"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm
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venerdì 3 luglio 2015

Stakeholder: un mare di opportunità... inutilizzato

di
Luciano Martinoli


Nella nostra recente ricerca sui Business Plan delle aziende FTSE MIB e STAR, abbiamo allargato l'indagine anche ad alcuni documenti relativi alla Corporate Social Responsability (Bilanci di Sostenibilità, Rapporti di Responsabilità Sociale, ecc.). Lo scopo è stato quello di ricercare il ruolo delle componenti non prettamente economico-finanziarie del business troppo spesso sottaciute, o trattate distrattamente, nei Business Plan ma non per questo però meno rilevanti per il business stesso.

Dall'analisi di tali documenti, e dai colloqui avuti con le aziende resesi disponibili al confronto sul tema, si evidenzia una situazione che si può paragonare ad un isola (l'azienda) immersa e circondata dal mare (tutti gli stakeholder) del quale l'isola è cosciente a tratti, superficialmente e con la quale ha un rapporto nel quale abbondano malintesi.

venerdì 30 maggio 2014

28 maggio 2014: Segni di futuro

di
Francesco Zanotti



Il giorno 28 maggio abbiamo presentato il nostro III Rapporto sul Rating Progettuale dei Business Plan delle Società degli indici FTSE MIB e STAR della Borsa Italiana.
Abbiamo raccontato la nostra attesa, che è poi quella profonda della società: le imprese più grandi ed importanti di questo Paese si facciano carico di costruire un nuovo sviluppo etico ed estetico. Abbiamo raccontato della nostra delusione nel vedere Business Plan che, mediamente e salvo eccezioni, non raccontano progetti di sviluppo alti e forti. Raccontano di professionalità e diligenza, ma non di speranze alte e forti.
Abbiamo attivato un dibattito con coloro che hanno accettato di discutere del nostro Rapporto:
l’avvocato Gianfranco Negri-Clementi, il dott. Victor Massiah, CEO di UBI Banca, la dott.ssa Jessica Spina, Responsabile Investor Relations di Mediobanca, l’ing Maria Elena Cappello, Amministratore Indipendente di A2A, Prysmian e SACE.
Da loro, abbiamo raccolto spunti interessanti e sorprendenti.
La informazione sconosciuta sulla nuova direttiva UE che cambia significativamente la forma del bilancio d’esercizio.
La sorpresa nel costatare che i Business Plan fossero oggetto di interesse sociale e il pudore nel raccontare le emozioni che motivano e nobilitano una impresa.
Il desiderio di riservatezza nel presentare i team manageriali di Vertice.
L’importanza del Bilancio Sociale per comprendere l’animo profondo dell’impresa.
La necessità di giudicare profondamente le ipotesi su cui si fondano i Business Plan.
Pensiamo che sia stata una giornata di provocazione positiva: una riflessione su cosa sarebbe possibile fare di più e meglio nella progettualità strategica.

Vogliamo continuare ed approfondire il dibattito su questo Blog.

giovedì 20 giugno 2013

"One Plan", altro che "One Report"!

di
Luciano Martinoli

E' disponibile in rete un articolo dal titolo "One Report. Obiettivo "Unico Bilancio" che narri e combini le informazioni finanziarie con quelle non finanziarie". E' una recensione del libro di Eccles e Krzus sulla necessità di dare una vista unica dell'azienda, allargata rispetto alle consuete informazioni economiche e finanziarie e non spezzettate in vari documenti, tipicamente bilancio e rapporto sulla sostenibilità. 
La strada per creare questo mitico One Report, a mio giudizio, non è quella di combinare ciò che è economico con quello che non lo è, come suggerisce l'autore. La via maestra è quella di includere tutte le dimensioni non economiche nella strategia dell'impresa utilizzando un linguaggio progettuale che ne consenta l'adeguata rappresentazione e trattamento, come abbiamo fatto nel modello che usiamo, tra l'altro, per effettuare il Rating del Business Plan.
Si tratta insomma di superare un artificiale spezzettamento nato in USA per meglio rappresentare la grande impresa industriale dell'epoca, anni '60, in un periodo dove era prevalente l'attenzione sulle dimensioni economico-finanziarie.
Come fare?

lunedì 11 marzo 2013

L'equivoco sulla "dimensione sociale" delle aziende

di
Luciano Martinoli

Uno dei tanti equivoci, voluti o inconsapevoli, che girano intorno alle imprese riguarda la loro attività nella dimensione "sociale". La causa è anche un lessico povero: poche parole che, stiracchiate di qua e di là, alla fine corrono il rischio di descrivere il tutto e il suo contrario. Provo a fare un po' d'ordine sgombrando il campo inizialmente dal significato istituzionale che viene dato alla parola: buonismo caritatevole, come per farsi perdonare qualcosa di "brutto e sporco" fatto occupandosi del business as usual. Non voglio parlare di questo.
Per attività nelle dimensioni economiche intendo quello che le imprese fanno, come agiscono, come si relazionano con gli attori sociali, politici, istituzionali e culturali.
Le attività di un’impresa nei confronti di tutti questi attori, che la letteratura economica anglosassone definisce “stakeholder”, non sono uno sforzo aggiuntivo che, graziosamente (altruisticamente), si aggiunge all’attività di business. Sono invece relazioni indispensabili, costitutive, strutturanti l’attività di business e la società che questa attività di business ospita. Cercando di essere più scientifici: il fare business non significa solo impegnarsi in scambi economici con la società, ma anche in scambi di consenso, potere, regole, valori e conoscenze.

Tutti questi scambi sono inesorabilmente intrecciati, soprattutto se parliamo di una impresa complessa di grandi dimensioni.
Detto diversamente, non ha senso l’espressione “Responsabilità sociale nel fare business”. Il fare business è una attività “sociale” che influisce in tutte le dimensioni della vita sociale, che struttura la società. Cambiandola in meglio o cercando di conservarne le strutture fondanti. Fare business è fare socialità, fare politica, strutturare istituzioni, costruire culture.
Allora è ipocrita relegare la responsabilità sociale a qualche azione caritatevole, affidata a qualche funzione aziendale di supporto, oppure produrre Bilanci Sociali che finiscono per essere pure e semplici operazioni editoriali.
Per non lasciare il discorso nei sui termini generali mi calo nel concreto, usando alcuni recenti fatti di grandi aziende italiane: ENI, Finmeccanica, Terna, A2A.