"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 12 febbraio 2014

Lite …

di
Francesco Zanotti



Un post brevissimo sulla lite tra Della Valle e Elkann …

Mi sembra uno scambio di colpi bassi e attacchi personali. Una classe imprenditoriale un po’così … per l’Italia del futuro.

giovedì 12 settembre 2013

Ingenuità strategiche

di
Francesco Zanotti


… o sciocchezze pericolose? Decida il lettore. Il tema riguarda la competitività. In particolare, quel pezzo di competitività che è il costo del lavoro per unità di prodotto.
Viene considerata una priorità il ridurlo. Solo, si dice, diminuendo il costo del lavoro per unità di prodotto si riesce a diventare più competitivi.
Allora prendiamo il vero ed inevitabile obiettivo di fondo: aumentare la capacità delle imprese di produrre cassa. La riduzione del costo del lavoro deve portare ad aumentare la capacità di produrre cassa. Altrimenti non serve a nulla.
Bene, nessuna riduzione ragionevole del costo del lavoro porta ad un aumento dei flussi di cassa.
Ridurre il costo del lavoro non porta neanche a vendere di più perché mentre noi si riduce, gli altri non stanno a guardare: cercano di diminuire anche loro. E si innesca una battaglia di costi e prezzi che non aumenta, ma diminuisce la capacità di produrre cassa. Di più: si attiva anche una stretta cognitiva. Tutti pensano solo a come far funzionare meglio le imprese di oggi e nessuno pensa a progettare le imprese di domani.
Se poi qualcuno chiede dove si prendono i soldi per ridurre, ad esempio, il cuneo fiscale, ci si sente rispondere che si può attivare una dura Spending Review. Ma, domanda ingenua: visto che la spesa pubblica fa parte del PIL, non è che, se lo Stato spende meno, si riduce il PIL?

Auguri Italia.

mercoledì 20 marzo 2013

Il futuro della Cina e l'Italia come "Terra di mezzo".

Due punti di vista autorevoli, ma opposti:
Edward Luttwak e Zhang Weiwei

di 
Cesare Sacerdoti


La straordinaria crescita economica e le ottimistiche prospettive almeno nel breve-medio termine, fanno della Cina uno dei grandi player mondiali, la cui influenza è in costante ascesa sia dal punto di vista economico e finanziario, sia da quello politico.
Dal punto di vista economico, la Cina è oggi contemporaneamente una forte minaccia e una straordinaria opportunità per l’industria occidentale e per quella italiana in particolare: minaccia perché la sua concorrenza si fa sentire ormai in ogni settore industriale e non solo per il livello dei prezzi, ma anche per la qualità via via crescente dei prodotti che esporta (vedi ad esempio la recente assegnazione alla Huawei della gara in Svezia – patria di Ericcson - per la fornitura della rete di telefonia 4G). Opportunità, perché la middle class cinese conta oggi almeno 300 milioni di consumatori con un livello di spesa simile a quello occidentale (un terzo degli orologi svizzeri sono oggi venduti in Cina).
Ma quali sono le reali prospettive della Cina? Noi siamo abituati a guardare questo Paese dalle eccezionali dimensioni e con una popolazione che rappresenta 1/5 della popolazione mondiale, con occhi occidentali. In questa prospettiva, la Cina sembra dover collassare di fronte ai problemi di ordine sociale, politico e ambientale che via via dovrà necessariamente affrontare (un po’ come è accaduto in Italia dopo il boom economico, ma in scala 20 volte superiore). Ma la Cina è davvero un Paese “occidentalizzato” nei costumi e nei desideri della popolazione, per cui un regime molto forte come quello attuale diverrà un abito troppo stretto?
Provo in questo mio articolo a mettere a confronto due recenti testi che analizzano le prospettive cinesi: Il risveglio del drago di Edwad Luttwak (che riguarda in particolare le prospettive di influenza politica estera della Cina) e The China wave di Zhang Weiwei che si riferisce soprattutto alle prospettive politiche interne ed economiche.

lunedì 28 maggio 2012

Ma quale realtà?


di
Francesco Zanotti

Non sembra strana questa domanda. Anche perché ha una risposta molto semplice: la realtà che vogliamo. Possiamo costruire la realtà che vogliamo. E’ che vogliamo tenerci la realtà del passato e non abbiamo alcuna idea della realtà del futuro. Ed è questo il vero problema, ma andiamo con ordine.
Ho letto domenica sul Sole 24 Ore un fondamentale articolo di Marco Fortis dal titolo “Anche l’Italia è datripla A”.
Egli propone un punto di vista per guardare alla solidità finanziaria di un Paese, in modo “alternativo”, molto semplice e, secondo me, molto convincente. Egli sostiene che è innaturale usare il rapporto debito PIL per giudicare la solidità finanziaria di uno Stato. Il debito va, innanzitutto, commisurato al patrimonio. Occorrerebbe, quindi, considerare il rapporto “Debt/equity”.
Poi fa due calcoli, anche usando uno studio del Boston Consulting Group, considerando il debito aggregato di famiglie, imprese e Stato. La prima osservazione è che l’Italia ha il secondo aggregato di debito più piccolo dopo la Germania. Cioè siamo il secondo Paese (tra quelli industrializzati) meno indebitato del mondo e già questa è una scoperta non da poco.
Ma poi propone una domanda: quanto occorrerebbe prelevare dai conti dei cittadini che abbiamo depositi superiori ai 100.000 Euro per fare scendere il debito al 180% del PIL. E, qui, si scopre che l’Italia è anche uno dei Paesi più ricchi, considerando anche solo la liquidità. Perché, se poi si considerassero la altre voci patrimoniali (patrimonio immobiliare, artistico e naturale), si scoprirebbe che siamo di gran lunga il più ricco.

mercoledì 28 marzo 2012

Ah ... se si disponesse delle conoscenze di strategia d’impresa


di
Francesco Zanotti

Leggo un articolo di Guido Gentili sul Sole 24 Ore di oggi, una serie di riflessioni interessanti sul vendere l’Italia o investire in Italia.
Vorrei dare un contributo a questi temi usando le conoscenze standard di “strategia d’impresa”. Si sciolgono molti dubbi, si individuano strade di sviluppo. La domanda eterna è la solita: perché non usarle?
Quando si vuole capire un bilancio, occorre imparare un po’ di cosette di contabilità, finanza etc. perché quando si parla di strategie di impresa, si fa tranquillamente a meno delle conoscenze di strategia d’impresa?

venerdì 2 marzo 2012

Bombassei o Squinzi e il ruolo di Confindustria


di
Cesare Sacerdoti

In questi giorni mi sento spesso chiedere da colleghi di varie istituzioni, chi sceglierei tra Bombassei e Squinzi alla guida di Confindustria.  Come spesso capita, infatti, il momento elettorale si limita alla scelta di campo tra persone e poco ci si chiede sui programmi e sulla vision che queste persone hanno del ruolo dell’Istituzione che andranno a guidare. A volte sembra che siamo rimasti alla diatriba da bar tra Bartali e Coppi o tra Motta e Gimondi.
Provo allora ad andare a leggere le posizioni dei due contendenti e leggo, navigando in Internet.

1. Semplificazione normativo-burocratica per snellire gli investimenti
2. Politica fiscale non oppressiva in linea con l’Europa
3. Politica energetica per ridurre il divario con l’Unione europea
4. Più credito alle Pmi
5. Tempi più rapidi nei pagamenti dal parte della P.a.
6. Più investimenti in infrastrutture (anche immateriali come scuola e formazione).

“Il 2012 sarà "un anno di recessione" e "oggi è urgente uscire da questa situazione e riguadagnare prospettive di crescita". Per Bombassei le "leve" su cui agire sono quattro: "il credito, gli investimenti infrastrutturali, l'innovazione e la ricerca, l'apertura di nuovi mercati". 
Sul fronte del credito, il patron della Brembo ritiene "urgente" avviare subito un tavolo con l'Abi per "chiarire tutti i punti di contrasto", scongiurando la stretta creditizia. Per le infrastrutture, poi, occorre puntare sugli investimenti e "creare un quadro normativo - scrive Bombassei - che favorisca una rapida realizzazione delle opere". Quanto all'innovazione e alla ricerca, bisogna "dare priorità allo sviluppo dell'economia digitale" e, poi, "tutte le imprese devono essere raggiunte da una rete a larga banda". Infine il capitolo internazionalizzazione: "La Confindustria dovrà favorire l'apertura dei nuovi mercati per le imprese associate"”.

Entrambe lo posizioni non mi soddisfano completamente e quindi vado a leggere lo statuto di Confindustria