le nuove conoscenze strategiche, organizzative, scientifiche e filosofiche che permetterebbero loro di avere nuove visioni e attivare nuove progettualità.