"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 18 gennaio 2013

Consulenza: solo "Temporary Management"?

(ovvero: la conseguente solitudine del capo)
di
Luciano Martinoli

Sul numero di Dicembre 2012 di Harvard Business Review Italia vi è un rapporto speciale sulla consulenza manageriale. Leggendo le interviste alle aziende committenti viene spontanea una affermazione: ma stanno parlando di Temporary Management"!
Infatti le proposte, e le richieste (e qui è difficile capire se nasca prima l'uovo o la gallina!) sono in un'ottica di sostituzione del management: ciò che dovrebbe essere fatto all' interno viene comprato da fuori. Come se ad un certo punto della "Partita" aziendale entrasse un uomo nuovo. Questa impressione è definitivamente confermata poi dal modello di pricing richiesto e offerto: la "success fee", il compenso a risultato. Proprio come un manager che, se non proprio tutto lo stipendio, ha un riconoscimento extra "a risultato".
Come farebbe un Amministratore Delegato, o un Imprenditore, ad accettare una logica di questo tipo? Ad ammettere che lui è "sostituibile" nella sua funzione di pianificazione strategica e, conseguentemente, indirizzo operativo?
E infatti...

venerdì 14 dicembre 2012

Il caso Saipem: presunta corruzione e nessun Business Plan


di
Luciano Martinoli


Ieri sul quotidiano "La Repubblica" è stato pubblicato un articolo sul caso Saipem e le presunte pratiche di corruzioni, sulle quali si sta indagando, messe in atto per ottenere alcune commesse. E' una notizia che dovrebbe inquietare tutti noi, non solo come shareholder ma come cittadini italiani. Infatti Saipem, e la sua controllante ENI, sono, per la loro dimensione, un attore di vera e propria politica estera e, dovrebbero essere, un promotore di sviluppo. La mia ipotesi è che quando accadono fatti come questi non vi sia solo un problema, eventuale, di “onestà”, ma di conoscenza e strumenti.

venerdì 23 novembre 2012

What analysts want

di
Luciano Martinoli
e
Francesco Zanotti


No, non è il sequel del famoso film del 2000, What women wants con Mel Gibson, ma la possibile ridefinizione del titolo di un articolo apparso sul numero di Novembre di Harvard Business Review: What makes Analysts say "Buy"?
Si tratta di una ricerca, condotta su circa 1000 analisti finanziari in Asia, Europa, America Latina e USA, sui fattori che influenzano il loro giudizio positivo sulle aziende considerando dodici parametri. Al di là del sorprendente scarso interesse, che contrasta con diffusi luoghi comuni, per i conti delle aziende e la competitività dei settori (espressione che indica una grande approssimazione: livello di competizione del settore, competitività dell’impresa hanno preciso significato, “Competitività del settore” non ha senso), questa indagine induce considerazioni ben più profonde.

lunedì 23 luglio 2012

Il "senso" dei Business Plan...


...il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.


…la cultura dell’impresa, ossia quella dell’ imprenditore- sia esso individuale famigliare o manageriale- che si comporta come classe dirigente,che lavora come se il destino del mondo dipendesse dal suo agire e così facendo sceglie di lavorare nell’ impresa perché vive l’ impresa come libertà dei moderni.


Come comunicato da queste pagine virtuali, una nostra ricerca sul “Rating dei Business Plan” delle aziende dell’indice FTSE MIB della Borsa di Milano, è stato pubblicato sulla rivista “Il Mondo” qualche settimana fa.
L’attività, condotta sui documenti ufficiali e pubblicamente disponibili sui siti web aziendali, ci ha consentito di classificare, censire, valutare ogni singola affermazione contenuta nei piani. Conseguentemente ci siamo formati un giudizio complessivo, sui valori che esprime e sulla mentalità e cultura che li hanno ispirati.
Giudizio non esaltante...

martedì 3 luglio 2012

Come creare ricchezza... dal basso

Il numero del 6 luglio della rivista "Il Mondo" ci ha dedicato la storia di copertina.
Di che si tratta? 
Della ricerca, "Rating dei Business Plan", eseguita sulle aziende dell'indice FTSE MIB: le principali società quotate in Borsa a Milano.
Non lasciatevi ingannare dal titolo "scandalistico" del giornale, nè dal nome della ricerca che ha un retrogusto un po' burocratico. La faccenda è molto seria e ha riscontri molto più pratici di quanto si possa immaginare: le aziende in questione sono i più grandi assorbitori di risparmio pubblico.
Come lo useranno? 
Quali sono i loro "piani di futuro" (le sorti dei nostri denari)?
E, prima ancora, sono in grado di progettare un futuro o si limitano a seguire quello creato da altri?

giovedì 12 aprile 2012

Rapporto banca-impresa.


Un Rating Progettuale dei business plan per allargare una coperta troppo corta … Anche se c’è l’IKEA!


di
Francesco Zanotti

Oggi il rapporto banca-impresa è una corsa al ribasso. Oppure: è una battaglia a stiracchiare una coperta troppo corta che diventa sempre più corta e lisa. E tutti sanno cosa accade in questo caso: si rompe, mandando in frantumi imprese e risparmi.
Vogliamo descrivere una nostra proposta per allargare la coperta.

Oggi le imprese cercano troppo spesso di rimanere agganciate alle loro identità storiche (prodotti, servizi, organizzazioni). Qualche spruzzata di innovazione, ma troppo spesso solo per fare meglio e far pagar meno le cose di prima. Così i guadagni calano inevitabilmente a causa di una crisi che, se la si guarda bene in faccia, è sostanzialmente di conservazione. Questo è vero soprattutto in Italia, paese di terzisti. Con questo desiderio di passato la strategia regina è attendere che la crisi finisca. Al massimo, nutrire la speranza di andare a vendere nei favolosi “mercati esteri” nei quali anche i prodotti più obsoleti sperano di trovare l’Eldorado.
Per aspettare una mitica fine della crisi, per finanziare innovazioni marginali e per tentare misteriose avventure estere, chiedono aiuto alle banche …
Sì lo so! Noi sopravviviamo solo con l’esportazione. Ma esportano solo quelli che hanno prodotti di alto valore. E proprio per questo, spesso, non hanno bisogno delle banche. Per fare un caso estremo: la Apple.
Le altre invece si rivolgono alle banche per cercare sostanzialmente una mano per sopravvivere in attesa di tempi migliori. Non si accorgono che i migliori tempi, oggi immaginabili per terzisti anche bravi, sono quelli di avere contratti come quelli che sta proponendo l’IKEA. Che fanno sì lavorare, ma non guadagnare tanto da poter investire per liberarsi della sindrome del cliente unico che, forse, ti mantiene, ma a stecchetto.
Non restano davvero che le banche.