"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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mercoledì 30 novembre 2016

Lezioni di "Strategia d'Impresa" da Leonardo Del Vecchio

di
Luciano Martinoli


In una recente intervista apparsa sul Corsera, Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, sottolinea, in modo implicito, l'importanza della Strategia d'Impresa per lo sviluppo dell'azienda in contrapposizione alla mera gestione operativa.

E' lucido e preciso, come tutti gli imprenditori, Leonardo Del Vecchio nel rispondere ai luoghi comuni che purtroppo affliggono il dibattito mediatico sulle imprese. Nell'intervista pubblicata dal Corsera lo scorso 22 novembre fornisce delle vere e proprie perle di Strategia d'Impresa. Forse sono sfuggite ad una lettura superficiale o frettolosa e desidero riproporle mettendole in corrispondenza del nostro modello di Business Plan, che ricordo essere frutto di un nostro studio sullo stato dell'arte mondiale della Strategia d'Impresa, e di come contenga ed espliciti proprio i contenuti e le esigenze di cui parla Del Vecchio (e molto altro).

giovedì 25 febbraio 2016

A cosa servono gli imprenditori per gli economisti?

di
Luciano Martinoli



Seguendo i dibattiti sui media, per gli economisti l'imprenditore, a sorpresa, non ha nessun ruolo. Un esempio lampante di questa mia affermazione è l'articolo di oggi sul sole24ore di Fabrizio Galimberti .
Alla domanda su dove va l'economia italiana, tira in ballo politiche di supporto alla domanda, governo, debolezza corale, produzione industriale in calo fino ad arrivare a invocare i suggerimenti di  Keynes.
Se questi, ed altri, fossero presupposti indispensabili per lo sviluppo delle imprese, come si spiegano i successi della solita Apple, ma anche di Luxottica, Ferrero, Barilla, Prysmian, e tante altre aziende (anche se troppo poche) in Italia come nel mondo?

E' sempre più chiaro che è arrivato il momento di cambiare prospettiva, considerando l'inefficacia dell'attuale punto di vista degli economisti, e considerare l'economia non dall'alto dei trend o dei supporti e stimoli che possono venire da altri sistemi (politico, giuridico, sociale, ecc.) ma dal basso, dai singoli attori che determinano i destini dell'economia con i loro comportamenti: le aziende.

Aveva ragione Coase, premio nobel per l'economia nel 1991, quando pubblicò nel 2012 un articolo su Harvard Business Review dal titolo "Salviamo l'economia dagli economisti"!
Giustamente esordiva dicendo che "l'economia come presentata oggi nei testi e insegnata nelle scuole (e, aggiungo io, trattata nella stampa e nel dibattito pubblico) non ha molto a che fare
con la gestione del business e men che meno con l'imprenditorialità".
Come dargli torto?

Allora è il caso di tornare alle origini, come ricorda lo stesso Coase, e considerare l'economia fatta dalla somma dei "comportamenti strategici" delle singole aziende e, a tale scopo, dotarsi di opportuni strumenti di sollecitazione e di analisi.
E' evidentemente finito il tempo per le invocazioni retoriche di interventi "divini" e misteriosi 
(il ritorno della domanda, quasi un sequel cinematografico), la pratica di inutili e sterili danze della pioggia (interventi di governi, summit, stress test, ecc.) e la triste e sterile constatazione dell'inefficacia di tutto questo.
L'azienda deve tornare a produrre abbondante cassa perchè solo essa è il cuore e la forza dell'economia (generare la domanda, creare occupazione, consentire l'abbattimento della tassazione,ecc.). In assenza non ci sono stimoli che tengano.
Dunque non sono i rapporti dell'Istat o dell'Inps, i decreti leggi del Governo Renzi o Cameron, i quantitative easing di BCE o FED che possono cambiare le sorti dell'economia ma lo può fare esclusivamente la progettazione dell' attività d'impresa e l'analisi di tali progetti. 

domenica 31 gennaio 2016

Leonardo Del Vecchio e i manager

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Leonardo del Vecchio

Alla veneranda età di 80 anni Leonardo del Vecchio ha deciso di riprendere in mano la sua impresa perché serve uno spirito imprenditoriale e non una gestione manageriale.
Oggi sul Sole 24 Ore Luigi Zingales fa un’apologia dei manager di successo che hanno evitato lo spirito conservativo di azionisti minoranza che vogliono fare il bello e il cattivo tempo. Denunciando che questi ultimi usano i manager quando sono nei guai, ma poi, appena non sono allineati li cacciano. E cita tra gli altri proprio Andrea Guerra.
Ora, il primo problema è che Zingales cita come risultato ottenuto dai manager l’aumento del titolo in borsa seguendo la vecchia logica del “valore per gli azionisti”. Ignorando il fatto che oramai è stato ampiamente dimostrato che la logica del valore per gli azionisti è non solo parziale, ma anche distorcente.
Ma poi, alla fine, c’è del vero quando parla di azionisti ottusi.
Non è, però, il caso di Del Vecchio.  Non si tratta di un azionista ottuso, ma di un azionista che considera i risultati dei manager troppo limitati. Conservatori, dal suo punto di vista.
Allora proviamo a distinguere tra impresa imprenditoriale e impresa manageriale. Il nostro prossimo futuro sarà di sviluppo se trasformeremo imprese manageriali in imprese imprenditoriali.

In un ambiente in profonda evoluzione gli atteggiamenti strategici che le imprese possono adottare sono due.

Il primo è di partecipare a costruire questa evoluzione: ridisegnare il proprio sistema d’offerta e, conseguentemente, il proprio ruolo sociale come contributo a quel processo emergente che è il creare una nuova economia e una nuova società. Definiamo questo primo atteggiamento “imprenditoriale”. E’ l’atteggiamento “naturale” di quell’attore economico che si definisce “impresa”. E’ l’atteggiamento che permette all’impresa di generare valore economico e sociale nel continuo. E’ l’atteggiamento che costruisce sviluppo nel continuo per tutti gli stakeholder che si riferiscono all’impresa.

Il secondo è di cercare, anche inconsapevolmente, di difendere, conservare il sistema d‘offerta e il ruolo sociale dell’impresa.
Questo secondo atteggiamento strategico in un ambiente che evolve proprio per azione delle imprese imprenditoriali è distruttivo. Le scelte strategiche finalizzate alla conservazione sono controproducenti. Gli obiettivi che si immagina di raggiungere si negano l’un l’altro.

Detto diversamente, in un ambiente in veloce evoluzione l’impresa manageriale finisce per chiudersi in sé stessa e, a causa di questo chiudersi, non riesce più a generare valore né economico né sociale. La deriva inevitabile è che l’impresa diventa una infrastruttura istituzionale, finanziata dallo Stato che non ha nulla dell’intrapresa, ma tutto della burocrazia.

sabato 31 ottobre 2015

La risorsa più scarsa

Colonne d'Ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di "fondamentali"
dell'economia e della finanza migliori (o uguali?).

di
Luciano Martinoli


Anthony Doyle, investment director del team retail fixed interest di M&G Investments, all'avvicinarsi di Halloween si è divertito (ma non c'è proprio nulla di divertente) a realizzare i 5 grafici più spaventosi sull'economia globale.
Per lo scopo del titolo di questo post consideriamo solo il primo.