"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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lunedì 16 gennaio 2017

Il lavoro: un primo passo al di là delle regole

di
Francesco Zanotti
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Il riferimento è ad un articolo apparso oggi su Corriere Economia di Daniele Manca. Egli sostiene che le regole (dal Job Act a qualunque altra regola) sono certamente utili (necessarie), ma non bastano (non sono sufficienti). Nel dire cosa manca, però, non arriva fino in fondo …

Certamente è un bel passo avanti ammettere esplicitamente che le regole da sole non bastano. Ad esempio porta a chiedersi: quali altre azioni può fare un governo per costruire sviluppo economico al di là del fare riforme o, aggiungo io, fornire incentivi fiscali?
La proposta del Dott. Manca è che occorrono “ … grandi aziende in grado di trainare con sé in termini di prodotto, di innovazione e di competitività, la filiera del valore delle piccole e medie imprese.”.
Ma credo non basti. Innanzitutto, se le grandi imprese non ci sono, o non sono sufficienti, siamo nei guai. E, poi, se tutto un sistema di imprese vive solo del successo di poche imprese-guida cosa accade se queste vanno in crisi?
Io credo che il discorso centrale debba essere quello della progettualità strategica. Il problema di fondo è che, mediamente (e quando si fa un discorso complessivo è la media che conta) sono i sistemi d’offerta delle imprese a perdere di senso. La madre di tutte le soluzioni è allora una nuova stagione di progettualità strategica. Per attivarle è necessario fornire sia il top manager delle grandi imprese sia agli imprenditori il patrimonio di conoscenze che servono a questo scopo: le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa che sono loro del tutto sconosciute. Lo dimostra il continuo ed ossessivo richiamo alla competitività che è stato la metafora centrale della strategia d’impresa negli anni ’80, ma oggi è completamente superata.

Ora la questione è: chi fornisce alle grandi e piccole imprese e, aggiungo, al mondo della finanza che potrebbe e dovrebbe finanziarie i progetti di ristrutturazione strategica, le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa? 

mercoledì 27 maggio 2015

Considerazioni finali 2015: almeno su due cose non siamo d’accordo

di
Francesco Zanotti

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E sono due cose non banali.
La prima riguarda la ripresa. Il Governatore (insieme a quasi tutti, in realtà) sostiene che la nostra economia è come una tigre in gabbia. Se la liberiamo, tornerà a fare balzi felini.
Dove non siamo d’accordo? Sul fatto che la nostra economia sia una tigre in gabbia che freme per tornare a dominare la giungla. E’ solo un vecchio gattone che si aspetta di essere mantenuto.
La crisi non è generata dal Fato, ma da scarsa capacità progettuale. Dalla crisi si esce fornendo a imprenditori e manager conoscenze e strumenti metodologici che ne aumentino la capacità progettuale in modo da avviare una rivoluzione strategica nelle imprese che la porti a costruire ed offrire prodotti e servizi radicalmente nuovi. Poi facciamo pure le riforme. Ma quali? Se siamo così sicuri che le riforme ci salveranno dovremmo essere d’accordo su quali riforme. Ma non lo siamo. Ed allora come facciamo a dire che le riforme si salveranno?
La secondo riguarda le banche. Alle banche occorre fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per le imprese. Se per le imprese è necessario riconoscere che la crisi non nasce da qualche malvagia divinità che si diverte a seminare il cammino del capitalismo di periodiche trappole, ma nasce dal basso: da strategia e pensieri conservativi, allora anche le sofferenze accumulate dalle banche nascono dalle stesse cause.
Più precisamente: da strumenti di valutazione del merito del credito che privilegiano il passato e non sanno guardare la futuro. sanno analizzare bilanci, ma non Business Plan.
Anche alle banche occorre fornire nuove conoscenze e strumenti metodologici per guardare al futuro.
Le conoscenze e le metodologie che occorre fornire a banche ed imprese sono costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.
In sintesi, forse anche riforme e bad bank. Ma soprattutto conoscenza. E prime di tutto alle classe dirigenti che sembrano anche loro grassi gattoni che vogliono essere mantenuti a spese di coloro che governano.


martedì 30 settembre 2014

Non riforme ma..."Autoriforme"

di
Luciano Martinoli




Sull’inserto “Affari e Finanza” de “La Repubblica” di ieri è apparso un commento a firma avv. Alessandro De Nicola, che proponeva un interessante parallelo tra le vicende sui Minibond, evidenziate anche dalla nostra recente ricerca, e i Tltro, i prestiti agevolati della BCE finalizzati alle imprese.
Pur essendo d’accordo con le premesse, e ringraziandolo per l’attenzione prestata al nostro lavoro, e le conclusioni, i soldi per lo sviluppo sono molto meno utili fino a quando non ci saranno le condizioni che favoriscono la crescita, non siamo d’accordo sulla risposta che fornisce alla legittima domanda “quali sono queste condizioni?

venerdì 19 settembre 2014

Servirebbe una “quality review” sulle conoscenze e le metodologie di strategia d'impresa

di
Francesco Zanotti


Le banche europee, nel loro insieme, hanno chiesto alla BCE meno soldi di quanto ci si aspettasse. E’ questa una occasione per riproporre il tema della crescita e dello sviluppo.
Noi insistiamo nel proporre la nostra tesi. La crescita non dipende dalla liquidità disponibile, non dipende dalle riforme, non dipende neanche dalla fiducia. Anche il chiedere maggiori investimenti è ingenuo. Da ultimo: è cadere in un circolo vizioso chiedere che prima ci sia la ripresa, quindi, la fiducia e, quindi, gli investimenti. Chi caspita dovrebbe genera la ripresa se non le imprese?

La mancata crescita è, invece, dovuta ad una carenza di risorse cognitive. La soluzione è nel fornire a banche ed imprese le risorse cognitive mancanti.

Mi spiego: prendete una impresa il cui prodotto è irrimediabilmente fuori mercato.
Parentesi: ma come si fa a capire che il problema di una impresa è strutturale e non contingente?
Ma lasciamo la domanda sullo sfondo.
Bene, questa impresa userà la liquidità che gli si concede per sopravvivere. Che caspita di investimenti volete che faccia? Quelli che possono riportarla nel mercato? Troppo spesso, sempre più spesso, può rinnovare tutti i macchinari che vuole, usare tutte le tecnologie che sono disponibili, ma se il, suo prodotto sta perdendo sempre più velocemente di senso esistenziale e di funzionalità non c’è niente da fare. Da ultimo: come fate a chiedergli di avere fiducia e a colpevolizzarla se non ce ha?
Riprendiamo la domanda lasciata sullo sfondo. Si può capire se una impresa sta vivendo una crisi strategico-strutturale irreversibile non certo leggendo i bilanci, men che meno grazie a considerazione macroeconomiche. Servono, ecco che concretizziamo il tema delle risorse cognitive, le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa che sono pressoché completamente sconosciute a banche e imprese.

Prendiamo, ora, un imprenditore (toh siamo arrivati alle persone e non ad impersonali imprese) che abbia un grande sogno nel cassetto. E’ inutile che gli diciate di avere più fiducia. Non solo ha fiducia, ma ha voglia di costruire un nuovo mondo. Cercherà in tutti i modi le risorse finanziarie per realizzarlo. Non chiedetegli coraggio, andate ad imparare da lui cosa significa coraggio costruttivo.
Se volete costruire veramente sviluppo, care banche, non lasciatelo solo. Fornitegli tutte le risorse cognitive (le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa) che servono a concretizzare il suo sogno in un progetto strategico dettagliato e comunicabile, sia all'interno della sua organizzazione che all'esterno: banche, clienti etc..
Se cominciate a distribuire conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, stimolerete anche imprenditori meno audaci e meno visionari a costruire nuovi piani di sviluppo.

E, prima, care banche investite voi nel dotarvi di queste risorse cognitive. Per poterle distribuire agli imprenditori. Per poi poterle usare voi stesse per capire se davvero i progetti di sviluppo siano “alti e forti”.
Care banche, non limitatevi a dire che volete finanziare investimenti. Arrivate a dire che finanziate progetti che rendano ragione degli investimenti. In questo modo arriverete a convincervi che la crisi sarà risolta solo da una nuova progettualità strategica e dal finanziare progettualità strategica. E per stimolare e valutare progettualità strategica sarà necessario usare risorse cognitive di cui oggi non disponete.
Concludendo, cara EBA, attiva subito una Quality Review delle risorse cognitive di cui dispongono le banche …


lunedì 15 settembre 2014

Rapporto OCSE PMI

di
Francesco Zanotti


Da pochi giorni è uscito un Rapporto OCSE (di difficile reperimento, invero) che fotografa la situazione del sistema delle PMI italiano attraverso tre metafore.
Le imprese “gazzelle”. Imprese che operano in nicchie ad alto valore aggiunto.
I “naufraghi della crisi”. Imprese che hanno poche probabilità di superare la presente “transizione”.
Le imprese “disorientate”. Che dovranno diventare gazzelle o naufragheranno anch’esse.
Purtroppo il rapporto OCSE non dà percentuali.
Noi pensiamo che le imprese disorientate da molto tempo siano la grande maggioranza. E sono sempre di più quelle che rischiano di naufragare.
Che fare?
L’OCSE propende per le riforme.
Noi pensiamo che non c’è il tempo per attendere le riforme. E, poi, non si capisce perché imprese che non hanno più una loro autonomia di mercato possano ricostruirla attraverso riforme che sono tanto lontane da loro quanto la macroeconomia è lontana dalle dimensioni e dalle ragioni dei loro scambi.
Noi pensiamo che occorra rilanciare la progettualità delle imprese. E lo si può fare solo fornendo loro risorse cognitive.
Ma nessuno pensa a rilanciare progettualità. Né il Governo, né la finanza.


sabato 12 luglio 2014

Dopo Indesit: le vie per un nuovo miracolo economico!

di
Francesco Zanotti


Non voglio commentare la vicenda Indesit. Voglio provare ad esplorare le radici del miracolo economico italiano per capire come si possa ripetere quello straordinario movimento di popolo. Perché, detto tra di noi, non abbiamo altro modo per tornare a costruire sviluppo che ripetere un altro miracolo economico e sociale.
Alla radice vi erano una visione del mondo a mobilitare ed una antropologia ad ispirare.

La visione del mondo era “costruttivista”: le imprese costruiscono mercati e società che prima non c’erano. Inventano il futuro, non si adattano ad un futuro predeterminato non si sa neanche bene da chi. Mi si dirà che allora uscivamo da una guerra che aveva distrutto tutto: costruire era l’unica opzione possibile. Rispondo in due modi. La prima risposta è che, in ogni caso, anche se costretti abbiamo costruito una nuova economia ed una nuova società, non abbiamo rifatto l’economia e la società di prima. La seconda è: ma ci vuole davvero un’altra guerra per far capire che la società e l’economia che abbiamo costruito allora ha esaurito il suo ciclo vitale? Ricordate cosa diceva Einstein “Io non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta: con le clave!”.

L’antropologia era quella dell’uomo americano, apparentemente soddisfatto nella abbondanza delle cose.

Con queste due risorse siamo partiti a costruire une declinazione tutta italiana della economia e della società americana.

Come dicevo, ora tutto questo ha esaurito la sua spinta vitale. La società del benessere delle cose (e di quelle cose) non può essere la società mondiale futura.
Per costruirne un’altra, dobbiamo ritornare a credere nella capacità di costruire nuovi mondi vitali e dobbiamo immaginare quale nuova antropologia perseguire.
Vi sono tutti i Segnali per riuscirci.

Visione del mondo ed antropologia, allora, sono le variabili su cui agire. Non riforme e competitività.


mercoledì 9 luglio 2014

Le riforme aiuteranno davvero le imprese a generare cassa?

di
Cesare Sacerdoti

I giornali riportano la frase di Squinzi a Benevento: “Riteniamo prioritario fare le riforme nel nostro paese”.

Innanzitutto ci si chiede prioritario rispetto a cosa? Sperando che la frase non voglia dire “noi stiamo fermi, aspettiamo le riforme e poi ci rimettiamo in moto”, anche perché, nel frattempo il mondo cambia e non è detto che le riforme auspicate oggi, ci chiediamo, proprio alla luce della situazione attuale, se siano adatte al mondo di domani.

In seconda istanza viene spontaneo chiedersi quanto le riforme che cerchiamo di fare possano dare un contributo sostanziale per permettere alle aziende italiane di riprendere a generare cassa. Abbiamo detto tante volte su questo blog, quanto questo sia l’obiettivo primario per il sostentamento delle aziende stesse e con esse per il miglioramento delle condizioni  economiche e sociali del nostro Paese.

Io credo che l’attesa di qualche intervento risolutivo, che provenga dal di sopra (politico e istituzionale) delle nostre aziende, suoni sempre più come un alibi, un alibi che giustifica la ridotta capacità di generare autonomamente sviluppo del nostro sistema di imprese. 

Un esempio concreto, semplice, ci viene da Expo 2015: lasciando stare le diatribe sul tema, sulla location, sulle infrastrutture, sulla corruzione ecc., potremmo vedere questo evento come un’opportunità che i nostri Governi hanno fornito a Milano, ma anche alla Lombardia e ai territori circostanti, per generare sviluppo duraturo, per definire nuove strategie territoriali, per far nascere nuove imprese, nuovi centri ricerca, ecc., che diano al territorio nuove prospettive future, approfittando della grande visibilità e del volano di interessi a breve che Expo2015 ha generato in questi anni di preparazione, e genererà nei 7 mesi di esposizione.
E, invece, vediamo il nulla: non si è praticamente mai parlato altro che di infrastrutture da realizzare e di come utilizzarle dopo la fine dell’evento.

Non si è discusso di contenuti. Non si è definito un nuovo posizionamento strategico di Milano. Non si sono attirati investimenti. Non sono nati nuovi poli industriali nei temi che l’esposizione tratta direttamente (cibo e energia) o indirettamente (rapporti nord-sud del mondo, smart city tanto per fare degli esempi). Non sono nate nuove facoltà universitarie o nuovi centri di ricerca.
Ma, al momento, non si vede neanche una capacità delle nostre imprese e delle istituzioni di sfruttare l’occasione per promuovere i propri prodotti, i territori.

Ci è stato detto che Expo2015 impatterà su un’area di almeno 300 km di diametro (cioè da Torino a Vicenza, da Como a Bologna), eppure al di fuori del centro di Milano la parola Expo è sconosciuta: non si vedono pro loco che attirino turismo, né associazioni di produttori dei vari cibi o bevande che promuovano eventi per farsi conoscere. Eccetera.

Allora la domanda che viene spontanea è: la colpa è davvero di chi ci governa? È del Presidente del Consiglio che non ci dà i fondi? O della Regione? O del Sindaco?
E perché non delle associazioni industriali o commerciali? E giù fino alle associazioni di categoria o alle associazioni territoriali? E, poiché esse sono formate da Imprese, da Enti, da Istituzioni locali, allora, forse, tutti noi abbiamo la responsabilità di non cogliere l’opportunità che ci è stata fornita.
Tornando quindi alla frase di Squinzi, ci viene spontaneo chiederci se allora la “priorità” non debba essere quella di ridare alle imprese la capacità di generare sviluppo. E questa non dipende dal Governo o dalle sue strutture: là fuori c’è un mondo da creare e lo creeremo tutti  insieme, se vogliamo, se ci crediamo. 

mercoledì 23 gennaio 2013

Cambiamo prospettiva …


di
Francesco Zanotti


Oggi tutti sembrano aspettare soluzioni dall'alto  le riforme. Sostanzialmente dello Stato. Se cambia la burocrazia, ad esempio, ci sarà la ripresa del sistema industriale con tutto quello che ne consegue.
Mi viene da dire: campa cavallo …
E peggio: supponiamo che il cavallo campi fino a che non si faranno tutte le riforme che servono. Ma a quel tempo (ma lontano quanto?) che tipo di ripresa ci sarà? Di che entità? Sarà sufficiente? E sufficiente per cosa? Nessuno di coloro che propongono le riforme come panacea fornisce la benché minima risposta a queste domande. Allora il cavallo deve sfiancarsi a campare e non sa né fino a quando né per cosa?

Proviamo ad invertire il corso dei pensieri.
Cominciamo a dire di che tipo di ripresa abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno che, a livello di impresa, i flussi di cassa aumentino, in tempi ragionevoli, in modo tale da:

permettere non solo una sostenibilità, ma anche una diminuzione progressiva dell’indebitamento,
permettere una remunerazione crescente del capitale,
implicare un rilevante aumento in quantità e permettere un altrettanto aumento in qualità della occupazione.

martedì 16 ottobre 2012

Discorsi perversi intorno al mercato dell’auto


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore un discorso che a me suona perverso. Riguarda l’auto. L’autore (Gian Primo Quagliano) analizza il mercato dell’auto e osserva che le prospettive non sono rosee, soprattutto perché c’è la crisi. E poi continua con un discorso che diventa tanto più preciso quanto più diventa “specialistico” sull’attuale mercato dell’auto.
L’Autore considera la crisi esterna al mondo dell’auto. Una crisi che è piombata addosso inopinatamente a seri costruttori di auto disturbando le loro magnifiche sorti e progressive.
Sfugge all’autore una considerazione che a me sembra banale. La crisi che indubbiamente stiamo vivendo (e che sta peggiorando) sembra sia stata creata da alieni malvagi. E noi stiamo lì a cercare di difenderci (competitività e riforme) attendendo che passi.
La crisi che stiamo vivendo, invece, è frutto delle nostre scelte strategiche, sia nel piccolo che nel grande.
Se i costruttori dell’auto non vogliono accorgersi che il modo di intendere il trasporto individuale, rappresentato dal tipo di auto che vengono proposte oggi, ha fatto il suo tempo, un tempo che non tornerà più, allora sono tra i massimi costruttori della crisi economica.
Se, soprattutto la FIAT, insiste a mitizzare ed usare modelli organizzativi e produttivi che sono psicologicamente, sociologicamente, antropologicamente troppo primitivi, intrinsecamente generatori di conflitti e distruttori di empatia e cooperazione, allora la FIAT è tra i massimi costruttori della crisi sociale.
Ecco la perversione: chiamarsi fuori quando si è pesantemente dentro.
Per eliminare la perversione e costruire subito un nuovo futuro, dobbiamo riconoscere che il mercato dell’auto è in crisi per mancanza di visione e di risorse cognitive (competenze strategico-organizzative). Il mercato dell’auto si trasformerà quando i suoi manager, invece di continuare ad adottare modelli prometeici di gestione, proveranno ad accostarsi al nuovo mondo delle conoscenze strategico-organizzative che risuonano delle nuove conoscenze scientifiche e filosofiche.
Generalizzando, la crisi sarà superata quando le nostre classi dirigenti accetteranno di apprendere le nuove conoscenze strategiche, organizzative, scientifiche e filosofiche che permetterebbero loro di avere nuove visioni e attivare nuove progettualità.

lunedì 19 marzo 2012

Progettare una nuova società: cosa ci insegna la nostra storia recente


di
Cesare Sacerdoti
Al convegno Cambia Italia di Confindustria, il direttore del Centro Studi, Paolazzi, aveva esordito da trascinatore, mostrando le indimenticate immagini di Robin Williams in piedi sulla scrivania che incita “osate cambiare, cercate nuove strade”. “Crescita come cambiamento” diceva Paolazzi, “bisogna cambiare punti di vista”… Ma poi, chi deve cambiare è lo Stato; l’unico motore del cambiamento sono le riforme (“con le riforme la crescita triplica”). Non un solo stimolo a cambiamenti di noi imprenditori, che, sembrerebbe, dobbiamo solo attendere le riforme, magari ricercando l’aiuto delle banche… Non un progetto da parte della classe imprenditoriale per prendersi sulle spalle il Paese e portarlo fuori dalla crisi (che Paolazzi stesso definisce, per l’Italia, peggiore di quella del ‘29). Non una visione a medio-lungo termine… Forse che non sia compito di Confindustria e dei suoi associati?

venerdì 6 gennaio 2012

Sotto la punta dell’iceberg


di
Riccardo Profumo

Sul Secolo XIX del 4 gennaio, in prima pagina, si parla di taxi e farmacie, del blitz sulle liberalizzazioni. Poi al Tg si parla di un altro blitz, quello della Finanza a Cortina e poi della polemica sulla Casta. Sono i contenuti della fase 2 che accendono il dibattito e raccolgono tanti consensi sul decreto Cresci-Italia.
Ma con queste misure dove andiamo? L’Italia tornerà a crescere grazie alle liberalizzazioni di edicole e parafarmacie? Cinquemila taxisti in più spazzeranno via il problema della disoccupazione?
Mi si dirà che si tratta solo della punta di un iceberg. Perché le liberalizzazioni allo studio potranno riguardare anche altri settori, dalla benzina alle poste, fino ai servizi locali. E poi non ci sono solo le misure che favoriscono la concorrenza, ma anche la riforma del lavoro e gli ammortizzatori sociali e le infrastrutture. Bene, ma questo è l’iceberg che ci salverà?  Troveremo lo sviluppo grazie alla riforma degli ordini professionali? Creeremo nuova occupazione tramite la riforma degli ammortizzatori sociali?