"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
Visualizzazione post con etichetta sistema Paese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sistema Paese. Mostra tutti i post

giovedì 30 luglio 2015

Una cacofonia di micro business plan

di
Francesco Zanotti


… e la melodia complessiva non la si sente.
Ogni persona che lavora in una impresa, inevitabilmente, fa e rifà continuamente il proprio personale Business Plan. Cioè si costruisce una propria immagine dell’impresa, immagina il proprio ruolo in essa e si comporta in modo da conquistare ed esercitare questo ruolo.
Questo processo di progettazione e implementazione personale non è oggi governato da nessuno. I vertici danno solo indicazioni molto generali. Tanto da risultare generiche.
Infatti, i vertici possono essere precisi solo nel cambiare norme e procedure. Ma queste sono ben lontane da costituire una guida complessiva al desiderare, al pensare ed al mettere in pratica.
Ora, la probabilità che questi Business Plan personali si coordinino per produrre una melodia complessiva che le persone all'interno suonano con piacere e le persone all'esterno ascoltano con altrettanto piacere sono pressoché inesistenti. In molte (tantissime imprese), poi, il fare un Business Plan aziendale non viene considerato una attività di gestione strategica, ma un adempimento come tanti altri.

Poi non lamentiamoci se le nostre imprese vanno spegnendosi perché a nessuno piace lo stridio delle cacofonie aziendali. E quella cacofonia complessiva che è il Sistema Paese.

martedì 12 agosto 2014

Sciocchezze agostane: la fiducia genera investimenti

di
Francesco Zanotti


Una delle verità che si danno per scontate è che per superare la crisi servono gli investimenti e per stimolare investimenti è necessario un clima di fiducia.
Sciocchezza agostana. Per mille ragioni che provo a raccontare.
Innanzitutto fiducia verso chi o verso cosa?
Fiducia nella possibilità della ripresa. Ma qui è il gatto che si mangia la coda: la ripresa è generata della fiducia. Ma perché vi sia fiducia è necessaria la ripresa. Come la mettiamo?
Fiducia nel governo.  Ma che significa? Che il Governo creerà la condizioni per la ripresa? Ma il gatto non smette di mangiarsi la coda: il governo farà quello che si ritiene importante per la ripresa solo se prima ci sarà la ripresa che genererà le risorse necessarie.
Poi, tagliamo la testa al toro: se ripresa significa la ripresa di questa economia scordiamocelo. Come abbiano scritto in un post precedente,
questa ripresa non arriva e non arriverà.
Ed allora?
La fiducia non è il punto di partenza. E’ un “sentimento” che emerge quando si individua una strada e la si percorrere con determinazione. A mano a mano che si procede lungo quella strada, la fiducia si rafforza.
Allora il “primum movens” è la voglia di costruire un nuovo mondo, una nuova economia ed una nuova società. Poi questa voglia diventa progetto. E sono i progetti che attirano investimenti. Progetti alti e forti attirano investimenti quasi indipendentemente dalla situazione sociale, politica ed istituzionale. I progetti che hanno generato il miracolo economico italiano sono nati addirittura durante la seconda guerra mondiale e si sono sviluppati in un Paese fatto di rovine materiali, sociali, politiche ed istituzionali. Certo progetti di continuità (acquisto una impresa, aumento la capacità produttiva, rinnovo i macchinari) hanno bisogno di un sistema Paese che funzioni. Ma, poi, non basta neanche perché sono destinati a fallire in ogni caso.

I progetti di sviluppo alti e forti garantiscono una occupazione alta e forte forniscono le risorse per riformare il sistema Paese.

mercoledì 9 luglio 2014

Le riforme aiuteranno davvero le imprese a generare cassa?

di
Cesare Sacerdoti

I giornali riportano la frase di Squinzi a Benevento: “Riteniamo prioritario fare le riforme nel nostro paese”.

Innanzitutto ci si chiede prioritario rispetto a cosa? Sperando che la frase non voglia dire “noi stiamo fermi, aspettiamo le riforme e poi ci rimettiamo in moto”, anche perché, nel frattempo il mondo cambia e non è detto che le riforme auspicate oggi, ci chiediamo, proprio alla luce della situazione attuale, se siano adatte al mondo di domani.

In seconda istanza viene spontaneo chiedersi quanto le riforme che cerchiamo di fare possano dare un contributo sostanziale per permettere alle aziende italiane di riprendere a generare cassa. Abbiamo detto tante volte su questo blog, quanto questo sia l’obiettivo primario per il sostentamento delle aziende stesse e con esse per il miglioramento delle condizioni  economiche e sociali del nostro Paese.

Io credo che l’attesa di qualche intervento risolutivo, che provenga dal di sopra (politico e istituzionale) delle nostre aziende, suoni sempre più come un alibi, un alibi che giustifica la ridotta capacità di generare autonomamente sviluppo del nostro sistema di imprese. 

Un esempio concreto, semplice, ci viene da Expo 2015: lasciando stare le diatribe sul tema, sulla location, sulle infrastrutture, sulla corruzione ecc., potremmo vedere questo evento come un’opportunità che i nostri Governi hanno fornito a Milano, ma anche alla Lombardia e ai territori circostanti, per generare sviluppo duraturo, per definire nuove strategie territoriali, per far nascere nuove imprese, nuovi centri ricerca, ecc., che diano al territorio nuove prospettive future, approfittando della grande visibilità e del volano di interessi a breve che Expo2015 ha generato in questi anni di preparazione, e genererà nei 7 mesi di esposizione.
E, invece, vediamo il nulla: non si è praticamente mai parlato altro che di infrastrutture da realizzare e di come utilizzarle dopo la fine dell’evento.

Non si è discusso di contenuti. Non si è definito un nuovo posizionamento strategico di Milano. Non si sono attirati investimenti. Non sono nati nuovi poli industriali nei temi che l’esposizione tratta direttamente (cibo e energia) o indirettamente (rapporti nord-sud del mondo, smart city tanto per fare degli esempi). Non sono nate nuove facoltà universitarie o nuovi centri di ricerca.
Ma, al momento, non si vede neanche una capacità delle nostre imprese e delle istituzioni di sfruttare l’occasione per promuovere i propri prodotti, i territori.

Ci è stato detto che Expo2015 impatterà su un’area di almeno 300 km di diametro (cioè da Torino a Vicenza, da Como a Bologna), eppure al di fuori del centro di Milano la parola Expo è sconosciuta: non si vedono pro loco che attirino turismo, né associazioni di produttori dei vari cibi o bevande che promuovano eventi per farsi conoscere. Eccetera.

Allora la domanda che viene spontanea è: la colpa è davvero di chi ci governa? È del Presidente del Consiglio che non ci dà i fondi? O della Regione? O del Sindaco?
E perché non delle associazioni industriali o commerciali? E giù fino alle associazioni di categoria o alle associazioni territoriali? E, poiché esse sono formate da Imprese, da Enti, da Istituzioni locali, allora, forse, tutti noi abbiamo la responsabilità di non cogliere l’opportunità che ci è stata fornita.
Tornando quindi alla frase di Squinzi, ci viene spontaneo chiederci se allora la “priorità” non debba essere quella di ridare alle imprese la capacità di generare sviluppo. E questa non dipende dal Governo o dalle sue strutture: là fuori c’è un mondo da creare e lo creeremo tutti  insieme, se vogliamo, se ci crediamo. 

lunedì 11 giugno 2012

Santa Margherita 2012 … Si può dire di più …



di
Francesco Zanotti

I giornali riportano due auspici nati dentro, intorno, all’Assemblea dei Giovani di Confindustria: la necessità di un Progetto di Futuro per il nostro Sistema Paese e la necessità di una rivoluzione culturale.

Auspici alti e nobili. Ma vorrei provare ad aggiungere una qualche sostanza di più.

Un Progetto di Futuro (che faccia, immagino, da habitat per lo sviluppo di un nuovo sistema industriale) non può essere solo fatto di Riforme Istituzionali.
Dovrebbe contenere, innanzitutto, la visione specifica, italiana (dal punto di vista delle specificità del nostro Popolo e della sua Storia), della situazione del nostro Pianeta e della società umana che lo abita, nelle sue dimensioni tecnologica, economica, sociale, politica, istituzionale e culturale.
Dovrebbe, poi, contenere la specifica mission che l’Italia si vuol dare per costruire il futuro del Pianeta e della comunità umana. Questa mission dovrebbe essere specificata nelle dimensioni economica (quale industria, quali sistemi distributivi e di trasporto distribuzione, quale finanza, quali servizi etc.), sociale (quale sistema di welfare, ad esempio), politico (quale ruolo vuole avare l’Italia nel processo di “emergenza” di un nuovo necessario ordine mondiale), istituzionale (come deve essere un sistema di istituzioni per concretizzare questo nuovo ordine mondiale), culturale (a quale visione del mondo ci ispiriamo, quale contributo vogliamo dare alla costruzione di una nuova visione del mondo). E, poi, dovrebbe contenere tutte le cose da fare per realizzare la mission individuata all’interno della visione della società umana e della Natura.

Un rivoluzione culturale non può essere solo la comprensione dei trend di sviluppo delle attuali tecnologie all’interno dell’attuale visione della scienza. Ma può essere solo (come declinazione del Progetto di Futuro sopra citato) la costruzione di una nuova visione della conoscenza, della scienza, della tecnologia e della ricerca. Oggi conoscenza, scienza, tecnologia e ricerca sono parole alla ricerca di significati nuovi. Una rivoluzione culturale può essere solo una proposta per questi nuovi significati.
A valle, nel piccolo, una rivoluzione culturale deve essere anche la costruzione di una nuova cultura d’impresa che sappia leggere la complessità dell’impresa stessa, ne “veda” i processi evolutivi e ne individui le modalità di Governo. Ancora più nello specifico, deve essere la proposta di una nuova cultura strategica che guidi l’impresa a immaginare progetti imprenditoriali e non competitivi.

lunedì 23 aprile 2012

Inconsapevolezza ... ?


di
Francesco Zanotti

Leggo stamattina sul Corriere affermazioni del Ministro Grilli e del Governatore Visco che non possono che lasciare perplessi … forse qualcosa in più.
Ripeto il titolo di un post di qualche giorno fa: ci fanno o ci sono? Credo proprio che ci siano. Che questi nostri governanti siano affetti da … inconsapevolezza grave.
Il Ministro Grilli sostiene che la fase acuta della crisi è finita e che nel terzo trimestre ci sarà la ripresa. Ma la ripresa di cosa? Se guardiamo al settore industriale, certamente vi saranno tante aziende che avranno successo, ma vi saranno moltissime che non arriveranno a questo fantomatico e salvifico terzo trimestre.  Complessivamente non ci potrà essere uno sviluppo del sistema industriale. Ha Grilli in mente lo sviluppo di altre attività economiche? Quali?

mercoledì 15 febbraio 2012

Un Rating Progettuale per i Business Plan

di
Francesco Zanotti e Riccardo Profumo

Il Sole 24 Ore lancia l’allarme “credit crunch”. Quest’anno, secondo il Centro Europa Ricerche, ci saranno 200 miliardi di impieghi in meno. E, nella stima di Prometeia, 25 mila imprese falliranno finendo tecnicamente in default e bruciando 625 mila posti di lavoro. Una prospettiva drammatica, che è il risultato di una tensione crescente nel rapporto tra banca e impresa, sintetizzata dal peggioramento riscontrato negli ultimi due anni dall’Istat che ha fissato nel 12% la quota di imprese che non ha ottenuto credito dalle banche, mentre il 33% ha visto diventare più onerose le condizioni.

Contemporaneamente si sottolinea la necessità di cambiamenti strategici profondi che le banche cercano di assecondare, accettando progetti di ristrutturazione del debito. Ma, da un lato, i cambiamenti sembrano lenti e parziali. E, dall’altro, non sembrano produrre i risultati promessi.
Tipico è il caso dei processi di ristrutturazione del debito. I risultati previsti dai business plan che giustificano questo tipo di operazioni si stanno realizzando sempre meno, costringendo a continue ristrutturazioni che ottengono l’unico risultato di protrarre artificialmente la vita di troppe imprese, mentre la loro capacità di produrre cassa continua a peggiorare.

Per uscire da questa situazione forse è anche necessario attuare riforme profonde al nostro sistema Paese. Ma questo tipo di intervento produce risultati solo in tempi lunghi. E risultati di incerta durata: anche gli altri Paesi cercheranno di riformarsi per diventare più competitivi in una corsa senza fine.

Una soluzione stabile sta solo nella ripresa della capacità di produrre valore (fatturato, margine e
cassa) delle nostre imprese. Per raggiungere questo obiettivo è necessario aumentare la capacità di valutazione e progettualità strategica di banche ed imprese.

Per aiutare banche e imprese ad aumentare la loro capacità di valutazione e progettualità strategica, abbiamo ideato uno strumento: un Rating progettuale dei business plan.

Esso permette di valutare la probabilità che i risultati promessi in un business plan possono essere conseguiti.

L’abbiamo definito rating progettuale ed è fondato su di un modello ideale di business plan che, nel caso in cui il giudizio di rating sia problematico, fornisce una guida su come cambiarlo.