"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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domenica 9 aprile 2017

Decostruire la competitività

di
Francesco Zanotti

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Ha senso usare parole senza senso? Ovviamente no! Eppure … Una delle parole che hanno meno senso è la parla “competitività”. Eppure è diventata la parole di riferimento per ogni strategia e proposta.

Perché facciamo le riforme? Ma per la competitività ovviamente. Perché ci serve l’Europa? Ma per la competitività, ancora una volta ovviamente. Perché facciamo ricerca, perché … sempre per la competitività!
Ma cosa vuol dire “competitività”? Provi il lettore che la usa e la osanna, alla quale affida il senso ultimo dei suoi “pensieri, parole ed opere” a darne una definizione … ovviamente universale perché viene usata in ogni dove e in ogni quando. Si troverà in palese difficoltà, spesso in autocontraddizione.
Oggi sulla “Domenica” del Sole24Ore Roberto Casati parla del ruolo del filosofo. E sostiene che è certamente anche un ruolo “linguistico”: aiutare a decostruire le espressioni che stanno perdendo di senso. E generare nuove espressioni perché è solo con nuovi linguaggi che si costruisce un nuovo mondo.
Noi abbiamo un bisogno folle di “decostruire” la parola competitività che sta bloccando ogni discorso sul futuro in una retrivo tentativo di migliorare il passato.
Cosa sostituiamo a “competitività”? Ma la parola “imprenditorialità”, con un senso molto preciso. L’imprenditorialità è costruire nuovi mondi non “leticare” per sopravvivere in un mondo che si sta spegnendo. Perché è proprio questo il significato ultimo che si è sedimentato sulla parola competitività: una strategia di profonda conservazione del passato e di affannoso rifiuto del futuro.

venerdì 27 maggio 2016

Assemblea Confindustria: ma per produrre cosa?

di
Francesco Zanotti

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Certo che servono innovazione, uso delle diverse tecnologie … Anche se mi piacerebbe discutere di che scienza e tecnologia vogliamo sviluppare: non c’è un unico percorso di sviluppo scientifico e tecnologico possibile. Certo che sono importanti le tecnologie digitali, fino all’industry 4.0 ... Anche se mi piacerebbe parlare dell’industry 5.0 … Certo che le banche devono rischiare con le imprese, certo che va bene il Private Equity, i minibond  il crowdfunding (che non mi sembra sia stato citato) e tutto il resto …
Ma manca la risposta alla domanda fondamentale: per produrre cosa e come? Quale sistema di prodotti e servizi?
L’attuale sistema di prodotti e servizi diventa sempre meno interessante e sostenibile. E’ fisicamente ed antropologicamente impossibile sviluppare la nostra società partendo da questo sistema di prodotti e servizi.
Perché gli imprenditori riescano a immaginare un nuovo sistema di prodotti e servizi è necessario fornire loro non solo tecnologia e finanza, ma anche conoscenza. Sono gli schemi mentali attualmente in uso che bloccano lo sviluppo. E’ la limitatezza delle conoscenze disponibili che impedisce di immaginare grandi disegni.
E, poi si finisce nelle ingenue speranze o, peggio, nella conservazione inconsapevole.
Le ingenue speranze: immaginare che la tecnologia possa sostituire una carenza di progettualità. La tecnologia è solo una speranza ancora senza nome. Il senso alla tecnologia lo dà la progettualità imprenditoriale che si nutre di conoscenza.

Le tentazioni conservatrici sbagliate: competitività e produttività. Sono battaglie che non si possono vincere, che occorre continuare a combattere che assorbono sempre più energie per riempire il mondo di oggetti che nessuno vuole più ma che finiranno per soffocare l’uomo e la Natura.

domenica 31 gennaio 2016

Leonardo Del Vecchio e i manager

di
Francesco Zanotti

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Alla veneranda età di 80 anni Leonardo del Vecchio ha deciso di riprendere in mano la sua impresa perché serve uno spirito imprenditoriale e non una gestione manageriale.
Oggi sul Sole 24 Ore Luigi Zingales fa un’apologia dei manager di successo che hanno evitato lo spirito conservativo di azionisti minoranza che vogliono fare il bello e il cattivo tempo. Denunciando che questi ultimi usano i manager quando sono nei guai, ma poi, appena non sono allineati li cacciano. E cita tra gli altri proprio Andrea Guerra.
Ora, il primo problema è che Zingales cita come risultato ottenuto dai manager l’aumento del titolo in borsa seguendo la vecchia logica del “valore per gli azionisti”. Ignorando il fatto che oramai è stato ampiamente dimostrato che la logica del valore per gli azionisti è non solo parziale, ma anche distorcente.
Ma poi, alla fine, c’è del vero quando parla di azionisti ottusi.
Non è, però, il caso di Del Vecchio.  Non si tratta di un azionista ottuso, ma di un azionista che considera i risultati dei manager troppo limitati. Conservatori, dal suo punto di vista.
Allora proviamo a distinguere tra impresa imprenditoriale e impresa manageriale. Il nostro prossimo futuro sarà di sviluppo se trasformeremo imprese manageriali in imprese imprenditoriali.

In un ambiente in profonda evoluzione gli atteggiamenti strategici che le imprese possono adottare sono due.

Il primo è di partecipare a costruire questa evoluzione: ridisegnare il proprio sistema d’offerta e, conseguentemente, il proprio ruolo sociale come contributo a quel processo emergente che è il creare una nuova economia e una nuova società. Definiamo questo primo atteggiamento “imprenditoriale”. E’ l’atteggiamento “naturale” di quell’attore economico che si definisce “impresa”. E’ l’atteggiamento che permette all’impresa di generare valore economico e sociale nel continuo. E’ l’atteggiamento che costruisce sviluppo nel continuo per tutti gli stakeholder che si riferiscono all’impresa.

Il secondo è di cercare, anche inconsapevolmente, di difendere, conservare il sistema d‘offerta e il ruolo sociale dell’impresa.
Questo secondo atteggiamento strategico in un ambiente che evolve proprio per azione delle imprese imprenditoriali è distruttivo. Le scelte strategiche finalizzate alla conservazione sono controproducenti. Gli obiettivi che si immagina di raggiungere si negano l’un l’altro.

Detto diversamente, in un ambiente in veloce evoluzione l’impresa manageriale finisce per chiudersi in sé stessa e, a causa di questo chiudersi, non riesce più a generare valore né economico né sociale. La deriva inevitabile è che l’impresa diventa una infrastruttura istituzionale, finanziata dallo Stato che non ha nulla dell’intrapresa, ma tutto della burocrazia.

venerdì 29 gennaio 2016

Il successo di una impresa non dipende dal contesto economico

di
Francesco Zanotti

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E la ragione è semplice: non vi dipende perché lo crea. E se lo crea negativo sarà ben colpa sua. Se mi tiro la zappa sui piedi, non posso dare la colpa ai marziani.
Mi spiego.
Lo svilupparsi del sistema economico italiano è stato generato da imprese che proponevano prodotti con un profondo significato non solo funzionale ma, soprattutto, esistenziale.
Solo per fare qualche esempio, la 500 garantiva una nuova libertà di trasporto personale. La lavatrice garantiva la liberazione del tempo che le donne dedicavano al bucato. Il frigorifero garantiva stili di acquisti radicalmente diversi. Il televisore garantiva un’apertura sul mondo.
Prodotti straordinari che cambiavano straordinariamente la vita.
Il significato esistenziale di questi prodotti era uno stimolo fortissimo all’acquisto.
Si sono così sviluppate le imprese che proponevano questi prodotti e si è sviluppato un sistema di fornitori, di terzisti, di servizi che prosperavano perché prosperavano i produttori “primari”.

Una delle caratteristiche fondamentali di quel sistema di imprese è che producevano cassa. Tanto che a quel tempo si sono formati quei patrimoni e, più generalmente, quei risparmi che costituiscono la nostra ricchezza di fondo. Essa, come tutti sanno, è molto maggiore del debito pubblico.

Poi cosa è accaduto?

giovedì 5 novembre 2015

Parliamo di auto … e spaventiamoci

di
Francesco Zanotti

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Guardando dentro le cose si scoprono gli altarini.
Guardando dentro l’aumento del PIL (non solo in Italia) si vede che un grande contributo è dato dalla vendita di auto. Ma, grazie a cosa è aumentata questa vendita?
Leggiamo il Sole 24 Ore di ieri (Fca, boom di vendite in USA). I fattori che hanno favorito il boom di vendite sembrano essere: la domanda cumulata, tassi di interesse bassi, credito facile e benzina a buon mercato. Nessuno di questi fattori è gestibile dai produttori. Quindi i produttori di auto sono in balia di fattori esterni. La controprova sta nel fatto che il miglioramento delle vendite è di tutti i produttori, non solo Fca. Ora, questi fattori esterni non potranno rimanere positivi in eterno. Soprattutto il combinato disposto di credito facile e tassi bassi è certamente effimero. Anzi è pericoloso perché è proprio questo combinato disposto che crea bolle.
Il mercato delle auto in Italia “risuona” con quello USA.
Sarebbe più tranquillizzante se i fattori di sviluppo del mercato fossero generati dai costruttori di auto. Ad esempio, una nuova proposta di modalità di trasporto individuale e auto che realizzassero questa proposta.
Invece i costruttori non cambiano il concetto di auto e gestiscono ancora le strutture produttive con quella filosofia organizzativa che si chiama WCMS (World Class Manufacturing System) pretendendo che essa porti alla qualità totale. Da questo punto di vista il crescente numero di richiami che tutte le case automobilistiche (escludendo i casi patologici di cui dirò alla fine, Toyota, la creatrice del WCMS in testa) stanno attuando a man bassa mette in discussione questa pretesa modalità perfetta di produrre.  Il mio amico e Senior Partner di CSE Crescendo, Luciano Martinoli, ha addirittura ipotizzato che i “richiami” siano “fisiologici”. Mi ha detto “Sai che i sistemi software sono soggetti a continui aggiornamenti. Lo sono perché stanno diventando sempre più complicati e non siamo in grado di progettare sistemi così complicati esenti da errori. Molti errori sono scopribili solo con l’uso. Da qui i continui aggiornamenti per correggere errori che l’uso evidenzia. Ora io credo che per le auto stia accadendo la stessa cosa. Sono diventati oggetti così complessi che è impossibile una progettazione perfetta. I costi dei richiami non dovrebbero essere considerati costi eccezionali, ma i normali costi di una progettazione che non può che essere continua.” Aggiungo io: ma questo dovrebbe far riflettere sul concetto stesso di impresa. Alla vita dell’impresa, compresa quella produttiva, non possono che partecipare anche i clienti, oltre che, ovviamente, i dipendenti. I clienti non sono solo titolari di esigenze che occorre interpellare per conoscerle. Essi non sono esterni, ma sono parte integrante del processo progettuale e produttivo
Arriviamo ai bilanci. Come dice Luciano, i costi di richiamo dovrebbero essere inseriti tra i costi “naturali”, abbassando drasticamente l’EBITDA.
Sommando questa considerazione col fatto che l’aumento degli acquisti è in qualche modo drogato dalla finanza, quali sono i margini e i flussi di cassa reali del fare auto?
La domanda diventa inquietante quando si scopre che il numero uno al mondo Volkswagen, quasi da un giorno all’altro, si trova sull’orlo del fallimento. E nel fallimento ci cadrà come una pera cotta (il lettore ricordi questa previsione). Non se ne convincono solo tutti coloro che non riescono a non abbandonare una cultura della conservazione. E non sopportano la realtà che in una società che sta cambiando radicalmente pelle: i giganti del passato perderanno inevitabilmente di senso.
La conclusione è che il settore auto riuscirà a sopravvivere solo grazie al fatto che viene mantenuto dalla collettività, come sta accadendo a troppe imprese.


mercoledì 30 luglio 2014

Ma dove vai se un Progetto di Sviluppo non ce l’hai?

di
Francesco Zanotti


Prendete un imprenditore tipico e chiedetegli: mi fai vedere il tuo Progetto di Sviluppo? Usiamo pure una espressione tecnica: il tuo Business Plan?
La maggioranza, al massimo, vi fa vedere un prospetto patrimoniale, economico e finanziario. Altrimenti vi dirà con la più grande tranquillità che non ce l’ha.
Quando un imprenditore si decide a redigere un Business Plan? Quando qualcuno glielo chiede: Banche o Investitori non bancari che siano. E il fare il Business Plan è come compilare la dichiarazione dei redditi: si telefona al Commercialista per farselo fare.
Forse qualcuno dice: ma io ce l’ho ben chiaro in testa. Ma è una stupidaggine. Quando a questo qualcuno chiedete di scrivere quello che ha in testa vengono fuori tre paginette striminzite che non prefigurano nessun progetto di sviluppo. Troppo spesso sono solo un elenco delle cose che servono all'imprenditore per continuare a campare.
Ma se una impresa non ha un proprio Progetto di Sviluppo chiaro nell'indicare il Posizionamento Strategico attuale, come si vuole cambiarlo (ogni conservazione è una follia) e quali sono le cose per riuscirci e quali sono i risultati attesi che possa essere consultato da tutti coloro che devono contribuire  a realizzarlo, dove pensa di andare? Gli rimane il cercare disperatamente qualche titolo per farsi mantenere dalla Stato.
Stiamo costruendo una società dove sono gli imprenditori che cercano in tutti i modi di collettivizzare una economia che non si sa mantenere da sola??
Allora io faccio una proposta a tutti coloro (banche comprese) che vogliono investire nel mondo delle PMI, a qualunque titolo: usate una prima discriminante: se quando andate da una impresa questa non ha già un business Plan ed una voglia matta di mostrarvelo, lasciate perdere subito: waste of time (ora), money (in futuro).
Per le grandi imprese certamente è diverso, penserete. E, invece, no! Abbiamo assegnato un Rating al Business Plan delle imprese degli indici FTSE MIB e Star della Borsa Italiana. E il risultato è che un buon quattro di quelle dell’indice FTSE non espongono un Business Plan. Quelle che lo espongono, mediamente, scrivono Progetti di Conservazione.
Per le Star la situazione è anche peggiore.


lunedì 16 dicembre 2013

Il Business Plan? Faccia lei ragioniere …

di
Francesco Zanotti


... dice l’imprenditore. O “faccia lei CFO” se parliamo di un CEO …
Ma così facendo non si costruisce sviluppo. Il redigere un Business Plan diventa un atto di burocrazia. La redazione è finalizzata ai desideri ed alle preferenze dei destinatari: in genere gli investitori. La vera strategia dell’impresa rimane nella testa dell’imprenditore o del CEO.
Ma cosa c’è che non va? Perché così facendo non si costruisce sviluppo? Perché si costruisce conservazione. Il CEO o l’imprenditore utilizzano le risorse cognitive di cui dispongono e che sono andate sclerotizzandosi con l’esperienza. Il perpetuare il passato diventa l’unico futuro possibile.
Il rapporto con gli investitori che spesso sono risparmiatori è: dammi i soldi che poi ci penso io. E il penso io è: cerco di sopravvivere.

La soluzione? Ovviamente è necessario, ma non basta fermarsi all’invito: CEO e imprenditori redigete in prima persona il Business Plan. Occorre aggiungere: andate a cercare il miglior modello di Business Plan esistente. Il più ricco. Tanto più è ricco tanto più vi costringerà ad usare nuove risorse cognitive che, sole, vi permetteranno di uscire dalla trappola del passato.

domenica 17 novembre 2013

Minibond: una sfida progettuale, valutativa e, quindi, cognitiva.

di
Francesco Zanotti


Stamattina sul Sole24Ore, a firma Morya Longo, ho trovato un pregevole articolo sulla futura sfida dei minibond. Ma devo dire che in quel ragionamento manca un “pezzo”. Decisivo.
Il problema oggi è, forse, anche il credit crunch, ma alla origine ve ne è un altro ancora più profondo. E se non si risolve quello, potremo fornire tutto il credito che vogliamo, in tutte le forme che vogliamo, ma lo bruceremo sull'altare della conservazione.
Il problema è quello che abbiamo descritto nel post di qualche giorno fa nella lettera Aperta al Direttore generale della Banca d’Italia
In quel post si propone un nuovo scenario di rapporto tra le imprese e coloro che, a qualunque titolo forniscono loro risorse finanziarie: una sfida progettuale. La sfida è sulla qualità del progetto di sviluppo strategico che le imprese chiedono di finanziare. Un progetto che occorre aiutare le imprese a sviluppare e che i fornitori di risorse finanziarie devono imparare a valutare. Per far questo occorre buttare sul tavolo un insieme di nuove “risorse cognitive” che sono costituite dalle conoscenze e metodologie di valutazione strategica.

La nuova normativa sui minibond diverrà strumento di sviluppo reale solo se le imprese e le banche, insieme, riusciranno a vincere questa sfida progettuale, valutativa e cognitiva.

giovedì 17 ottobre 2013

Una domanda ai giornalisti economici

di
Francesco Zanotti

perché non verificare la conoscenza? 

Ha quasi la forza logica di un sillogismo.
Sta diventando sempre più evidente ed urgente, che le imprese (grandi e piccole, banche comprese, ovviamente) debbano produrre Piani Industriali, Progetti Strategici, Business Plan.
Per svilupparli si usano le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.
Il problema è che quelle che vengono usate per redigere questi Piani, Progetti etc. sono sola una piccolissima parte (ed obsoleta) di quelle disponibili. Dico diversamente: è come se le imprese dovessero scrivere grandi poemi di futuro, ma usano linguaggi troppo poveri perché possano riuscirci. Il risultato è che scrivono storie di conservazione.
Noi abbiamo raccolto in un documento (che può essere scaricato qui), in modo finalizzato alla redazione di Piani Industriali, Progetti d’Impresa, Progetti Strategici, lo stato dell’arte a livello internazionale delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa.
La nostra domanda è: perché i giornalisti economici non fanno un confronto tra la conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa usate e quelle disponibili?
Se, come sosteniamo, il gap è rilevante, allora si capisce perché i Business Plan (come quello di CAI) vengono totalmente disattesi. E l’urgenza più grande è diffondere le più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa presso top manager e imprenditori.


domenica 15 settembre 2013

Previsioni … se non la smettiamo di conservare

di
Francesco Zanotti

Non è vero che le previsioni non sono possibili. E’ possibile prevedere quello che accade se si insiste nel conservare. Cosa significa insistere nel conservare? Significa ricercare competitività e non cambiare il sistema di risorse cognitive di riferimento.
Dunque se si continua a cercare competitività e non si cambia il sistema di risorse cognitive di riferimento accadrà …
Prima puntata .. brevissima
Accadrà che una parte consistente del nostro sistema industriale (diciamo introno al 30%) scomparirà nel giro di un anno. Questo comporterà un aumento insostenibile della disoccupazione e delle sofferenze delle banche. Occorreranno interventi dello Stato di dimensioni mai viste.
Previsione da sfatare usando nuove risorse cognitive che genereranno una nuova progettualità imprenditoriale e permetteranno alle banche di valutare la progettualità delle imprese che oggi non è considerata in nessun sistema di rating.

Quali nuove risorse cognitive? Le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

domenica 11 agosto 2013

Una domanda impertinente: soldi alle imprese… ma per farne cosa?

di
Francesco Zanotti


Tante voci sul Sole 24 Ore, un unico messaggio: è urgente fare arrivare soldi alle imprese.
Ma nessuno si pone il problema di cosa se ne faranno le imprese. Anche la “vicenda” dei mini bond viene presentata con una ragione curiosissima: poiché è difficile trovare domanda di credito “buono”, allora troviamo forme di finanziamento diverse dal debito bancario. Ma se non è buono il “credito”, come fa ad essere buono il fornire risorse a debito da parte di finanziatori che non siano le banche?
Io credo esista una ragione nascosta, forse non consapevole, ma decisiva in questo ragionare. In realtà si attende che la ripresa metta tutto a posto. Peccato che una ripresa alta e forte dell’attuale economia non ci sarà. Ci sarà solo la nascita di una nuova economia.
Allora merita credito o capitale solo chi riprogetta radicalmente la propria impresa. Ma chi è in grado di capire se un progetto strategico racconta di una rivoluzione o descrive solo come ci si attrezza per sopravvivere fino anche non ci sarà la ripresa? Sarebbe possibile farlo, ma occorrerebbe una rivoluzione nelle conoscenze e negli strumenti di analisi e progettazione strategica che usano banche ed imprese. Purtroppo negli ultimi vent'anni si è proceduto con il passo del gambero. Agli inizi degli anni ’90 avevo costruito una sintesi delle conoscenze e degli strumenti di analisi e progettazione strategica allora disponibili. Riguardando quella sintesi venti anni dopo mi accorgo che una parte rilevante di quelle conoscenze e quegli strumenti è stata addirittura dimenticata. Non solo non si cercano nuove conoscenze e nuovi strumenti di analisi e progettazione strategica, ma si dimenticano anche quelli che sono disponibili da decenni.
La conservazione è in ogni angolo. La conservazione culturale e professionale è interpretata con determinazione. Ogni progresso è visto come un attacco di lesa maestà a ruoli professionali o manageriali.

E’ il momento di abbandonare la pratica della conservazione che si porta dietro la retorica di una crescita che non arriva mai.

venerdì 20 aprile 2012

Zavorra burocratica o “cognitiva”?


di

Francesco Zanotti

Lo slogan del nuovo presidente di Confindustria: “Lotta alla burocrazia per tornare a crescere”.
Certo se ci fosse meno burocrazia fosse sarebbe meglio … Ma …
Perché ci metto tanti puntini? Perché mi sembra doveroso dire una cosa dolorosa. E, quindi. … sono titubante. Non voglio che venga scambiata per la solita sparata isterica.
Comincio, allora, dall’inizio, lentamente …

Per uscire dalla crisi attuale dobbiamo riprogettare una intera società: dall’economia, alla finanza ed alla politica. E, fino a qui, credo sia difficile non essere d’accordo.
Ma quando proviamo a progettare il futuro, cosa usiamo? Oggi usiamo gli stessi modelli di lettura della realtà, linguaggi di descrizione del futuro che usavamo prima. Questi ci permettono di capire cosa non funziona, ci arrabbiamo, anche ci indigniamo, ma poi, quando proviamo a trovare “soluzioni” siamo capaci solo di cercare di aggiustare la società attuale, ma non di costruirne un’altra. Crescono insomma la rabbia e la frustrazione. E si alimentano a vicenda.
E si finisce per trovare soluzioni, anche diversissime di conservazione attraverso il conflitto.
Si finisce per delegare al “buono di turno” perché sistemi le cose: il governo dei tecnici che combatte tutti con sacrifici crescenti e destinati a crescere. Oppure per attendere l’intervento del papà: “Ora tocca all’Europa” titolava stamattina Repubblica, riportando il pensiero del Presidente della Repubblica. Una Europa che deve generare stabilità. Oppure si scatena la caccia alle streghe: il complotto pluto-masso-giudaico di Mussolini, il governo delle multinazionali delle brigate rosse. E le invettive dei tanti e tristi Savonarola dei nostri giorni.
Nel caso delle imprese: la lotta (sempre e solo parole di conflitto) alla burocrazia.

Invece …Se provate ad aprire il sito di Repubblica trovate (una sottile ironia non voluta) una pubblicità quasi (ironicamente, appunto) profetica: di occhiali.

Per costruire una nuova società e nuove imprese servono nuovi “occhiali” cognitivi e nuovi linguaggi espressivi.
In concreto, faccio un esempio solo.

giovedì 12 aprile 2012

Rapporto banca-impresa.


Un Rating Progettuale dei business plan per allargare una coperta troppo corta … Anche se c’è l’IKEA!


di
Francesco Zanotti

Oggi il rapporto banca-impresa è una corsa al ribasso. Oppure: è una battaglia a stiracchiare una coperta troppo corta che diventa sempre più corta e lisa. E tutti sanno cosa accade in questo caso: si rompe, mandando in frantumi imprese e risparmi.
Vogliamo descrivere una nostra proposta per allargare la coperta.

Oggi le imprese cercano troppo spesso di rimanere agganciate alle loro identità storiche (prodotti, servizi, organizzazioni). Qualche spruzzata di innovazione, ma troppo spesso solo per fare meglio e far pagar meno le cose di prima. Così i guadagni calano inevitabilmente a causa di una crisi che, se la si guarda bene in faccia, è sostanzialmente di conservazione. Questo è vero soprattutto in Italia, paese di terzisti. Con questo desiderio di passato la strategia regina è attendere che la crisi finisca. Al massimo, nutrire la speranza di andare a vendere nei favolosi “mercati esteri” nei quali anche i prodotti più obsoleti sperano di trovare l’Eldorado.
Per aspettare una mitica fine della crisi, per finanziare innovazioni marginali e per tentare misteriose avventure estere, chiedono aiuto alle banche …
Sì lo so! Noi sopravviviamo solo con l’esportazione. Ma esportano solo quelli che hanno prodotti di alto valore. E proprio per questo, spesso, non hanno bisogno delle banche. Per fare un caso estremo: la Apple.
Le altre invece si rivolgono alle banche per cercare sostanzialmente una mano per sopravvivere in attesa di tempi migliori. Non si accorgono che i migliori tempi, oggi immaginabili per terzisti anche bravi, sono quelli di avere contratti come quelli che sta proponendo l’IKEA. Che fanno sì lavorare, ma non guadagnare tanto da poter investire per liberarsi della sindrome del cliente unico che, forse, ti mantiene, ma a stecchetto.
Non restano davvero che le banche.