"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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lunedì 9 maggio 2016

Erdogan, Aristofane e il Business Plan

di
Francesco Zanotti

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Erdogan che cerca di costruire una “neoligua” per controllare la società, Aristofane che dice “I pensieri elevati devono avere un linguaggio elevato”: due personaggi, due prospettive e due epoche completamente diversi, ma la stessa importanza al linguaggio.
Forse non è neppure il caso di riproporre l’importanza del linguaggio, tante sono le voci che ne raccontano l’importanza.
O forse sì?
Sì, in almeno un caso. Il futuro della nostra economia si decide sulla qualità della progettualità strategica che si condensa nel documento del Business Plan. Come ogni attività umana anche la progettualità strategica utilizza un linguaggio. Bene il linguaggio che oggi usano le imprese è banale. Quindi i Business Plan che ne derivano (ancora peggio se il risultato della progettualità strategica rimane nella testa dell’imprenditore) sono banali.
Per attivare una progettualità più intensa è necessario fornire alle imprese un linguaggio molto più ricco di quello che utilizzano oggi. Esso è costituito dalle conoscenze e dalle metodologie di strategia d’impresa.
Il linguaggio è lo strumento chiave per costruire sviluppo.


giovedì 20 giugno 2013

"One Plan", altro che "One Report"!

di
Luciano Martinoli

E' disponibile in rete un articolo dal titolo "One Report. Obiettivo "Unico Bilancio" che narri e combini le informazioni finanziarie con quelle non finanziarie". E' una recensione del libro di Eccles e Krzus sulla necessità di dare una vista unica dell'azienda, allargata rispetto alle consuete informazioni economiche e finanziarie e non spezzettate in vari documenti, tipicamente bilancio e rapporto sulla sostenibilità. 
La strada per creare questo mitico One Report, a mio giudizio, non è quella di combinare ciò che è economico con quello che non lo è, come suggerisce l'autore. La via maestra è quella di includere tutte le dimensioni non economiche nella strategia dell'impresa utilizzando un linguaggio progettuale che ne consenta l'adeguata rappresentazione e trattamento, come abbiamo fatto nel modello che usiamo, tra l'altro, per effettuare il Rating del Business Plan.
Si tratta insomma di superare un artificiale spezzettamento nato in USA per meglio rappresentare la grande impresa industriale dell'epoca, anni '60, in un periodo dove era prevalente l'attenzione sulle dimensioni economico-finanziarie.
Come fare?

lunedì 3 dicembre 2012

Anche la strategia è una lingua


di
Francesco Zanotti

Leggo oggi su Affari & Finanza di Emanule Marini, Export manager di Az Pneumatica. Conosce 34 lingue e considera le lingua una risorsa strategica fondamentale.

Come non essere d’accordo? Voglio, però, generalizzare. Non vi sono solo quelli che vengono chiamati i “linguaggi naturali”. Vi sono anche i linguaggi “tecnici” che servono per “parlare” di aspetti specifici della realtà. Come accade per i linguaggi naturali, la capacità espressiva, progettuale in questi aspetti specifici della realtà dipende dalla vastità e dalla profondità dei linguaggi tecnici che si conoscono.

Bene, anche le conoscenze strategico-organizzative sono un linguaggio. Sono il linguaggio per scrivere il futuro dell’impresa.
Purtroppo la conoscenza di questo linguaggio è ancor meno diffusa di quella delle lingue straniere.
Così accade che le strategie progettate e raccontate siano povere ed imitative.
Come quando si conosce poco una lingua straniera e si riesce, sì e no, a prendere un taxi, ordinare al ristorante, sopravvivere insomma. Quando si conosce a livello di sopravvivenza una lingua straniera non si scrivono romanzi …
Oggi le nostre imprese (non solo le PMI, forse più di loro quelle grandi) devono scrivere veri e propri poemi di futuro. Ma conoscono solo quelle poche parole che permettono loro di ripetere la loro storia di sempre. E’ una storia che, spesso, ha stufato e le costringe a competere sul prezzo, come accade per chi vende banalità che vengono da un mondo finito.

venerdì 23 novembre 2012

What analysts want

di
Luciano Martinoli
e
Francesco Zanotti


No, non è il sequel del famoso film del 2000, What women wants con Mel Gibson, ma la possibile ridefinizione del titolo di un articolo apparso sul numero di Novembre di Harvard Business Review: What makes Analysts say "Buy"?
Si tratta di una ricerca, condotta su circa 1000 analisti finanziari in Asia, Europa, America Latina e USA, sui fattori che influenzano il loro giudizio positivo sulle aziende considerando dodici parametri. Al di là del sorprendente scarso interesse, che contrasta con diffusi luoghi comuni, per i conti delle aziende e la competitività dei settori (espressione che indica una grande approssimazione: livello di competizione del settore, competitività dell’impresa hanno preciso significato, “Competitività del settore” non ha senso), questa indagine induce considerazioni ben più profonde.

venerdì 1 giugno 2012

Quello che avrei voluto sentire dire dal Governatore della Banca d’Italia


di
Francesco Zanotti


Avrei voluto sentire dire parole nuove da un nuovo Governatore.

Ad esempio …
La società industriale ha aperto un “Vaso di Pandora al contrario”. Un Vaso che sta spargendo intorno a noi immense risorse di futuro. Soprattutto potenzialità di futuro e nuove risorse cognitive.
Sono così tante, splendide e promettenti che lasciano attoniti.
Mi sarebbe, allora, piaciuto ascoltare il linguaggio della speranza.

Come si possono sfruttare le risorse di futuro? Se guardiamo al passato recente abbiamo un esempio: attraverso una intensa imprenditorialità di popolo.
Con il termine “imprenditore” non intendiamo parlare di un capitalista che cerca il profitto. Neanche di un manager che gestisce un’azienda o del proprietario che la possiede o di la eredita.
L’imprenditore è un creatore di mondi.
L’imprenditore si pone di fronte alla realtà, alla natura e alla società, in un modo tutt’affatto particolare: con la sindrome di Dio. Intendo dire: con la voglia di costruire un mondo a sua immagine e somiglianza.
Mi sarebbe piaciuto, allora, ascoltare il linguaggio della imprenditorialità.

Allora è necessario attivare una nuova e più intensa imprenditorialità di popolo. Ma come?
Gli imprenditori per immaginare nuovi mondi usano le risorse cognitive, i modelli mentali, le risorse emozionali  di cui dispongono. Le risorse e i modelli del passato non bastano più. Anche perché si sono andati affievolendo. Le nuove generazioni hanno ereditato le imprese, non lo spirito imprenditoriale. Tanto che oggi “imprenditore” è colui che possiede una impresa e non crea nuovi mondi.
Allora è necessario fornire nuove risorse cognitive, nuovi modelli mentali, nuove risorse emozionali.
Mi sarebbe piaciuto, allora, ascoltare il linguaggio della conoscenza.

Avrei voluto sentire parole nuove, ma ho sentito parole oramai note, anche se diligentemente messe in bell’ordine, come fa un diligente scolaro …

martedì 24 aprile 2012

Soldi e “caselle” le risorse chiave per costruire sviluppo


di
Francesco Zanotti

Proviamo con una proposta inedita e, per questo, strana. Credo proprio che sarebbe in grado di generare sviluppo.
Una proposta semplicissima sia a descriversi che a realizzarsi: riguarda i soldi e le caselle.

I soldi.
Invece di emettere Eurobond per finanziare, sostanzialmente, progetti infrastrutturali, propongo, innanzitutto, di battere nuova moneta a fronte di grandi progetti per costruire nuove grandi imprese.
Quando un imprenditore (non importa se industriale, di servizi o sociale) presenta un progetto di impresa (compresa la ricerca per avviarlo), allora le banche lo finanziano con un fondo di “nuova moneta” messo a disposizione della Banca Centrale.
Ecco spiegata la prima parte del titolo che, a prima vista, sarebbe potuto sembrare la scoperta dell’acqua calda.

E le “caselle”?

mercoledì 4 aprile 2012

L’estetica di un business plan: una misura della capacità di sviluppo


di
Francesco Zanotti


Non è una deriva bucolico-nostalgica. E’ un ragionamento serio … L’indicazione di un metro di valutazione delle direzioni di sviluppo. Che dovrebbero usare sia banche che imprese.

Se vi sedete sulle rive di un torrente di montagna davanti ad un ghiacciaio, oppure davanti al mare che lambisce la spiaggia di un’isola tropicale vi sentite parte della natura. Sono sensazioni positive, emozionanti, dolci, profumate.
Adesso immaginate di sedervi nel piazzale antistante una impresa industriale. Ecco non avrete esattamente le stesse sensazioni.
E va beh, risponderete, bella forza, questo è un duro ambiente di lavoro, quello è un piacevole ambiente naturale.
Ecco, questa obiezione è la misura del guaio in cui ci siamo cacciati. Abbiamo costruito una società artificiale per soddisfare i nostri bisogni igienici. Abbiamo raggiunto questo obiettivo, ma ad un costo che diventa sempre più insostenibile. La differenza tra un ambiente naturale ed uno artificiale è grandissima, tanto che i due ambienti difficilmente potranno coesistere ancora a lungo.