"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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giovedì 26 marzo 2015

Risparmio, Economia reale, Borsa

di
Luciano Martinoli


Mi sono messo nei panni di un rappresentante di un investitore, fondo pensione, assicurazione, family officer o, più semplicemente, di un ricco signore, che vuole investire in borsa.
Ieri si è chiusa la STAR Conference in Borsa a Milano, la manifestazione nella quale le aziende delll'indice STAR, appunto, si presentano alla comunità finanziaria. Nella veste di investitore mi sono iscritto e presentato agli incontri di due aziende. Non hanno importanza i loro nomi ma quello che hanno detto sì. 
Si potrebbe obiettare  che il campione è troppo piccolo, che non è significativo per sostenere che ciò che sto per dire sia vero per tutte le altre. Per rispondere all'obiezione rimando alla nostra prossima ricerca sul IV Rating Business Plan aziende FTSE MIB e STAR, che verrà presentata a Milano il prossimo 10 giugno, e, per chi fosse impaziente, invito alla lettura del rapporto dell'anno scorso scaricabile qui.
Ma cosa è stato detto di così importante?

mercoledì 30 aprile 2014

Il “punto cieco” delle Banche

(e non solo delle Banche…)
di
Luciano Martinoli


Il “punto cieco” è una zona della retina dove le immagini non vengono catturate;  un punto all’interno del campo visivo, facilmente individuabile, nel quale anche se vi è un oggetto non viene visto dall’occhio. Ogni essere umano ha il suo “punto cieco”.

L’analisi del ilSole24ore di oggi è sui tassi minimi dei Btp. Di questa favorevole situazione, però, se ne beneficia solo lo Stato e non le Banche, le imprese e le famiglie per i motivi per descritti nell’articolo. 
Al termine della disamina di questa situazione viene riportato il punto di vista delle Banche attraverso le dichiarazioni del dott. Valli, Chief Eurozone Economist di UniCredit Research.

Il costo del denaro per le imprese italiane e in particolar modo per le Pmi resta elevato- spiega l’economista-perché risente di altri fattori: …di crisi strutturale del modello di business di una parte rilevante delle imprese italiane" .
Il “punto cieco” in questione delle Banche, ma come dicevamo all’inizio anche della politica, degli investitori, e di tutti gli stakeholder, è che questo non viene “visto” come problema della Banca ma come una situazione esterna al suo dominio di competenza di cui sente però gli effetti negativi. Come se il palo ci fosse, ci sbatto contro, mi faccio male perché non l’ho visto e... continuo a non vederlo e sbatterci contro.

venerdì 5 luglio 2013

Che tipo di "Business" vogliamo fare?

di
Luciano Martinoli

Sul Sole24ore è stato pubblicato un articolo sulle borse "più forti" dall'inizio dell'anno. Sono tutte piazze minori dove, come giustamente sottolinea l'autore dell'articolo, si sono concentrate le attenzioni degli speculatori. In ogni caso chi ha investito in quelle borse ha fatto del "business", come comunemente si usa dire, e ha portato a casa bei guadagni rispetto agli asfittici listini del vecchio continente e del Nord America.

La Banca Mondiale sin dal 2002 ha lanciato l'iniziativa "Doing Business" che misura alcuni parametri facilitatori del business: accesso al credito, permessi per costruire, tempi per risolvere una controversia, ecc.
Ho confrontato allora la classifica pubblicata dal Sole24ore, in realtà stilata da Bloomberg, e la posizione degli stessi paesi nella classifica DoingBusiness.
Ecco il risultato

martedì 11 giugno 2013

Macchinari, Rating Business Plan e conoscenza

di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole di oggi a firma di Carmine Fotina un articolo che descrive le proposte del Ministro Zanonato. E il titolo completo è: Macchinari, infrastrutture e credito.
Ora non dico che sono cose che non servono. Ma …
Seguite il ragionamento… Siamo di fronte a una crisi epocale dalla quale si esce sono riprogettando imprese e società. Non usciremo dalla crisi facendo funzionare meglio queste imprese e questa società.
Se questo è vero, allora le misure proposte dal Ministro Zanonato sono forse utili, ma per conservare imprese e società esistenti.
Servirebbe un grande salto progettuale, autonomo delle imprese.
Bene, ma come siamo a progettualità? Abbiamo provato ad esaminare la qualità della progettualità strategica delle società quotate in borsa (indici FTSE MIB e STAR) e costruito  un Rating dei Business Plan.
I risultati sono stati i seguenti. Delle 40 Società dell’indice FTSE MIB solo 26 hanno reso disponibile un business Plan. In una scala da 1 a 100, il Rating medio è stato di 56. Delle 69 società dell’indice STAR solo 9 hanno presentato un Business Plan. E, sulla stessa scala da 1 a 100, il voto medio è stato 47.
A progettualità strategica andiamo … ecco decida il lettore.
Presenteremo il nostro Rapporto 2013 sul Rating dei Business Plan delle società degli indici FTSE MIB e STAR il 19 Giugno al Palazzo dei Giureconsulti a Milano (vedere anche il nostro osservatorio permanente  http://www.osservatoriobusinessplan.it/ e le anticipazioni su "Milano Finanza").
Ma che c’entra la conoscenza? C’entra perché è il motore della progettualità. Le Società (le imprese) hanno scarsa progettualità perché usano conoscenze di progettazione strategica limitate. Fornite loro conoscenze strategiche avanzate e la loro progettualità strategica farà immediatamente un rilevante salto di qualità.
Poi parleremo di macchinari, infrastrutture e credito.
Ma saranno probabilmente molto diversi da quelli a cui pensiamo oggi.

lunedì 8 aprile 2013

Helicopter money... ma il problema sta da un'altra parte!


di
Luciano Martinoli

La notizia è apparsa sul sole24ore di venerdì 5 Aprile. L’idea è semplice: stampare 14 miliardi di sterline, equivalente più o meno all’IVA della vendita al dettaglio del 2012 nel Regno Unito, sistemarle su elicotteri militari, lanciarli fra i negozi delle high street, come vengono chiamate le strade principali delle città inglesi.
“Coloro che le trovano hanno un solo obbligo: spenderle rapidamente in beni e servizi” cita l'articolo. 
La proposta di Adair Turner, l’economista ideatore, ha acceso, come era prevedibile, un vasto dibattito. Trovo però che sia una nuova conferma della miopia, forse, più gravemente, di una incapacità di riconoscerla e porre rimedio, che non è nuova soprattutto dall’isola che ha dato i natali alla società industriale (vedere il caso della regina Elisabetta II di qualche anno fa).
Il motivo di questa mia posizione è proprio nell’affermazione finale, fondamenta di tutte le soluzioni degli economisti, che danno per scontato che la gente abbia comunque voglia di acquistare e, se non lo fa, è per mancanza di denaro. Detto in altri termini: perché la gente dovrebbe spendere rapidamente in “questi” beni e servizi?
Lasciatemi fare una considerazione e, solo apparentemente, partire da lontano.

lunedì 28 maggio 2012

Ma quale realtà?


di
Francesco Zanotti

Non sembra strana questa domanda. Anche perché ha una risposta molto semplice: la realtà che vogliamo. Possiamo costruire la realtà che vogliamo. E’ che vogliamo tenerci la realtà del passato e non abbiamo alcuna idea della realtà del futuro. Ed è questo il vero problema, ma andiamo con ordine.
Ho letto domenica sul Sole 24 Ore un fondamentale articolo di Marco Fortis dal titolo “Anche l’Italia è datripla A”.
Egli propone un punto di vista per guardare alla solidità finanziaria di un Paese, in modo “alternativo”, molto semplice e, secondo me, molto convincente. Egli sostiene che è innaturale usare il rapporto debito PIL per giudicare la solidità finanziaria di uno Stato. Il debito va, innanzitutto, commisurato al patrimonio. Occorrerebbe, quindi, considerare il rapporto “Debt/equity”.
Poi fa due calcoli, anche usando uno studio del Boston Consulting Group, considerando il debito aggregato di famiglie, imprese e Stato. La prima osservazione è che l’Italia ha il secondo aggregato di debito più piccolo dopo la Germania. Cioè siamo il secondo Paese (tra quelli industrializzati) meno indebitato del mondo e già questa è una scoperta non da poco.
Ma poi propone una domanda: quanto occorrerebbe prelevare dai conti dei cittadini che abbiamo depositi superiori ai 100.000 Euro per fare scendere il debito al 180% del PIL. E, qui, si scopre che l’Italia è anche uno dei Paesi più ricchi, considerando anche solo la liquidità. Perché, se poi si considerassero la altre voci patrimoniali (patrimonio immobiliare, artistico e naturale), si scoprirebbe che siamo di gran lunga il più ricco.

mercoledì 28 marzo 2012

Ah ... se si disponesse delle conoscenze di strategia d’impresa


di
Francesco Zanotti

Leggo un articolo di Guido Gentili sul Sole 24 Ore di oggi, una serie di riflessioni interessanti sul vendere l’Italia o investire in Italia.
Vorrei dare un contributo a questi temi usando le conoscenze standard di “strategia d’impresa”. Si sciolgono molti dubbi, si individuano strade di sviluppo. La domanda eterna è la solita: perché non usarle?
Quando si vuole capire un bilancio, occorre imparare un po’ di cosette di contabilità, finanza etc. perché quando si parla di strategie di impresa, si fa tranquillamente a meno delle conoscenze di strategia d’impresa?

mercoledì 15 febbraio 2012

Un Rating Progettuale per i Business Plan

di
Francesco Zanotti e Riccardo Profumo

Il Sole 24 Ore lancia l’allarme “credit crunch”. Quest’anno, secondo il Centro Europa Ricerche, ci saranno 200 miliardi di impieghi in meno. E, nella stima di Prometeia, 25 mila imprese falliranno finendo tecnicamente in default e bruciando 625 mila posti di lavoro. Una prospettiva drammatica, che è il risultato di una tensione crescente nel rapporto tra banca e impresa, sintetizzata dal peggioramento riscontrato negli ultimi due anni dall’Istat che ha fissato nel 12% la quota di imprese che non ha ottenuto credito dalle banche, mentre il 33% ha visto diventare più onerose le condizioni.

Contemporaneamente si sottolinea la necessità di cambiamenti strategici profondi che le banche cercano di assecondare, accettando progetti di ristrutturazione del debito. Ma, da un lato, i cambiamenti sembrano lenti e parziali. E, dall’altro, non sembrano produrre i risultati promessi.
Tipico è il caso dei processi di ristrutturazione del debito. I risultati previsti dai business plan che giustificano questo tipo di operazioni si stanno realizzando sempre meno, costringendo a continue ristrutturazioni che ottengono l’unico risultato di protrarre artificialmente la vita di troppe imprese, mentre la loro capacità di produrre cassa continua a peggiorare.

Per uscire da questa situazione forse è anche necessario attuare riforme profonde al nostro sistema Paese. Ma questo tipo di intervento produce risultati solo in tempi lunghi. E risultati di incerta durata: anche gli altri Paesi cercheranno di riformarsi per diventare più competitivi in una corsa senza fine.

Una soluzione stabile sta solo nella ripresa della capacità di produrre valore (fatturato, margine e
cassa) delle nostre imprese. Per raggiungere questo obiettivo è necessario aumentare la capacità di valutazione e progettualità strategica di banche ed imprese.

Per aiutare banche e imprese ad aumentare la loro capacità di valutazione e progettualità strategica, abbiamo ideato uno strumento: un Rating progettuale dei business plan.

Esso permette di valutare la probabilità che i risultati promessi in un business plan possono essere conseguiti.

L’abbiamo definito rating progettuale ed è fondato su di un modello ideale di business plan che, nel caso in cui il giudizio di rating sia problematico, fornisce una guida su come cambiarlo.

martedì 24 gennaio 2012

Edipower: ma che ne sanno avvocati e banchieri...


di
Francesco Zanotti

Leggo sul Sole 24 Ore di oggi (prima pagina Finanza e Mercati), un articolo di Simone Filippetti sul caso Edipower dal titolo “Ora il mercato chiede coesione”.
L’Autore sostiene che “avvocati e banchieri stavano limando i dettagli dell’agognato accordo su Edipower”. Ma accordo su cosa? Ma un accordo sulla Governance, perbacco …
Purtroppo si parla di una Governance che riguarda la distribuzione del potere. Come se Edipower fosse una eterna burocrazia, il cui unico problema è a chi si lascia il potere di dominarci sopra.
La sfida dovrebbe essere, invece, quella di inaugurare una nuova stagione di progettualità strategica. Sarebbe tempo che non si badasse al potere, ma a costruire progetti importanti d’impresa. Sarebbe importante che processi di ristrutturazione societaria fossero solo la modalità di dare miglior veste giuridica a una impresa dotata di un progetto capace di stravolgere il mercato dell’energia.
Sarebbe importante, ma … fino a che guidano la danza banchieri ed avvocati che non sanno nulla delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa scambieremo la forma giuridica con la sostanza. Incuranti del fatto che al nostro sistema economico serve davvero una rivoluzione nel mercato dell’energia.

lunedì 23 gennaio 2012

Comunismo societario, Progetto di Impresa, Rating e sviluppo economico


di
Francesco Zanotti


Domenica 22 gennaio 2012 è apparso sul Sole 24 ore di un articolo di Luigi Zingales dal titolo “Fonsai e il dirigismo all’italiana”.
L’autore riscrive la storia di Fondiaria e la sua successiva ricollocazione dalla Montedison di Schimberni (che l’aveva soffiata a Carlo Bonomi) alla Ferfin di Gardini ed al suo successivo al defenestramento fino a Ligresti. Il tutto ad opera di Mediobanca. L’autore sostiene che questo processo è frutto di quello che definisce “comunismo societario”. In sostanza, le scelte economiche vengono fatte secondo logiche di potere e le conseguenze economiche ricadono sulle società. Per evitare questo comunismo societario l’autore chiede nuovi meccanismi di selezione della classe dirigente che non usino più come criterio di selezione l’ “amicizia”.
Sono stato protagonista professionale (non manageriale) di un pezzo importante di questa sequela di passaggi.

giovedì 22 dicembre 2011

Creare ricchezza o essere mantenuti?

Un giovane professionista pone una riflessione, rivolgendosi ad altri giovani professionisti, giovani imprenditori e amici.

I giornali, le televisioni, i programmi di approfondimento sono tutti impegnati ad analizzare, criticare e discutere della manovra Salva Italia. Danno voce ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni di categoria, ai professori, ai giornalisti e agli scrittori. Tutti i giorni, giorno dopo giorno, assistiamo ad un susseguirsi di commenti, suggerimenti e proposte correttive.

A volte unanimi, altre volte contrapposte, le esposizioni e le idee si fermano a contenuti tecnici, quando non ideologici: politiche per la crescita e lo sviluppo, la difesa di diritti acquisiti, la protezione di categorie (giovani, donne, lavoratori e pensionati… chi manca?) sono sulla bocca di tutti.

Quando si parla di economia e di impresa sembra che le parti si dividano. Prendiamo come spunto l’articolo del Sole di oggi: “Imprese preoccupate, è il momento di reagire”. La parola a Confindustria, a Confcommercio e a Confesercenti. Qualcuno la prende dal lato degli investitori e dei mercati, altri dal lato dell’occupazione e dei consumi. E tutti a snocciolare dati.

Che cosa c’è in comune?
L’attesa, l’aspettativa che la soluzione arrivi dallo Stato. Lo Stato, l’unico elemento in grado di produrre sviluppo e stimolare nuove opportunità.

Ma le imprese nascono dai sussidi o dalle idee imprenditoriali? Nascono dalle politiche di incentivo o dalla testa, dalla voglia e dall’entusiasmo delle persone?
Trenta, quaranta Apple, in Italia e in Europa, sarebbero in grado di cambiare le sorti dei nostri risparmi, le nostre aspettative di vita, il nostro entusiasmo verso il futuro?
Io penso di si. E la Apple non nasce dal soccorso dello Stato, ma dalla conoscenza e dalla passione delle persone.
Serve molto di più dell’aiuto dello Stato.

Ci pensiamo durante le vacanze di Natale?

Riccardo Profumo
r.profumo@cse-crescendo.com