"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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lunedì 15 settembre 2014

Rapporto OCSE PMI

di
Francesco Zanotti


Da pochi giorni è uscito un Rapporto OCSE (di difficile reperimento, invero) che fotografa la situazione del sistema delle PMI italiano attraverso tre metafore.
Le imprese “gazzelle”. Imprese che operano in nicchie ad alto valore aggiunto.
I “naufraghi della crisi”. Imprese che hanno poche probabilità di superare la presente “transizione”.
Le imprese “disorientate”. Che dovranno diventare gazzelle o naufragheranno anch’esse.
Purtroppo il rapporto OCSE non dà percentuali.
Noi pensiamo che le imprese disorientate da molto tempo siano la grande maggioranza. E sono sempre di più quelle che rischiano di naufragare.
Che fare?
L’OCSE propende per le riforme.
Noi pensiamo che non c’è il tempo per attendere le riforme. E, poi, non si capisce perché imprese che non hanno più una loro autonomia di mercato possano ricostruirla attraverso riforme che sono tanto lontane da loro quanto la macroeconomia è lontana dalle dimensioni e dalle ragioni dei loro scambi.
Noi pensiamo che occorra rilanciare la progettualità delle imprese. E lo si può fare solo fornendo loro risorse cognitive.
Ma nessuno pensa a rilanciare progettualità. Né il Governo, né la finanza.


martedì 12 agosto 2014

Sciocchezze agostane: la fiducia genera investimenti

di
Francesco Zanotti


Una delle verità che si danno per scontate è che per superare la crisi servono gli investimenti e per stimolare investimenti è necessario un clima di fiducia.
Sciocchezza agostana. Per mille ragioni che provo a raccontare.
Innanzitutto fiducia verso chi o verso cosa?
Fiducia nella possibilità della ripresa. Ma qui è il gatto che si mangia la coda: la ripresa è generata della fiducia. Ma perché vi sia fiducia è necessaria la ripresa. Come la mettiamo?
Fiducia nel governo.  Ma che significa? Che il Governo creerà la condizioni per la ripresa? Ma il gatto non smette di mangiarsi la coda: il governo farà quello che si ritiene importante per la ripresa solo se prima ci sarà la ripresa che genererà le risorse necessarie.
Poi, tagliamo la testa al toro: se ripresa significa la ripresa di questa economia scordiamocelo. Come abbiano scritto in un post precedente,
questa ripresa non arriva e non arriverà.
Ed allora?
La fiducia non è il punto di partenza. E’ un “sentimento” che emerge quando si individua una strada e la si percorrere con determinazione. A mano a mano che si procede lungo quella strada, la fiducia si rafforza.
Allora il “primum movens” è la voglia di costruire un nuovo mondo, una nuova economia ed una nuova società. Poi questa voglia diventa progetto. E sono i progetti che attirano investimenti. Progetti alti e forti attirano investimenti quasi indipendentemente dalla situazione sociale, politica ed istituzionale. I progetti che hanno generato il miracolo economico italiano sono nati addirittura durante la seconda guerra mondiale e si sono sviluppati in un Paese fatto di rovine materiali, sociali, politiche ed istituzionali. Certo progetti di continuità (acquisto una impresa, aumento la capacità produttiva, rinnovo i macchinari) hanno bisogno di un sistema Paese che funzioni. Ma, poi, non basta neanche perché sono destinati a fallire in ogni caso.

I progetti di sviluppo alti e forti garantiscono una occupazione alta e forte forniscono le risorse per riformare il sistema Paese.

mercoledì 9 luglio 2014

Le riforme aiuteranno davvero le imprese a generare cassa?

di
Cesare Sacerdoti

I giornali riportano la frase di Squinzi a Benevento: “Riteniamo prioritario fare le riforme nel nostro paese”.

Innanzitutto ci si chiede prioritario rispetto a cosa? Sperando che la frase non voglia dire “noi stiamo fermi, aspettiamo le riforme e poi ci rimettiamo in moto”, anche perché, nel frattempo il mondo cambia e non è detto che le riforme auspicate oggi, ci chiediamo, proprio alla luce della situazione attuale, se siano adatte al mondo di domani.

In seconda istanza viene spontaneo chiedersi quanto le riforme che cerchiamo di fare possano dare un contributo sostanziale per permettere alle aziende italiane di riprendere a generare cassa. Abbiamo detto tante volte su questo blog, quanto questo sia l’obiettivo primario per il sostentamento delle aziende stesse e con esse per il miglioramento delle condizioni  economiche e sociali del nostro Paese.

Io credo che l’attesa di qualche intervento risolutivo, che provenga dal di sopra (politico e istituzionale) delle nostre aziende, suoni sempre più come un alibi, un alibi che giustifica la ridotta capacità di generare autonomamente sviluppo del nostro sistema di imprese. 

Un esempio concreto, semplice, ci viene da Expo 2015: lasciando stare le diatribe sul tema, sulla location, sulle infrastrutture, sulla corruzione ecc., potremmo vedere questo evento come un’opportunità che i nostri Governi hanno fornito a Milano, ma anche alla Lombardia e ai territori circostanti, per generare sviluppo duraturo, per definire nuove strategie territoriali, per far nascere nuove imprese, nuovi centri ricerca, ecc., che diano al territorio nuove prospettive future, approfittando della grande visibilità e del volano di interessi a breve che Expo2015 ha generato in questi anni di preparazione, e genererà nei 7 mesi di esposizione.
E, invece, vediamo il nulla: non si è praticamente mai parlato altro che di infrastrutture da realizzare e di come utilizzarle dopo la fine dell’evento.

Non si è discusso di contenuti. Non si è definito un nuovo posizionamento strategico di Milano. Non si sono attirati investimenti. Non sono nati nuovi poli industriali nei temi che l’esposizione tratta direttamente (cibo e energia) o indirettamente (rapporti nord-sud del mondo, smart city tanto per fare degli esempi). Non sono nate nuove facoltà universitarie o nuovi centri di ricerca.
Ma, al momento, non si vede neanche una capacità delle nostre imprese e delle istituzioni di sfruttare l’occasione per promuovere i propri prodotti, i territori.

Ci è stato detto che Expo2015 impatterà su un’area di almeno 300 km di diametro (cioè da Torino a Vicenza, da Como a Bologna), eppure al di fuori del centro di Milano la parola Expo è sconosciuta: non si vedono pro loco che attirino turismo, né associazioni di produttori dei vari cibi o bevande che promuovano eventi per farsi conoscere. Eccetera.

Allora la domanda che viene spontanea è: la colpa è davvero di chi ci governa? È del Presidente del Consiglio che non ci dà i fondi? O della Regione? O del Sindaco?
E perché non delle associazioni industriali o commerciali? E giù fino alle associazioni di categoria o alle associazioni territoriali? E, poiché esse sono formate da Imprese, da Enti, da Istituzioni locali, allora, forse, tutti noi abbiamo la responsabilità di non cogliere l’opportunità che ci è stata fornita.
Tornando quindi alla frase di Squinzi, ci viene spontaneo chiederci se allora la “priorità” non debba essere quella di ridare alle imprese la capacità di generare sviluppo. E questa non dipende dal Governo o dalle sue strutture: là fuori c’è un mondo da creare e lo creeremo tutti  insieme, se vogliamo, se ci crediamo. 

domenica 1 giugno 2014

Soldi o progettualità strategica?

di
Francesco Zanotti
L’Assemblea della Banca d’Italia, le intenzioni del Governo, si riassumono molto facilmente: far arrivare più soldi alle PMI per rilanciare l’economia.
Forse è necessario, ma non è sufficiente. E, poi, viene dopo.
Intendo dire che la vera urgenza è fornire le conoscenze che servono ad attivare una nuova progettualità strategica. Sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Solo così le famose PMI potranno costruire progetti di futuro che meritano di essere finanziati.
Se non sapranno costruire progetti di futuro alti e forti, i soldi serviranno solo a prolungarne artificialmente una sopravvivenza sempre più stentata.

Questo discorso non vale solo per le PMI, ma vale soprattutto per le grandi imprese. Se guardate al rating che abbiamo assegnato ai Business Plan delle grandi imprese, troverete ben pochi progetti di futuro alti e forti. Solo vaghi accenni.

venerdì 21 febbraio 2014

Enzo Ferrari e la competitività delle imprese e del Paese

di
Francesco Zanotti


Pensate che Enzo Ferrari quando ha iniziato la sua attività di costruttore aveva in mente la competitività? Che sia andato dal Governo a chiedere riduzioni del costo del lavoro?
Ovviamente no! Voleva realizzare il suo sogno.

Oggi i sogni stanno a zero ed allora, si vuole continuare a fare le cose di sempre. Ed allora diventa importante farle un po’ meglio, farle costare un po’ meno. Serve diventare più competitivi. E lo deve diventare anche il sistema Paese. Ma la battaglia della competitività è una battaglia senza fine e senza vincitori.

sabato 8 giugno 2013

Giovani imprenditori che dicono le stesse cose dei vecchi …

di
Francesco Zanotti



Ho letto dell’intervento di Jacopo Morelli a Santa Margherita. Giovane brillante, ma che dice le stesse cose dei vecchi: tocca al Governo. Slogan altrettanto brillante “scateniamoci”, ma le cose su cui ci si deve scatenare sono sostanzialmente cercare di svegliare la politica.
Se leggete la sintesi che fa il Sole nel box “I Punti programmatici” trovate: Governo, fisco, legge elettorale.
Le stesse cose che ripete una classe dirigente oramai bolsa.
Oggi su Milano Finanza è uscito un articolo (pag. 24) Ma la strategia dov'è? a firma Stefania Peveraro su un nostro Rapporto dove sono presentati i Rating che abbiamo assegnato ai Business Plan delle Società degli indici FTSE e STAR della borsa italiana. Questi Rating sono la vera misura dello scatenarsi. E il risultato è uno scatenarsi … povero. Soprattutto sembra povero lo scatenarsi delle STAR. Poco più del 10% di esse rende disponibile un Business Plan.
Si tratta di cattiva volontà, di scarsa imprenditorialità? No! Io credo che la voglia di scatenarsi sia in tutti. Ma se non si cambiano gli occhiali ed i linguaggi con i quali si guarda e si parla del mondo, lo scatenarsi sarà solo un velleitario chiedere aiuto sempre più forte allo Stato. Minacciando anche il possibile accadere di una rivoluzione sociale.
Invece di paventare una rivoluziona sociale, attuiamo una rivoluzione della conoscenza.
Io sono certo che, se alle Società che hanno presentano Business Plan poveri o non ne hanno presentato alcuno, si fornissero conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa vi sarebbe uno scatenarsi progettuale. E non uno scatenarsi che finisce in un piagnisteo.


venerdì 24 maggio 2013

Giorgio Squinzi: un piagnisteo

di
Francesco Zanotti



Una platea che applaude, sindacalisti compresi. Un sistema dei media che fa da cassa di risonanza. Di cosa? Del piagnisteo collettivo di una classe dirigente che non riesce a liberarsi di schemi cognitivi poveri. E cerca la sua sopravvivenza urlando sempre più forte quello che gli schemi cognitivi in uso permettono loro di vedere e di dire. Ma del tutto incapaci di usare nuovi schemi cognitivi che permetterebbero di trasformare velocissimamente la crisi in sviluppo. Anzi, ogni proposta di nuovi schemi cognitivi è considerata la minaccia più subdola e da contrastare. Lesa maestà, cioè: lesa classe dirigente.

Mi spiego. Le proposte che Giorgio Squinzi ha fatto ieri all'Assemblea di Confindustria sono quasi tutte richieste al Governo, direttamente o indirettamente di soldi. Le richieste alle imprese sono quelle di fare ricerca ed aumentare la produttività. Ma sono richieste retoriche perché non si indica cosa e come fare, oltre che tornare sempre al Governo: dagli sgravi fiscali al resto. Ecco perché parlo di piagnisteo.
Si dimentica, insomma, che è l’impresa che deve produrre ricchezza da distribuire secondo norme definite dalla collettività. E non lo Stato che deve puntellare un’impresa che non produce più ricchezza.

Ma veniamo a qualche dettaglio. E i dettagli li propongo in positivo: cosa mi sarebbe piaciuto sentir dire.

Mi sarebbe piaciuto sentire dire non “Difendiamo questa industria”. Ma mi sarebbe piaciuto sentire una visione di quale tipo di industria (e conseguentemente di servizi) egli vuole costruire nel futuro. Perché è oramai acclarato che questo tipo di industria ha fatto il suo tempo. Tanto è vero che troppe (e torno al discorso di prima) riescono a stare in piedi solo con stampelle sempre più robuste fornite dallo Stato.

Ma è possibile un’altra industria?
Leggete ad esempio l’intervista a Chris Bangle su Affari & Finanza del 20 maggio. Cito solo una frase “… l’auto che si guida da sola non esiste, anche se io ci ho lavorato. Oggi abbiamo un’auto normale modificata per andare da sola. Un bel business sarebbe una macchina concepita solo per questo. Ma non è quello che stanno facendo”. E’ un primo spiraglio su di una nuova industria. Pensate, poi, alle stampanti 3D ed alla loro evoluzione possibile. Pensate alle possibilità di generazione locale di energia. Intravvedete subito una nuova modalità di produrre oggetti che manderà in soffitta la gran parte delle grandi fabbriche, delle grandi unità di generazione di energia, le tipologie di materie prime utilizzate, tutto un sistema logistico.

Passiamo alla ricerca scientifica. Non sa Squinzi che è oggi essenziale dire quale scienza si vuole perseguire dopo che la visione della Big Science è caduta in una assurda autoreferenzialità che la porta a costruire visioni del Tutto, scoprendo poi che il tutto di cui parlano questa visioni è solo il 4% della materia energia dell’Universo? Di quale scienza parla e quale ricerca propone?

Mi sarebbe piaciuto sentire non un accenno retorico alla “produttività”. Ma una proposta su come aumentarla effettivamente. Mi sarebbe piaciuto sentirlo dire che è impossibile innovare veramente il modo di lavorare quando l’attuale classe manageriale si rifiuta (letteralmente) anche solo di ascoltare quanto le nuove scienze organizzative hanno scoperto e continua a dirigere ancora come Taylor auspicava. Mi sarebbe piaciuto sentire il Presidente Squinzi auspicare un grande progetto di alfabetizzazione organizzativa e di ricerca sulle organizzazioni.

Ma le imprese non ci pensano? Se lo fanno in antri segreti e poi non mettono in pratica quanto hanno scoperto la risposta è: no! Guardate ai Progetti Strategici resi disponibili dalle società quotate. Lì dovreste trovare le visioni del futuro delle imprese. Bene, invece, spesso non trovate proprio nulla. E quando trovate qualcosa … il foglio Excel come linguaggio prevalente. Numeri per estrapolare il futuro dal passato. Mi sarebbe piaciuto sentire dire al Presidente Squinzi che serviva una nuova progettualità strategica ed era importante diffondere le conoscenze per realizzarla …

In sintesi, mi sarebbe piaciuto sentire il Presidente Squinzi parlar dei Segni del Tempo Futuro, invece di chiedere allo Stato di far sopravvivere i tempi passati.

Non ho sentito nulla di tutto questo. Purtroppo.


domenica 12 maggio 2013

Il lavoro e la CONSOB


di
Francesco Zanotti


La CONSOB potrebbe fare molto per il lavoro, ma non lo sa e non lo fa! Potrebbe fare più del Governo, senza bisogno di investimenti e con grande efficacia e tempestività. Anche perché la sua azione potrebbe essere catalizzatrice di eventi  “rafforzanti” …
Per comprendere questa tesi, occorre riprendere in mano il filo dei fondamenti.
Il lavoro “sano” può essere generato solo dallo sviluppo delle imprese. E lo sviluppo delle imprese può venire solo da loro profondi cambiamenti di identità: devono offrire prodotti e servizi diversi dagli attuali.
Dimostra questa tesi il fatto che le imprese sono tanto più in crisi quanto più quello che offrono sul mercato è banale, già visto, prodotto da troppi. Prodotti e servizi scontati che costringono a scontare. Continuamente a scontare il prezzo, intendo.
Allora occorre che le imprese siano soprattutto orientate a progettare il futuro. E, per farlo, per far sì che il loro futuro sia diverso dal loro passato, devono abbandonare gli occhiali con i quali hanno fino ad oggi guardato il mondo e usare altri occhiali, altri punti di vista. Più tecnicamente; devono usare conoscenze che non hanno mai esplorato ed usato: le conoscenze di strategia d’impresa. Sono queste conoscenze che possono permettere di valutare quanto il passato abbia esaurito la sua carica vitale e scoprire quali altri futuri sono percorribili.
Ma cosa c’entra la CONSOB?

lunedì 8 aprile 2013

Helicopter money... ma il problema sta da un'altra parte!


di
Luciano Martinoli

La notizia è apparsa sul sole24ore di venerdì 5 Aprile. L’idea è semplice: stampare 14 miliardi di sterline, equivalente più o meno all’IVA della vendita al dettaglio del 2012 nel Regno Unito, sistemarle su elicotteri militari, lanciarli fra i negozi delle high street, come vengono chiamate le strade principali delle città inglesi.
“Coloro che le trovano hanno un solo obbligo: spenderle rapidamente in beni e servizi” cita l'articolo. 
La proposta di Adair Turner, l’economista ideatore, ha acceso, come era prevedibile, un vasto dibattito. Trovo però che sia una nuova conferma della miopia, forse, più gravemente, di una incapacità di riconoscerla e porre rimedio, che non è nuova soprattutto dall’isola che ha dato i natali alla società industriale (vedere il caso della regina Elisabetta II di qualche anno fa).
Il motivo di questa mia posizione è proprio nell’affermazione finale, fondamenta di tutte le soluzioni degli economisti, che danno per scontato che la gente abbia comunque voglia di acquistare e, se non lo fa, è per mancanza di denaro. Detto in altri termini: perché la gente dovrebbe spendere rapidamente in “questi” beni e servizi?
Lasciatemi fare una considerazione e, solo apparentemente, partire da lontano.

venerdì 20 aprile 2012

Zavorra burocratica o “cognitiva”?


di

Francesco Zanotti

Lo slogan del nuovo presidente di Confindustria: “Lotta alla burocrazia per tornare a crescere”.
Certo se ci fosse meno burocrazia fosse sarebbe meglio … Ma …
Perché ci metto tanti puntini? Perché mi sembra doveroso dire una cosa dolorosa. E, quindi. … sono titubante. Non voglio che venga scambiata per la solita sparata isterica.
Comincio, allora, dall’inizio, lentamente …

Per uscire dalla crisi attuale dobbiamo riprogettare una intera società: dall’economia, alla finanza ed alla politica. E, fino a qui, credo sia difficile non essere d’accordo.
Ma quando proviamo a progettare il futuro, cosa usiamo? Oggi usiamo gli stessi modelli di lettura della realtà, linguaggi di descrizione del futuro che usavamo prima. Questi ci permettono di capire cosa non funziona, ci arrabbiamo, anche ci indigniamo, ma poi, quando proviamo a trovare “soluzioni” siamo capaci solo di cercare di aggiustare la società attuale, ma non di costruirne un’altra. Crescono insomma la rabbia e la frustrazione. E si alimentano a vicenda.
E si finisce per trovare soluzioni, anche diversissime di conservazione attraverso il conflitto.
Si finisce per delegare al “buono di turno” perché sistemi le cose: il governo dei tecnici che combatte tutti con sacrifici crescenti e destinati a crescere. Oppure per attendere l’intervento del papà: “Ora tocca all’Europa” titolava stamattina Repubblica, riportando il pensiero del Presidente della Repubblica. Una Europa che deve generare stabilità. Oppure si scatena la caccia alle streghe: il complotto pluto-masso-giudaico di Mussolini, il governo delle multinazionali delle brigate rosse. E le invettive dei tanti e tristi Savonarola dei nostri giorni.
Nel caso delle imprese: la lotta (sempre e solo parole di conflitto) alla burocrazia.

Invece …Se provate ad aprire il sito di Repubblica trovate (una sottile ironia non voluta) una pubblicità quasi (ironicamente, appunto) profetica: di occhiali.

Per costruire una nuova società e nuove imprese servono nuovi “occhiali” cognitivi e nuovi linguaggi espressivi.
In concreto, faccio un esempio solo.