"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 25 luglio 2014

La nuova Sabatini è una droga?

di
Francesco Zanotti



Rubo questa metafora al mio amico Luciano Martinoli … E’ proprio adatta ...
Si sta cercando di dare una mano (soprattutto alle PMI) a rinnovare le loro strutture produttive.
Ma perché dico che fare questo rischia di essere come drogare le imprese?
Come ho scritto altrove, noi viviamo una crisi da noia: i prodotti (ma anche i servizi) tipici della società industriale stanno perdendo di interesse. Allora la sfida non è produrre meglio. E’ produrre cose radicalmente diverse.
Se si rinnovano gli impianti per continuare a produrre le “cose” di prima, rischiamo che quei capannoni abbandonati di cui dicevamo in un post passato siano anche pieni di costose macchine. Nuove, ma inutili perché destinate a produrre cose che la gente non compra più.
Prima di dare finanziamenti alle imprese per rinnovare gli impianti occorrerebbe chiedere alle stesse imprese un Business Plan che dimostri che grazie a questi impianti l’impresa aumenterà la sua capacità di generare cassa.
Ed occorre dare loro risorse cognitive per riuscire a “scrivere” Business Plan realmente rivoluzionari. E non solo fare piani di ammortamento di impianti tanto lucenti quanto, nella maggior parte dei casi, inutili.

Sì davvero una droga. Perché, come la droga, i finanziamenti destinati, al massimo, a far sopravvivere qualche mese in più diventano sempre più urgenti e ne servono di sempre più grandi.

venerdì 11 ottobre 2013

Il tabù dei finanziamenti: ma cosa fanno realmente le aziende...

(...per meritare credito?)
di 
Luciano Martinoli


Sole24Ore di mercoledì 9 Ottobre, pagina 7 interamente dedicata ai finanziamenti alle imprese che non vengono erogati e che “bloccano” la ripresa. Si parte dai dati Bankitalia e si passa alle iniziative sul territorio, Padova e Modena, per concludere con un’analisi. La tesi però è sempre la stessa: guai a toccare le aziende, hanno sempre ragione. Ovvero tutte le aziende fanno bene a fare quello che hanno sempre fatto e che continuano a voler fare. Se non riescono a produrre quella ricchezza che tutti ci aspettiamo è perché le banche non le sostengono.
Al di là dell’evidente paradosso, l'attuale sistema economico vede l’azienda come unico motore per produrre ricchezza per tutti gli altri (Stato, Finanza, tutti gli altri stakeholder in generale) e non viceversa, ma perché non si “osa” affrontare la questione della sostanza aziendale, ovvero cosa fanno le imprese, e da qui far discendere un giudizio su se è meritoria di credito o meno?

giovedì 12 aprile 2012

Rapporto banca-impresa.


Un Rating Progettuale dei business plan per allargare una coperta troppo corta … Anche se c’è l’IKEA!


di
Francesco Zanotti

Oggi il rapporto banca-impresa è una corsa al ribasso. Oppure: è una battaglia a stiracchiare una coperta troppo corta che diventa sempre più corta e lisa. E tutti sanno cosa accade in questo caso: si rompe, mandando in frantumi imprese e risparmi.
Vogliamo descrivere una nostra proposta per allargare la coperta.

Oggi le imprese cercano troppo spesso di rimanere agganciate alle loro identità storiche (prodotti, servizi, organizzazioni). Qualche spruzzata di innovazione, ma troppo spesso solo per fare meglio e far pagar meno le cose di prima. Così i guadagni calano inevitabilmente a causa di una crisi che, se la si guarda bene in faccia, è sostanzialmente di conservazione. Questo è vero soprattutto in Italia, paese di terzisti. Con questo desiderio di passato la strategia regina è attendere che la crisi finisca. Al massimo, nutrire la speranza di andare a vendere nei favolosi “mercati esteri” nei quali anche i prodotti più obsoleti sperano di trovare l’Eldorado.
Per aspettare una mitica fine della crisi, per finanziare innovazioni marginali e per tentare misteriose avventure estere, chiedono aiuto alle banche …
Sì lo so! Noi sopravviviamo solo con l’esportazione. Ma esportano solo quelli che hanno prodotti di alto valore. E proprio per questo, spesso, non hanno bisogno delle banche. Per fare un caso estremo: la Apple.
Le altre invece si rivolgono alle banche per cercare sostanzialmente una mano per sopravvivere in attesa di tempi migliori. Non si accorgono che i migliori tempi, oggi immaginabili per terzisti anche bravi, sono quelli di avere contratti come quelli che sta proponendo l’IKEA. Che fanno sì lavorare, ma non guadagnare tanto da poter investire per liberarsi della sindrome del cliente unico che, forse, ti mantiene, ma a stecchetto.
Non restano davvero che le banche.