"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 2 settembre 2015

Stiamo uscendo dalla crisi grazie a uno 0,3%?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Istat

Il Governo afferma che l’aumento evidenziato dall’Istat del PIL sta ad indicare che “L’Italia sta ripartendo”.
E’ vero?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe innanzitutto discutere della precisione dei dati disponibili, della loro coerenza temporale etc. Il poter distinguere tra decimali (cioè affermare che 0,3 è significativamente diverso da zero) richiede strumenti e processi di misurazione molto accurati. Ma lascio questo tema alla discussione degli esperti.

Poi bisogna ricordare cosa contiene il PIL. La formula è PIL = C + G + I +X – M.
Tra le cose che formano il PIL vi è, ad esempio, anche “G” che è la Spesa dello Stato. Proprio quella che vorremmo diminuire. La domanda è: quale di queste voci ha contribuito all’aumento dello 0,3 % del PIL. Fa molta differenza se l’aumento dipende da una voce o dall’altra.

Ancora, bisogna capire se abbiamo qualche merito in questo aumento del PIL. Soprattutto se c’entrano e perché dovrebbero c’entrarci a breve (infatti stiamo parlando di una variazione a breve e discutiamo delle cause di questa variazione a breve) riforme come la riforma istituzionale. Il Presidente di Confindustria Squinzi sostiene esplicitamente che l’aumento del PIL non è merito nostro, ma del calo del prezzo del petrolio, della svalutazione dell’Euro rispetto al Dollaro e dal QE della BCE. Se è vero, cosa accadrà quando questi fattori cambieranno? Mica possiamo giocare il nostro futuro, ad esempio, sul fatto che l’Euro continui a svalutarsi.

Da ultimo, ma secondo me più importante: all’aumento di fatturato delle imprese (se è questa effettivamente la voce del PIL che è aumentata) corrisponde un aumento della capacità di generare cassa delle imprese? Se così non è, ad un aumento del PIL corrisponde un aumento dell’indebitamento. Se guardate alle condizioni di pagamento con le quali vengono vendute, ad esempio, le auto che sembra abbiano dato un grande contributo all’aumento del PIL di cui stiamo discutendo, non si tarda a riconoscere che questo modo di vendere (cioè di generare PIL)  peggiora la generazione di cassa del produttore. Purtroppo non vi sono dati sulla produzione di cassa.
Quindi?
Quindi, proviamo a cercare di capire come sta andando la varabile che, da sempre, ha fatto la differenza: la qualità della progettualità strategica delle nostre imprese. Essa va mediamente malissimo. Una delle più rilevanti conferme di questa affermazione la si ottiene guardando ai rating che abbiamo assegnato alle imprese più importanti del nostro Paese: le Società dell’Indice FTSE Mib di Borsa Italiana. Rating desolanti: invece di progettualità.

Se la progettualità strategica va malissimo, significa che nessuno sta progettando un nuovo futuro, ma si spera di uscire dalla crisi con un ritorno del mondo al passato. Follia, anche non desiderabile. 

mercoledì 9 luglio 2014

Le riforme aiuteranno davvero le imprese a generare cassa?

di
Cesare Sacerdoti

I giornali riportano la frase di Squinzi a Benevento: “Riteniamo prioritario fare le riforme nel nostro paese”.

Innanzitutto ci si chiede prioritario rispetto a cosa? Sperando che la frase non voglia dire “noi stiamo fermi, aspettiamo le riforme e poi ci rimettiamo in moto”, anche perché, nel frattempo il mondo cambia e non è detto che le riforme auspicate oggi, ci chiediamo, proprio alla luce della situazione attuale, se siano adatte al mondo di domani.

In seconda istanza viene spontaneo chiedersi quanto le riforme che cerchiamo di fare possano dare un contributo sostanziale per permettere alle aziende italiane di riprendere a generare cassa. Abbiamo detto tante volte su questo blog, quanto questo sia l’obiettivo primario per il sostentamento delle aziende stesse e con esse per il miglioramento delle condizioni  economiche e sociali del nostro Paese.

Io credo che l’attesa di qualche intervento risolutivo, che provenga dal di sopra (politico e istituzionale) delle nostre aziende, suoni sempre più come un alibi, un alibi che giustifica la ridotta capacità di generare autonomamente sviluppo del nostro sistema di imprese. 

Un esempio concreto, semplice, ci viene da Expo 2015: lasciando stare le diatribe sul tema, sulla location, sulle infrastrutture, sulla corruzione ecc., potremmo vedere questo evento come un’opportunità che i nostri Governi hanno fornito a Milano, ma anche alla Lombardia e ai territori circostanti, per generare sviluppo duraturo, per definire nuove strategie territoriali, per far nascere nuove imprese, nuovi centri ricerca, ecc., che diano al territorio nuove prospettive future, approfittando della grande visibilità e del volano di interessi a breve che Expo2015 ha generato in questi anni di preparazione, e genererà nei 7 mesi di esposizione.
E, invece, vediamo il nulla: non si è praticamente mai parlato altro che di infrastrutture da realizzare e di come utilizzarle dopo la fine dell’evento.

Non si è discusso di contenuti. Non si è definito un nuovo posizionamento strategico di Milano. Non si sono attirati investimenti. Non sono nati nuovi poli industriali nei temi che l’esposizione tratta direttamente (cibo e energia) o indirettamente (rapporti nord-sud del mondo, smart city tanto per fare degli esempi). Non sono nate nuove facoltà universitarie o nuovi centri di ricerca.
Ma, al momento, non si vede neanche una capacità delle nostre imprese e delle istituzioni di sfruttare l’occasione per promuovere i propri prodotti, i territori.

Ci è stato detto che Expo2015 impatterà su un’area di almeno 300 km di diametro (cioè da Torino a Vicenza, da Como a Bologna), eppure al di fuori del centro di Milano la parola Expo è sconosciuta: non si vedono pro loco che attirino turismo, né associazioni di produttori dei vari cibi o bevande che promuovano eventi per farsi conoscere. Eccetera.

Allora la domanda che viene spontanea è: la colpa è davvero di chi ci governa? È del Presidente del Consiglio che non ci dà i fondi? O della Regione? O del Sindaco?
E perché non delle associazioni industriali o commerciali? E giù fino alle associazioni di categoria o alle associazioni territoriali? E, poiché esse sono formate da Imprese, da Enti, da Istituzioni locali, allora, forse, tutti noi abbiamo la responsabilità di non cogliere l’opportunità che ci è stata fornita.
Tornando quindi alla frase di Squinzi, ci viene spontaneo chiederci se allora la “priorità” non debba essere quella di ridare alle imprese la capacità di generare sviluppo. E questa non dipende dal Governo o dalle sue strutture: là fuori c’è un mondo da creare e lo creeremo tutti  insieme, se vogliamo, se ci crediamo. 

domenica 9 febbraio 2014

Al Forex: non una parola …

di
Francesco Zanotti


… sulla progettualità strategica e sulla capacità di valutare progetti nelle quattro pagine che il Sole 24 Ore dedica al Forex.
La sintesi di tutte le altre parole, di tutte quelle che stanno sulle tre pagine le si trovano nelle dichiarazioni di Squinzi e Ghizzoni. Con l’eccezione di Moretti.
Squinzi: ci serve una burocrazia non asfissiante, un fisco non invasivo, un costo del lavoro a livello degli altri paesi industrializzati, infrastrutture degne del secondo paese manifatturiero d’Europa.
Ma supponiamo che tutte queste cose si materializzino domani … beh non è possibile perché, almeno per le infrastrutture, il domani in cui si realizzeranno è, per ragioni “fisiche”, lontano. E se vogliamo uscire dalla crisi lo dobbiamo fare subito con queste infrastrutture. Lo stesso Squinzi dice che i prossimi mesi sono decisivi.
Ma supponiamo che tutte le altre si materializzino domani. E supponiamo anche che le banche diano alle imprese tutte le risorse finanziarie che desiderano … Insomma che da domani si risolvano tutti i problemi che oggi vengono individuati come decisivi. Riprenderà la nostra economia? Riprenderanno i consumi interni? Le imprese torneranno a produrre cassa? Nessuno lo sa perché le imprese, mediamente, non hanno un progetto strategico che dimostri a terzi come attraverso quelle risorse loro affidate aumenteranno i flussi di cassa in modo tale da restituirle, pagare stipendi migliori (senza stipendi molto migliori non si aumentano i consumi interni), aumentare quelle tasse che servono a costruire infrastrutture diminuendo le aliquote.

Arriviamo a Ghizzoni. In sintesi: le banche dovranno dare soldi alle imprese che lo meritano … Beh: Ghizzoni l’ha detto ieri, ma da tempo lo dicono tutti i banchieri. E’ certamente anche giusto se non fosse che manca un pezzo del discorso. Per capire se un’impresa merita credito (in generale, risorse finanziarie) è necessario che disponga del progetto strategico di cui sopra. Ma le imprese non ce l’hanno. E, anche se ce l’avessero, le banche non saprebbero valutarlo perché mancano loro le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

Ecco il fattore dimenticato che citavo all'inizio: l’esigenza di una nuova progettualità strategica e di una capacità di valutare i risultati della progettualità strategica: I progetti Strategici.

Perché, però, si spossa progettare e valutare, servono nuove risorse cognitive che sono, almeno, costituite dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa che oggi sembrano quasi totalmente dimenticate. Si è ancora legati allo schema (troppo povero) della strategia competitiva.

Ed arriviamo a Moretti: va ritrovata la capacità di innovare e costruire competenze. Dichiarazione importante, ma per attuarla occorre che le imprese si dotino delle risorse cognitive di cui sopra. Ma non basta. Nei dibattiti sulle imprese vengono completamente trascurate non solo conoscenze e metodologie di strategia d’impresa, ma anche tutti i risultati che le scienze naturali ed umane hanno generato, soprattutto nel secolo scorso. Dott. Moretti perché non ci aiuta a diffondere l’esigenza di fornire le classi dirigenti delle nuove risorse cognitive disponibili e completamente trascurate?


mercoledì 23 ottobre 2013

Conservatori profondi

di
Francesco Zanotti

Se leggete il Sole di Oggi leggerete che Apple con i nuovi prodotti ha fatturato nel mondo 1 Mld di dollari in 24 ore.
Squinzi sostiene che la ripresa dell’Italia sarà conseguenza della manovra. De Benedetti che occorre una patrimoniale che serva ridurre il cuneo fiscale.
Ora il Mld di dollari non c’entra né con la riduzione del cuneo fiscale, né con una manovra economica.
Chi chiede riduzioni e manovre ritiene che le nostre imprese non possano riuscire a fare Mld di dollari con nuovi prodotti. Sono, appunto, conservatori profondi. Dell’attuale sistema economico che sembra stare in piedi, nel suo complesso, solo se qualcuno lo mantiene.

A meno di pensare che i figli del Rinascimento abbiano perso la loro capacità antropologica ci generare bellezza. E io mi rifiuto di pensarlo.

venerdì 2 marzo 2012

Bombassei o Squinzi e il ruolo di Confindustria


di
Cesare Sacerdoti

In questi giorni mi sento spesso chiedere da colleghi di varie istituzioni, chi sceglierei tra Bombassei e Squinzi alla guida di Confindustria.  Come spesso capita, infatti, il momento elettorale si limita alla scelta di campo tra persone e poco ci si chiede sui programmi e sulla vision che queste persone hanno del ruolo dell’Istituzione che andranno a guidare. A volte sembra che siamo rimasti alla diatriba da bar tra Bartali e Coppi o tra Motta e Gimondi.
Provo allora ad andare a leggere le posizioni dei due contendenti e leggo, navigando in Internet.

1. Semplificazione normativo-burocratica per snellire gli investimenti
2. Politica fiscale non oppressiva in linea con l’Europa
3. Politica energetica per ridurre il divario con l’Unione europea
4. Più credito alle Pmi
5. Tempi più rapidi nei pagamenti dal parte della P.a.
6. Più investimenti in infrastrutture (anche immateriali come scuola e formazione).

“Il 2012 sarà "un anno di recessione" e "oggi è urgente uscire da questa situazione e riguadagnare prospettive di crescita". Per Bombassei le "leve" su cui agire sono quattro: "il credito, gli investimenti infrastrutturali, l'innovazione e la ricerca, l'apertura di nuovi mercati". 
Sul fronte del credito, il patron della Brembo ritiene "urgente" avviare subito un tavolo con l'Abi per "chiarire tutti i punti di contrasto", scongiurando la stretta creditizia. Per le infrastrutture, poi, occorre puntare sugli investimenti e "creare un quadro normativo - scrive Bombassei - che favorisca una rapida realizzazione delle opere". Quanto all'innovazione e alla ricerca, bisogna "dare priorità allo sviluppo dell'economia digitale" e, poi, "tutte le imprese devono essere raggiunte da una rete a larga banda". Infine il capitolo internazionalizzazione: "La Confindustria dovrà favorire l'apertura dei nuovi mercati per le imprese associate"”.

Entrambe lo posizioni non mi soddisfano completamente e quindi vado a leggere lo statuto di Confindustria